Il Santo Rosario
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Questione 88

Il ritorno dopo la penitenza dei peccati rimessi

Passiamo quindi a considerare il ritorno, dopo la penitenza, dei peccati rimessi.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se i peccati rimessi con la penitenza, assolutamente parlando, ritornino col peccato successivo; 2. Se essi ritornino per l'ingratitudine soprattutto in forza di certi peccati; 3. Se ritornino con lo stesso grado di colpevolezza; 4. Se l'ingratitudine per cui ritornano sia un peccato speciale.

ARTICOLO 1

Se i peccati rimessi ritornino col peccato successivo

SEMBRA che i peccati rimessi ritornino col peccato successivo. Infatti:
1. S. Agostino afferma: "Che tornino i peccati perdonati quando manca la somma carità lo insegna apertissimamente il Signore nel Vangelo, nella parabola di quel servo al quale il padrone addebitò di nuovo il debito condonato, per non aver egli voluto condonarlo al suo conservo". Ma questa carità fraterna viene eliminata con qualsiasi peccato mortale. Quindi con qualsiasi peccato mortale successivo tornano i peccati rimessi con la penitenza.
2. Nel commentare le parole evangeliche, "tornerò nella mia casa di dove sono uscito", S. Beda scrive: "Questo versetto merita da parte nostra più timore che commento; perché la colpa che credevamo estinta in noi non abbia ad opprimerci per la nostra incuria". Perciò le colpe rimosse con la penitenza possono ritornare.
3. Il Signore così ha detto al profeta Ezechiele: "Se il giusto si sarà allontanato dalla sua giustizia e avrà commesso l'iniquità, non saranno più ricordati tutti i suoi atti di giustizia". Ma tra tutti questi atti ci rientra anche la penitenza precedente: avendo noi già spiegato che la penitenza è parte della giustizia. Quindi quando chi si è pentito pecca di nuovo, non gli viene più contata la penitenza precedente, con la quale aveva conseguito il perdono dei peccati. Dunque tutti quei peccati ritornano.
4. I peccati passati vengono ricoperti dalla grazia, come dice S. Paolo citando le parole del salmista: "Beati coloro le cui iniquità sono rimesse e i cui peccati sono ricoperti". Ma col peccato mortale successivo la grazia sparisce. Dunque i peccati commessi in precedenza rimangono scoperti. Perciò essi ritornano.

IN CONTRARIO: 1. L'Apostolo afferma: "I doni di Dio e la sua vocazione sono senza pentimento". Ora, i peccati di chi ha fatto penitenza sono stati rimessi per un dono di Dio. Dunque per un peccato successivo i peccati rimessi non ritornano, come se Dio si pentisse del perdono accordato.
2. S. Agostino insegna: "Chi abbandona Cristo e finisce questa vita privo della grazia, dove va se non alla perdizione? Però non ricade in ciò che egli era stato rimesso, né si dannerà per il peccato originale".

RISPONDO: Nel peccato mortale si devono distinguere, come abbiamo detto, due aspetti: l'aversione, o allontanamento da Dio, e la conversione, o adesione a un bene creato. Ebbene, tutto ciò che di aversione c'è nel peccato mortale, in se stesso considerato, è comune a tutti i peccati mortali: perché uno viene allontanato da Dio con qualsiasi peccato mortale. Cosicché la macchia, consistente nella privazione della grazia, e il reato della pena eterna sono comuni a tutti i peccati mortali. Di qui la verità di quelle parole di S. Giacomo: "Chi pecca in una cosa è reo di tutte". Ma sotto l'aspetto della conversione i peccati mortali sono tra loro diversi e spesso contrari.
Perciò è evidente che dal lato della conversione il peccato mortale successivo non fa tornare i peccati mortali prima cancellati. Altrimenti ne seguirebbe che uno col peccato di prodigalità riacquisterebbe l'abito dell'avarizia e la disposizione ad esso, che prima era stato cancellato: cosicché una cosa verrebbe causata dal suo contrario, il che è impossibile. - Se consideriamo invece nei peccati mortali solo l'aspetto di aversione, col peccato successivo l'uomo viene privato della grazia e diventa reo della pena eterna come era prima. - Siccome però nel peccato mortale l'aversione acquista in qualche modo la sua gravità in rapporto al diverso tipo di conversione, cosicché l'aversione risulta diversa come diversa è la macchia e il reato della pena eterna secondo che deriva da questo o da quell'atto di peccato mortale, nasce il problema se la macchia e il reato della pena eterna, in quanto furono causati dai peccati già rimessi, tornino per il peccato mortale successivo.
Alcuni quindi ritengono che essi ritornino così in modo assoluto. - Ma questo non è possibile. Perché l'opera di Dio non può essere mai annullata dall'opera dell'uomo. Ora, la remissione dei peccati precedenti è opera della misericordia di Dio. Dunque non può essere annullata dal peccato successivo dell'uomo, conforme a quanto dice S. Paolo: "Che forse la loro incredulità ha reso vana la fedeltà di Dio?".
Altri perciò, ritenendo che i peccati ritornino, dissero che Dio non rimetterebbe i peccati al penitente quando nella sua prescienza egli sa che peccherà di nuovo; limitandosi ad accordargli la presente giustizia. Infatti Dio già sa che costui di codesti peccati dovrà essere punito eternamente, e tuttavia con la sua grazia egli lo rende presentemente giusto. - Però anche questo è insostenibile. Poiché se una causa è posta senza condizione, anche l'effetto sarà incondizionato. Perciò se la remissione dei peccati compiuta dalla grazia e dai sacramenti non fosse incondizionata, ma dipendente da una condizione futura, ne seguirebbe che la grazia e i sacramenti non sono causa efficace della remissione dei peccati. Il che è un errore, recando ingiuria alla grazia di Dio.
Perciò non può essere assolutamente che la macchia e il reato dei peccati precedenti ritornino in quanto causati da codesti atti.
Può capitare invece che un atto peccaminoso successivo contenga virtualmente il reato di un peccato precedente: poiché uno che pecca di nuovo per ciò stesso viene a peccare più gravemente di prima; secondo le parole di S. Paolo: "Con la tua durezza e col tuo cuore impenitente accumuli l'ira per il giorno dell'ira", e cioè per il fatto stesso che "viene disprezzata la bontà di Dio che attende a penitenza"; molto di più viene disprezzata la bontà di Dio se dopo la remissione dei peccati di nuovo si torna a peccare; nella misura appunto in cui è un beneficio più grande rimettere i peccati che sopportare un peccatore. Perciò, col peccato successivo alla penitenza, ritorna in qualche modo il reato dei peccati già rimessi; non in quanto era stato causato da questi, ma in quanto viene causato dall'ultima colpa perpetrata; la quale viene aggravata dai peccati precedenti. Questo non significa che i peccati precedenti ritornano in senso assoluto (simpliciter), ma solo in un certo senso (secundum quid) cioè in quanto sono contenuti virtualmente nel peccato successivo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo di S. Agostino va inteso del ritorno dei peccati quanto al reato (o debito) della pena eterna considerato in assoluto: cioè per il fatto che chi pecca dopo la penitenza incorre nel reato della pena eterna come prima; sebbene non vi incorra per la medesima ragione. Ecco perché S. Agostino nel De Responsionibus Prosperi, dopo aver detto che "non ricade nel peccato già rimesso, né si danna per quello originale", aggiunge: "Tuttavia egli viene colpito da quella stessa morte che gli era dovuta per i peccati rimessi": incorre cioè nella morte eterna, che aveva meritato con i peccati passati.
2. S. Beda con le parole suddette non intende affermare che la colpa già rimessa opprime l'uomo col ritorno del reato precedente: ma con il ripetersi dell'atto peccaminoso.
3. Il peccato successivo fa dimenticare gli atti precedenti di giustizia, in quanto erano meritori della vita eterna, non già in quanto erano un impedimento del peccato. Se uno infatti pecca mortalmente dopo aver restituito ciò che doveva, non ridiventa reo come se non l'avesse restituito. E molto meno viene dimenticata la penitenza già compiuta fino alla remissione delle sue colpe: tanto più che la remissione della colpa è più opera di Dio che opera dell'uomo.
4. La grazia elimina in modo assoluto la macchia e il reato della pena eterna: ricopre invece gli atti passati del peccato, facendo sì che per essi Dio non privi l'uomo della sua grazia e non lo consideri reo di pena eterna. Ma quello che la grazia una volta ha fatto, rimane in perpetuo.

ARTICOLO 2

Se le colpe rimesse ritornino specialmente per l'ingratitudine che si riscontra in quattro generi di peccati

SEMBRA che le colpe rimesse non ritornino specialmente per l'ingratitudine che si riscontra in quattro generi di peccati, cioè nell'odio tra fratelli, nell'apostasia dalla fede, nel disprezzo della confessione e nel dolersi della penitenza fatta; il che fu espresso nei due versi seguenti: "Fratres odit, apostata fit, spernitque fateri, - Poenituisse piget, pristina culpa redit". Infatti:
1. Tanto più l'ingratitudine è grave quanto più grave è il peccato che uno commette contro Dio dopo il beneficio della remissione delle colpe: Ora, ci sono dei peccati più gravi di quelli indicati: p. es., la bestemmia contro Dio, e contro lo Spirito Santo. Perciò le colpe rimesse non ritornano per l'ingratitudine commessa secondo i peccati suddetti più che secondo altri peccati.
2. Rabano Mauro afferma: "Dio consegnò il servo iniquo ai manigoldi fino a che non avesse soddisfatto tutto il debito; perché non solo vengono imputati all'uomo i peccati commessi dopo il battesimo, ma anche quello originale, rimesso col battesimo". Ma tra i debiti vengono annoverati anche i peccati veniali, e compresi in quelle parole: "Rimetti a noi i nostri debiti". Perciò anche i veniali ritornano con l'ingratitudine. Quindi per lo stesso motivo i peccati rimessi possono tornare con i peccati veniali perdonati in precedenza, e non solo con i peccati suddetti.
3. L'ingratitudine è tanto maggiore quanto è più grande il beneficio cui segue il peccato. Ora, è beneficio di Dio la stessa innocenza, per cui evitiamo il peccato. Scrive infatti S. Agostino: "Attribuisco alla tua grazia l'aver io evitato tutti i peccati che non ho commesso". Ma l'innocenza è un dono più grande della remissione di tutti i peccati. Perciò non è meno ingrato verso Dio colui che pecca la prima volta dopo aver conservato l'innocenza, di chi pecca dopo la penitenza. Dunque i peccati perdonati non ritornano in modo speciale per l'ingratitudine implicita nei peccati suddetti.

IN CONTRARIO: S. Gregorio scrive: "Risulta dalle parole evangeliche che ci verrà richiesto di nuovo quanto godevamo di aver cancellato con la penitenza, se noi non perdoneremo di cuore le offese ricevute". Quindi i peccati rimessi ritornano per l'ingratitudine specialmente a motivo dell'odio fraterno. E lo stesso va detto degli altri peccati ricordati.

RISPONDO: I peccati rimessi con la penitenza si dice che ritornano, come sopra abbiamo spiegato, in quanto il loro reato (o debito di pena) è contenuto virtualmente nel peccato successivo a motivo dell'ingratitudine. Primo, per il fatto che quest'ultimo viene commesso contro il beneficio ricevuto. E in tal senso con qualsiasi colpa mortale con cui offende Dio, l'uomo si rende ingrato verso colui che ne aveva rimesso i peccati. E così con qualsiasi peccato successivo ritornano i peccati già rimessi a motivo dell'ingratitudine.
Secondo, l'ingratitudine può essere commessa non solo contro il beneficio, ma addirittura agendo contro la formalità stessa del beneficio concesso. Ebbene, da parte del benefattore quest'ultima è la condonazione del debito. Perciò agisce contro questa formalità colui che non perdona al fratello che chiede scusa, ma conserva odio. - Da parte invece del penitente, il quale riceve questo beneficio, si riscontrano due moti del libero arbitrio. Il primo è il moto del libero arbitrio verso Dio, che consiste nell'atto della fede formata: e contro di esso agisce l'uomo apostatando dalla fede; il secondo è il moto del libero arbitrio contro il peccato, che è un atto di penitenza. Ora, sopra abbiamo già visto che questa porta a detestare prima di tutto i peccati passati: e contro di essa agisce colui che si ripente del pentimento avuto. In secondo luogo la penitenza porta il penitente a sottomettersi alle chiavi della Chiesa con la confessione, secondo le parole del Salmista: "Io ho detto: Confesserò contro di me la mia ingiustizia al Signore, e tu mi hai perdonato l'empietà del mio peccato". E contro tale effetto agisce colui che trascura di confessarsi come si era proposto.
Ecco perché si dice che specialmente l'ingratitudine di tali peccati fa tornare le colpe perdonate in precedenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'effetto di cui si parla viene attribuito in modo speciale a tali colpe non perché sono più gravi delle altre: ma perché più direttamente si oppongono al beneficio della remissione dei peccati.
2. Anche i peccati veniali, come pure quello originale, si può dire che ritornano nel modo indicato sopra, al pari dei peccati mortali: in quanto viene disprezzato il beneficio di Dio che consiste nella loro remissione. Tuttavia col peccato veniale non si incorre nell'ingratitudine; perché peccando venialmente l'uomo non agisce contro Dio, ma a prescindere da lui. Perciò in nessun modo i peccati rimessi possono tornare per i peccati veniali.
3. Un beneficio può essere misurato in due maniere. Primo, in base alla grandezza del beneficio stesso. E da questo lato l'innocenza è un beneficio di Dio superiore alla penitenza, che viene denominata "la seconda tavola dopo il naufragio". Secondo il beneficio può essere misurato in rapporto a chi lo riceve, che magari ne è meno degno, e allora è maggiormente gratuito. In tal caso chi lo disprezza è più ingrato. E in tal senso è superiore il beneficio della remissione della colpa, perché offerto a chi ne è del tutto indegno. Di qui deriva che sia maggiore l'ingratitudine.

ARTICOLO 3

Se dall'ingratitudine del peccato successivo derivi un reato pari a quello dei peccati che erano stati rimessi

SEMBRA che dall'ingratitudine del peccato successivo derivi un reato pari a quello dei peccati che erano stati rimessi. Infatti:
1. La grandezza del beneficio si misura qui dalla grandezza del peccato rimesso; e di conseguenza da quest'ultima si misura l'ingratitudine con la quale si disprezza questo beneficio. Ma la gravità del reato che ne segue dipende dalla grandezza dell'ingratitudine. Dunque dall'ingratitudine del peccato successivo deriva un reato pari a quello dei peccati commessi in precedenza.
2. Pecca di più chi offende Dio che chi offende l'uomo. Ora, uno schiavo colpevole che era stato affrancato viene condannato a una schiavitù identica a quella da cui era stato liberato, oppure ad una più grave. Molto più dunque sarà soggetto a un reato di pena pari a quello precedente colui che pecca contro Dio dopo la liberazione dal peccato.
3. Nella parabola evangelica si dice, di colui al quale vennero addebitati di nuovo i peccati per l'ingratitudine, che "il padrone lo consegnò ai manigoldi, fino a che non avesse saldato tutto il debito". Ora, questo non sarebbe avvenuto, se dall'ingratitudine non derivasse un reato pari a quello di tutti i peccati precedenti. Perciò con l'ingratitudine ritorna un reato della stessa gravità.

IN CONTRARIO: Nel Deuteronomio si legge: "Secondo la misura del peccato sarà la misura del castigo". Da ciò risulta che da un peccato piccolo non deriva un grave reato. Ebbene, spesso il peccato mortale successivo è molto minore di tutti i peccati perdonati in precedenza. Dunque dal peccato successivo non deriva un reato pari a quello dei peccati che erano stati rimessi.

RISPONDO: Alcuni hanno affermato che dal peccato successivo, a motivo dell'ingratitudine, deriva un reato di pena pari a quello di tutti i peccati che erano stati perdonati, oltre al reato proprio di codesto nuovo peccato. - Ma ciò non segue necessariamente. Poiché abbiamo già spiegato sopra che il reato dei peccati precedenti non torna col peccato successivo in forza degli atti delle colpe precedenti, ma solo come conseguenza dell'atto peccaminoso successivo. Perciò è indispensabile che la gravità del reato che ritorna sia secondo la gravità del nuovo peccato. Ora, può anche capitare che la gravità di quest'ultimo sia pari alla gravità di tutti i peccati precedenti: ma ciò non è sempre necessario, sia che si parli della gravità specifica, poiché talora il peccato successivo è una semplice fornicazione; mentre quelli precedenti erano magari omicidi, adulteri, o sacrilegi; sia che si parli della gravità derivante dall'ingratitudine implicita in esso. Infatti non è necessario che la misura dell'ingratitudine sia pari alla grandezza del beneficio ricevuto, il quale si misura dalla gravità dei peccati che erano stati rimessi. Capita infatti che rispetto al medesimo beneficio uno sia molto ingrato, o per l'intensità del disprezzo di esso, o per la gravità della colpa commessa contro il benefattore; un altro invece lo sia poco, o perché ha meno disprezzo, o perché agisce meno contro il suo benefattore. La gravità dell'ingratitudine è solo proporzionalmente uguale alla grandezza del beneficio: supposto cioè l'identico disprezzo per il beneficio ricevuto, o l'identica offesa del benefattore, l'ingratitudine è tanto più grave, quanto maggiore è stato il beneficio.
Perciò è evidente che il peccato successivo non sempre implica necessariamente, per l'ingratitudine commessa, un reato pari a quello dei peccati rimessi in precedenza: ma implica proporzionalmente che quanto più numerosi e gravi erano i peccati rimessi, tanto sia maggiore il reato che ritorna con qualsiasi peccato mortale successivo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il beneficio del perdono della colpa riceve la sua grandezza assoluta dalla gravità dei peccati perdonati. Ma il peccato dell'ingratitudine non riceve la sua grandezza assoluta dalla grandezza del beneficio, bensì da quella del disprezzo o dell'offesa, come sopra abbiamo notato. Perciò la pretesa conclusione non segue.
2. Lo schiavo affrancato non viene costretto alla schiavitù di prima per qualsiasi ingratitudine, ma per un'ingratitudine grave.
3. A colui al quale vengono riaddebitati i peccati rimessi, a motivo dell'ingratitudine successiva, viene accollato "tutto il debito" per il fatto che la gravità dei peccati precedenti, come abbiamo spiegato, si riscontra nell'ingratitudine successiva in maniera proporzionale non già assoluta.

ARTICOLO 4

Se l'ingratitudine, a motivo della quale il peccato successivo fa tornare le colpe già perdonate, sia un peccato specificamente distinto

SEMBRA che l'ingratitudine, a motivo della quale il peccato successivo fa tornare le colpe già perdonate, sia un peccato specificamente distinto. Infatti:
1. Il rendimento di grazie, come il Filosofo spiega, rientra "nella legge del contrappasso", che è richiesta dalla giustizia. Ma la giustizia è una virtù specificamente distinta. Quindi l'ingratitudine è un peccato specificamente distinto.
2. Cicerone insegna che la gratitudine è una virtù speciale. Ora, l'ingratitudine si contrappone alla gratitudine. Dunque l'ingratitudine è uno speciale peccato.
3. Uno speciale effetto deriva da una causa speciale. Ma l'ingratitudine ha uno speciale effetto, che è quello di far tornare in qualche modo i peccati rimessi. Perciò l'ingratitudine è un peccato specificamente distinto.

IN CONTRARIO: Ciò che accompagna qualsiasi peccato non può essere un peccato specificamente distinto. Ma con qualsiasi peccato mortale si diventa ingrati verso Dio, come sopra abbiamo spiegato. Dunque l'ingratitudine non è un peccato specificamente distinto.

RISPONDO: L'ingratitudine di chi pecca in certi casi è un peccato specificamente distinto, in certi altri invece non è che una circostanza aggravante comune a tutti i peccati mortali commessi contro Dio. Il peccato infatti riceve la sua specie dall'intenzione di chi pecca: cosicché il Filosofo afferma che "colui il quale commette adulterio per rubare è piuttosto un ladro che un adultero". Perciò se un peccatore commette un peccato per disprezzo verso Dio e verso il beneficio ricevuto, il suo peccato riveste la specie dell'ingratitudine: e allora abbiamo un peccato specificamente distinto. Se uno invece, volendo commettere un peccato, p. es., un omicidio o un adulterio, non desiste per il fatto che esso implica il disprezzo di Dio, allora l'ingratitudine non è un peccato speciale, ma rientra nella specie di un altro peccato quale una sua circostanza. Come dice S. Agostino, non ogni peccato deriva dal disprezzo: e tuttavia in ogni peccato Dio viene disprezzato nei suoi comandamenti. È perciò evidente che l'ingratitudine di chi pecca talora è un peccato specificamente distinto, ma non sempre.
Sono così risolte anche le difficoltà. Infatti le prime tre concludono a ragione che l'ingratitudine di suo è un peccato specificamente distinto. L'ultimo argomento invece conclude che l'ingratitudine, in quanto si riscontra in ogni colpa, non può essere uno speciale peccato.