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L'Unità
di Dio
(San
Tommaso d'Aquino, Compendio
di Teologia)
Capitolo
3
Esistenza
di Dio
Circa l'Unità dell'essenza divina si deve sapere anzitutto che
Dio esiste; ciò è evidente per la ragione. Vediamo infatti che tutte le
cose che sono soggette al moto sono mosse da altre; le inferiori sono
mosse dalle superiori: ad es. gli elementi sono mossi dai corpi
celesti, e fra gli elementi quello più forte muove quello che è più
debole; e anche tra i corpi celesti gli inferiori ricevono il moto dai
superiori. Ma in questo modo è impossibile procedere all'infinito.
Infatti, siccome tutto ciò che è mosso da altro è in qualche modo strumento
di un primo movente, se non ci fosse un primo agente tutte le cose
che muovono le altre sarebbero solo strumenti. Ora, se si andasse
all'infinito in questo processo (dei moventi e dei mossi), non si
avrebbe un primo movente; quindi tutti gli infiniti moventi e mossi
sarebbero strumenti. Ora, appare ridicolo anche agli incolti ammettere
che gli strumenti si muovano senza essere mossi da un agente principale: sarebbe
come ammettere che per la costruzione di un armadio
o di un letto bastassero la sega o la scure senza l'opera del falegname. È dunque
necessario che vi sia un primo movente al di sopra di tutte le cose; e questo
lo chiamiamo Dio.
Capitolo
4
Dio non è soggetto al moto
Di conseguenza appare necessario che Dio sia del tutto immobile.
Essendo infatti il primo movente, se fosse in movimento
dovrebbe o muoversi da sé o essere mosso da un altro ente. Ma non
può essere mosso da un altro ente, perché questo altro movente
dovrebbe essere prima di lui, il che è contrario alla ragione di primo
movente. Se poi si muovesse da sé, ciò potrebbe avvenire in due
modi: o dovrebbe essere allo stesso tempo movente e mosso, o
secondo un aspetto essere movente e secondo un altro mosso. Di queste
due ipotesi la prima è impossibile, perché tutto ciò che è mosso è
di per sé in potenza, mentre ciò che muove è in atto. Se quindi Dio
fosse al tempo stesso movente e mosso, bisognerebbe che egli fosse
allo stesso tempo in potenza e in atto, ciò che è impossibile. Ma
anche la seconda ipotesi è insostenibile. Infatti se in Dio una parte
fosse movente e l'altra mossa, non sarebbe più il primo movente in
senso assoluto, ma solo per quella parte che muove. Ma ciò che è per
sé è prima di ciò che non è per sé. Quindi Dio non può essere il
primo movente se ciò gli appartiene solo in forza di una sua parte. È
dunque necessario che il primo movente sia del tutto immobile.
Si può fare un'analoga considerazione a proposito degli enti
che sono mossi e muovono altri enti. Ogni movimento infatti proviene
da un qualcosa di immobile, cioè da qualcosa che non è mosso
secondo la stessa specie di movimento. E noi lo vediamo nelle alterazioni,
nelle generazioni e nelle corruzioni che troviamo nel mondo
inferiore. Questi movimenti vanno infatti ricondotti, come al loro
primo principio, a un corpo celeste che non è mosso secondo la stessa
specie di moto, non essendo generabile né corruttibile o alterabile.
Perciò il primo principio di tutti i movimenti deve essere totalmente
immobile.
Capitolo
5
Dio è eterno
Da quanto è stato detto finora appare ulteriormente che Dio è
eterno. Infatti ogni cosa che comincia o cessa di essere comincia o
finisce a causa di un movimento o di una mutazione. Ma è stato
dimostrato che Dio è assolutamente immobile: dunque è eterno.
Capitolo
6
È necessario che Dio esista per se stesso
Si dimostra con ciò che l'esistenza di Dio è di per sé necessaria.
Infatti ogni ente che può essere e non essere è mutevole. Ma
come è stato dimostrato, Dio non è soggetto a movimento, dunque
non è possibile che Dio possa esistere o meno. Ma ogni ente che è, e
non è possibile che non sia, deve esistere per se stesso, perché essere
necessariamente e non poter non essere sono la stessa cosa. Dunque
Dio esiste necessariamente.
Inoltre, ogni ente che può essere
e non essere necessita di un
altro ente che lo faccia essere: perché di suo è indifferente all'essere
o al non essere. Ma ciò che fa essere un ente lo precede. Perciò ogni
ente che può essere e non essere ha prima di sé un ente necessario.
Ma non c'è nessun ente prima di Dio. Non è quindi possibile che Dio
sia e non sia: la sua esistenza è necessaria. E siccome vi sono alcuni
enti necessari la cui necessità ha una causa precedente, Dio, che è il
primo principio di tutti gli enti, non ha alcuna causa della propria
necessità. È quindi necessario che Dio esista per se stesso.
Capitolo
7
Dio è sempiterno
Da quanto è stato detto risulta chiaramente che Dio è sempiterno.
Ogni essere infatti che esiste necessariamente esiste sempre,
perché ciò che non può non essere è impossibile che non esista, e
quindi esiste sempre. Ma come è stato dimostrato Dio esiste necessariamente,
dunque esiste da sempre e per sempre.
Inoltre, nulla comincia o cessa di essere se non per un moto o
per una mutazione. Ora, come è stato provato, Dio è immutabile:
quindi è impossibile che Dio abbia avuto principio o che cessi di esistere.
Ancora. Tutto ciò che non è sempre stato, se comincia a essere,
ha bisogno di un ente che sia causa del suo essere: nessun ente
infatti passa da sé dalla potenza all'atto o dal non essere all'essere.
Ma niente può essere causa dell'essere di Dio, essendo Egli il primo
Ente: la causa è infatti prima del causato. È quindi necessario che
Dio sia sempre stato.
Possiamo aggiungere: ciò che conviene a un ente non a motivo
di una causa estrinseca, appartiene alla sua natura. Ma in Dio l'essere
non è comunicato da alcuna causa estrinseca, perché quella
causa sarebbe prima di lui. Dio ha dunque l'essere per se stesso. Ma
le cose che sono per se stesse sono sempre e necessariamente: perciò
Dio esiste da sempre e per sempre.
Capitolo
8
In Dio non vi è alcuna successione o variazione
Da ciò risulta che in Dio non vi è alcuna successione, ma il
suo essere è tutto simultaneamente. La successione infatti non esiste
se non in quelle cose che sono in qualche modo soggette al movimento: come
il prima e il dopo nel moto causano la successione del
tempo. Ma Dio, come si è visto, non è in alcun modo soggetto al
movimento: quindi non vi è in Lui alcuna successione, ma il suo
essere è tutto simultaneamente.
Ancora. Se l'essere
di una qualsiasi cosa non è tutto simultaneamente,
ne segue che qualche parte di essa può cessare e qualche
altra sopraggiungere; deperisce infatti ciò che passa, e può sopraggiungere
ciò che è atteso nel futuro. Ma in Dio nulla deperisce e nulla
si accresce, essendo Egli immobile: quindi il suo essere è totalmente simultaneo.
Da queste due verità risulta che, propriamente parlando, solo Dio
è eterno. Infatti è eterno propriamente l'ente che è sempre e il cui
essere è tutto simultaneamente, come dice Boezio: "L'eternità è il
possesso perfetto e simultaneo di una vita senza termine".
Capitolo
9
Dio è semplice
Da ciò risulta inoltre evidente che il primo movente deve essere
semplice. Infatti in ogni composto è necessario che le due parti
componenti stiano a vicenda come potenza e atto. Ora, essendo il primo
movente del tutto immobile, in esso non può esservi concomitanza
di potenza e atto, perché una cosa è mobile in forza della potenza:
non è quindi possibile che nel primo movente vi sia composizione.
Inoltre ogni ente composto presuppone un altro ente. Infatti i
componenti sono per natura prima del composto: quindi il primo di
tutti gli enti non può essere in alcun modo composto. Lo vediamo
anche nell'ordine delle cose: gli elementi semplici sono prima di
quelli misti, e fra gli stessi elementi prima vi è il fuoco, che è il più
sottile; e al di sopra di tutti gli elementi vi è il corpo celeste, che è
costituito con maggiore semplicità, essendo esclusa ogni contrarietà.
Si deve quindi concludere che il primo degli enti deve essere
assolutamente semplice.
Capitolo
10
Dio è la sua essenza
Ne segue ulteriormente che Dio è la sua essenza. L'essenza di
ciascuna cosa è infatti ciò che significa la sua definizione. Ora, ciò si
identifica con la cosa di cui si dà la definizione a meno che non vi sia
qualcosa "per accidens", in quanto cioè al definito si aggiunge qualche
cosa che è al di là della sua definizione. Nell'uomo, ad es., che è
definito "animale ragionevole e mortale", si aggiunge come accidente
il fatto di essere "bianco". Per cui essere animale ragionevole e
mortale si identificano con lo stesso uomo, ma non con l'uomo bianco
in quanto è bianco. Perciò se in un ente non si trova una parte che
sia per sé e un'altra che sia per accidens, è necessario che l'essenza
si identifichi con esso. Ma in Dio, essendo Egli semplice, come si è
dimostrato, non ci può essere qualcosa che sia per sé e qualcosa che
sia per accidens: è quindi necessario che la sua essenza si identifichi
con Lui stesso.
Ancora. In ogni ente in cui l'essenza non si identifica con la
cosa di cui è l'essenza, si trova qualche cosa che ha ragione di potenza
e qualche cosa che ha ragione di atto: infatti l'essenza sta formalmente
all'ente di cui è l'essenza come l'umanità all'uomo. Ora, in Dio non
vi è potenza e atto, ma Dio è Atto puro: quindi Egli è la sua essenza.
Capitolo
11
L'essenza di Dio non è altra cosa che il suo essere
È inoltre necessario concludere che l'essenza divina non è
altra cosa che il suo essere. Infatti in ogni ente in cui una cosa è l'essenza
e altra l'essere, è necessario che "ciò che essa è" sia altro da
"ciò per cui quella cosa è": infatti grazie all'essere di una cosa si
dice che essa "è", e grazie alla sua essenza si dice "che cosa
è"; la
definizione infatti, che esprime l'essenza di una cosa, mostra che
cosa essa sia. Ma in Dio non vi è distinzione fra "ciò che è" e
"ciò
per cui è", non essendovi in Lui alcuna composizione, come si è
dimostrato. Dunque in Lui non c'è distinzione tra l'essenza e l'essere.
Ancora. Abbiamo dimostrato che Dio è Atto puro senza
alcuna mescolanza di potenzialità. È necessario allora che la sua
essenza sia l'Atto ultimo, perché ogni atto antecedente è in potenza
all'atto ultimo. Ma l'atto ultimo è l'essere: essendo infatti ogni movimento
un passaggio dalla potenza all'atto, ultimo atto è ciò a cui
tende ogni moto; e poiché il moto naturale tende a ciò che è naturalmente
desiderato, è necessario che l'atto ultimo sia ciò che tutte le
cose desiderano, e questo è l'essere. È necessario quindi che l'essenza
divina, che è l'Atto puro e ultimo, sia lo stesso Essere.
Capitolo
12
Dio non è contenuto in alcun genere
È anche evidente da ciò che Dio non è contenuto come una
specie in un genere. Infatti ciò che costituisce la specie è la differenza
specifica aggiunta al genere: cosicché l'essenza di una qualsiasi specie
aggiunge sempre qualche cosa al genere; ma l'essere stesso che è
l'essenza di Dio non contiene nulla che sia aggiunto ad altro: Dio
dunque non è la specie di alcun genere.
Ancora. Siccome il genere contiene in potenza le differenze
specifiche, in ogni cosa costituita di genere e differenza specifica vi è
un atto misto a potenza; ma si è dimostrato che Dio è Atto puro
senza mescolanza di potenza, per cui la sua essenza non è costituita
di genere e differenze: perciò Dio non è contenuto in nessun genere.
Capitolo
13
Dio non può essere un genere
Si deve inoltre dimostrare che Dio non può essere un genere.
Dal genere infatti si deduce "ciò che è" una determinata cosa, non
già la sua esistenza: infatti le cose sono poste nel loro essere per le
differenze specifiche. Ma ciò che Dio è, è il suo stesso essere: è quindi
impossibile che sia un genere.
Inoltre. Ogni genere si divide
per le differenze; ma nell'essere
non è concepibile alcuna differenza: infatti le differenze specifiche
non fanno parte del genere che indirettamente, in quanto le specie
costituite dalle differenze rientrano nel genere. Ma non può esistere
alcuna differenza che non partecipi l'essere, perché il non ente non
può in alcun modo costituire una differenza: è perciò impossibile che
Dio sia un genere predicato di più specie.
Capitolo
14
Dio non è una specie attribuibile a molti individui
Non è neppure possibile che Dio sia una specie predicabile di
molti individui. Infatti i diversi individui che appartengono a una
specie si distinguono per cose che non si identificano con l'essenza
della specie. Gli uomini, per es., partecipano dell'umanità, ma sono
fra loro distinti per ciò che è al di fuori dell'essenza dell'umanità. Ma
ciò non può accadere in Dio poiché, come si è visto, Dio è la sua
stessa essenza: è dunque impossibile che Dio sia una specie che si
predica di più individui.
Inoltre, più individui di una data specie differiscono quanto
all'essere e convengono solo nella medesima essenza della specie.
Pertanto, dovunque esistono più individui di una medesima specie, è
necessario che una cosa sia l'essere e altra l'essenza della specie. Ma
in Dio l'essere e l'essenza sono la stessa cosa, come si è visto. È
quindi impossibile che Dio sia una qualche specie predicata di più
individui.
Capitolo
15
È necessario che vi sia un solo Dio
Da ciò appare che necessariamente vi è un solo Dio. Se infatti
vi fossero più dèi, questi si potrebbero chiamare tali o in senso equivoco
o in senso univoco. In senso equivoco l'affermazione è fuori
argomento, perché niente vieta ad altri di chiamare "dio" ciò che noi
chiamiamo "pietra". Se prendiamo invece l'affermazione in senso
univoco, allora questi "dèi" dovrebbero avere in comune o il genere
o la specie. Ma si è dimostrato che Dio non può essere un genere o
una specie: è dunque impossibile che vi siano più dèi.
Ancora. Ciò
che rende individua un'essenza comune non può
convenire a più soggetti: benché vi possano essere più uomini, il "tale" uomo non può essere che uno solo. Se quindi un'essenza è
individua per se stessa e non per altra cosa, è impossibile che convenga
a più individui. Ma l'essenza divina è individua per se stessa,
perché in Dio non vi è distinzione fra l'essenza e il soggetto che esiste:
abbiamo infatti dimostrato che Dio è la sua essenza. È quindi
impossibile che Dio non sia uno solo.
Ancora. Una forma si può moltiplicare in due modi. In un
modo mediante le sue differenze, come una forma generica, per es. il
colore, si differenzia per le varie specie di colori; in un secondo
modo per il moltiplicarsi dei soggetti, come ad es. la bianchezza in
più soggetti. Perciò ogni forma che non si può moltiplicare per le sue
differenze, se non è una forma che esiste in un soggetto, è impossibile
che si moltiplichi: la bianchezza infatti, se potesse sussistere senza
un soggetto, non potrebbe essere che una. Ora, l'essenza divina è
l'essere stesso che, come abbiamo mostrato, non può ricevere alcuna
differenza. Perciò, essendo l'essere divino quasi una forma per sé
sussistente, in quanto Dio è il suo essere, la sua essenza non può
essere che una. È quindi impossibile che vi siano più dèi.
Capitolo
16
È impossibile che Dio sia un corpo
È inoltre chiaro che Dio non può essere un corpo. In ogni
corpo infatti si trova qualche composizione, poichè ogni corpo consta
di parti: ciò che è assolutamente semplice non può dunque essere un
corpo.
Inoltre non si trova nessun corpo che muova se non perché
esso stesso è mosso da altro, come appare dall'esperienza. Se dunque
il primo movente non è soggetto ad alcun movimento, è impossibile
che sia un corpo.
Capitolo
17
È impossibile che Dio sia la forma di un corpo
Né è possibile che Dio sia la forma di un corpo o una qualche
potenza in un corpo. Essendo infatti ogni corpo mobile, quando il
corpo è in movimento necessariamente ciò che è nel corpo si muove
almeno accidentalmente. Ma il primo movente non può essere mosso
né per sé né per accidens, non essendo soggetto al movimento, come
è stato dimostrato. È quindi impossibile che sia la forma o la potenza in un corpo.
Parimenti, ogni movente per muovere deve avere dominio
sulla cosa che è mossa: vediamo infatti che quanto più la forza di ciò
che muove supera quella di ciò che è mosso, tanto più veloce è il
moto. Quindi ciò che è il primo fra tutti i moventi deve avere il
sommo dominio su tutte le cose mosse: ora ciò non potrebbe accadere
se Dio fosse in qualche modo dipendente da ciò che è mosso, il
che accadrebbe se Dio fosse la sua forma o una sua potenza. È dunque
necessario che il Movente primo non sia né un corpo, né la forma
di un corpo, né una potenza in un corpo. Ed è per questa ragione che
Anassagora suppone l'intelletto divino del tutto indipendente dalla
materia, perchè possa avere dominio su tutto e muovere tutto.
Capitolo
18
Dio è infinito nella sua essenza
Da ciò si può anche provare che Dio è infinito col suo essere - non però
in senso privativo, cioè in quanto l'infinito è un accidente della quantità: si dice
infatti infinito ciò che deve avere un limite ma
non l'ha -, ma in senso negativo, cioè nel senso in cui si dice infinito
ciò che non è in alcun modo finito. Ora, nessun atto è finito se non
per la potenza che lo riceve: vediamo infatti che le forme sono limitate
dalla potenzialità della materia. Pertanto se il movente primo è un
atto privo di ogni mescolanza di potenza, e non è né la forma di alcun
corpo né la potenza in un corpo, necessariamente è infinito.
Ciò è confermato
dall'ordine che troviamo nelle cose. Infatti quanto più gli enti sono elevati,
tanto più sono a loro modo nobili: così tra gli elementi quelli che sono superiori
sono anche maggiori per quantità e anche per semplicità, come è dimostrato dalla loro
generazione: il fuoco è infatti generato dall'aria, l'aria dall'acqua e
l'acqua dalla terra. Ora, il corpo celeste supera manifestamente tutta
la quantità degli elementi. È quindi naturale che quello che fra tutti
gli enti è primo, e non è preceduto da nessuno, debba essere di infinita grandezza.
E non fa meraviglia che ciò che è semplice e privo di quantità
sia infinito ed ecceda con la sua immensità ogni quantità corporea,
dato che anche il nostro intelletto, che è incorporeo e semplice, eccede
per la forza della sua conoscenza ogni quantità corporea e abbraccia tutto.
A maggior ragione dunque ciò che è primo fra tutte le cose
eccede con la sua immensità l'universo e quanto è in esso contenuto.
Capitolo
19
Dio è onnipotente
Appare di conseguenza che Dio è anche infinitamente potente.
La potenza di una cosa deriva infatti dalla sua essenza, dato che ogni
cosa può agire secondo il suo modo di essere. Perciò se Dio nella sua
essenza è infinito, anche la sua potenza sarà infinita.
E questa verità risulta chiara se uno considera attentamente
l'ordine delle cose. Infatti tutto ciò che è in potenza ha per questa
ragione una capacità recettiva e passiva, mentre nella misura in cui è
in atto ha virtù attiva. E così ciò che è soltanto in potenza, cioè la
materia prima, ha una capacità infinita a ricevere, non partecipando
in alcun modo della virtù attiva. Sopra di essa poi, quanto più una
cosa partecipa dell'atto, tanto più ha la capacità di agire: ecco perché
il fuoco, fra tutti gli elementi, è il più attivo. Dio perciò, che è atto
puro, non avendo mescolata alcuna potenzialità, sorpassa con la sua
infinita potenza tutte le altre cose.
Capitolo
20
L'infinito in Dio è senza alcuna imperfezione
Sebbene l'infinito che si trova nella quantità comporti imperfezione,
tuttavia dire che Dio è infinito dimostra che in lui vi è la
somma perfezione. Infatti l'infinito che si trova nella quantità riguarda
la materia, che è priva di limite. Ora, l'imperfezione di una cosa
viene dalla materia, in quanto include una privazione, mentre la perfezione
deriva dalla forma. Essendo dunque Dio infinito in quanto è
forma o atto, non avendo alcuna mescolanza di materia o di potenzialità,
ne viene che la sua infinità comporta somma perfezione.
E ciò può essere constatato anche nelle altre cose. Infatti, sebbene
in una stessa cosa che da imperfetta diviene perfetta vi sia prima
ciò che è imperfetto e poi ciò che è perfetto - prima vi è il bambino e
poi l'uomo -, è tuttavia necessario che ciò che è imperfetto abbia origine
da ciò che è perfetto: infatti il bambino nasce da un uomo, e il
seme dall'animale o dalla pianta. Dunque ciò che è naturalmente
prima di ogni cosa e muove ogni cosa deve essere più perfetto di
tutte le altre cose.
Capitolo
21
In Dio vi è in modo eminente
ogni perfezione esistente nelle cose
Risulta di conseguenza che tutte le perfezioni che noi troviamo
nelle cose devono necessariamente trovarsi originariamente e in
modo sovraeminente in Dio. Infatti ciò che muove qualcosa alla perfezione
possiede prima in sé la perfezione che conferisce ad altri:
come il maestro ha prima in sé la dottrina che comunica agli altri. Se
dunque Dio è il primo movente, e conduce tutte le altre cose alla loro
perfezione, necessariamente preesistono in Lui in modo sovrabbondante
tutte le perfezioni che si trovano nelle cose.
Parimenti ciò che possiede una qualche perfezione, se è privo
di un'altra perfezione, è limitato a qualche genere o specie: infatti
ogni cosa è posta in un genere o in una specie a causa della forma,
che è la perfezione della cosa. Ma ciò che è costituito di un genere e
di una specie non può avere un'essenza infinita, perché la differenza
ultima che lo pone sotto quella specie delimita la sua essenza. Per
questa ragione ciò che fa conoscere l'essenza di una cosa è detto "definizione"
o "fine". Se l'essenza divina è infinita è dunque impossibile
che abbia solamente la perfezione di un genere o di una specie
e sia priva delle altre perfezioni: è quindi necessario che in Dio esistano
le perfezioni di tutti i generi e di tutte le specie.
Capitolo
22
In Dio tutte le perfezioni sono realmente una cosa sola
Se teniamo presente tutto ciò che è stato detto finora, risulta
evidente che in Dio tutte le perfezioni sono realmente una cosa sola.
Abbiamo infatti dimostrato che Dio è semplice. Ora, dove c'è semplicità
non ci può essere diversità fra le cose che sono presenti. Se
dunque in Dio vi sono tutte le perfezioni è impossibile che queste in
Lui siano diverse: resta dunque dimostrato che tutte le perfezioni
sono in Lui una cosa sola.
E questa conclusione è chiara
se si considera quanto avviene
nelle facoltà conoscitive. Infatti la facoltà superiore con un solo e
medesimo atto conosce tutte le cose che sono conosciute con atti
diversi dalle facoltà inferiori: così l'intelletto con un semplice atto
coglie ciò che la vista, l'udito e gli altri sensi percepiscono con atti
diversi.
La stessa cosa appare anche nelle scienze. Mentre infatti le
scienze inferiori si moltiplicano secondo i diversi generi di cose sulle
quali verte la scienza, c'è tuttavia una scienza superiore a tutte, che si
applica a tutta la realtà, e che viene detta filosofia prima (o metafisica).
E ancora la stessa cosa si verifica nei poteri umani. Infatti nel
potere regale, che è uno, sono inclusi tutti i poteri che sotto il dominio
del re vengono distribuiti agli inferiori. Così dunque è necessario
che tutte le perfezioni che si trovano moltiplicate nelle realtà inferiori
secondo la loro diversità, siano unite nello stesso vertice delle cose,
cioè in Dio.
Capitolo
23
In Dio non si trova alcun accidente
È anche chiaro che in Dio non ci può essere alcun accidente.
Infatti se in Lui tutte le perfezioni sono una cosa sola e alla perfezione
appartiene l'essere, il potere, l'agire e simili, è necessario che tutto
ciò si identifichi con la sua essenza. Nulla dunque di tutto questo è in
Lui accidentale.
Ancora. È impossibile che sia perfettamente infinito ciò alla
cui perfezione si può aggiungere qualche altra cosa. Ora, se vi fosse
un ente in cui una certa perfezione fosse un accidente, essendo l'accidente
qualcosa che si aggiunge all'essenza, si dovrebbe aggiungere
all'essenza un'altra perfezione: e allora non ci sarebbe in esso una
perfezione infinita. Ma è stato mostrato che Dio è di infinita perfezione
nella sua essenza: in Lui dunque non vi può essere alcuna perfezione
accidentale, ma tutto ciò che è in Lui è la sua sostanza.
È facile
giungere alla stessa conclusione anche considerando
la sua somma semplicità, e il fatto che Egli è atto puro ed è il primo
degli enti. Vi è infatti una qualche composizione fra l'accidente e il
soggetto, e ciò che è "soggetto" non può essere "atto puro", essendo
l'accidente una qualche forma o atto del soggetto. Inoltre ciò che è di
per sé è sempre prima di ciò che è per accidens.
Per tutte queste ragioni dunque, secondo quanto abbiamo detto
sopra, in Dio non vi può essere nulla che possa essere chiamato accidente.
Capitolo
24
I molti nomi attribuiti a Dio
non si oppongono alla sua semplicità
Da quanto si è detto si comprende la ragione dei molti nomi
che diamo a Dio, benché in se stesso Egli sia del tutto semplice.
Essendo infatti il nostro intelletto incapace di comprendere la sua
essenza come è in se stessa, la nostra mente si eleva a conoscere Dio
partendo dalle realtà che ci circondano, nelle quali si trovano diverse
perfezioni la cui radice e origine, come è stato mostrato, in Dio è
una sola. E siccome noi non possiamo nominare una cosa se non in
quanto la conosciamo (i nomi sono infatti segni dei concetti), ne
segue che non possiamo parlare di Dio se non partendo dalla conoscenza
delle perfezioni che si trovano nelle cose, la cui origine è in
Lui. Siccome dunque le perfezioni nelle cose sono molteplici, è
necessario dare molti nomi a Dio. Se invece noi potessimo vedere
l'essenza divina in sé stessa, non ci sarebbe bisogno di tanti nomi, ma
avremmo di Lui una conoscenza semplice, così come è semplice la
sua essenza. Ed è questo ciò che noi aspettiamo nel giorno della gloria,
secondo quanto ha detto il profeta Zaccaria: "In quel giorno uno
solo sarà il Signore, uno solo il suo nome" (Zc 14,9).
Capitolo
25
Benché si dicano di Dio diversi nomi
tuttavia questi non sono fra loro sinonimi
Da quanto abbiamo detto possiamo trarre tre conclusioni. La
prima è questa: i diversi nomi, sebbene in Dio significhino nella realtà
la stessa cosa, non sono tuttavia sinonimi.
Perché infatti alcuni nomi siano sinonimi è necessario che significhino
la stessa cosa e che rappresentino lo stesso concetto. Quando invece
una cosa viene considerata sotto aspetti diversi, il nostro intelletto
si forma idee diverse e i nomi corrispondenti non sono sinonimi, perché
il loro significato non è identico, in quanto i nomi significano immediatamente
i concetti della mente, che sono similitudini delle cose.
Perciò i diversi nomi che noi diamo a Dio, significando concetti
diversi che il nostro intelletto si fa di Lui, non sono sinonimi, sebbene
significhino, assolutamente parlando, la stessa cosa.
Capitolo
26
Con la definizione dei nomi divini
non si può definire ciò che vi è in Dio
La seconda cosa da tener presente è questa: non potendo il
nostro intelletto con nessuno dei concetti significati dai nomi attribuiti
a Dio comprendere perfettamente l'essenza divina, è impossibile
che con la definizione di quei nomi si definisca ciò che è veramente
in Dio: ad es. che la definizione della potenza sia la definizione della
potenza di Dio, e così per gli altri nomi.
E questo lo
si può constatare anche in un altro modo. Ogni
definizione è data infatti dal genere e dalla differenza specifica; e
propriamente parlando ciò che si definisce è la specie. Ma si è dimostrato
che l'essenza divina non è sotto alcun genere né sotto alcuna
specie: dunque non si può dare alcuna definizione di Dio.
Capitolo
27
I nomi attribuiti a Dio e alle cose non sono né assolutamente univoci né assolutamente equivoci
La terza cosa da tener presente è questa: i nomi attribuiti a Dio
e agli altri enti non sono né del tutto univoci, né del tutto equivoci. Non
si possono infatti dire univoci, perché la definizione di ciò che si dice
della creatura non è la definizione di ciò che si dice di Dio, e invece i
nomi univoci devono avere la stessa definizione. E così pure non si
possono dire del tutto equivoci. Infatti nei nomi che sono casualmente
equivoci lo stesso nome viene attribuito a una cosa senza alcun riferimento
all'altra, per cui da un nome non si può argomentare riguardo
all'altro. Invece i nomi che si attribuiscono a Dio e alle altre
cose sono attribuiti a Dio secondo un certo rapporto che Egli ha con
quelle cose nelle quali l'intelletto trova il significato: e così noi,
conoscendo queste altre cose, possiamo ragionare intorno a Dio.
Questi nomi attribuiti a Dio e alle altre cose non sono perciò del tutto
equivoci come quelli che sono casualmente equivoci.
Questi nomi dunque si attribuiscono a Dio secondo l'analogia,
cioè secondo la relazione che hanno a una medesima cosa. Quando
infatti noi mettiamo le cose in rapporto a Dio come alla loro prima
origine, i nomi che significano le perfezioni delle cose vengono attribuiti a Dio.
Da ciò dunque risulta con evidenza che, sebbene quanto
all'imposizione del nome questi nomi si dicano prima di tutto delle
creature, poiché l'intelletto da esse risale a Dio; tuttavia se si guarda
alla realtà significata dal nome i nomi si dicono prima di tutto di Dio,
dal quale discendono le perfezioni nelle altre cose.
Capitolo
28
Dio è intelligente
Dobbiamo ulteriormente mostrare che Dio è intelligente. È
stato detto infatti che in Lui preesistono in modo sovraeminente
tutte le perfezioni che si trovano negli altri enti. Ora, fra tutte le perfezioni
la più eccellente è l'intelligenza, dal momento che le creature
intelligenti sono superiori alle altre. È dunque necessario che Dio sia
intelligente.
Ancora. È stato dimostrato che Dio è atto puro senza alcuna
mescolanza di potenzialità: ora, la materia è ente in potenza. Dio è
quindi necessariamente del tutto immune dalla materia. Ma l'immunità
dalla materia è causa dell'intellettualità: e il segno sta nel fatto
che le forme delle cose materiali diventano intelligibili in atto in
quanto vengono astratte dalla materia e dalle condizioni materiali.
Dio è dunque intelligente.
Ancora. È stato detto che Dio è il primo movente. Ora, muovere è proprio
dell'intelletto: infatti l'intelletto sembra utilizzare tutte
le altre cose come strumenti da muovere. Per questa ragione l'uomo
con la sua intelligenza usa gli animali, le piante e le realtà inanimate
quasi come strumenti. È dunque necessario che Dio, primo movente,
sia intelligente.
Capitolo
29
In Dio
l'intellezione non è in potenza né in abito, ma in atto
Avendo
dimostrato che in Dio non vi è nulla in potenza, ma
solo in atto, è necessario che Dio sia intelligente non in potenza, né
attraverso un abito, ma solo in atto. Ne deriva quindi che nell'intelletto
divino non vi è alcuna successione o vicissitudine. Quando
infatti il nostro intelletto pensa più cose successivamente, mentre
pensa una cosa ha presente l'altra solo in potenza. Perciò se Dio non
conosce nulla in potenza, la sua intelligenza è senza alcuna successione.
Ne segue quindi che tutto ciò che conosce, Dio lo conosce
simultaneamente, e inoltre che non vi è nulla di nuovo per la sua
intelligenza, perché ciò che è nuovo per l'intelletto era prima conosciuto
solo in potenza. Di conseguenza il suo intelletto non è discorsivo,
non passa cioè dalla conoscenza di una cosa all'altra come
accade per il nostro intelletto, che ha bisogno di ragionare. Il nostro
intelletto infatti discorre quando perveniamo alla conoscenza di una
cosa ignota, o che prima non era considerata in atto, il che non può
accadere nell'intelletto divino.
Capitolo
30
Dio non conosce mediante un'altra specie
ma solo mediante la sua essenza
Da quanto abbiamo detto risulta chiaramente che Dio non
conosce mediante altra specie intelligibile che non sia la sua essenza.
Infatti ogni intelletto che conosce mediante una specie intelligibile
diversa da sé, si trova nei confronti di quella specie come la potenza
rispetto all'atto, essendo la specie ciò che lo perfeziona rendendolo
intelligente in atto. Ma in Dio niente è in potenza, essendo Egli atto
puro: perciò Dio non può conoscere mediante un'altra specie che non
sia la sua essenza. Ne segue che Dio conosce direttamente e principalmente
se stesso. Infatti l'essenza di una cosa non porta, propriamente
e direttamente parlando a conoscere se non ciò di cui è l'essenza: infatti
mediante la definizione dell'uomo conosciamo l'uomo,
e mediante la definizione del cavallo il cavallo. Se dunque Dio è
intelligente per la sua essenza, è necessario che ciò che è da Lui pensato,
direttamente e principalmente sia lo stesso Dio. E siccome Dio
è la sua essenza, si deve concludere che in Lui l'intelletto, ciò per cui
conosce e l'oggetto conosciuto sono una sola e medesima realtà.
Capitolo
31
Dio è il suo pensare
Bisogna inoltre dire che Dio è la sua intellezione. Essendo
infatti il pensare (come il considerare) un atto secondo (infatti l'atto
primo è l'intelletto o la scienza), ogni intelletto che non sia il proprio
pensare sta all'atto di pensare come la potenza all'atto. Infatti nell'ordine
delle potenze e degli atti ciò che è primo è sempre in potenza
rispetto a ciò che viene dopo, e parlando di una stessa cosa ciò che è
ultimo è perfettivo di quella cosa. In cose diverse invece accade il
contrario: infatti il movente e l'agente sono rispetto a ciò che è mosso
o messo in atto come l'agente rispetto alla potenza. Ma in Dio, che è
atto puro, non vi è niente che abbia ragione di potenza rispetto all'atto: è quindi
necessario che Dio sia il suo stesso pensare.
Ancora. L'intelletto sta al pensare come l'essenza sta all'essere.
Ma Dio conosce mediante la sua essenza, e la sua essenza è il suo
essere: dunque il suo intelletto è il suo intendere.
Quando dunque si dice che Dio pensa non si introduce in Lui
alcuna composizione, non essendovi in Lui alcuna distinzione fra
intelletto, pensiero e specie intelligibile. E tutto ciò non è altro che la
sua essenza.
Capitolo
32
È necessario che Dio sia volente
È ulteriormente manifesta poi la necessità che Dio sia volente.
Come è infatti chiaro da quanto è stato detto, Dio conosce se stesso,
che è il bene perfetto: ora, il bene conosciuto è necessariamente
amato. Ma ciò avviene mediante la volontà: dunque in Dio vi è
necessariamente la volontà.
Inoltre è stato dimostrato che Dio è il primo movente (mediante
l'intelletto). Ma l'intelletto non muove se non mediante l'appetito,
e l'appetito proprio dell'intelletto è la volontà: in Dio dunque c'è la volontà.
Capitolo
33
In Dio la volontà non è altra cosa che il suo intelletto
È anche chiaro che la volontà di Dio non è nient'altro che il
suo intelletto. Essendo infatti il bene conosciuto l'oggetto della
volontà, esso muove la volontà ed è atto e perfezione di questa; ma in
Dio, come è stato mostrato, non vi è differenza fra movente e
mosso, atto e potenza, perfezione e perfettibile. Bisogna quindi che la
volontà divina sia lo stesso bene conosciuto dall'intelletto. Ma questo
è l'intelletto divino e l'essenza divina: quindi la volontà di Dio non è
altra cosa che l'intelletto divino e la sua essenza.
Ancora. Fra tutte
le perfezioni delle cose l'intelligenza e la
volontà hanno il primato, come risulta dal fatto che le troviamo nelle
creature più nobili. Ora, le perfezioni di tutte le cose sono in Dio una
cosa sola, cioè la sua essenza, come abbiamo già detto. Quindi l'intelletto
e la volontà in Dio si identificano con la sua essenza.
Capitolo
34
La volontà di Dio è il suo stesso volere
Appare chiaro di conseguenza che la volontà di Dio è il suo
stesso volere. È stato detto infatti che in Dio la volontà si identifica
con il bene da Lui voluto. Ma ciò non potrebbe essere se il volere
non fosse identico alla volontà, essendo il volere nella volontà per
mezzo della cosa voluta. Perciò la volontà di Dio è il suo volere.
Ancora. La volontà di Dio è identica al suo intelletto e alla sua
essenza. Ma l'intelletto di Dio è il suo conoscere, così come l'essenza è il
suo essere: bisogna dunque che la volontà di Dio sia il suo
volere. E in questo modo è chiaro che la volontà di Dio non ripugna
alla sua semplicità.
Capitolo
35
Tutte le cose finora trattate
sono comprese in un solo articolo di fede
Da tutte le cose che abbiamo finora detto si può concludere
che Dio è uno, semplice, perfetto, infinito, intelligente e volente. Ora,
queste perfezioni sono comprese nel breve articolo del simbolo della
fede dove noi professiamo di credere in "Dio Uno e Onnipotente".
Infatti, siccome questo nome "Dio" sembra derivare dal nome greco
"Theos", che viene dalla radice "Theaste", che significa vedere o
considerare, nello stesso nome di Dio è manifestato che Egli è intelligente,
e per conseguenza dotato di volontà.
Quando poi diciamo che è Uno viene esclusa la pluralità degli dèi
e ogni composizione: assolutamente parlando infatti può essere Uno
solo ciò che è semplice.
Quando poi diciamo che è Onnipotente affermiamo che è di infinita potenza,
cui nulla può sottrarsi; in ciò si include che è infinito e perfetto: infatti la potenza di una cosa deriva dalla perfezione della
sua essenza.
Capitolo
36
Tutte queste verità sono state ammesse dai filosofi
Tutte queste cose intorno a Dio che sono state dette in precedenza
furono considerate con sottigliezza anche da filosofi pagani,
sebbene molti di essi abbiano errato in certi punti; e anche coloro che
hanno detto la verità vi sono giunti solo dopo una lunga e laboriosa ricerca.
Vi sono però altre verità intorno a Dio, tramandate dalla tradizione
della dottrina cristiana, alle quali i filosofi non poterono giungere.
E circa queste cose noi siamo istruiti oltre alle possibilità umane
dalla fede cristiana.
Si tratta dunque di questo fatto: Dio, pur essendo, come si è visto,
uno e semplice, è tuttavia Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo,
e questi Tre non sono tre dèi, ma un unico Dio.
È quello che, per quanto ci è possibile, ci proponiamo di considerare.
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