Il Santo Rosario
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Questione 89

Il ricupero delle virtù mediante la penitenza

Veniamo ora a considerare il ricupero delle virtù mediante la penitenza.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se mediante la penitenza le virtù ci vengano restituite; 2. Se vengano restituite nello stesso grado; 3. Se al penitente venga restituito lo stesso grado di dignità; 4. Se gli atti virtuosi compiuti prima vengano "mortificati" dal peccato; 5. Se le opere "mortificate" dal peccato possano reviviscere con la penitenza; 6. Se le opere morte, cioè compiute senza la carità, possano essere rese vive dalla penitenza.

ARTICOLO 1

Se mediante la penitenza le virtù vengano restituite

SEMBRA che mediante la penitenza le virtù non vengano restituite. Infatti:
1. Le virtù perdute non possono essere restituite se non perché la penitenza è capace di causarle. Ma la penitenza, essendo una virtù, non può essere la causa di tutte le virtù: soprattutto se pensiamo che alcune sono per natura superiori alla penitenza, come sopra abbiamo visto. Dunque esse non vengono restituite dalla penitenza.
2. La penitenza consiste in certi atti del penitente. Ora, le virtù soprannaturali non vengono causate dai nostri atti; infatti S. Agostino afferma che le virtù "Dio le causa in noi senza di noi". Perciò è evidente che le virtù non vengono restaurate dalla penitenza.
3. Chi possiede una virtù opera senza difficoltà e con piacere: cosicché il Filosofo afferma, che "non è giusto colui il quale non gode del suo atto di giustizia". Molti penitenti invece sentono difficoltà nel compiere gli atti virtuosi. Dunque dalla penitenza non vengono restituite le virtù.

IN CONTRARIO: Nella parabola evangelica il padre comanda che il figlio pentito sia rivestito "con la veste più preziosa", che a detta di S. Ambrogio è "la veste della sapienza", la quale è accompagnata da tutte le virtù, secondo le parole della Scrittura: "Essa insegna la temperanza e la giustizia, la prudenza e la fortezza, delle quali non c'è nulla di più utile in vita per gli uomini". Quindi dalla penitenza vengono restituite tutte le virtù.

RISPONDO: Come sopra abbiamo visto, dalla penitenza vengono rimessi i peccati. Ma la remissione dei peccati non si può avere senza l'infusione della grazia. Quindi mediante la penitenza all'uomo viene infusa la grazia. Ma dalla grazia derivano tutte le virtù infuse, come dall'essenza dell'anima promanano tutte le potenze, secondo le spiegazioni date nella Seconda Parte. Si deve perciò concludere che dalla penitenza vengono restituite tutte le virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La penitenza, come abbiamo già notato, restituisce le virtù in quanto è causa della grazia. Ora, essa è causa della grazia in quanto sacramento: poiché in quanto virtù la penitenza è più effetto che causa della grazia. Perciò non segue che la penitenza in quanto è una virtù sia causa delle altre virtù: ma che essa, come tutti gli abiti delle altre virtù, viene causata dal sacramento.
2. Nel sacramento della penitenza gli atti umani costituiscono la materia: ma il principio formale di questo sacramento sta nel potere delle chiavi. Quindi il potere delle chiavi è la causa efficiente della grazia e delle virtù: sebbene in maniera strumentale. Invece il primo atto del penitente, cioè la contrizione, costituisce come l'ultima disposizione al conseguimento della grazia: gli atti successivi al contrario derivano già dalla grazia e dalle virtù.
3. Come abbiamo già detto, talora dopo il primo atto della penitenza che è la contrizione, rimangono (nell'anima) delle scorie dei peccati, cioè delle disposizioni causate dagli atti peccaminosi precedenti, dalle quali nascono per il penitente certe difficoltà nel compiere gli atti virtuosi: ma per quanto dipende dall'inclinazione della carità e delle altre virtù, il penitente compie con piacere e senza difficoltà gli atti virtuosi. Si tratta cioè di una difficoltà accidentale simile a quella di una persona virtuosa, la quale nel compiere un atto di virtù è disturbata dal sonno o da un'altra indisposizione corporale.

ARTICOLO 2

Se dopo la penitenza l'uomo risorga nello stesso grado di virtù

SEMBRA che dopo la penitenza l'uomo risorga nello stesso grado di virtù. Infatti:
1. L'Apostolo scrive: "Per coloro che amano Dio tutto coopera al bene", e la Glossa, tratta da S. Agostino, spiega che ciò è tanto vero, "che se alcuni di essi escono fuori di strada, Dio fa sì che anche questo giovi al loro bene". Ora, ciò non avverrebbe se uno risorgesse in un grado inferiore di virtù.
2. S. Ambrogio afferma che "la penitenza è quell'ottima cosa, la quale convoglia verso la perfezione tutti i difetti". Ora, questo non avverrebbe se le virtù non fossero ricuperate nello stesso grado di prima. Dunque mediante la penitenza si ricupera una virtù dello stesso grado.
3. A proposito di quel testo della Genesi, "Tra sera e mattino si compì un giorno", la Glossa spiega: "La luce vespertina è quella che la caduta ci fa perdere; quella mattutina è quella che si conquista col risorgere". Ma la luce mattutina è superiore a quella vespertina. Quindi si risorge con una grazia o carità superiore a quella perduta. - Ciò sembra concordare con quanto dice l'Apostolo: "Dove abbondò il peccato, ivi sovrabbondò la grazia".

IN CONTRARIO: La carità dei proficienti o dei perfetti è superiore a quella degli incipienti. Ora, capita che uno cada mentre possiede la carità dei proficienti, e risorga con la carità degli incipienti. Dunque l'uomo anche nella virtù risorge sempre in un grado inferiore.

RISPONDO: Il moto del libero arbitrio che si riscontra nella giustificazione del peccatore, è, come abbiamo rilevato sopra, l'ultima disposizione dell'uomo alla grazia: perciò nello stesso istante si ha l'infusione della grazia e il predetto moto del libero arbitrio, come abbiamo visto nella Seconda Parte. E in codesto moto si riscontra un atto della penitenza, secondo le spiegazioni date in precedenza. Ora, è evidente che le forme suscettibili di maggiore o minore intensità sono di un grado maggiore o minore secondo la diversa disposizione del soggetto, come abbiamo spiegato nella Seconda Parte. Perciò, a seconda che il moto del libero arbitrio è nella penitenza più intenso o più debole, il penitente consegue una grazia maggiore o minore.
Ebbene, l'intensità del moto suddetto talora capita che sia proporzionata a una grazia superiore a quella da cui il penitente era decaduto col peccato; talora invece capita che sia uguale; e talora inferiore. Perciò il penitente talora risorge con una grazia superiore a quella precedente; talora con una uguale; e talora con una grazia inferiore. Lo stesso si dica delle virtù che accompagnano la grazia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non a tutti coloro che amano Dio coopera al bene il fatto di decadere dall'amore di Dio col peccato, com'è evidente nel caso di coloro che cadono e non risorgono più, oppure risorgono per cadere di nuovo: ma solo "per quelli che secondo il piano di Dio son chiamati ad esser santi", cioè per i predestinati; i quali per quanto cadano in definitiva risorgono. Perciò la caduta torna a loro vantaggio, non perché risorgono con una grazia più grande, ma perché risorgono con una grazia più duratura: e questo non da parte della grazia, la quale quanto è maggiore altrettanto è più duratura; ma da parte del soggetto, il quale tanto è più stabile nella grazia, quanto è più cauto e più umile. Ecco perché la Glossa riferita aggiunge che la caduta torna a loro vantaggio, "perché si rialzano più umili, e più prudenti".
2. La penitenza di suo ha la virtù di riparare tutti i difetti alla perfezione, e anzi di promuovere a uno stato superiore: questo però talora viene impedito da parte dell'uomo, che si muove con poco impegno nella ricerca di Dio e nella detestazione del peccato. Anche nel battesimo, del resto, gli adulti conseguono una grazia maggiore o minore a seconda del diverso modo col quale vi si dispongono.
3. La comparazione dell'una e dell'altra grazia alla luce vespertina e a quella mattutina è legata alla somiglianza nell'ordine di successione; poiché alla luce vespertina seguono le tenebre della notte, mentre alla luce mattutina segue la luce del giorno: ma non è legata alla maggiore o minore somiglianza rispetto all'intensità.
Le parole di S. Paolo poi vanno riferite alla grazia la quale supera tutto il cumulo dei peccati dell'uomo. Ma non è vero per tutti, che quanto più uno ha peccato, tanta più grazia riceve rispetto alla quantità della grazia abituale. Tuttavia si ha una grazia sovrabbondante rispetto alla nozione stessa di grazia: poiché per un peccatore più grande il beneficio del perdono è maggiormente gratuito. - Capita tuttavia che talora coloro i quali hanno peccato di più concepiscano maggior dolore: e allora essi conseguono un abito più ricco di grazia e di virtù, com'è evidente nel caso della Maddalena.
4. All'argomento in contrario si deve rispondere che nell'identico uomo la grazia di proficiente è superiore a quella di incipiente: ma in uomini diversi ciò non è necessario. Infatti uno può iniziare da una grazia più grande, che un altro raggiunge nello stato di progresso. S. Gregorio, p. es., nel Dialogo esclama: "Conoscano gli uomini presenti e futuri da quanta perfezione S. Benedetto fanciullo abbia iniziato la grazia della conversione".

ARTICOLO 3

Se la penitenza restituisca un uomo alla dignità precedente

SEMBRA che la penitenza non restituisca l'uomo alla dignità precedente. Infatti:
1. A commento delle parole di Amos, "La vergine d'Israele è caduta", la Glossa spiega: "Il profeta non nega che essa possa risorgere, ma che possa risorgere vergine: perché la pecora una volta smarrita, anche se riportata sulle spalle del Pastore, non ha mai tanta gloria, quanta ne ha quella che non si smarrì". Dunque con la penitenza non si può ricuperare la dignità antecedente.
2. S. Girolamo afferma: "Coloro che non hanno custodito la dignità della loro vita divina, si contentino di salvare la loro anima: poiché tornare al grado di prima è cosa difficile". - E il Papa Innocenzo I scrive, che "i canoni di Nicea escludono i penitenti anche dagli uffici più umili dei chierici". Perciò con la penitenza l'uomo non può ricuperare la dignità che aveva in precedenza.
3. Prima del peccato uno ha la possibilità di salire a un grado superiore. Ma questo non si concede al penitente dopo il peccato; poiché in Ezechiele si legge: "I leviti che hanno disertato da me non si accosteranno a me per fungere da sacerdoti". Di qui la disposizione del Concilio di Lerida I inserita nei canoni del Decreto: "Coloro che addetti al servizio dell'altare hanno ceduto d'improvviso alla fragilità della carne, e per la misericordia di Dio se ne sono pentiti, riprendano i loro posti nelle funzioni sacre, però non vengano promossi ad uffici superiori". Quindi la penitenza non restituisce l'uomo alla sua dignità precedente.

IN CONTRARIO: Nella medesima distinzione del Decreto (di Graziano) viene riferito il testo seguente di S. Gregorio: "Dopo una degna soddisfazione, crediamo che uno possa riprendere la sua dignità". E nel Concilio di Agde fu decretato: "I chierici contumaci devono essere puniti dai loro vescovi avendo riguardo alla loro dignità; cosicché dopo essere stati corretti dalla penitenza, rientrino in possesso del loro grado e dignità".

RISPONDO: L'uomo col peccato viene a perdere due tipi di dignità: il primo presso Dio, il secondo presso la Chiesa. Presso Dio egli perde una duplice dignità. Una dignità principale, per cui "era computato tra i figli di Dio" mediante la grazia. E questa viene recuperata dalla penitenza. A ciò si accenna nella parabola evangelica del figliol prodigo, allorché dopo il pentimento il padre comanda di restituire "la veste più preziosa, l'anello e i calzari". - Perde poi una dignità secondaria, cioè l'innocenza: di cui nella parabola evangelica ricordata, si gloriava il figlio maggiore con quelle parole: "Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando". E questa dignità il penitente non può ricuperarla. - Talora però egli ricupera qualche cosa di più grande. Poiché, come scrive S. Gregorio, "coloro i quali considerano le proprie defezioni da Dio, ricompensano con i guadagni successivi le perdite precedenti. Ecco perché di essi si fa più festa in cielo: perché il comandante ama di più nel combattimento quel soldato che, tornato indietro dopo aver tentato la fuga, incalza coraggiosamente il nemico, piuttosto che quello il quale, senza aver mai voltato le spalle al nemico, non compie mai un grande atto di coraggio".
Inoltre col peccato un uomo può perdere la sua dignità presso la Chiesa, rendendosi indegno di esercitare quei compiti che sono inerenti alla dignità ecclesiastica. Ebbene, questa è proibito riacquistarla per vari motivi. Primo, perché alcuni non fanno penitenza. Di qui le parole di S. Isidoro, riferite dal Decreto (di Graziano): "I canoni prescrivono di riabilitare nel loro grado gerarchico coloro che hanno soddisfatto per le loro colpe, e che le hanno confessate. Coloro invece che non si sono emendati dal peccato non devono ottenere né il loro grado né la grazia della comunione ecclesiastica". - Secondo, perché alcuni ne fanno penitenza con poco impegno. Di qui le parole dei Canoni: "Quando nei chierici penitenti non si riscontra né la compunzione dell'umiltà, né l'assiduità nella preghiera, nei digiuni o nelle buone letture, possiamo arguire con quanta negligenza si comporterebbero, se tornassero alle loro dignità precedenti". - Terzo, nel caso che uno abbia commesso un peccato cui è annessa qualche irregolarità. Di qui il canone del Concilio tenuto dal Papa Martino: "Se uno ha sposato una vedova o una donna lasciata da altri, non venga ammesso nel clero. E se vi si è intruso, venga espulso. Lo stesso si faccia qualora dopo il battesimo uno si sia reso responsabile di omicidio, o col fatto, o col comando, o col consiglio, anche se per difesa". In quest'ultimo caso l'esclusione non è dovuta al peccato, ma all'irregolarità. - Quarto, a motivo dello scandalo. Ecco perché nella stessa distinzione del Decreto si leggono le seguenti espressioni di Rabano Mauro: "Coloro che pubblicamente sono stati convinti di spergiuro, di furto, di fornicazione o di altri crimini, vengano degradati a norma dei canoni: poiché è uno scandalo per il popolo di Dio avere sopra di sé siffatte persone. A coloro invece che confessano al sacerdote peccati di codesto genere da loro commessi segretamente, se son disposti a farne penitenza mediante digiuni, elemosine, veglie e preghiere, si deve promettere la speranza del perdono per la misericordia di Dio". Nei Canoni inoltre si legge: "Se i crimini non sono stati provati per una sentenza giudiziaria, e non sono altrimenti notori, all'infuori del caso di omicidio, dopo la penitenza non possono impedire di esercitare gli ordini ricevuti e di riceverli".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La verginità al pari dell'innocenza è irreparabile, rientrando essa nella dignità secondaria che è possibile avere di fronte a Dio.
2. S. Girolamo nelle parole riferite non dice che è impossibile, ma che è difficile che uno dopo il peccato riacquisti il grado di prima: perché questo non viene concesso, come abbiamo visto nell'articolo, se non a chi compie una perfetta penitenza.
Alle prescrizioni dei Canoni che sembrano proibire questa riabilitazione, S. Agostino fa il seguente commento: "La disposizione presa dalla Chiesa di vietare lo stato clericale, di tornare ad esso o di rimanervi dopo aver espiato un crimine con la penitenza, non si deve alla mancanza di fiducia nel perdono, ma al rigore della disciplina. Altrimenti si metterebbe in discussione il potere delle chiavi dato alla Chiesa con quelle parole: "Qualunque cosa scioglierete sulla terra sarà sciolta anche nei cieli"". E poco dopo aggiunge: "Infatti anche il santo re David fece penitenza dei suoi delitti; e tuttavia rimase nella sua dignità. E S. Pietro, dopo aver versato amarissime lacrime ed essersi pentito di aver rinnegato il Signore, rimase pur sempre Apostolo. Tuttavia non si deve reputare inutile il rigore degli antichi, i quali, senza togliere nulla alla certezza della salute, aggiunsero qualche cosa a vantaggio dell'umiltà: sapendo essi per esperienza, così io penso, che alcuni fingono delle penitenze per il miraggio degli onori".
3. Le norme ricordate si riferiscono solo a coloro che sono stati assoggettati a una penitenza pubblica, e quindi non possono essere promossi a un grado superiore. Infatti S. Pietro fu costituito pastore del gregge di Cristo dopo il suo rinnegamento, come narra S. Giovanni. Cosicché il Crisostomo scrive, che "Pietro dopo il rinnegamento e il pentimento mostrò di avere maggiore confidenza con Cristo. Egli infatti, che nell'ultima cena non aveva osato interrogarlo, ma aveva di ciò incaricato Giovanni, dopo aver ricevuto la presidenza sui fratelli, non solo non incarica un altro di interrogarlo su quanto riguardava lui, ma direttamente interroga il Maestro per Giovanni".

ARTICOLO 4

Se gli atti virtuosi compiuti nella carità possano essere "mortificati"

SEMBRA che gli atti virtuosi compiuti nella carità non possano essere "mortificati". Infatti:
1. Ciò che non esiste non può essere mutato. Ma il subire la morte è una mutazione dalla vita alla morte. Poiché dunque gli atti virtuosi dopo essere stati compiuti non esistono più, è chiaro che essi non possono essere "mortificati".
2. Con gli atti virtuosi compiuti nella carità l'uomo merita la vita eterna. Ora, sottrarre la mercede a chi l'ha meritata è un'ingiustizia, che è inconcepibile in Dio. Dunque è impossibile che gli atti virtuosi compiuti nella carità vengano "mortificati" dal peccato che li segue.
3. Ciò che è più potente non può essere distrutto da ciò che è più debole. Ma le opere della carità sono più forti di tutti i peccati: perché, come si dice nei Proverbi, "la carità copre tutti i peccati". Perciò le opere compiute nella carità non possono perire per il peccato mortale successivo.

IN CONTRARIO: In Ezechiele si legge: "Se il giusto avrà traviato dalla sua giustizia, tutte le sue opere giuste non saranno più ricordate".

RISPONDO: Un essere vivo perde con la morte le operazioni della vita: ecco perché si dice metaforicamente che le cose vengono "mortificate", quando se ne impedisce l'effetto o l'operazione. Ora, effetto degli atti virtuosi compiuti nella carità è quello di condurre alla vita eterna. E questo viene impedito dal peccato mortale successivo, il quale toglie la grazia. Ecco perché le opere compiute nella carità si dice che "vengono mortificate" dal peccato mortale successivo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come gli atti peccaminosi passano per il loro atto ma rimangono per il reato, così gli atti compiuti nella carità dopo essere passati per il loro atto rimangono per il merito nel gradimento di Dio. E in questo essi "vengono mortificati": perché l'uomo viene impedito dal conseguire la sua mercede.
2. Si può sottrarre senza ingiustizia la mercede, quando chi l'ha meritata se ne rende indegno con una colpa successiva. Infatti talora uno può perdere giustamente per una colpa persino il premio che aveva già conseguito.
3. Le opere compiute nella carità non vengono "mortificate" per la potenza delle opere del peccato; ma per la libertà del volere che può piegarsi dal bene al male.

ARTICOLO 5

Se le opere "mortificate" dal peccato reviviscano con la penitenza

SEMBRA che le opere "mortificate" dal peccato non reviviscano con la penitenza. Infatti:
1. Come i peccati passati vengono rimessi dalla penitenza che li segue, così le opere compiute nella carità vengono annullate o "mortificate" dal peccato successivo. Ma i peccati rimessi non ritornano mediante la penitenza, come sopra abbiamo dimostrato. Dunque neppure le opere mortificate reviviscono mediante la carità.
2. Le opere si dice che "vengono mortificate" a somiglianza degli animali che muoiono, come sopra abbiamo notato. Ora, l'animale morto non può essere di nuovo vivificato. Quindi neppure le opere "mortificate" possono reviviscere con la penitenza.
3. Le opere compiute nella carità meritano la gloria secondo la misura della grazia e della carità. Ma talora con la penitenza uno risorge con una grazia o carità inferiore a quella di prima. Quindi non può conseguire la gloria secondo i meriti delle opere precedenti. Perciò sembra che le opere "mortificate" dal peccato non reviviscano.

IN CONTRARIO: Spiegando quel testo di Gioele, "Vi restituirò le annate che ha divorato la locusta", la Glossa afferma: "Non permetterò che perisca l'abbondanza che avete perduto per la perturbazione della vostra anima". Ma tale abbondanza è il merito delle opere buone, che fu perduto per il peccato. Quindi con la penitenza reviviscono le opere meritorie compiute prima del peccato.

RISPONDO: Alcuni hanno affermato che le opere meritorie mortificate dal peccato non reviviscono con la penitenza successiva, partendo dal fatto che codeste opere non rimangono per poter poi essere di nuovo vivificate.
Ma questo non può impedire la loro reviviscenza. Esse infatti hanno il potere di condurre alla vita eterna, nel quale consiste la loro vita, non solo per il fatto che esistono attualmente, ma anche dopo che cessano di esistere, in quanto rimangono nell'accettazione di Dio. E qui esse di suo rimangono anche dopo essere state mortificate dal peccato: perché codeste opere una volta fatte saranno sempre accette a Dio, e i santi ne godranno, secondo le parole dell'Apocalisse: "Tieni ciò che hai, perché altri non prenda la tua corona". Che poi esse non siano efficaci a condurre alla vita eterna colui che le compì, deriva dall'impedimento del peccato successivo, che rese costui indegno di essa. Ma tale impedimento viene tolto dalla penitenza, poiché con essa vengono rimessi i peccati. Perciò ne segue che le opere già "mortificate" ricuperano con la penitenza l'efficacia di condurre alla vita eterna colui che le aveva compiute: e ciò significa che reviviscono. Quindi è evidente che le opere mortificate, mediante la penitenza reviviscono.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le opere del peccato dalla penitenza vengono distrutte direttamente: cosicché, per la misericordia di Dio, di esse non rimane né la macchia né il reato. Invece le opere compiute nella carità non vengono distrutte da Dio, nella cui accettazione rimangono: ma solo incontrano un impedimento da parte dell'uomo. Perciò tolto questo impedimento Dio compie da parte sua quello che le opere meritavano.
2. Le opere compiute nella carità non muoiono per se stesse, come abbiamo già notato, ma solo per l'impedimento sorto da parte di chi le aveva compiute. Invece gli animali muoiono per se stessi, perché vengono privati del principio vitale. Perciò il paragone non regge.
3. Colui che mediante la penitenza risorge con una carità minore, conseguirà il premio essenziale secondo la misura della carità in cui si trova a morire: tuttavia avrà una gioia più grande per le opere compiute nel primo periodo vissuto nella carità, che per quelle compiute nel secondo, gioia che rientra nel premio accidentale.

ARTICOLO 6

Se le opere morte siano anch'esse vivificate dalla penitenza successiva

SEMBRA che anche le opere morte, cioè fatte in stato di peccato, siano vivificate dalla successiva penitenza. Infatti:
1. È più difficile che torni in vita quanto ha subito la morte, il che non si verifica mai in natura, piuttosto che venga vivificato ciò che non fu mai vivo: poiché da cose non vive secondo natura vengono generati certi viventi. Ma le opere "mortificate" dal peccato vengono vivificate dalla penitenza, come abbiamo visto nell'articolo precedente. Quindi a maggior ragione vengono così vivificate le opere morte.
2. Eliminata la causa si elimina anche l'effetto. Ora, la causa per cui le opere buone compiute senza la carità non furono vive, fu la mancanza della carità e della grazia. Ma questa mancanza viene a cessare con la penitenza. Dunque con la penitenza le opere morte reviviscono.
3. S. Girolamo scrive: "Quando vedi che uno tra molti mali compie qualche opera buona, non devi credere che Dio sia tanto ingiusto da dimenticare per il molto male quel poco di bene". Ma questo viene ricordato soprattutto quando con la penitenza vengono cancellate le colpe passate. Dunque in seguito alla penitenza Dio ricompensa il bene compiuto in stato di peccato: e cioè gli ridona la vita.

IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive: "Quando anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri, e consegnassi il mio corpo alle fiamme, se non ho la carità non mi giova a nulla". Ora, questo non avverrebbe, se almeno con la penitenza successiva codeste opere potessero essere vivificate. Perciò la penitenza non ridà vita alle opere morte.

RISPONDO: Un'opera si può dire morta in due maniere. Primo, in senso effettivo: cioè perché causa la morte. E in tal senso si dicono morti gli atti peccaminosi, come in quelle parole di S. Paolo: "Il sangue di Cristo purificherà le nostre coscienze dalle opere morte". Perciò questo tipo di opere morte non vengono vivificate dalla penitenza, ma piuttosto cancellate, secondo l'altra espressione paolina: "Non getteremo di nuovo le fondamenta della penitenza dalle opere morte".
Secondo, le opere possono dirsi morte in senso privativo: nel senso cioè che mancano della vita spirituale che deriva dalla carità, mediante la quale l'anima è unita a Dio di cui essa vive come il corpo mediante l'anima. E in questo senso anche la fede priva della carità si dice che è morta, secondo le parole di S. Giacomo: "La fede senza le opere è morta". E in questo senso tutte le opere che son buone nel loro genere, compiute senza la carità, devono dirsi morte: poiché esse non derivano da un principio vitale; come diciamo che dà una voce morta la cetra. Perciò la distinzione tra opere morte e opere vive è fatta in base al principio da cui procedono. Ora, le opere non possono tornare di nuovo a procedere dal loro principio: perché passano e non possono essere ripetute nella loro identità numerica. Quindi è impossibile che le opere morte ridiventino vive mediante la penitenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In natura sia gli esseri morti che quelli mortificati (o sopraffatti dalla morte) mancano del principio vitale. Ma le opere si denominano mortificate non dal principio da cui promanano, bensì da un impedimento estrinseco. Invece si denominano morte in riferimento al loro principio. Perciò il paragone non regge.
2. Le opere buone fatte senza la carità si dicono morte per la mancanza della grazia e della carità quale principio di esse. Ora non può esser loro fornito dalla penitenza successiva di derivare da tale principio. Quindi l'argomento non vale.
3. Dio si ricorda del bene che uno compie in stato di peccato, per ricompensarlo non già nella vita eterna, dovuta solo alle opere vive, cioè fatte nella carità, ma con una ricompensa di ordine temporale. S. Gregorio, p. es., nel commentare la parabola del ricco e del povero Lazzaro, afferma che "se quel ricco non avesse fatto in vita nessun bene, mai più Abramo gli avrebbe detto: "Tu hai ricevuto dei beni nella tua vita"".
Oppure il suddetto ricordo può riferirsi a una certa mitigazione della condanna. Di qui le parole di S. Agostino: "Non possiamo dire che per uno scismatico (martirizzato) sarebbe stato meglio rinnegare Cristo, senza soffrire quel che ha sofferto confessandolo; cosicché le parole di S. Paolo, "Quand'anche consegnassi il mio corpo alle fiamme, se non ho la carità non mi giova a nulla", sono da riferirsi allo scopo di conseguire il regno dei cieli, non già a quello di mitigare il supplizio inflitto nell'ultimo giudizio".