Il Santo Rosario
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Questione 55

La manifestazione della resurrezione

Veniamo ora a considerare la manifestazione della resurrezione.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se la resurrezione di Cristo dovesse essere manifestata a tutti gli uomini, oppure solo a delle persone qualificate; 2. Se avesse dovuto risorgere davanti ai loro occhi; 3. Se avesse dovuto convivere con i suoi discepoli dopo la resurrezione; 4. Se fosse conveniente che apparisse ai suoi discepoli sotto sembianze diverse; 5. Se dovesse manifestare con delle prove la propria resurrezione; 6. Se tali prove siano state sufficienti.

ARTICOLO 1

Se la resurrezione di Cristo dovesse essere manifestata a tutti

SEMBRA che la resurrezione di Cristo dovesse essere manifestata a tutti. Infatti:
1. Come a un peccato pubblico si deve una pena pubblica, secondo l'esortazione di S. Paolo a Timoteo: "Chi pecca davanti a tutti rimproveralo", così a un merito pubblico si deve un pubblico premio. Ma "la gloria della resurrezione", a detta di S. Agostino, "è premio per l'ignominia della passione". Essendo stata quindi manifestata a tutti la passione di Cristo, avendola sofferta in pubblico, è evidente che doveva essere manifestata a tutti la gloria della sua resurrezione.

2. Come è ordinata alla nostra salvezza la passione di Cristo, così è ad essa ordinata la sua resurrezione, poiché sta scritto: "È risorto per la nostra giustificazione". Ma quello che riguarda l'utilità di tutti deve manifestarsi a tutti. Perciò la resurrezione di Cristo doveva manifestarsi a tutti e non solo a persone particolari.

3. Quelli che ne ebbero la manifestazione furono i testimoni della resurrezione di Cristo, secondo l'accenno della Scrittura: "Dio lo risuscitò dai morti; e noi ne siamo i testimoni". Ma questa testimonianza avveniva con la predicazione pubblica; la quale è negata alle donne, stando alle parole di S. Paolo: "Le donne in chiesa stiano in silenzio"; e ancora: "Alla donna non permetto d'insegnare". Dunque non era opportuno che la resurrezione di Cristo fosse manifestata prima alle donne che a tutta la massa.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Dio risuscitò Cristo il terzo giorno, ed ha permesso che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma ai testimoni preordinati da Dio".

RISPONDO: Tra le cose che si conoscono alcune rientrano nelle comuni capacità della natura; altre invece si conoscono per un dono speciale della grazia, e sono quelle che vengono rivelate da Dio. Ora, a proposito di queste ultime, come insegna Dionigi, Dio ha stabilito questa legge, che vengano rivelate immediatamente da Dio agli esseri superiori, e mediante il loro ministero a quelli inferiori. Il che è evidente nell'ordinamento degli spiriti celesti. Ebbene, le cose relative alla gloria futura superano la conoscenza comune degli uomini, secondo le parole di Isaia: "Occhio non vide, eccetto tu, o Dio, quello che hai preparato per coloro che ti amano". Perciò codeste cose non sono conosciute dall'uomo, se non per rivelazione divina, secondo l'espressione dell'Apostolo: "A noi Dio le ha rivelate mediante il suo Spirito". E poiché Cristo è risorto con una resurrezione gloriosa, questa doveva essere manifestata non a tutto il popolo, ma ad alcuni per la cui testimonianza sarebbe giunta a tutti gli altri.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La passione di Cristo si compì su di un corpo che aveva ancora una natura passibile, la quale è conosciuta da tutti secondo la legge comune. Perciò essa poté essere manifestata immediatamente a tutto il popolo. La resurrezione di Cristo invece si è compiuta "mediante la gloria del Padre", come si esprime l'Apostolo. Ecco perché non fu manifestata immediatamente a tutti, ma solo ad alcuni.
Quanto alla pena pubblica inflitta ai peccatori pubblici, si noti che si tratta della pena limitata alla vita presente. E in tale ambito anche i meriti pubblici vanno premiati pubblicamente, per incoraggiare gli altri. Ma le pene e i premi della vita futura non vengono manifestati pubblicamente a tutti: bensì a quei privilegiati che Dio ha designato.

2. La resurrezione di Cristo, essendo preordinata alla salvezza di tutti, è fatta per giungere alla conoscenza di tutti: non già raggiungendo tutti con una manifestazione immediata; ma solo alcuni, che con la loro testimonianza l'avrebbero comunicata a tutti.

3. Alla donna non è permesso d'insegnare in chiesa pubblicamente; però le è concesso d'istruire privatamente con l'ammonizione familiare. Scrive infatti S. Ambrogio, che "fu inviata ad essi, che erano di casa, precisamente una donna"; ma essa non fu inviata a testimoniare la resurrezione dinanzi al popolo.

Ora, Cristo volle per primo apparire alle donne, perché come la donna era stata la prima a portare all'uomo il germe della morte, così fosse la prima ad annunziare gli albori della gloria in Cristo risorto. Di qui le parole di S. Cirillo: "La donna che era stata quasi strumento di morte, fu la prima a constatare e ad annunziare il mistero della santa resurrezione. Cosicché il sesso femminile è stato redento dall'infamia e dalla maledizione". Ciò serve anche a dimostrare che nello stato della gloria futura le donne non avranno nessuna minorazione dal loro sesso; ma se saranno più ferventi nella carità, godranno una gloria superiore nella visione di Dio: e questo perché le donne, che avevano amato il Signore più ardentemente, al punto "di non abbandonare il sepolcro, mentre i discepoli lo abbandonavano", videro per prime il Signore risorto nella gloria.

ARTICOLO 2

Se era conveniente che i discepoli assistessero alla resurrezione di Cristo

SEMBRA che sarebbe stato conveniente che i discepoli assistessero alla resurrezione di Cristo. Infatti:
1. I discepoli avevano il compito di testimoniare la resurrezione di Cristo, secondo le parole della Scrittura: "Gli apostoli con grande efficacia rendevano testimonianza della resurrezione di Gesù Cristo Signor nostro". Ma la testimonianza più certa è quella oculare. Quindi sarebbe stato conveniente che essi vedessero direttamente la resurrezione di Cristo.

2. Per la certezza della loro fede ai discepoli fu concesso di assistere all'ascensione di Cristo, secondo la narrazione della Scrittura: "Si sollevò da terra davanti ai loro occhi". Ma la stessa certezza di fede è richiesta per la resurrezione. Sembra dunque che Cristo avrebbe dovuto risorgere davanti ai discepoli.
3. La resurrezione di Lazzaro fu un indizio della futura resurrezione di Cristo. Ora, il Signore risuscitò Lazzaro al cospetto dei discepoli. Dunque Cristo stesso avrebbe dovuto risorgere davanti a loro.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge: "Essendo risorto il Signore al mattino, cioè il primo giorno della settimana, apparve a Maria Maddalena". Ora, Maria Maddalena non lo vide risorgere; ma mentre lo cercava nel sepolcro, si sentì dire dall'angelo: "Il Signore è risorto; non è qui". Perciò nessuno lo vide risorgere.

RISPONDO: Come l'Apostolo afferma: "ciò che viene da Dio è ordinato". Ebbene, questo è l'ordine istituito da Dio, che quanto è al di sopra dell'uomo venga rivelato agli uomini mediante gli angeli: e ciò secondo le spiegazioni di Dionigi. Ora, nel risorgere Cristo non tornò alla vita ordinaria degli uomini, ma a una vita immortale e conforme a quella di Dio: secondo le parole di S. Paolo: "Ciò che vive vive in Dio". Perciò la resurrezione di Cristo non doveva esser vista dagli uomini immediatamente, ma esser loro annunziata dagli angeli. Di qui le parole di S. Ilario: "L'angelo fu il primo nunzio della resurrezione, perché la resurrezione fosse annunziata mediante una rivelazione della volontà del Padre".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli Apostoli potevano presentarsi come testimoni oculari della resurrezione: perché dopo la resurrezione videro con gli occhi della fede il Cristo vivo, dopo averne constatato la morte. Ma come si giunge alla visione beatifica attraverso l'ascoltare della fede, così gli uomini giunsero alla visione di Cristo risorto dagli annunzi prima ascoltati dagli angeli.
2. L'ascensione di Cristo trascendeva la conoscenza ordinaria degli uomini non rispetto al suo punto di partenza, ma solo rispetto al suo punto d'arrivo. Ecco perché i discepoli furono in grado di vederla nel suo punto di partenza, cioè nell'atto in cui Cristo si sollevò da terra. Essi però non la videro nel punto di arrivo: poiché non videro come fosse ricevuto in cielo. Ora, la resurrezione di Cristo trascendeva la conoscenza ordinaria e comune degli uomini, sia nel termine di partenza, che comportava il ritorno dell'anima dagl'inferi e l'uscita del corpo dal sepolcro ancora chiuso; sia nel termine di arrivo, che era il conseguimento di una vita gloriosa. Perciò la resurrezione non doveva avvenire alla presenza degli uomini.
3. Lazzaro fu risuscitato per tornare alla vita che aveva in precedenza, la quale non superava la conoscenza ordinaria dell'uomo. Perciò il paragone non regge.

ARTICOLO 3

Se dopo la resurrezione Cristo dovesse convivere continuamente coi suoi discepoli

SEMBRA che dopo la sua resurrezione Cristo avrebbe dovuto convivere di continuo con i suoi discepoli. Infatti:
1. Cristo dopo la sua resurrezione apparve ai discepoli per renderli certi nella fede circa la propria resurrezione, e per consolare le loro anime turbate, come appare dalle parole evangeliche: "Nel vedere il Signore i discepoli furono pieni di gioia". Ma essi si sarebbero certificati e rallegrati di più se la sua presenza fosse stata continua. Dunque egli avrebbe dovuto convivere con essi di continuo.

2. Risuscitato dai morti Cristo non ascese subito al cielo, ma "dopo quaranta giorni". Ora, in codesto tempo egli non poteva trovarsi meglio in nessun altro luogo che dove erano radunati i discepoli. Perciò egli avrebbe dovuto convivere continuamente con essi.
3. Nel giorno stesso della sua resurrezione risulta che Cristo apparve cinque volte, come fa rilevare S. Agostino: primo, "apparve alle donne presso il sepolcro; secondo, alle medesime lungo la via mentre se ne allontanavano; terzo, a Pietro; quarto, ai due discepoli di Emmaus; quinto, a molti in Gerusalemme, assente però Tommaso". Quindi anche negli altri giorni precedenti alla sua ascensione avrebbe dovuto almeno apparire più volte.
4. Prima della passione il Signore aveva detto ai discepoli: "Quando sarò risorto vi precederò in Galilea". Ciò fu ripetuto dall'angelo e dal Signore stesso alle pie donne. E tuttavia egli prima si fece vedere da essi in Gerusalemme, sia il giorno stesso della resurrezione, come abbiamo già notato, sia otto giorni dopo, come si legge in S. Giovanni. Non sembra quindi che Cristo dopo la resurrezione si sia comportato come si conveniva con i suoi discepoli.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge, che Cristo riapparve ai discepoli "dopo otto giorni". Egli dunque non conviveva continuamente con essi.

RISPONDO: A proposito della resurrezione due cose dovevano esser ben chiarite ai discepoli: la realtà della resurrezione di Cristo, e la gloria del risorto. Ora, per mostrare la realtà della resurrezione, bastava che egli apparisse loro più volte, parlasse, mangiasse e bevesse con loro familiarmente, offrendosi loro come realtà palpabile. Ma per mostrare la gloria della resurrezione egli non volle convivere continuamente con essi come faceva prima; perché non pensassero che fosse risorto al medesimo genere di vita. Si spiega così quella sua dichiarazione: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero con voi". Anche allora infatti egli era con loro per la sua presenza corporale: ma prima egli era stato presente non solo per la presenza corporale bensì anche per la sua somiglianza quale essere mortale. Di qui le parole di S. Beda, a commento della dichiarazione suddetta: "Quando ero con voi nella carne mortale, in cui vi trovate anche voi. Allora infatti egli era risuscitato nella medesima carne: però non si trovava con essi nella medesima mortalità".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A certificare i discepoli sulla verità della resurrezione bastavano le frequenti apparizioni di Cristo: mentre la convivenza continua avrebbe potuto indurli in errore, facendo credere che egli fosse risorto al medesimo genere di vita che aveva in precedenza. - La consolazione poi derivante dalla sua presenza continua egli la promise loro nell'altra vita: "Io vi vedrò di nuovo, e ne gioirà il vostro cuore, e nessuno vi potrà più togliere la vostra gioia".
2. Cristo allora non volle convivere continuamente con i suoi discepoli non perché ritenesse più conveniente altrove la sua presenza; ma perché giudicava più conveniente per la loro istruzione, la sottrazione di tale continua convivenza, per il motivo indicato. Ignoriamo dove egli dimorasse corporalmente in quei giorni d'attesa: poiché la Scrittura non ne parla, e d'altronde "il suo dominio si estende in ogni luogo".

3. Le apparizioni furono più frequenti il primo giorno; perché, i discepoli, ammoniti da numerosi indizi, fin da principio concepissero la fede nella resurrezione. Ma dopo che questa fu stabilita, non era più necessario che fossero istruiti con apparizioni così frequenti. Ecco perché nel Vangelo dopo il primo giorno non vengono registrate che cinque apparizioni. Dopo le prime cinque, scrive S. Agostino, "la sesta volta apparve quando fu visto da Tommaso; la settima sul lago di Tiberiade con l'episodio della pesca prodigiosa; l'ottava su di un monte della Galilea come narra S. Matteo; la nona quando mangiarono con lui sulla terra l'ultima volta, secondo il racconto di S. Marco; la decima il giorno stesso mentre ascendeva al cielo, non più sulla terra, ma elevato sulle nubi. Tuttavia come dice S. Giovanni, non tutto è stato scritto. Quindi furono frequenti le sue relazioni con essi prima di ascendere al cielo"; e questo per il loro conforto. S. Paolo infatti riferisce che "Cristo apparve a più di cinquecento fratelli riuniti, e finalmente a Giacomo": e di queste apparizioni il Vangelo non parla affatto.

4. Il Crisostomo, nel commentare le parole evangeliche, "quando sarò risorto vi precederò in Galilea", scrive: "Per mostrarsi ai discepoli egli non va in lontane regioni, ma tra quella gente e in quella regione", in cui aveva vissuto a lungo con essi, "perché anche da questo si persuadessero che il risorto era proprio lui che era stato crocifisso". Inoltre "egli dice di voler andare in Galilea, per liberarli dalla paura dei giudei".

Perciò, come dice S. Ambrogio, "il Signore aveva annunziato ai discepoli che lo avrebbero visto in Galilea: ma dato che essi per paura dei giudei se ne stavano chiusi nel cenacolo, prima ancora volle loro mostrarsi. Né questo fu un mancare alla promessa: ma piuttosto un adempimento benignamente anticipato. In seguito, una volta rinfrancati, essi andarono in Galilea. Del resto si potrebbe anche dire che mentre chiusi nel cenacolo erano pochi soltanto, là sul monte furono in molti". Scrive infatti S. Eusebio: "Due evangelisti, cioè Luca e Giovanni, attestano che egli apparve a Gerusalemme agli undici soltanto: invece gli altri due ricordano che sia l'angelo che il Salvatore raccomandarono di tornare in Galilea non solo agli undici, ma a tutti i discepoli e ai fratelli". "La vera soluzione quindi è che Cristo apparve prima una o due volte ai discepoli nascosti in Gerusalemme, per loro conforto. Invece in Galilea egli apparve non di nascosto, né una o due volte soltanto, ma si fece conoscere con molte manifestazioni di potenza, "mostrandosi vivo, dopo la sua passione, dandone ad essi numerose prove", come scrive S. Luca".
Oppure diremo con S. Agostino che "le parole dell'angelo e del Signore", relative al suo precederli in Galilea, "vanno prese in senso profetico". Galilea infatti può significare trasmigrazione, "e in tal senso si può intendere preannunziata la loro trasmigrazione dal popolo d'Israele alle genti: le quali non avrebbero certo creduto alla predicazione degli Apostoli, se Cristo stesso non ne avesse preparato i cuori. Così si spiegano le parole: "Vi precederà in Galilea". Stando poi all'altra interpretazione che per Galilea intende rivelazione, le parole suddette non si riferiscono al Cristo nella sua forma di servo, ma nella sua forma o natura (divina) in cui è uguale al Padre, forma che egli promette a noi suoi amici, senza abbandonarci mentre ci precede nel raggiungimento di codesta meta".

ARTICOLO 4

Se fosse conveniente che Cristo apparisse ai discepoli sotto sembianze diverse

SEMBRA che Cristo non dovesse apparire ai discepoli sotto sembianze diverse. Infatti:
1. Secondo verità non può apparire se non ciò che è. Ma in Cristo il sembiante era uno solo. Quindi se Cristo apparve in un sembiante diverso, la sua non fu un'apparizione vera, ma falsa. Il che è inammissibile: poiché, come dice S. Agostino, "se ingannasse, non sarebbe la verità; ora, Cristo è la verità". Perciò egli non doveva apparire ai discepoli in un altro sembiante.

2. Una cosa può apparire sotto sembianze diverse, solo perché gli occhi degli spettatori sono ammaliati da prestigi. Ora, codesti prestigi, essendo dovuti alle arti magiche, non si possono attribuire a Cristo, stando alle parole di S. Paolo: "Quale accordo può esserci tra Cristo e Belial?". Dunque egli non doveva mostrarsi sotto altre sembianze.
3. Come la nostra fede trae la sua certezza dalla Sacra Scrittura, così i discepoli erano certificati nella fede della resurrezione dalle apparizioni di Cristo, Ma "se nella Sacra Scrittura", dice S. Agostino, "si ammettesse anche una falsità, tutta l'autorità di essa verrebbe distrutta". Perciò, se anche in una sola apparizione Cristo si fosse mostrato diversamente da quello che era, verrebbe infirmato tutto ciò che i discepoli videro dopo la sua resurrezione. Ora, questo non è ammissibile. Quindi Cristo non doveva apparire sotto sembianze diverse.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge: "In seguito apparve sotto altre sembianze a due che andavano in campagna".

RISPONDO: La resurrezione di Cristo, l'abbiamo visto sopra, fu manifestata agli uomini secondo il modo in cui vengono rivelati ad essi i misteri di Dio. Ora, i misteri di Dio vengono rivelati diversamente secondo le disposizioni di chi li riceve. Quelli infatti che hanno l'anima ben disposta percepiscono le cose divine secondo verità. Quelli invece che non hanno l'anima ben disposta percepiscono le cose divine con una mescolanza di dubbi e di errori: "l'uomo animale", ammonisce S. Paolo "non percepisce le cose che appartengono allo Spirito di Dio". Ecco perché Cristo a coloro che erano disposti a credere apparve dopo la resurrezione nelle sue sembianze. Apparve invece sotto altre sembianze a coloro che erano già tiepidi nella fede; essi infatti confessarono: "Noi speravamo che egli dovesse redimere Israele". E S. Gregorio scrive che "si mostrò loro fisicamente quale se l'erano figurato nel pensiero. Essendo egli, per la loro fede, ancora pellegrino mostrò di voler andare più lontano", cioè di essere un pellegrino.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come spiega S. Agostino, "non tutto quello che simuliamo è menzogna; ma solo quando ciò che si vuol simulare non ha nessun altro significato. Invece quando quello che raffiguriamo o simuliamo si riferisce a qualche cosa che viene significata, non è una menzogna, bensì una figura della verità. Altrimenti tutto quello che è stato detto in termini figurali dai sapienti, dai santi e dal Signore stesso, sarebbe da considerarsi menzogna; poiché secondo l'interpretazione ovvia la verità non combina con quelle espressioni. Ora, come senza menzogna possono avere un valore figurale le parole, così possono averlo dei fatti per indicare qualche cosa". Ed è appunto il caso nostro, come abbiamo già spiegato.
2. "Il Signore", spiega S. Agostino, "poteva trasformare il suo corpo così da presentare altre sembianze diverse da quelle che in lui si scorgevano abitualmente: del resto anche prima della sua passione si trasfigurò sul monte, cosicché il suo volto risplendeva come il sole. Ora però questo non avvenne. Non è infatti da escludere che l'impedimento posto ai loro occhi perché non riconoscessero Gesù, debba attribuirsi a Satana". Tanto è vero che nel Vangelo si legge: "I loro occhi erano impediti di riconoscerlo".
3. L'argomento sarebbe valido, se da quelle sembianze diverse quei discepoli non fossero stati condotti a scorgere il vero sembiante di Cristo. Infatti, come spiega ancora S. Agostino, "quella permissione di Cristo", cioè che i loro occhi non potessero raffigurarlo, "durò fino al momento della frazione del pane eucaristico: in modo da far capire che l'impedimento del nemico a far riconoscere Cristo non regge di fronte alla partecipazione dell'unità del suo corpo". Ecco perché nel Vangelo si legge, che allora "i loro occhi si aprirono e lo riconobbero"; "non già che prima camminassero a occhi chiusi ma c'era qualche cosa la quale, a somiglianza di nebbia o di umore lacrimale non permetteva di riconoscere ciò che vedevano".

ARTICOLO 5

Se Cristo dovesse mostrare la realtà della resurrezione con delle prove

SEMBRA che Cristo non dovesse mostrare la realtà della sua resurrezione con delle prove. Infatti:
1. S. Ambrogio ha scritto: "Togli le prove dove si richiede la fede". Ma per la resurrezione di Cristo si richiede la fede. Quindi non c'è bisogno di prove.

2. S. Gregorio insegna: "La fede non ha merito se la ragione umana fornisce delle esperienze". Ora, Cristo non aveva il compito di eliminare il merito della fede. Dunque egli non doveva confermare la resurrezione con delle prove.
3. Cristo è venuto nel mondo perché gli uomini conseguissero la beatitudine, conforme alle sue parole: "Sono venuto perché essi abbiano la vita e l'abbiano in sovrabbondanza". Ora, mediante le suddette manifestazioni si produce un impedimento alla beatitudine umana; poiché il Signore stesso ha affermato: "Beati coloro che non hanno visto ed hanno creduto". È chiaro quindi che Cristo non doveva manifestare con delle prove la propria resurrezione.

IN CONTRARIO: Nella Scrittura si legge, che "Cristo si manifestò ai suoi discepoli con molte prove per quaranta giorni, parlando loro del regno di Dio".

RISPONDO: Il termine prova può avere due significati. Talora infatti indica qualsiasi "ragione che fa fede di una cosa dubbia". Talora invece indica qualsiasi segno sensibile, addotto per mostrare la verità di una cosa: ed è così che Aristotele stesso alcune volte parla di prove nei suoi libri. Stando al primo significato, Cristo non diede ai suoi discepoli le prove della propria resurrezione. Poiché codeste prove partono da alcuni principii: che però se non fossero stati noti ai discepoli non sarebbero stati in grado di dimostrare nulla, perché niente può esser reso noto dall'ignoto; se invece fossero stati loro noti non avrebbero oltrepassato la ragione umana, e quindi non sarebbero stati in grado di dimostrare la fede nella resurrezione, la quale sorpassa la ragione umana; poiché per la dimostrazione i principii devono essere dello stesso ordine, come insegna Aristotele. - Cristo invece provò loro la sua resurrezione mediante i testi della Sacra Scrittura, che è il fondamento della fede: "Bisogna che s'adempia tutto quello che è stato scritto di me nella legge, nei salmi e nei profeti".
Se invece il termine prova si prende nel secondo significato, allora si può dire che Cristo abbia manifestato la sua resurrezione con delle prove, in quanto mostrò con segni evidentissimi di essere veramente risuscitato. Infatti il testo greco, là dove la Scrittura parla di "molte prove", usa il termine τεκμηριον, che indica "un segno evidente per provare".
Ora, Cristo si servì di segni di questo genere per dimostrare la sua resurrezione ai discepoli per due motivi. Primo, perché i loro cuori non erano disposti a credere facilmente nella resurrezione. Infatti egli stesso così li rimprovera: "O stolti e tardi di cuore a credere". E in S. Marco si riferisce, che "rimproverò la loro incredulità e durezza di cuore". - Secondo, per rendere con codesti segni più efficace la loro testimonianza, secondo le parole di S. Giovanni: "Noi rendiamo testimonianza di ciò che abbiamo visto, udito e toccato con mano".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Ambrogio in quel testo parla delle prove escogitate dalla ragione umana: e queste certo non possono valere, per mostrare le cose della fede.
2. Il merito della fede sta nel credere, basandosi su un comando divino, ciò che non si vede. Perciò escludono il merito quelle sole ragioni che fanno vedere scientificamente ciò che è proposto alla fede. Tali sono le ragioni dimostrative. Ma Cristo per mostrare la sua resurrezione non ricorse a ragioni di codesto genere.
3. Come abbiamo già notato, il merito che rende beato chi possiede la fede viene escluso del tutto soltanto dal fatto che uno non vuol credere se non quel che vede: però se uno, per dei segni evidenti, crede quello che non vede, la sua fede e il suo merito non sono del tutto eliminati. È questo il caso di Tommaso, cui il Signore disse: "Hai creduto, perché hai veduto"; ma una cosa egli vide, e un'altra credette: vide le ferite, e credette la divinità di Cristo. Però ha una fede più perfetta chi non richiede tali prove per credere. Ecco perché il Signore per rimproverare alcuni della loro poca fede ebbe a dire: "Se non vedete segni e miracoli, non credete". Da ciò si arguisce che coloro i quali sono pronti a credere alla rivelazione divina senza quei segni, sono beati rispetto a quelli che non credono senza di essi.

ARTICOLO 6

Se le prove date da Cristo fossero sufficienti per dimostrare la realtà della sua resurrezione

SEMBRA che le prove date da Cristo non fossero sufficienti a dimostrare la realtà della sua resurrezione. Infatti:
1. Non c'è una prova tra quelle date da Cristo ai discepoli dopo la resurrezione, che gli angeli stessi nelle loro apparizioni agli uomini non avessero mostrato o potessero mostrare. Infatti gli angeli apparvero spesso agli uomini sotto umane sembianze, parlando, stando e mangiando con essi, come se fossero veri uomini: ciò è evidente per gli angeli che furono ospitati da Abramo; e per l'angelo che "condusse e ricondusse" Tobia. E tuttavia gli angeli non avevano un vero corpo: ciò che invece è richiesto per la resurrezione. Perciò le prove offerte da Cristo ai discepoli non erano sufficienti a dimostrare la sua resurrezione.

2. Cristo ebbe una resurrezione gloriosa, accoppiando la natura umana e la gloria. Ora, Cristo mostrò ai discepoli dei segni che sembrano incompatibili con la natura umana: "disparve infatti ai loro occhi", ed entrò da loro "a porte chiuse"; e al contrario altri che sembrano incompatibili con lo stato di gloria: p. es., mangiare e bere, e portare le cicatrici. Dunque tali prove non erano né sufficienti né convenienti per illustrare la fede nella resurrezione.
3. Il corpo di Cristo dopo la resurrezione non era tale da poter esser toccato da un uomo mortale; egli infatti disse alla Maddalena: "Non mi toccare, poiché non sono ancora salito al Padre". Perciò non era conveniente che per mostrare la realtà della sua resurrezione Cristo si facesse toccare dai discepoli.
4. Tra le qualità di un corpo glorioso la principale è lo splendore. Ma di questa non fu data da Cristo nessuna prova. Quindi sembra che le prove addotte non fossero sufficienti per dimostrare la natura della sua resurrezione.

IN CONTRARIO: Cristo, che è la Sapienza di Dio, come dice la Scrittura, "ha disposto ogni cosa con soavità" e con sapienza.

RISPONDO: Cristo volle manifestare la propria resurrezione in due maniere: con delle testimonianze, e con delle prove o segni. Ebbene, entrambe le manifestazioni furono efficaci nel loro genere.
Per chiarire infatti la sua resurrezione ai discepoli ricorse a due testimonianze che era impossibile rifiutare. La prima fu quella degli angeli, che annunziarono la sua resurrezione alle pie donne: come risulta da tutti i Vangeli. La seconda fu quella della Scrittura, da lui addotta per mostrare la propria resurrezione, come riferisce S. Luca.
Inoltre le prove furono efficaci per mostrare che la resurrezione era vera e che era gloriosa. Che era vera la mostrò innanzi tutto relativamente al corpo. Primo, chiarì che esso era un corpo vero e solido: non già fantastico, o rarefatto come l'aria. E questo lo mostrò presentando un corpo palpabile. Di qui le sue parole: "Palpate e guardate poiché gli spiriti non hanno la carne e le ossa come vedete che ho io". - Secondo, mostrò che era un corpo umano, presentando le sue vere sembianze che essi vedevano coi loro occhi. - Terzo, chiarì che era identico a quello di prima, mostrando le cicatrici delle ferite. Nel Vangelo infatti si legge: "E disse loro: Guardate le mie mani e i miei piedi, poiché sono proprio io".
In secondo luogo mostrò loro la realtà della propria resurrezione relativamente all'anima nuovamente unita al corpo. E ricorse per questo alle funzioni dei tre generi di vita. Primo, a quelle della vita vegetativa: poiché mangiò e bevve con i suoi discepoli, come narra S. Luca. - Secondo, alle funzioni della vita sensitiva: rispondendo alle domande dei discepoli e salutandoli, mostrando così di vedere e di udire. - Terzo, alle funzioni della vita intellettiva: poiché parlò con essi interpretando la Scrittura.
E perché niente mancasse a codesta manifestazione, mostrò anche di possedere la natura divina: mediante il miracolo della pesca prodigiosa; e finalmente con l'ascensione al cielo davanti ai loro occhi; poiché come dice il Vangelo, "Nessuno può salire al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'Uomo che è in cielo".
Inoltre egli mostrò ai discepoli che la sua resurrezione era gloriosa, entrando tra loro a porte chiuse. Cosicché S. Gregorio ha potuto scrivere: "Il Signore offrì loro una carne palpabile che aveva introdotto a porte chiuse, per mostrare che il suo corpo dopo la resurrezione era identico nella natura, ma diverso nella gloria". - Inoltre rientrava tra le proprietà della gloria il fatto che all'istante "sparì dagli occhi dei discepoli"; poiché ciò dimostra che era in suo potere di essere o non esser visto: potere che è una prerogativa del corpo glorioso, come sopra abbiamo visto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Singolarmente prese, le prove non sarebbero sufficienti a manifestare la resurrezione di Cristo: prese però complessivamente ne danno una manifestazione perfetta; soprattutto per la testimonianza della Scrittura, per le parole degli angeli, e per le asserzioni di Cristo confermate dai miracoli. Invece gli angeli nelle loro apparizioni non asserivano come faceva Cristo, di essere veri uomini.
D'altra parte il mangiare di Cristo fu diverso da quello degli angeli. Poiché, non avendo gli angeli assunto dei corpi vivi ed animati, la loro non era una manducazione reale, sebbene ci fosse una reale masticazione del cibo e un'ingestione verso le interiora del corpo assunto. Di qui le parole dette dall'angelo a Tobia: "Quando ero con voi sembrava che io mangiassi e bevessi; ma io mi nutro di un cibo invisibile". Essendo invece il corpo di Cristo un vero corpo animato, la sua fu una manducazione reale. Infatti, come scrive S. Agostino, "ai corpi dei risorti viene tolta non la facoltà, ma la necessità di mangiare". E S. Beda afferma che "Cristo mangiò per (mostrare) la facoltà; non per la necessità di farlo".
2. Come abbiamo già notato, alcune prove furono portate da Cristo per mostrare la realtà della natura umana; altre invece per mostrare la sua gloria di risorto. Ma la condizione della natura umana considerata in se stessa, cioè nello stato presente, è in contrasto con la condizione della gloria, secondo l'affermazione di S. Paolo: "Si semina nella debolezza e risorge pieno di forza". Perciò i segni addotti per mostrare lo stato di gloria, sembrano incompatibili con la natura, non già in senso assoluto, ma secondo lo stato presente, e viceversa. Ecco perché S. Gregorio afferma, che "il Signore mostrò due cose mirabili e molto contrastanti tra loro secondo la ragione umana, quando dopo la resurrezione mostrò il suo corpo incorruttibile e tuttavia palpabile".
3. Come spiega S. Agostino, le parole del Signore alla Maddalena, "non mi toccare, poiché non sono ancora salito al Padre", vanno interpretate nel senso "che in quella donna era raffigurata la Chiesa dei gentili, la quale credette in Cristo solo dopo la sua ascensione al Padre. Oppure nel senso che Gesù voleva che si credesse in lui, e quindi si toccasse spiritualmente, così da fare di lui e del Padre una cosa sola. Poiché in qualche modo egli sale al Padre con l'intimo senso di colui il quale è arrivato al punto di riconoscerlo uguale al Padre". Invece la Maddalena "credeva in lui ancora in maniera troppo carnale, da piangerlo come uomo". - Il fatto poi che altrove si narra aver essa toccato Cristo con le altre donne "si avvicinò e abbracciò i suoi piedi", "non crea difficoltà", come dice Severiano. "Nel primo caso abbiamo un significato simbolico, nel secondo un significato reale in relazione a quelle donne: nel primo è in causa la grazia divina, nel secondo la natura umana".
Oppure, a detta del Crisostomo, "quella donna voleva trattare con Cristo come prima della passione. Nella sua gioia non pensava alla grandezza di Cristo: sebbene il corpo di lui fosse diventato molto superiore con la resurrezione". Ecco perché egli aveva detto: "Non sono ancora asceso al Padre mio", come per dire: "Non credere che io sia sempre nella vita terrena. Se mi vedi ancora sulla terra è perché non sono ancora salito al Padre: ma presto salirò". Infatti aveva aggiunto: "Salirò al Padre mio e Padre vostro".
4. Come spiega S. Agostino, "il Signore risuscitò con un corpo splendente; ma non volle mostrarlo così ai suoi discepoli, perché i loro occhi non avrebbero potuto mirare il suo splendore. Infatti se già prima di morire per noi e di risorgere, nella trasfigurazione sul monte, i suoi discepoli non potevano mirarlo, quanto più grave difficoltà non avrebbero avuto per mirare il suo corpo glorificato!".
Si deve anche considerare che dopo la resurrezione il Signore voleva mostrare soprattutto che egli s'identificava con colui che era morto. E questo avrebbe incontrato un grave ostacolo, se egli avesse mostrato un corpo glorioso. Nessuna cosa infatti contribuisce più del cambiamento di aspetto a rivelare la diversità delle cose visibili: poiché i sensibili comuni, tra i quali c'è l'uno e il molteplice, l'identico e il diverso, vengono percepiti specialmente dalla vista. Ora, prima della passione, perché i discepoli non se ne scandalizzassero, il Cristo volle mostrare al sommo la gloria della sua maestà, la quale ha la sua espressione più forte nello splendore del corpo. Perciò egli prima della passione mostrò ai discepoli la sua gloria mediante lo splendore: e invece dopo la resurrezione con altri indizi.