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Questione
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Il sacramento della penitenza
Veniamo ora a parlare del sacramento della penitenza. Primo,
della penitenza in se stessa; secondo, dei suoi effetti; terzo, delle
sue parti; quarto, di coloro che ricevono questo sacramento;
quinto, del potere di coloro che lo amministrano; sesto, del rito
solenne di questo sacramento.
Sul primo argomento dobbiamo esaminare due cose: primo, la
penitenza in quanto sacramento; secondo, la penitenza in quanto
virtù.
Sulla prima di esse si pongono dieci quesiti: 1. Se la penitenza
sia un sacramento; 2. Quale ne sia la materia; 3. Quale la forma;
4. Se in questo sacramento sia strettamente richiesta l'imposizione
delle mani; 5. Se questo sacramento sia indispensabile per la salvezza; 6. Quale
relazione abbia con gli altri sacramenti; 7. La sua
istituzione; 8. Quanto debba durare la penitenza; 9. Se debba
essere continua; 10. Se possa reiterarsi.
ARTICOLO
1
Se la penitenza sia un sacramento
SEMBRA che la penitenza non sia un sacramento. Infatti:
1. S. Gregorio,
come riferisce anche il Decreto (di Graziano),
afferma: "Sacramenti sono il battesimo, la cresima, il corpo e il
sangue di Cristo; e questi sono denominati sacramenti perché in
essi sotto il velo di cose materiali la virtù divina opera segretamente
la nostra salvezza". Ma questo non si riscontra nella penitenza:
poiché non vengono adoperate in essa cose corporee sotto
le quali la virtù divina compie l'opera della salvezza. Dunque la
penitenza non è un sacramento.
2. I sacramenti della Chiesa vengono distribuiti dai ministri di
Cristo, come accennano le parole di S. Paolo: "Noi ci si deve
considerare come ministri di Cristo e come dispensatori dei misteri
di Dio". Ora, la penitenza non viene impartita dai ministri di
Cristo, ma viene ispirata interiormente da Dio, secondo le parole
di Geremia: "Dopo che tu mi hai convertito, ho fatto penitenza".
Perciò la penitenza non è un sacramento.
3. Nei sacramenti, come sopra abbiamo visto, c'è una cosa che
è sacramentum tantum, un'altra che è res et sacramentum, e una
terza che è res tantum. Questo invece non si riscontra nella penitenza.
Dunque la penitenza non è un sacramento.
IN CONTRARIO: La penitenza, così come il battesimo, viene adoperata
per purificare dai peccati. S. Pietro infatti disse a Simon (Mago): "Fa' penitenza di questa tua
malvagità". Ma il battesimo è un sacramento.
Quindi per lo stesso motivo lo è pure la penitenza.
RISPONDO: Come dice S. Gregorio nel testo citato sopra,
"il
sacramento consiste in una cerimonia in cui si riceve simbolicamente
ciò che va ricevuto santamente". Ora, è chiaro che nella
penitenza si compie una cerimonia in modo tale da significare
qualche cosa di sacro, sia da parte del peccatore penitente, sia
da parte del sacerdote che assolve: poiché il penitente con quanto
fa e dice esprime l'idea che il suo cuore si è allontanato dal peccato;
e d'altra parte il sacerdote con i gesti e con le parole che
indirizza al penitente esprime l'azione di Dio che rimette i peccati.
Perciò è evidente che la penitenza come è praticata nella
Chiesa è un sacramento.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per cose materiali s'intendono
in senso lato anche gli atti esterni sensibili, che stanno a questo
sacramento come l'acqua sta al battesimo e il crisma sta alla cresima.
Si deve però notare che nei sacramenti, in cui viene conferita
una grazia superiore a ogni capacità dell'atto umano, viene
adoperata una materia esterna: così nel battesimo in cui si ha la
piena remissione dei peccati, sia quanto alla colpa che quanto alla
pena; nella cresima, in cui viene conferita la pienezza dello Spirito
Santo; e nell'estrema unzione, in cui viene conferita la perfetta
guarigione spirituale. E questa grazia proviene dalla virtù di Cristo
come da un principio estrinseco. Perciò se in questi sacramenti
si riscontrano degli atti umani, essi non sono essenziali al sacramento,
ma agiscono in esso come cause dispositive. Invece in quei
sacramenti che hanno un effetto corrispondente agli atti umani,
gli stessi atti sensibili umani fungono da materia: e ciò avviene
nella penitenza come nel matrimonio. Del resto anche nelle medicine
corporee ce ne sono alcune che consistono in cose esterne,
come impiastri ed elettuari; altre invece, p. es., certi esercizi fisici,
consistono in atti dei pazienti medesimi.
2. Nei sacramenti la cui materia è un elemento materiale, è necessario
che tale materia venga applicata dal ministro della Chiesa,
il quale agisce in nome di Cristo, per indicare che l'eccellenza della
virtù operante nel sacramento proviene da Cristo. Invece nel
sacramento della penitenza, come abbiamo già notato, la materia
è costituita dagli atti umani i quali provengono da un'ispirazione
interiore. Cosicché la materia non viene applicata dal ministro,
bensì da Dio che agisce interiormente: il ministro però dà al
sacramento la sua struttura completa, assolvendo il penitente.
3. Anche nella penitenza c'è qualche cosa che è sacramentum
tantum, ed è l'atto esterno del penitente e del sacerdote che l'assolve.
La res et sacramentum è la penitenza interiore del penitente.
La res tantum è la remissione dei peccati. La prima di queste
tre cose, presa nella sua totalità, è causa della seconda; la prima
poi e la seconda insieme sono causa della terza.
ARTICOLO
2
Se i peccati siano la materia propria di questo sacramento
SEMBRA che i peccati non siano la materia propria di questo
sacramento: Infatti:
1. Negli altri sacramenti la materia viene santificata mediante
la formula, e così santificata produce l'effetto sacramentale. Ora,
i peccati non possono essere santificati: perché sono incompatibili
con l'effetto del sacramento, che è la grazia la quale rimette i
peccati. Dunque i peccati non sono la materia propria di questo
sacramento.
2. S. Agostino scrive:
"Nessuno può iniziare una nuova vita,
se la sua penitenza non si estende a tutta la vita dell'uomo vecchio".
Ora, alla vita dell'uomo vecchio appartengono non solo
i peccati, ma anche le penalità della vita presente. Perciò non
sono i peccati la materia propria della penitenza.
3. Il peccato può essere originale, mortale e veniale. Ma il
sacramento della penitenza non è ordinato contro il peccato originale,
che viene tolto dal battesimo; e neppure contro quello
veniale, che viene rimesso dal battersi il petto, dall'acqua benedetta
e da altri sacramentali. Quindi i peccati non sono materia
propria della penitenza.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive:
"Essi non fecero penitenza
dell'impurità, della fornicazione e della dissolutezza in cui sono vissuti".
RISPONDO: Ci sono due tipi di materia, e cioè la materia prossima
e quella remota: materia prossima di una statua, p. es., è
il metallo, in quella remota invece si riscontra anche l'acqua.
Ora abbiamo già notato che materia prossima di questo sacramento sono
gli atti del penitente: i quali hanno per materia i
peccati di cui egli si pente, e che confessa e per i quali è pronto
a soddisfare. Perciò materia remota della penitenza sono i peccati,
non da compiere, ma da detestare e da distruggere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prima difficoltà si fonda
sulla materia prossima del sacramento.
2. La vita mortale dell'uomo vecchio è oggetto della penitenza
non nel suo aspetto di pena, ma per la colpa cui essa è connessa.
3. La penitenza in qualche modo ha per oggetto qualsiasi genere
di peccati, però non tutti nella stessa misura. Infatti il peccato
attuale mortale è oggetto proprio e principale della penitenza:
proprio, perché ci pentiamo propriamente di quanto abbiamo commesso
per nostra volontà; principale, perché questo sacramento
è stato istituito per cancellare il peccato mortale. - Dei peccati
veniali poi si ha una penitenza in senso proprio, poiché essi sono
stati commessi per volontà nostra: però questo sacramento non
è stato istituito principalmente contro questi peccati. - Il peccato
originale invece non è oggetto della penitenza né principale, poiché
contro di esso non è ordinato questo sacramento, bensì il battesimo; né proprio,
perché il peccato originale non fu compiuto per
volontà nostra; se non nel senso che viene considerata nostra la
volontà di Adamo, conforme alle parole di S. Paolo: "In lui tutti
abbiamo peccato". Tuttavia prendendo il termine penitenza per
una qualsiasi detestazione del passato, si può parlare di penitenza
anche per il peccato originale: ed è in tal senso che parla S. Agostino
nel De Poenitentia.
ARTICOLO
3
Se la formula,
"Io ti assolvo", sia la forma di questo sacramento
("Insegna,
inoltre, il santo Sinodo, che la forma del sacramento
della penitenza, nella quale risiede principalmente la
sua efficacia, consiste in quelle parole del ministro:
Io ti assolvo ecc., alle quali, nell'uso della santa
Chiesa, si aggiungono opportunamente alcune preghiere,
che tuttavia non appartengono in nessun modo all'essenza
della forma e non sono necessarie all'amministrazione
del sacramento." (Concilio di Trento, Doctrina de
sacramento paenitentiae, cap. 3)).
SEMBRA che forma di questo sacramento non sia la formula,
"Io ti assolvo".
Infatti:
1. La forma dei sacramenti si desume dall'istituzione di Cristo
e dall'uso della Chiesa. Ora non si riscontra nella Scrittura che
Cristo abbia istituito questa formula. E neppure risulta dall'uso
comune: anzi in certe assoluzioni fatte pubblicamente nella Chiesa,
come quelle di Prima e Compieta, e in quella del Giovedì Santo,
non si usa la formula indicativa: "Io ti assolvo"; ma quella
deprecativa: "Dio onnipotente abbia misericordia di voi", oppure:
"Dio onnipotente ci conceda l'assoluzione". Dunque la formula,
"Io ti assolvo", non è la forma di questo sacramento.
2. Il Papa S. Leone (Magno) afferma:
"Il perdono di Dio non
si può avere che mediante le preghiere del sacerdote". Ma egli
parla del perdono di Dio offerto ai penitenti. Quindi la forma di
questo sacramento deve essere una formula deprecatoria.
3. Assolvere dai peccati equivale a rimetterli. Ora, come scrive
S. Agostino, "soltanto Dio, il quale è in grado di purificare interiormente
dal peccato, rimette la colpa". Dunque Dio soltanto
può assolvere i peccati. Perciò il sacerdote non deve dire, "Io ti
assolvo", come non dice, "Io ti rimetto i
peccati".
4. Il Signore come diede ai suoi discepoli il potere di assolvere
i peccati, diede loro anche quello di curare le infermità, cioè, come
si esprime il Vangelo, "di cacciare i demoni e di curare gli infermi".
Ma nel guarire gli infermi gli Apostoli non usavano la formula, "Io ti
guarisco", bensì quest'altra: "Ti guarisca il Signore Gesù
Cristo". Quindi i sacerdoti, esercitando il potere conferito da Cristo
agli Apostoli, devono usare non la formula, "Io ti assolvo",
ma la formula, "Cristo ti dia l'assoluzione".
5. Alcuni di coloro che usano la formula discussa la spiegano
in questo senso: "Io ti assolvo, cioè ti dichiaro assolto". Ma il
sacerdote non è in grado di far questo, senza una rivelazione divina.
Infatti nel Vangelo si legge che a Pietro prima delle parole, "Qualunque
cosa avrai sciolto sulla terra, ecc.", era stato detto: "Beato sei tu,
o Simone figlio di Giona, poiché non la carne o il
sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli". Perciò
sembra una presunzione da parte del sacerdote, cui non è stata
fatta una rivelazione, affermare: "Io ti assolvo", anche nel senso
indicato di: "ti dichiaro assolto".
IN CONTRARIO: Il Signore come disse ai discepoli,
"Andate,
insegnate a tutte le genti, battezzandole", così disse a Pietro, "Qualunque cosa
scioglierai". Ora il sacerdote, forte di quelle
parole di Cristo afferma, "Io ti battezzo". Quindi per la medesima
autorità egli in questo sacramento deve affermare, "Io ti assolvo".
RISPONDO: Il perfezionamento in ogni genere di cose va attribuito
alla forma. Ora, noi sopra abbiamo già notato che questo
sacramento viene completato dagli atti del sacerdote. Cosicché
quanto proviene dal penitente, sia che si tratti di parole o di gesti,
costituisce la materia di questo sacramento: mentre quanto proviene
dal sacerdote ha funzione di forma. E poiché i sacramenti
della nuova legge, come abbiamo detto sopra, "producono ciò che
significano", è necessario che la forma del sacramento significhi
quanto nel sacramento si compie rispetto alla materia sacramentale.
Ecco il perché della forma del battesimo, "Io ti battezzo",
e di quella della cresima, "Io ti segno col segno della croce e ti
confermo col crisma della salvezza", poiché codesti sacramenti
consistono nell'uso della materia. Invece nel sacramento dell'Eucarestia,
che consiste nella stessa consacrazione della materia,
viene espressa la realtà della consacrazione con le parole: "Questo è
il mio corpo". Ma il sacramento di cui parliamo, cioè la
penitenza, non consiste nella consacrazione di una materia da consacrare,
e neppure nell'uso di una materia già sacra, bensì nell'eliminazione
della materia, cioè del peccato; poiché i peccati, come
abbiamo notato sopra, sono materia della penitenza. Ebbene, tale
eliminazione viene indicata dal sacerdote con la formula, "Io ti assolvo"
(ossia sciolgo); infatti i peccati sono dei legami, secondo
le parole dei Proverbi: "L'empio resterà schiavo delle sue iniquità,
e stretto nelle funi dei suoi peccati". Perciò è evidente che forma
convenientissima di questo sacramento è la formula: "Io ti assolvo".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Questa forma si desume dalle
parole stesse dette da Cristo a S. Pietro: "Qualunque cosa
scioglierai sulla terra, ecc.". E la Chiesa si serve di tale formula nell'assoluzione
sacramentale. Invece le altre assoluzioni date in
pubblico non sono sacramentali: ma sono preghiere ordinate alla
remissione dei peccati veniali. Perciò nell'assoluzione sacramentale
non basterebbe dire, "Dio onnipotente abbia misericordia di te"; oppure,
"Dio ti conceda l'assoluzione e la remissione": poiché
con codeste parole il sacerdote non indica che l'assoluzione
viene accordata, ma chiede che lo sia. - Tuttavia codesta preghiera
viene premessa anche all'assoluzione sacramentale, perché
l'effetto del sacramento non venga impedito da parte del penitente,
i cui atti costituiscono la materia in questo sacramento, a differenza,
del battesimo o della cresima.
2. Le parole del Papa S. Leone si riferiscono alla preghiera che
precede l'assoluzione. Ma ciò non toglie che i sacerdoti poi assolvano.
3. Dio soltanto assolve e rimette i peccati in forza della sua
autorità. I sacerdoti fanno l'una e l'altra cosa in modo ministeriale: cioè
in quanto le parole del sacerdote in questo sacramento
agiscono strumentalmente, come negli altri sacramenti; poiché è
sempre la virtù divina ad agire interiormente in tutti i segni sacramentali,
sia che si tratti di cose o di parole, come risulta dalle
spiegazioni già date. Ecco perché il Signore espresse l'una e l'altra
cosa: a Pietro infatti disse, "Qualunque cosa scioglierai, ecc.";
mentre disse ai discepoli, "Coloro ai quali rimetterete i peccati,
saranno rimessi". Tuttavia il sacerdote dice, "Io ti assolvo", e
non, "Io rimetto i tuoi peccati", perché ciò quadra meglio con
le parole dette dal Signore parlando del potere delle chiavi, in forza
del quale i sacerdoti assolvono.
Siccome però il sacerdote assolve come ministro, è giusto aggiungere
qualche cosa che accenni all'autorità suprema di Dio, così da risultarne
la formula: "Io ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo", oppure "in virtù della passione di Cristo",
oppure, "con l'autorità di Dio"; così come spiega
Dionigi nel De Coelesti Hierarchia. Ma non essendo questo determinato
dalle parole di Cristo, come nel battesimo, questa aggiunta
è lasciata all'arbitrio del sacerdote.
4. Agli Apostoli non fu conferito il potere di guarire direttamente
gli infermi, ma fu loro concesso che gli infermi guarissero
mediante la loro preghiera. Invece nei sacramenti essi ebbero la
facoltà di agire come cause strumentali, o ministeriali. Ecco perché
il loro atto va espresso nelle forme sacramentali piuttosto che
nelle guarigioni miracolose. - In queste però non sempre si ricorreva
a formule deprecatorie, ma talora si usavano anche quelle
indicative e imperative; come si legge negli Atti, là dove S. Pietro
disse allo storpio: "Quello che ho, te lo do. Nel nome di Gesù
Cristo alzati e cammina".
5. L'interpretazione della formula,
"Io ti assolvo" nel senso di: "ti
dichiaro assolto", è vera solo parzialmente, ma non perfettamente.
Poiché i sacramenti della nuova legge non solo significano,
ma "compiono ciò che significano". Quindi come nel battezzare
il sacerdote esprime con le parole e con il rito che uno è purificato
interiormente, non solo perché lo significa, ma anche perché lo
compie; così quando dice, "Io ti assolvo" esprime l'assoluzione
del penitente non solo perché la significa, ma perché la compie. - E d'altra
parte egli si esprime senza incertezze. Poiché come gli
altri sacramenti della nuova legge hanno di suo un effetto sicuro
per la virtù della passione di Cristo, sebbene questo possa esser
impedito dalle disposizioni di chi li riceve, così avviene anche in
questo sacramento. Di qui le parole di S. Agostino: "Una volta
che l'adulterio commesso è stato espiato, la riconciliazione degli
sposi non è più né vergognosa né difficile, quando grazie alle chiavi
del regno dei cieli non c'è da dubitare della remissione dei peccati".
Perciò neppure il sacerdote ha bisogno di una rivelazione
speciale: ma basta la rivelazione della fede fatta a tutti, in cui si
parla della remissione dei peccati. A Pietro fu fatta appunto,
come si legge, questa rivelazione della fede.
Perciò il senso più esatto della formula,
"Io ti assolvo" sarebbe, "io t'impartisco
il sacramento dell'assoluzione".
ARTICOLO 4
Se per questo sacramento si richieda l'imposizione delle mani
SEMBRA che per questo sacramento si richieda l'imposizione delle
mani del sacerdote. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge:
"Imporranno le mani agli infermi, ed
essi guariranno". Ora, gli infermi spirituali sono i peccatori, che
vengono guariti da questo sacramento. Perciò in questo sacramento
si richiede l'imposizione delle mani.
2. Nel sacramento della penitenza l'uomo ricupera lo Spirito
Santo perduto; dice infatti il Salmista parlando come penitente: "Rendimi la gioia della tua salvezza, e confortami con lo Spirito
di potenza". Ma lo Spirito Santo vien dato con l'imposizione delle
mani; poiché negli Atti si legge che gli Apostoli "imponevano le
mani su di loro, ed essi ricevevano lo Spirito Santo"; e il Vangelo
riferisce che "al Signore furono presentati i bambini, perché
imponesse loro le mani". Quindi in questo sacramento è indispensabile
l'imposizione delle mani.
3. In questo sacramento le parole del sacerdote non sono più
efficaci che negli altri sacramenti. Ora, in essi le parole del ministro
non bastano, se non sono accompagnate da un atto: nel battesimo, p. es.,
quando il sacerdote dice, "Io ti battezzo", si richiede
anche un'abluzione materiale. Perciò anche nel dire, "Io ti assolvo", è indispensabile che il sacerdote compia un atto circa il
penitente, imponendogli le mani.
IN CONTRARIO: Quando il Signore disse a S. Pietro:
"Qualunque
cosa scioglierai sulla terra, sarà sciolta, ecc.", non fece nessun
accenno all'imposizione delle mani. E neppure quando disse a tutti
gli Apostoli: "A coloro cui rimetterete i peccati, saranno rimessi".
Dunque in questo sacramento non si richiede l'imposizione delle mani.
RISPONDO: L'imposizione delle mani si usa nei sacramenti della
Chiesa per indicare qualche effusione copiosa della grazia su colui
al quale s'impongono le mani, come per un prolungamento di
quella che deve trovarsi in abbondanza nei ministri. Ecco perché
l'imposizione delle mani si fa nel sacramento della cresima, in cui
si conferisce la pienezza dello Spirito Santo, e nel sacramento
dell'ordine, in cui ai sacri ministri viene conferita un'eccellenza
di poteri. Di qui le parole di S. Paolo a Timoteo: "Ravviva la
grazia di Dio che è in te per l'imposizione delle mie mani". Ora,
il sacramento della penitenza non è ordinato a conseguire un'eccellenza
di grazia, ma alla remissione dei peccati. Perciò in questo
sacramento non si richiede l'imposizione delle mani, come non si
richiede nel battesimo, in cui la remissione dei peccati è anche più completa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'imposizione delle mani sui
malati non era un rito sacramentale, ma era ordinata al compimento
dei miracoli: cosicché il contatto delle mani da parte di
uomini santi eliminava anche le infermità corporali. È in tal senso
che nel Vangelo si legge, aver il Signore "curato gli infermi imponendo
loro le mani", e mondato il lebbroso col suo contatto.
2. Non qualsiasi conferimento dello Spirito Santo richiede l'imposizione
delle mani; poiché lo si riceve anche nel battesimo, e
tuttavia in esso non si usa l'imposizione delle mani. Ma l'imposizione
delle mani è richiesta per ricevere lo Spirito Santo con pienezza: il
che avviene nella cresima.
3. Nei sacramenti che si compiono mediante l'uso della materia,
chi li amministra deve esercitare un atto materiale su colui che
li riceve: e così avviene nel battesimo, nella cresima e nell'estrema
unzione. Ma questo sacramento non consiste nell'uso di una materia applicata
dall'esterno, poiché qui fungono da materia
gli atti del penitente. Quindi come nell'Eucarestia il sacerdote
compie il sacramento con la sola pronunzia delle parole
sulla materia, così le sole parole del sacerdote che assolve rivolte
al penitente compiono il sacramento dell'assoluzione. Se poi si
richiedesse un atto corporale da parte del sacerdote, sarebbe più
richiesto il segno di croce, che si usa anche nell'Eucarestia, piuttosto
che l'imposizione delle mani, per indicare che i peccati vengono
rimessi col sangue della croce di Cristo. E tuttavia tale rito
non è indispensabile per questo sacramento, come non lo è per l'Eucarestia.
ARTICOLO
5
Se questo sacramento sia indispensabile per la salvezza
SEMBRA che questo sacramento non sia indispensabile per la
salvezza. Infatti:
1. A commento di quelle parole del Salmista,
"Coloro che seminano
tra le lacrime, ecc.", la Glossa raccomanda: "Non essere
triste, se hai la buona volontà che fa mietere la pace". Ora, la
tristezza è un elemento della penitenza, secondo le parole di S. Paolo: "La
tristezza secondo Dio produce per la salvezza una penitenza durevole". Dunque per salvarsi basta la buona volontà,
senza la penitenza.
2. Nei Proverbi si legge:
"Tutti i peccati sono ricoperti dalla carità";
"I peccati vengono cancellati dalla misericordia e dalla
fede". Ma questo sacramento ha il solo scopo di cancellare i peccati.
Quindi avendo la carità, la fede e la misericordia, chiunque
può conseguire la salvezza, anche senza il sacramento della penitenza.
3. I sacramenti della Chiesa hanno origine dall'istituzione di
Cristo. Ora, nel Vangelo si legge che Cristo assolse la donna adultera,
senza penitenza. Perciò è evidente che la penitenza non è
indispensabile alla salvezza.
IN CONTRARIO: Il Signore ha affermato:
"Se non farete penitenza
perirete tutti allo stesso modo".
RISPONDO: Una cosa può essere necessaria alla salvezza in due
modi: primo, in modo assoluto; secondo, in date circostanze. È
necessario in modo assoluto ciò di cui nessuno può fare a meno
per raggiungere la salvezza: tali sono appunto la grazia di Cristo
e il sacramento del battesimo, mediante il quale si rinasce in Cristo.
Invece il sacramento della penitenza è necessario in certe circostanze: è
necessario cioè non a tutti, ma a coloro che sono in peccato; poiché
nei Paralipomeni si legge: "Tu, o Signore dei giusti,
non hai preteso la penitenza da Abramo, da Isacco e da Giacobbe,
i quali non peccarono contro di te".
Ora, come dice S. Giacomo,
"il peccato una volta commesso
genera la morte". Quindi per la salvezza del peccatore è indispensabile
che il peccato venga cancellato. E questo non si può fare
senza il sacramento della penitenza, in cui opera la virtù della
passione di Cristo mediante l'assoluzione del sacerdote unita agli
atti del penitente, il quale coopera con la grazia a distruggere
il peccato: poiché, come dice S. Agostino, "chi ha creato te senza
di te, non ti giustificherà senza di te". Perciò è evidente che il
sacramento della penitenza è indispensabile alla salvezza dopo il
peccato: come lo è la medicazione per il corpo, dopo che uno è
incorso in una malattia pericolosa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo sembra riferirsi a
coloro la cui buona volontà non è stata interrotta dal peccato:
costoro certo non hanno motivo di tristezza. Ma dal momento che
la buona volontà viene compromessa dal peccato, non può essere
restaurata senza tristezza, poiché uno deve dolersi del peccato
commesso: e questo rientra nella penitenza.
2. Per il fatto che uno incorre nel peccato, la carità, la fede
e la misericordia non possono liberarlo dalla colpa senza la penitenza.
La carità infatti richiede che uno si addolori per l'offesa
arrecata all'amico, e che cerchi di riconciliarsi con lui. La fede
poi richiede che uno cerchi la giustificazione dei peccati mediante
la virtù della passione di Cristo, che opera nei sacramenti della
Chiesa. Inoltre anche la misericordia ben ordinata richiede che
uno provveda con la penitenza alla propria miseria, che a detta
dei Proverbi è procurata dal peccato: "Il peccato rende miseri
i popoli". Infatti nell'Ecclesiastico si legge: "Abbi misericordia
della tua anima facendo ciò che piace a Dio".
3. Si deve al potere di eccellenza che era suo privilegio esclusivo,
che Cristo abbia conferito alla donna adultera l'effetto del
sacramento della penitenza, che è la remissione dei peccati, senza
il sacramento della penitenza: sebbene l'abbia conferito non senza
la penitenza interiore, che egli produsse in lei mediante la grazia.
ARTICOLO
6
Se la penitenza sia
"la seconda tavola dopo il naufragio"
SEMBRA che
la penitenza non sia "la seconda tavola dopo il
naufragio". Infatti:
1. La Glossa, nel commentare le parole di Isaia,
"come Sodoma
hanno proclamato il loro peccato", afferma: "La seconda tavola
dopo il peccato è nascondere le proprie colpe". Ma la penitenza
non le nasconde, bensì le rivela. Dunque la penitenza non è la
seconda tavola.
2. Le fondamenta occupano nell'edificio non il secondo, ma il
primo posto. Ora, nell'edificio spirituale la penitenza costituisce
le fondamenta, come accennano le parole di S. Paolo: "Non riprendiamo
a gettare le fondamenta della penitenza riscattandoci dalle
opere di morte". Essa infatti precede il battesimo, come risulta
dalla Scrittura: "Fate penitenza, e ognuno di voi si faccia battezzare".
Perciò la penitenza non può considerarsi la seconda tavola.
3. Tutti i sacramenti sono delle tavole, ossia dei rimedi contro
il peccato. Ora, la penitenza tra i sacramenti non occupa il secondo
posto, ma il quarto, come sopra abbiamo spiegato. Quindi la
penitenza non deve dirsi seconda tavola dopo il naufragio.
IN CONTRARIO: S. Girolamo afferma, che
"la seconda tavola
dopo il naufragio è la penitenza".
RISPONDO: Ciò che è per se precede per natura ciò che è per
accidens: la sostanza, p. es., viene prima dell'accidente. Ora, tra
i sacramenti alcuni sono ordinati per se alla salvezza dell'uomo:
vale a dire il battesimo, che è la rigenerazione spirituale; la cresima,
che costituisce la crescita spirituale; e l'Eucarestia che è il
nutrimento dello Spirito. La penitenza invece è ordinata alla salvezza
dell'uomo quasi per accidens, ossia per una supposizione,
cioè supposto il peccato. Se l'uomo infatti non commettesse un
peccato attuale, non avrebbe bisogno della penitenza, e tuttavia
avrebbe bisogno del battesimo, della cresima e dell'Eucarestia:
esattamente come nella vita fisica l'uomo non ha bisogno di medicine,
se non perché si ammala; mentre per la vita ha sempre bisogno
della generazione, della crescita e del nutrimento. La penitenza
quindi occupa il secondo posto rispetto allo stato d'integrità
che viene conferito e conservato dai sacramenti suddetti. Ecco
perché metaforicamente viene denominata "seconda tavola dopo
il naufragio". Infatti il primo rimedio per coloro che traversano
il mare è conservarsi nella nave integra: il secondo rimedio, dopo
la rovina della nave, sta nell'aggrapparsi a una tavola. Così il
primo rimedio nel mare di questa vita sta nel conservare l'integrità: il secondo
invece, dopo che uno ha perduto l'integrità col
peccato, sta nel ravvedersi mediante la penitenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In due modi si possono nascondere
i peccati. Primo, nell'atto di commetterli. Infatti peccare
pubblicamente è peggio che peccare di nascosto: sia perché
chi pecca pubblicamente mostra di peccare con maggiore disprezzo; sia
perché pecca scandalizzando gli altri. Perciò il fatto che
uno pecchi di nascosto è già un certo rimedio. Ed in tal senso la
Glossa può affermare che "la seconda tavola dopo il naufragio
è nascondere i peccati": non perché questo cancelli il peccato
come la penitenza; ma perché così il peccato diventa meno grave.
Secondo, uno può nascondere il peccato commesso rifiutandosi
di confessarlo. E questo è incompatibile con la penitenza. Ma
nascondere il peccato in questo modo non è una seconda tavola,
bensì il contrario di essa, poiché nei Proverbi si legge: "Chi nasconde
le sue colpe non tornerà sul retto cammino".
2. La penitenza non può dirsi fondamento dell'edificio spirituale
in modo assoluto, cioè nella sua prima costruzione: ma ne è il
fondamento nella ricostruzione, che si compie dopo la distruzione
del peccato; infatti la penitenza è la prima cosa indispensabile
per coloro che tornano a Dio. Tuttavia in quel testo l'Apostolo
parla del fondamento della dottrina spirituale. - La penitenza poi
che precede il battesimo non è la penitenza sacramentale.
3. I primi tre sacramenti costituiscono la nave nella sua integrità,
ossia lo stato d'integrità: ma proprio rispetto a tale stato
la penitenza si denomina seconda tavola.
ARTICOLO
7
Se era giusto che questo sacramento venisse istituito nella nuova legge
SEMBRA non sia giusto che questo sacramento venisse istituito
nella nuova legge. Infatti:
1. Le cose di legge naturale non hanno bisogno di istituzione.
Ora, pentirsi del male fatto è di legge naturale: infatti non è possibile
che si ami il bene, senza dolersi del suo contrario. Dunque
non era giusto che la penitenza venisse istituita nella nuova legge.
2. Quanto già esisteva nella legge antica non era da istituirsi.
Ma la penitenza esisteva anche nella legge antica; così infatti il
Signore si lamentò con Geremia: "Non c'è nessuno che si muova
a penitenza del suo peccato, dicendo: Che cosa ho fatto?". Perciò
la penitenza non doveva essere istituita nella nuova legge.
3. La penitenza è successiva al battesimo: poiché, come abbiamo
visto sopra, è "la seconda tavola". Invece risulta che il Signore
la istituì prima del battesimo, infatti all'inizio della sua predicazione
S. Matteo riferisce quelle sue parole: "Fate penitenza, perché
il regno dei cieli è vicino". Quindi l'istituzione di questo sacramento
nella nuova legge non avvenne in maniera conveniente.
4. I sacramenti della nuova legge devono la loro istituzione a
Cristo, dal quale ricevono, come abbiamo spiegato, la loro virtù.
Ma non sembra che Cristo abbia istituito questo sacramento:
poiché egli non se ne servì come fece invece con altri sacramenti.
Dunque non era conveniente che questo sacramento fosse istituito
nella nuova legge.
IN
CONTRARIO: Il Signore ha affermato:
"Il Cristo doveva patire
e risorgere dai morti il terzo giorno, e nel suo nome dovrà
essere predicata la penitenza e la remissione dei peccati presso
tutte le genti".
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, in questo sacramento
la materia è costituita dagli atti del penitente; invece l'atto del
sacerdote, che agisce quale ministro di Cristo, si presenta come
l'elemento formale e perfettivo del sacramento. Ora, anche negli
altri sacramenti la materia preesiste in forza della natura, come
nel caso dell'acqua, oppure è dovuta all'arte, come nel caso del
pane; ma perché codesta materia serva per il sacramento, si richiede
l'istituzione che la determini. Ora, la forma del sacramento,
come la sua efficacia, dipende totalmente dall'istituzione di Cristo,
dovendo i sacramenti la loro efficacia alla sua passione. La materia
quindi preesiste nell'ordine di natura, poiché l'uomo è spinto
dalla sua ragione naturale a pentirsi del male commesso; ma che
si faccia penitenza in un dato modo, si deve all'istituzione divina.
Ecco perché il Signore all'inizio della sua predicazione esortava
gli uomini non solo a pentirsi, ma "a fare penitenza", per indicare
gli atti determinati richiesti per questo sacramento. Invece determinò
il compito dei ministri, là dove disse a S. Pietro: "A te darò
le chiavi del regno dei cieli, ecc.". L'efficacia poi di questo sacramento
e la sorgente della sua virtù le dichiarò dopo la resurrezione,
quando disse che "doveva essere predicata nel suo nome la penitenza
e la remissione dei peccati presso tutte le genti", dopo aver
parlato della passione e della resurrezione: infatti questo sacramento
deve la sua capacità di rimettere i peccati alla virtù del
nome di Gesù Cristo che è morto e risuscitato. È perciò evidente
che questo sacramento doveva essere istituito nella nuova legge.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È di legge naturale che uno
faccia penitenza del male commesso, addolorandosi di averlo fatto,
cercandone un rimedio e mostrando qualche segno del proprio
dolore: come si legge dei Niniviti. In questi però ci fu qualche
cosa in più per la fede concepita con la predicazione di Giona;
essi cioè agirono con la speranza di ottenere il perdono di Dio,
secondo le parole riferite dalla Scrittura: "Chi sa che Dio non
muti parere e ci perdoni, trattenendo il suo furore e non facendoci perire?". Però, come le altre cose di legge naturale ricevettero
determinazioni con l'istituzione della legge divina, e l'abbiamo visto
nella Seconda Parte, così avvenne anche per la penitenza.
2. Le cose di legge naturale ricevono determinazioni diverse
dall'antica e dalla nuova legge, proporzionate all'imperfezione dell'antica
e alla perfezione della nuova. Anche la penitenza quindi
ricevette certe determinazioni nella legge antica. Quanto al dolore
ci fu il comando a renderlo più interno che esterno, secondo le
parole di Gioele: "Lacerate il vostro cuore e non le vostre vesti".
Quanto poi al rimedio del pentimento fu prescritto che in qualche
modo confessassero i loro peccati ai ministri di Dio, almeno in
generale. Di qui le parole del Signore nel Levitico: "Se uno avrà
peccato per ignoranza... offrirà al sacerdote di fra il gregge un
ariete senza macchia, d'un valore proporzionato al suo peccato; il sacerdote
pregherà per lui che agì nell'ignoranza, e gli verrà perdonato".
Cosicché per il fatto che uno compiva un'oblazione per
il suo peccato, in qualche modo confessava al sacerdote la propria
colpa. Ecco perché leggiamo nei Proverbi: "Chi nasconde le sue
colpe non camminerà sul retto sentiero; chi invece le confesserà
e le abbandonerà, otterrà misericordia".
Però ancora non era stato istituito il potere delle chiavi, che
deriva dalla passione di Cristo. Quindi neppure era stato istituito
che uno dovesse dolersi del suo peccato col proposito di sottoporsi
con la confessione e la soddisfazione alle chiavi della Chiesa, con
la speranza di ottenere il perdono per la virtù della passione di Cristo.
3. A ben considerare le cose, vediamo che quanto il Signore
disse sulla necessità del battesimo precedette quanto disse sulla
necessità della penitenza. Infatti le sue parole a Nicodemo sul
battesimo precedettero l'incarcerazione di S. Giovanni (Battista),
poiché l'evangelista più sotto nota che costui battezzava: invece
quanto disse sulla penitenza si riferisce al tempo che seguì l'incarcerazione
di Giovanni. - Tuttavia, anche se Cristo avesse esortato
prima alla penitenza che al battesimo, ciò si dovrebbe al fatto
che anche prima del battesimo si richiede una certa penitenza;
ciò si rileva dalle parole di S. Pietro: "Fate penitenza, e ciascuno
di voi si faccia battezzare".
4. Cristo non fece uso del battesimo da lui istituito, ma fu
battezzato col battesimo di Giovanni, come sopra abbiamo visto.
E neppure se ne servì attivamente nel suo ministero; poiché,
come dice il Vangelo, non lui battezzava, "ma i suoi discepoli";
sebbene si possa credere, seguendo S. Agostino, che egli abbia
battezzato i suoi discepoli.
L'uso invece di questo sacramento in nessun modo si addiceva
a Cristo; non poteva usarne direttamente, non avendo di che
pentirsi, essendo senza peccato; e neppure aveva bisogno di ricorrervi
per gli altri, perché per mostrare la sua misericordia e la sua
virtù egli accordava il perdono, senza servirsi del sacramento,
come sopra abbiamo visto.
Al contrario lui stesso si cibò dell'Eucarestia, e l'amministrò
agli altri. Sia per mostrare l'eccellenza di questo sacramento, sia
perché quest'ultimo è il memoriale della sua passione, in cui Cristo
è sacerdote e vittima.
ARTICOLO
8
Se la penitenza debba durare fino al termine della vita
SEMBRA che la penitenza non debba durare fino al termine della
vita. Infatti:
1. La penitenza è ordinata alla cancellazione del peccato. Ma
il penitente consegue subito la remissione dei peccati; poiché sta
scritto: "Se l'empio farà penitenza di tutti i peccati commessi,
vivrà e non morirà". Dunque non è necessario prolungare la penitenza.
2. Far penitenza si addice allo stato dei principianti. Ma da
codesto stato si deve progredire a quello dei proficienti, e quindi
a quello dei perfetti. Perciò l'uomo non deve far penitenza fino
al termine della vita.
3. Come negli altri sacramenti, anche in questo si devono osservare
le norme della Chiesa. Ora, secondo i canoni il tempo della
penitenza è determinato: nel senso cioè che chi ha commesso
questo o quel peccato faccia quei dati anni di penitenza. Quindi
la penitenza non va estesa fino al termine della vita.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Che ci resta da fare, se
non piangere in questa vita? Se infatti cessasse il dolore, verrebbe
a cessare la penitenza. E se la penitenza cessa, che ci rimane
del perdono?".
RISPONDO: Esistono due tipi di penitenza: l'interna e l'esterna.
La penitenza interiore consiste nel dolersi per il peccato commesso.
E codesta penitenza deve durare fino al termine della vita. Uno
cioè deve aver sempre il dispiacere di aver peccato: se infatti ne
provasse piacere, per ciò stesso commetterebbe peccato, e perderebbe
il frutto del perdono. Ora, il dispiacere causa dolore in
colui che è capace di provarlo, quale è appunto l'uomo in questa
vita. - I santi invece dopo questa vita sono incapaci di addolorarsi.
Cosicché essi avranno dispiacere dei peccati commessi, ma
senza dolore; secondo le parole di Isaia: "Le tribolazioni passate
saranno dimenticate".
La penitenza esterna invece mostra i segni esterni del dolore,
fa confessare oralmente i propri peccati al sacerdote che deve
assolvere, e ne accetta la soddisfazione secondo il di lui arbitrio.
E tale penitenza non è necessario che duri fino al termine della
vita, ma fino a un dato tempo determinato secondo la gravità
della colpa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La vera penitenza non solo
elimina le colpe passate, ma preserva dai peccati futuri. Perciò
sebbene l'uomo nel primo istante di vera penitenza ottenga la
remissione di tutti i peccati passati, si richiede da lui che perseveri
nella penitenza, per non ricadere in peccato.
2. Praticare la penitenza interna accompagnata da quella esterna
appartiene allo stato dei principianti, cioè di coloro che recentemente
si sono convertiti dal peccato. Ma la penitenza interiore
permane anche nei proficienti e nei perfetti; conforme alle parole
del Salmista: "Ha disposto le ascensioni del suo cuore nella valle
delle lacrime". Ecco perché S. Paolo diceva: "Non son degno di
essere chiamato Apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio".
3. Quelle determinazioni di tempo vengono fissate ai penitenti
solo per gli atti esterni di penitenza.
ARTICOLO
9
Se la penitenza debba essere continua
SEMBRA che la penitenza non debba essere continua. Infatti:
1. In Geremia
si legge: "Cessino la tua voce dal pianto e gli
occhi tuoi dal lacrimare". Ma ciò è impossibile se la penitenza
è continua, consistendo essa nel pianto e nelle lacrime. Dunque
la penitenza non può avere continuità.
2. L'uomo deve godere di ogni opera buona, secondo l'esortazione
del Salmo: "Servite il Signore nella gioia". Ma far penitenza
è un'opera buona. Quindi si deve godere di essa. Però, come
spiega Aristotele, "uno non può insieme addolorarsi e godere".
Perciò è impossibile che il penitente si addolori dei peccati commessi,
come esige la nozione di penitenza.
3. L'Apostolo esorta i Corinzi a
"consolare" il penitente, "perché
non abbia ad essere sopraffatto da troppo dolore". Ora, la
consolazione scaccia la tristezza, o dolore, che è nella natura della
penitenza. Dunque la penitenza non può essere continua.
IN CONTRARIO: S. Agostino ammonisce:
"Nella penitenza ci sia
la continuità del dolore".
RISPONDO: Due sono le maniere di far penitenza: attuale ed
abituale. In maniera attuale certo è impossibile che l'uomo faccia
penitenza di continuo; poiché l'atto del penitente, sia interno che
esterno, deve necessariamente essere interrotto almeno dal sonno
e dalle altre necessità corporali.
L'altra maniera di far penitenza è quella abituale. E in tal senso
la penitenza deve essere continua: sia perché uno non deve
mai fare un atto contrario alla penitenza, togliendo così l'abituale
sua disposizione di penitente; sia perché deve sempre persistere
nel proposito di rammaricarsi dei peccati commessi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il pianto e le lacrime sono
atti esterni di penitenza i quali non solo non devono essere continui,
ma neppure devono durare fino al termine della vita, come
sopra abbiamo visto. Ecco perché di proposito in quel testo si
dice continuando, che "è una ricompensa della tua opera". Ora,
la ricompensa dell'opera del penitente è la piena remissione dei
peccati, sia per la colpa che per la pena: ma dopo aver raggiunto
codesta remissione non è necessario che uno insista nella penitenza
esterna. Ciò non esclude però la continuità di quella penitenza
di cui abbiamo parlato.
2. Del dolore e della gioia possiamo parlare in due significati
diversi. Primo, in quanto sono passioni dell'appetito sensitivo.
E in tal senso non possono mai trovarsi insieme: poiché sono del
tutto incompatibili, tanto da parte dell'oggetto, quando riguardano
la stessa cosa; quanto da parte dei moti del cuore: poiché
la gioia è accompagnata dalla dilatazione del cuore, la tristezza
invece dal suo restringimento. Ed è in tal senso che parla il
Filosofo nel testo citato.
Secondo, possiamo parlare della gioia e del dolore in quanto si
limitano al semplice atto della volontà, cui qualche cosa piace o
dispiace. E in questo senso non si può riscontrare altra contrarietà
che quella relativa all'oggetto, cioè in rapporto alla stessa
cosa e sotto il medesimo aspetto. Ebbene da questo lato non è
possibile la coesistenza della gioia e del dolore: poiché la stessa
cosa sotto il medesimo aspetto non può contemporaneamente piacere
e dispiacere. Se invece gioia e dolore così considerati non
riguardano la stessa cosa e sotto il medesimo aspetto, ma cose
diverse, o la stessa però sotto aspetti diversi, allora non c'è incompatibilità
tra gioia e dolore. Quindi niente impedisce che uno
insieme goda e si addolori: se vediamo, p. es., che una persona
onesta viene perseguitata, proviamo piacere della sua onestà e
dispiacere della sua tribolazione. Ebbene, allo stesso modo uno
può provar dispiacere di aver peccato, e insieme rallegrarsi di codesto
dispiacere cui si accompagna la speranza del perdono, cosicché
il dolore diventa oggetto di gioia. Di qui l'esortazione di S. Agostino: "Il
penitente sempre si dolga, e goda del suo dolore". - Tuttavia
anche se la tristezza o dolore in nessun modo fosse compatibile
con la gioia, quest'ultima eliminerebbe la continuità della
penitenza ma non di quella abituale, bensì di quella attuale.
3. La virtù, come spiega il Filosofo, ha il compito di tenere il
giusto mezzo nelle passioni. Ora, la tristezza, che nell'appetito
sensitivo accompagna il dispiacere della volontà, è una passione.
Quindi va moderata secondo la virtù: cosicché il suo eccesso è
un vizio, perché porta alla disperazione. A questo appunto accenna
l'Apostolo in quel testo, con le parole: "perché non abbia ad
essere sopraffatto da troppo dolore". Perciò la consolazione di cui
parla l'Apostolo modera la tristezza, o dolore, ma non l'elimina
totalmente.
ARTICOLO
10
Se il sacramento della penitenza si possa ricevere più volte
SEMBRA che il sacramento della penitenza non si possa ricevere
più volte. Infatti:
1. L'Apostolo afferma:
"Quelli i quali furono una volta illuminati,
gustarono il dono celeste e divennero partecipi dello Spirito
Santo, qualora cadano è impossibile ricondurli a penitenza". Ora,
quanti han fatto penitenza furono illuminati, e ricevettero il dono
dello Spirito Santo. Dunque chiunque pecca dopo la penitenza
non può pentirsi una seconda volta.
2. S. Ambrogio scrive:
"Si trovano di quelli che ritengono di
poter fare più volte penitenza. Son coloro che nella religione
cristiana pretendono darsi ai bagordi. Se infatti essi facessero
penitenza davvero, non crederebbero di poterla reiterare; poiché
come unico è il battesimo, così unica è la penitenza". Ma il battesimo
non si può ripetere. Quindi neppure la penitenza.
3. I miracoli compiuti dal Signore per guarire le infermità del
corpo stanno a significare la guarigione delle infermità spirituali,
cioè la purificazione dei peccati. Ora, nel Vangelo non si riscontra
che il Signore abbia ridato due volte la vista a un cieco, o che
abbia mondato due volte lo stesso lebbroso, o risuscitato due volte
un morto. Sembra evidente perciò che a nessun peccatore venga
concesso due volte il perdono dei peccati.
4. S. Gregorio insegna:
"La penitenza consiste nel piangere i
peccati commessi, e nel non commettere cose degne di pianto".
E. S. Isidoro scrive: "È un derisore e non un penitente colui che
torna a compiere ciò di cui si è pentito". Quindi, se uno è pentito
davvero non pecca di nuovo. Dunque la penitenza non si può reiterare.
5. La penitenza, come il battesimo deve la sua efficacia alla
passione di Cristo. Ma il battesimo non si può ripetere per l'unità
della passione e della morte di Cristo. Quindi per lo stesso motivo
non si può ripetere la penitenza.
6. S. Gregorio ha scritto:
"La facilità del perdono è un incentivo
a peccare". Perciò se Dio offrisse spesso il perdono con la
penitenza, darebbe egli stesso agli uomini un incentivo a peccare:
e quindi mostrerebbe di gradire il peccato. Il che è incompatibile
con la sua bontà. Perciò la penitenza non si può ripetere più volte.
IN CONTRARIO: L'uomo viene esortato alla misericordia dall'esempio
della misericordia di Dio, secondo le parole evangeliche: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre
vostro".
Ora, il Signore impone ai discepoli tale misericordia da perdonare
spesso i fratelli che peccano contro di loro. Infatti a Pietro il
quale chiedeva, "Quante volte devo perdonare al mio fratello
che pecca contro di me? fino a sette volte?", Gesù rispose: "Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte
sette".
Perciò anche Dio offre il perdono più volte ai peccatori con la
penitenza; tanto più che ci esorta a rivolgere questa preghiera: "Rimetti
a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
RISPONDO: A proposito della penitenza alcuni hanno errato,
affermando che l'uomo non può ottenere una seconda volta il
perdono dei peccati mediante la penitenza. Alcuni di costoro,
cioè i Novaziani, arrivarono al punto di insegnare che dopo la
prima penitenza ottenuta col battesimo, chi pecca non può di
nuovo risorgere mediante la penitenza. - Ci furono invece altri
eretici, come riferisce S. Agostino, i quali ammettevano l'utilità
della penitenza dopo il battesimo, però non più di una volta.
Codesti errori sembra che siano derivati da due motivi. Primo,
dal fatto che costoro s'ingannavano sulla natura della vera penitenza.
Infatti includendo quest'ultima la carità, senza la quale
non c'è remissione di peccati, credevano che la carità una volta
avuta non si possa mai perdere; e quindi anche la penitenza,
quando è vera, non può mai perdersi col peccato, così da esser
necessaria la sua ripetizione. - Ma questo errore è stato già confutato
nella Seconda Parte, dove abbiamo dimostrato che la carità
posseduta si può perdere per l'instabilità del libero arbitrio; e
quindi anche dopo la vera penitenza uno può peccare mortalmente.
Secondo, dal fatto che s'ingannavano nel valutare la gravità
del peccato. Pensavano infatti che il peccato commesso dopo il
perdono ottenuto fosse così grave da essere impossibile la sua
remissione. In ciò s'ingannavano relativamente al peccato, il quale
dopo il perdono ottenuto può essere più grave oppure meno grave
dei peccati rimessi in precedenza; e più ancora s'ingannavano circa
l'infinità della misericordia divina, che è sopra ogni misura, e superiore
alla grandezza dei peccati, secondo l'espressione del Salmista: "Abbi
misericordia di me, o Dio, secondo la tua grande misericordia;
e secondo la moltitudine delle tue misericordie cancella
la mia iniquità". Di qui la condanna dell'affermazione di Caino: "La mia colpa è troppo grande, per ottenere
perdono". Perciò la
misericordia di Dio è offerta ai peccatori senza nessuna limitazione.
Cosicché nei Paralipomeni si legge: "Immensa ed insondabile è la
misericordia della tua promessa circa i peccati degli uomini".
Perciò è evidente che la penitenza può ripetersi più volte.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Poiché presso i Giudei, esistevano
delle abluzioni istituite dalla legge, con le quali ripetutamente
si purificavano dalle loro impurità, alcuni di essi credevano
che ci si potesse purificare più volte anche con l'abluzione del
battesimo. Per dissipare questo errore l'Apostolo scrive nella sua
lettera agli Ebrei che è impossibile "ricondurre di nuovo a penitenza
coloro i quali furono una volta illuminati", mediante il battesimo,
il quale è "lavacro di rigenerazione e di rinnovazione nello
Spirito Santo", come dice altrove S. Paolo. E ne dà la ragione
nel fatto che col battesimo l'uomo muore (e risorge) insieme con
Cristo. Ecco perché aggiunge: "crocifiggendo in se stessi di nuovo
il Figlio di Dio".
2. S. Ambrogio parla in quel testo della penitenza pubblica o
solenne, che la Chiesa non usa ripetere, come vedremo.
3. Come spiega S. Agostino,
"il Signore rese la vista a molti
ciechi e guarì molti storpi in tempi diversi, per mostrare in questa
molteplicità che spesso vengono rimessi anche gli stessi peccati:
ecco perché prima guarisce un lebbroso, e in un'altra circostanza
rende la vista a un cieco. Guarì insomma tanti ciechi, zoppi e
paralitici, perché il peccatore non abbia a disperarsi. E d'altra
parte non si legge che abbia guarito qualcuno più di una volta,
perché tutti temano di contaminarsi col peccato. Egli si dà l'appellativo
di medico, e dice di esser venuto non per i sani, bensì
per i malati: ma che medico sarebbe, se non sapesse curare il male
più di una volta? Infatti è proprio dei medici curare cento volte
chi cento volte si ammala. Ora, egli sarebbe un medico meno
capace, se non sapesse fare quello che è possibile agli altri".
4. Far penitenza significa piangere i peccati commessi e non
commettere in atto o nell'intenzione cose degne di pianto, però
mentre si piangono. Poiché è derisore e non penitente colui che
mentre si pente compie ciò di cui si pente: infatti egli si propone
di compiere quello che ha fatto, oppure cade attualmente in un
peccato del genere stesso, o di altro genere. Ma il fatto che in seguito
uno pecca, sia con l'atto che col desiderio, non esclude che
la penitenza precedente fosse sincera. Infatti la sincerità di un
atto precedente non viene mai esclusa dall'atto contrario successivo: poiché
come corre realmente chi poi si siede, così può pentirsi
veramente chi dopo ricade in peccato.
5. Il battesimo riceve dalla passione di Cristo la virtù di produrre
una rigenerazione spirituale, con la morte spirituale alla
vita precedente. Ora, "è stabilito che gli uomini muoiano una
volta sola", e che nascano una volta soltanto. Ecco perché l'uomo
può essere battezzato una sola volta. Ma la penitenza riceve dalla
passione di Cristo la virtù di medicina spirituale, che può essere
somministrata più volte.
6. S. Agostino nota, che
"a Dio dispiacciono tanto i peccati,
per il fatto che è sempre pronto a distruggerli, perché non vada
in rovina ciò che ha creato, e non si corrompa quell'essere che ama", dandosi alla disperazione.
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