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Questione
59
Il
potere giudiziario di Cristo
Veniamo ora a trattare del potere giudiziario di Cristo.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se tale potere debba
essere attribuito a Cristo; 2. Se gli spetti in quanto uomo; 3. Se
l'abbia meritato; 4. Se questo suo potere di giudice sia universale
rispetto a tutti gli uomini; 5. Se oltre il giudizio che esercita nel
tempo presente, si debba attendere per il futuro un giudizio universale; 6. Se il suo potere giudiziario si estenda anche agli angeli.
Per quanto riguarda lo svolgimento del giudizio universale ne
parleremo meglio nelle questioni relative alla fine del mondo.
Per ora basterà accennare a quanto riguarda la dignità di Cristo.
ARTICOLO
1
Se il potere giudiziario debba attribuirsi a Cristo in modo particolare
SEMBRA che il potere giudiziario non debba attribuirsi a Cristo
in modo particolare. Infatti:
1. Il giudizio su una persona spetta al suo signore, come fa
notare S. Paolo: "Chi sei tu che giudichi il servo di un altro?".
Ora, essere Signore delle creature è comune a tutta la Trinità.
Dunque il potere giudiziario non va attribuito particolarmente a
Cristo.
2. In Daniele si legge:
"L'Antico dei giorni si pose a sedere";
e subito dopo: "La corte si assise e i libri furono aperti". Ora,
l'Antico dei giorni sta a indicare il Padre; poiché, a detta di
S. Ilario, "nel Padre c'è l'eternità". Perciò il potere giudiziario va
attribuito più al Padre che a Cristo.
3. Il compito di giudicare spetta a colui che ha quello di convincere
il reo. Ma convincere spetta allo Spirito Santo; poiché
nel Vangelo sta scritto: "Quando egli", cioè lo Spirito Santo, "verrà, convincerà il mondo riguardo al peccato, alla giustizia e
al giudizio". Quindi il potere giudiziario va attribuito più allo
Spirito Santo che a Cristo.
IN CONTRARIO: Negli Atti si legge di Cristo:
"Questi è colui che
è stato costituito da Dio giudice dei vivi e dei morti".
RISPONDO: Per giudicare si richiedono tre cose. Primo, il potere
coercitivo sui sudditi, come accenna l'Ecclesiastico: "Non cercare
di divenir giudice, se non hai la forza di spezzare le iniquità".
Secondo, si richiede lo zelo della rettitudine, in modo da non
giudicare per odio o per invidia, ma per amore della giustizia,
secondo le parole dei Proverbi: "Il Signore castiga chi ama, e
come un padre trova in lui le sue compiacenze". Terzo, si richiede
la sapienza, la quale deve informare il giudizio; di qui le parole
dell'Ecclesiastico: "Un giudice sapiente giudicherà il suo popolo".
Ora, i primi due requisiti sono dei presupposti: ma propriamente
è il terzo che dà forma al giudizio, poiché la norma del giudizio
è la legge di sapienza o di verità con la quale si giudica.
E poiché il Figlio è la Sapienza generata, e la Verità che procede
dal Padre e che lo rappresenta perfettamente, propriamente
il potere giudiziario viene attribuito al Figlio di Dio. Di qui le
parole di S. Agostino: "Questa è quella Verità incommutabile che
giustamente è considerata la legge di tutte le arti, e l'arte dell'Artefice
onnipotente. E quando noi e tutte le anime ragionevoli
giudichiamo con rettitudine e secondo verità delle cose inferiori
e di noi stessi, se concordiamo con essa, è in definitiva la Verità
stessa che giudica. Di essa invece non giudica neppure il Padre:
poiché non è a lui inferiore. E quindi ciò che il Padre giudica
lo giudica per mezzo di essa". Di qui la conclusione evangelica: "Il
Padre" quindi "non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni
giudizio al Figlio".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento dimostra
che il potere giudiziario è prerogativa comune a tutta la Trinità:
il che è vero. Tuttavia per appropriazione esso viene attribuito
al Figlio, come abbiamo spiegato.
2. Come dice S. Agostino, al Padre viene attribuita l'eternità
per la sua affinità con il concetto di principio, che è implicito in
quello di eternità. Però egli aggiunge anche che il Figlio è "l'arte
del Padre". Perciò l'autorità di giudice è attribuita al Padre in
quanto questi è principio del Figlio; ma il giudizio come tale è
attribuito al Figlio che è arte e sapienza del Padre: e quindi
come il Padre ha fatto tutto per mezzo del Figlio in quanto questi
è sua arte, così giudica tutto per mezzo del Figlio in quanto questi
è sua sapienza e verità. Questo è appunto il senso di quel passo
di Daniele: "L'Antico dei giorni si pose a sedere", seguito
dall'altro: "Il Figlio dell'Uomo giunse fino all'Antico dei giorni, e
questi gli diede il potere, l'onore e il regno". Dal che si capisce
che l'autorità di giudicare è presso il Padre, dal quale il Figlio ha
ricevuto il potere di giudicare.
3. A detta di S. Agostino Cristo predisse che lo Spirito Santo
convincerà il mondo riguardo al peccato, in questo senso, "come
se dicesse: Egli diffonderà la carità nei vostri cuori. Poiché
scacciando il timore avrete la libertà di redarguirlo e di convincerlo".
Perciò allo Spirito Santo il giudizio non è attribuito in quanto
giudizio, bensì in vista delle disposizioni affettive che il giudizio
implica nell'uomo.
ARTICOLO
2
Se il potere giudiziario spetti a Cristo in quanto uomo
SEMBRA che il potere giudiziario non spetti a Cristo in quanto
uomo. Infatti:
1. S. Agostino afferma che il giudizio viene attribuito al Figlio
in quanto è la legge stessa della prima verità. Ma questo appartiene
a Cristo in quanto è Dio. Perciò il potere giudiziario non
spetta a Cristo in quanto uomo, ma in quanto Dio.
2. Il potere giudiziario ha il compito di premiare i buoni e di
punire i malvagi. Ora, il premio delle opere buone è la felicità
eterna, la quale può essere concessa solo da Dio: poiché, come
nota S. Agostino, "l'anima è resa beata dalla partecipazione di
Dio, non già dalla partecipazione di un'anima santa". Dunque il
potere giudiziario non spetta a Cristo come uomo, ma solo in
quanto Dio.
3. Il potere giudiziario ha il compito di giudicare i segreti dei
cuori, come accenna l'Apostolo: "Non vogliate giudicare prima
del tempo, fino a che venga il Signore, il quale metterà in luce
quanto è nascosto nelle tenebre, e manifesterà i pensieri dei cuori".
Ma questo spetta solo alla virtù divina, come risulta da quelle
parole della Scrittura: "Pravo è il cuore dell'uomo ed inscrutabile:
chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto i cuori, esamino
i reni, per retribuire ogni uomo secondo la sua condotta". Quindi
il potere giudiziario non spetta a Cristo in quanto uomo, ma in
quanto Dio.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"(Il Padre) gli ha dato
il potere di giudicare, perché è il Figlio dell'Uomo".
RISPONDO: Il Crisostomo sembra persuaso che il potere giudiziario
non spetti a Cristo in quanto uomo, ma solo in quanto
Dio. Così infatti egli legge il passo evangelico riferito sopra: "Gli
ha dato il potere di giudicare. E non vi meravigliate per il fatto
che è Figlio dell'Uomo". E commenta: "Egli infatti giudica non
perché uomo; ma perché Figlio dell'ineffabile Iddio. Essendo perciò
le facoltà enunciate superiori all'uomo, per chiarire la cosa
disse: "Non vi meravigliate per il fatto che è Figlio dell'Uomo:
poiché è anche il Figlio di Dio"". E per darne la prova si appella
alla resurrezione finale: "Viene l'ora infatti in cui tutti coloro
che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio".
Si deve però notare che pur restando in Dio l'autorità primaria
di giudicare, tuttavia Dio comunica agli uomini il potere giudiziario
rispetto alle cose sottoposte alla loro giurisdizione. Di qui
il comando del Deuteronomio: "Giudicate con giustizia", cui seguono
le parole: "perché è il giudizio di Dio", per la cui autorità
voi giudicate. Ora, sopra abbiamo detto che Cristo, anche
per la sua natura umana, è capo di tutta la Chiesa, e che "Dio
ha posto tutti gli esseri sotto i suoi piedi". Perciò a lui spetta,
anche secondo la natura umana, il potere giudiziario. Quindi il
suddetto brano evangelico va letto con questa punteggiatura: "Gli ha dato il potere di giudicare perché è il Figlio
dell'Uomo",
non già per la condizione della natura umana; ché allora tutti
gli uomini avrebbero un simile potere, come obietta appunto il
Crisostomo; ma per la grazia capitale, che Cristo ha ricevuto nella
sua natura umana.
Ora, il suddetto potere giudiziario spetta a Cristo nella sua
natura umana, per tre motivi. Primo, per la sua conformità e
affinità con gli uomini. Dio infatti come opera mediante le cause
seconde, perché sono più vicine agli effetti, così giudica gli uomini
mediante l'umanità di Cristo, affinché il giudizio sia per gli uomini
più benevolo. Di qui le parole dell'Apostolo: "Non abbiamo un
gran sacerdote che non sia in grado di compatire le nostre miserie,
essendo egli in tutto simile a noi tranne che nel peccato.
Avviciniamoci dunque con fiducia al trono della sua grazia".
Secondo, perché
"nel giudizio finale", nota S. Agostino,
"ci sarà
la resurrezione dei morti, e i loro corpi Dio li risuscita per mezzo
del Figlio dell'Uomo", come del resto "per il medesimo Cristo
risuscita le anime", in quanto questi è "Figlio di Dio".
Terzo, perché, come spiega S. Agostino,
"era giusto che i giudicandi
vedessero il giudice. Ma costoro saranno sia i buoni che i
cattivi. Bisognava dunque che nel giudizio la forma di servo apparisse
sia ai buoni che ai cattivi, riservando ai soli buoni la
forma di Dio".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il giudizio spetta alla verità
come alla sua regola direttiva: ma spetta anche all'uomo in quanto
questi è informato alla verità così da costituire in qualche modo
una cosa sola con lui, quasi da formare una legge e una giustizia
animata. Ecco perché S. Agostino cita in proposito l'affermazione
di S. Paolo: "L'uomo spirituale giudica di tutto". Ora, l'anima
di Cristo è stata unita alla verità e riempita di essa molto più di
tutte le altre creature, secondo la testimonianza di S. Giovanni: "Noi l'abbiamo visto pieno di grazia e di
verità". Per questo
all'anima di Cristo spetta in sommo grado di giudicare ogni cosa.
2. È solo di Dio rendere beate le anime partecipando se stesso.
Ma appartiene a Cristo di condurre gli uomini alla beatitudine,
quale loro capo e autore della loro salvezza, secondo le parole
della Scrittura: "Colui che aveva condotto alla gloria un gran
numero di figli, ha elevato alla perfezione con la sofferenza l'autore
della loro salvezza".
3. Conoscere e giudicare i segreti dei cuori spetta di suo a Dio
soltanto: ma per il rifluire della divinità nell'anima di Cristo ciò
spetta anche ad essa, come abbiamo visto sopra, trattando della
scienza di Cristo. Di qui le parole di S. Paolo: "Nel giorno in cui
Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo".
ARTICOLO
3
Se Cristo abbia acquistato il potere giudiziario con i suoi meriti
SEMBRA che Cristo non abbia acquistato il potere giudiziario
con i suoi meriti. Infatti:
1. Il potere giudiziario accompagna la dignità regale, secondo
le parole dei Proverbi: "Il re seduto sul trono della giustizia
disperde col suo sguardo ogni malvagità". Ora, Cristo acquistò
la dignità regale senza meritarla: poiché essa gli compete per il
fatto stesso che è l'Unigenito di Dio. Nel Vangelo infatti si legge: "Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà
in eterno sulla casa di Giacobbe". Dunque Cristo non ha acquistato
con i meriti il potere giudiziario.
2. Il potere giudiziario, stando alle cose già dette, spetta a
Cristo in quanto è il nostro capo. Ma la grazia capitale non spetta a
Cristo per i suoi meriti: bensì è connessa con l'unione ipostatica della
natura umana con quella divina, secondo le parole di S. Giovanni: "Abbiamo visto la sua gloria come di Figlio Unigenito del Padre,
pieno di grazia e di verità, e dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto". Parole queste che si riferiscono alla sua condizione di
capo. Perciò Cristo non dovette ai suoi meriti il potere giudiziario.
3. L'Apostolo afferma:
"L'uomo spirituale giudica di tutto".
Ma l'uomo diviene spirituale mediante la grazia: e questa non
proviene dai meriti, "altrimenti non sarebbe più grazia", nota
S. Paolo. Dunque il potere giudiziario né a Cristo, né ad altri è
dovuto per i meriti, ma solo per grazia.
IN CONTRARIO: A lui si riferiscono le parole di Giobbe:
"La tua
causa è stata giudicata come quella di un empio: per questo ti
sarà concessa la sentenza e il giudizio". E S. Agostino afferma: "Siederà come giudice colui che è stato sottoposto a giudizio:
condannerà i veri colpevoli colui che falsamente era stato dichiarato
in colpa".
RISPONDO: Niente impedisce che una stessa prerogativa sia
dovuta a una persona per diversi motivi: la gloria del suo corpo
risuscitato, p. es., era dovuta a Cristo non solo per rispetto della
sua divinità e per la gloria della sua anima; ma anche per il
merito dovuto all'ignominia della passione. Lo stesso si dica per
il potere giudiziario dovuto a Cristo come uomo; esso gli compete
e per la persona divina e per la dignità di capo e per la pienezza
della sua grazia abituale, e tuttavia egli l'ottenne anche per i
propri meriti: cosicché secondo la giustizia di Dio, doveva essere
istituito giudice colui che per tale giustizia aveva combattuto e
vinto, dopo essere stato condannato ingiustamente. Di qui le sue
parole nell'Apocalisse: "Io ho vinto e mi sono assiso sul trono di
mio Padre". Ora, il termine trono sta a indicare il potere giudiziario,
secondo le parole del Salmista: "Egli siede sul trono e
rende giustizia".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento è valido
per dimostrare che il potere giudiziario è dovuto al Cristo in forza
dell'unione ipostatica col Verbo di Dio.
2. Il secondo argomento considera il potere suddetto in quanto
deriva dalla grazia capitale.
3. Il terzo lo considera come derivante dalla grazia abituale,
che sublima l'anima di Cristo. Ma per il fatto che a Cristo è dovuto
il potere giudiziario in forza di codesti motivi, non si esclude che
gli sia dovuto anche per i suoi meriti.
ARTICOLO 4
Se il potere giudiziario di Cristo si estenda a tutte le cose umane
SEMBRA che il potere giudiziario di Cristo non si estenda a tutte
le cose umane. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge che avendogli uno chiesto:
"Di' a mio
fratello che divida con me l'eredità", il Signore rispose: "O uomo,
chi mi ha costituito giudice e arbitro tra voi?". Dunque egli
non ha potere di giudicare tutte le cose umane.
2. Non si può giudicare se non di cose soggette alla propria
giurisdizione. Ma "non tutte le cose noi le vediamo soggette" a
Cristo, fa notare la Scrittura. Perciò non sembra che egli possa
giudicare di tutte le cose umane.
3. S. Agostino insegna che rientra nei giudizi di Dio che i buoni
in questo mondo talora siano nell'afflizione e talora nella prosperità;
e così pure i malvagi. Ma questo avveniva anche prima
dell'incarnazione di Cristo. Quindi non tutti i giudizi di Dio sulle
cose umane rientrano nel potere giudiziario di Cristo.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"Il Padre ha rimesso ogni
giudizio al Figlio".
RISPONDO: Se parliamo di Cristo secondo la natura divina, è
evidente che ogni giudizio del Padre appartiene anche al Figlio:
poiché come il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo, così
giudica di tutto mediante il Verbo.
Se invece parliamo di Cristo secondo la sua natura umana, allora
è evidente che al suo giudizio sono soggette tutte le cose umane.
Primo, a motivo del rapporto esistente tra l'anima di Cristo e il
Verbo di Dio. Se è vero infatti che "l'uomo spirituale giudica di tutto", in quanto la sua mente aderisce al Verbo di Dio; molto
più ha il potere di giudicare ogni cosa l'anima di Cristo, la quale
gode la pienezza della verità del Verbo di Dio.
Secondo, ciò risulta dal considerare i meriti acquistati con la
sua morte. Poiché, come dice S. Paolo, "Cristo è morto ed è risuscitato,
per essere il Signore dei vivi e dei morti". Dunque egli
esercita il giudizio su tutti. Perciò l'Apostolo può concludere,
che "tutti compariremo dinanzi al tribunale di Cristo" e in Daniele
si legge, che "a lui egli diede potere, gloria e regno: e tutti i
popoli, nazioni e lingue lo serviranno".
Terzo, ciò risulta dal confronto delle cose umane col fine dell'umana salvezza.
Infatti chi ha il compito di disporre ciò che
è principale, ha anche quello di disporre di ciò che è necessario.
Ora, tutte le cose umane sono ordinate al fine della beatitudine,
che è la salvezza eterna, cui tutti gli uomini sono o ammessi o
respinti per il giudizio di Cristo, come risulta dal Vangelo. Perciò
è evidente che tutte le cose umane ricadono sotto il potere giudiziario
di Cristo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il potere giudiziario, come
abbiamo notato sopra, è annesso alla dignità regale. Ora, Cristo
pur essendo stato costituito re da Dio, tuttavia mentre viveva
sulla terra non volle l'amministrazione temporale del regno. Di
qui la sua stessa dichiarazione: "Il mio regno non è di questo mondo". Allo stesso modo egli non volle esercitare il potere
giudiziario sulle cose temporali, essendo venuto a convertire gli
uomini alle cose divine. Di qui il commento di S. Ambrogio a
quel passo evangelico: "È giusto che scansi le cose terrene, colui
che era disceso per quelle divine: non si degna di farsi giudice
di liti ed arbitro delle ricchezze chi è chiamato a giudicare i vivi
e i morti, e a farsi arbitro dei meriti".
2. Tutte le cose sono soggette a Cristo quanto al potere universale
che egli ha ricevuto dal Padre, come egli stesso ha dichiarato: "Mi è
stato dato ogni potere in cielo e in terra". Ma non
tutto gli è soggetto quanto all'esercizio del suo potere. Ciò avverrà
comunque nel futuro, quando in tutte le cose ci sarà l'adempimento
della sua volontà, con la salvezza degli uni e con la punizione
degli altri.
3. Prima dell'incarnazione tali giudizi sulle cose umane venivano
esercitati da Cristo in quanto Verbo di Dio: ma con l'incarnazione
anche l'anima a lui unita ipostaticamente è diventata partecipe
di tale potere.
ARTICOLO 5
Se dopo il
giudizio che si svolge nel tempo presente ci sia da attendere
un giudizio universale
SEMBRA che dopo il giudizio che si svolge nel tempo presente
non ci sia da attendere un giudizio universale. Infatti:
1. Dopo l'ultima retribuzione dei premi e dei castighi, inutile
sarebbe un altro giudizio. Ma in questo tempo presente viene già
fatta la retribuzione dei premi e dei castighi; poiché il Signore
disse al buon ladrone crocifisso: "Oggi sarai con me in Paradiso";
e nel Vangelo si legge, che "morì il ricco e fu sepolto nell'inferno".
È inutile dunque attendere un giudizio finale.
2. Secondo i Settanta in Naum si legge:
"Dio non giudicherà
due volte la stessa causa". Ma nel tempo presente Dio esercita
già il suo giudizio, sia sulle cose temporali che su quelle spirituali.
È chiaro quindi che non c'è da attendere un giudizio finale.
3. Premio e castigo corrispondono al merito e al demerito. D'altra
parte merito e demerito non interessano il corpo, se non in
quanto è strumento dell'anima. Quindi il premio e il castigo non
sono dovuti al corpo che a motivo dell'anima. Dunque alla fine
non si richiede un altro giudizio, perché l'uomo sia premiato o
punito nel suo corpo, oltre quello nel quale sono punite o premiate
le anime.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo Cristo ha affermato:
"La parola
che io vi ho annunziato vi giudicherà nell'ultimo giorno". Perciò
oltre il giudizio che si svolge attualmente, ci sarà un giudizio
nell'ultimo giorno.
RISPONDO: Non si può dare un giudizio completo su una cosa
mutevole, prima che essa abbia avuto compimento. Un giudizio
perfetto, p. es., sul valore di un atto non si può dare prima che
esso sia compiuto in se stesso e nei suoi effetti: poiché molte
azioni che sembrano utili, dai loro effetti risultano nocive. Così
pure non si può dare perfettamente il giudizio su un uomo, fino
a che la sua vita non sia terminata: poiché egli è in grado di
mutare in molte maniere dal bene al male o viceversa, oppure dal
bene al meglio, o di male in peggio. Per tale motivo, come dice
l'Apostolo, "è stato stabilito che l'uomo muoia una volta; e dopo
la morte il giudizio".
Si deve però notare che, sebbene la vita temporale dell'uomo
termini con la morte, si prolunga in qualche modo nel futuro.
Primo, in quanto continua a vivere nella memoria degli uomini:
in cui talora conserva contro la verità una fama buona o cattiva.
- Secondo, continua nei figli, i quali sono qualche cosa dei genitori.
Di qui le parole dell'Ecclesiastico: "È morto suo padre, ed
è come se non fosse morto, avendo lasciato dopo di sé uno che gli somiglia". Tuttavia molti buoni hanno figli cattivi, e viceversa.
- Terzo, continua negli effetti delle sue opere: dall'impostura di
Ario, p. es., e degli altri impostori pullula l'incredulità fino alla
fine del mondo; e fino a codesto termine si dilaterà la fede in
forza della predicazione degli apostoli. - Quarto si prolunga nelle
vicende della salma: la quale talora viene sepolta con onore, talora
rimane insepolta, e finalmente si riduce del tutto in polvere. - Quinto,
si prolunga nelle cose in cui l'uomo ripone il suo affetto,
p. es., in certi beni temporali, di cui alcuni finiscono presto, mentre
altri durano più a lungo.
Ora, tutte queste cose devono sottostare all'esame del giudizio
di Dio. Perciò non si può avere di esse un giudizio perfetto e
manifesto fino a che dura il corso del tempo presente. E per
questo deve esserci un giudizio finale nell'ultimo giorno, in cui
venga giudicato perfettamente e palesemente tutto ciò che riguarda
ciascun uomo in qualsiasi maniera.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Fu opinione di alcuni che le
anime dei santi non vengono premiate in cielo né quelle dei dannati
condannate all'inferno fino al giorno del giudizio. Ma la sua
falsità appare evidente da quanto dice l'Apostolo: "Noi ci facciamo
coraggio, e abbiamo la buona volontà di uscire dal corpo,
e preferiamo uscire dal corpo, per andare a vivere presso il Signore";
e ciò significa non più "camminare per fede, ma per visione", come risulta dal seguito del testo. Ora, questo significa
vedere Dio per essenza, il che, a detta di S. Giovanni, costituisce "la vita
eterna". Perciò è evidente che le anime separate dal
corpo godono la vita eterna.
Bisogna quindi affermare che dopo la morte l'uomo acquista
uno stato immutabile per quanto riguarda l'anima. E di conseguenza
per il premio dell'anima non c'è motivo di differire il giudizio.
Ma essendoci altre cose riguardanti l'uomo che si svolgono
per tutto il corso del tempo, e che non sono estranee al giudizio
di Dio, è necessario che alla fine dei tempi siano anch'esse
sottoposte di nuovo al giudizio. Infatti sebbene l'uomo in esse non
possa né meritare, né demeritare, esse tuttavia rientrano nel
premio o nel castigo. Perciò devono essere sottoposte al giudizio
finale.
2. È vero che Dio non giudicherà due volte
"la stessa causa",
però sotto il medesimo aspetto. Ma non ci sono difficoltà ad
ammettere che Dio la giudichi due volte sotto aspetti diversi.
3. Il premio o il castigo del corpo dipende da quello dell'anima;
tuttavia non essendo l'anima soggetta al mutamento, se non in
modo indiretto a causa del corpo, appena separata dal corpo
acquista uno stato immutabile ed è sottoposta al giudizio. Il corpo
invece rimane soggetto al mutamento fino alla fine dei tempi.
Perciò è necessario che esso riceva il suo premio o il suo castigo
nel giudizio finale.
ARTICOLO 6
Se il potere giudiziario di Cristo si estenda anche agli angeli
SEMBRA che il potere giudiziario di Cristo non si estenda agli
angeli. Infatti:
1. Gli angeli, sia buoni che cattivi, sono stati giudicati al principio
del mondo, quando alcuni decaddero per il peccato, mentre
gli altri furono confermati nella beatitudine. Ma quelli che sono
già stati giudicati non hanno più bisogno di essere sottoposti a
giudizio. Dunque il potere giudiziario di Cristo non si estende agli
angeli.
2. Giudicare ed essere giudicato non appartengono al medesimo
soggetto. Ora, gli angeli verranno con Cristo per giudicare, secondo
quelle parole evangeliche: "Il Figlio dell'Uomo verrà nella sua
maestà, e con lui tutti i suoi angeli". È chiaro quindi, che gli
angeli non dovranno essere giudicati da Cristo.
3. Gli angeli sono superiori alle altre creature. Perciò se Cristo
fosse giudice non solo degli uomini ma anche degli angeli, sarebbe
giudice per lo stesso motivo di tutte le creature. Il che è falso,
essendo questa una prerogativa della provvidenza di Dio, secondo
le parole di Giobbe: "A chi altri egli ha affidato la terra? E chi
ha preposto al mondo che egli ha costruito?". Dunque Cristo
non è giudice degli angeli.
IN CONTRARIO: S. Paolo domanda:
"Non sapete che noi giudicheremo
gli angeli?". Ora, i santi non giudicheranno che per
l'autorità di Cristo. A maggior ragione dunque l'avrà Cristo il
potere di giudicare gli angeli.
RISPONDO: Gli angeli sono soggetti al potere giudiziario di Cristo
non solo in forza della sua natura divina, cioè per il fatto che egli
è il Verbo di Dio, ma anche a motivo della sua natura umana.
Ciò è evidente per tre motivi. Primo, per l'intimità che la natura
assunta ha con Dio: poiché, come dice la Scrittura, "Dio non
ha assunto gli angeli, ma ha assunto il seme di Abramo". Perciò
l'anima di Cristo è piena della verità del Verbo di Dio più di
qualsiasi angelo. Infatti, come insegna Dionigi, egli illumina gli
angeli. E quindi ha il potere di giudicarli.
Secondo, perché con le umiliazioni della passione la natura umana
in Cristo meritò di essere esaltata al di sopra degli angeli: ecco
perché S. Paolo ha potuto scrivere, che "nel nome di Gesù si piega
ogni ginocchio in cielo, in terra e nell'inferno". Perciò Cristo ha
il potere giudiziario anche sugli angeli, sia buoni che cattivi. E ne
abbiamo un indizio nel fatto che, come dice l'Apocalisse, "tutti
gli angeli stavano in piedi intorno al (suo) trono".
Terzo, a motivo delle mansioni esercitate dagli angeli in mezzo
agli uomini, di cui Cristo è capo in modo particolare. Ecco in
proposito le parole di S. Paolo: "Tutti sono spiriti al servizio (di
Dio), inviati per esercitare un ufficio in favore di coloro che devono
ereditare la salvezza".
Ora, gli angeli sottostanno al giudizio di Cristo prima di tutto
per l'esecuzione di quanto viene compiuto per loro mezzo. E ciò
si rileva persino nella vita umana di Cristo: al quale "gli angeli
ministravano", secondo l'affermazione evangelica; e a cui i demoni
chiedevano di essere mandati nei porci.
In secondo luogo, per i premi accidentali degli angeli buoni, che
consistono nella loro gioia per la salvezza degli uomini, secondo l'accenno
evangelico: "Gli angeli di Dio fanno festa per un peccatore
che si pente". E quindi per le pene accidentali dei demoni, le
quali li colpiscono o qui, o nell'inferno. E anche questo spetta a
Cristo come uomo; poiché nel Vangelo si legge che il demonio
gridò: "Che c'è tra noi e te, o Gesù Nazareno? Sei venuto per perderci?".
In terzo luogo vi sottostanno e per il premio essenziale degli
angeli buoni, che è la beatitudine eterna, e per il castigo essenziale
di quelli cattivi, che è la dannazione eterna. Questo però si deve
a Cristo in quanto Dio, fin dal principio del mondo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento è valido,
in quanto riguarda il premio essenziale e il castigo principale.
2. Come nota S. Agostino, sebbene
"l'uomo spirituale giudichi
tutte le cose", egli tuttavia è giudicato dalla stessa verità. Perciò
sebbene gli angeli, per il fatto che sono spirituali, debbano giudicare,
sono però giudicati da Cristo, in quanto egli è la Verità.
3. Cristo è costituito giudice non solo degli angeli, ma del governo
di tutto l'universo. Se infatti, come nota S. Agostino, gli esseri
inferiori sono con ordine governati da Dio mediante quelli superiori,
si deve concludere che tutte le cose sono governate mediante
l'anima di Cristo, la quale è superiore a qualsiasi creatura. Di qui
le parole dell'Apostolo: "Dio non assoggettò agli angeli il mondo futuro", quel mondo, spiega la Glossa,
"che è sottomesso a colui
del quale parliamo, cioè al Cristo".
Ciò non significa che
Dio abbia affidato a un altro la terra.
Poiché il Signore Gesù Cristo, Dio e uomo, non è che un'unica e
identica persona. - E quello che noi abbiamo detto del mistero
della sua incarnazione per il momento può bastare.
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