Il Santo Rosario
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Questione 50

La morte di Cristo

Passiamo così a considerare la morte di Cristo.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se fosse conveniente che Cristo morisse; 2. Se alla sua morte la divinità si sia separata dal corpo; 3. Se si sia separata dalla sua anima; 4. Se nei tre giorni dopo la morte Cristo fosse ancora uomo; 5. Se da vivo e da morto il suo corpo fosse numericamente identico; 6. Se la sua morte abbia avuto qualche influsso sulla nostra salvezza.

ARTICOLO 1

Se fosse conveniente che Cristo morisse

SEMBRA non fosse conveniente che Cristo morisse. Infatti:
1. Ciò che è principio primo in un dato genere di cose non può mai subire le disposizioni di ciò che è ad esso contrario: il fuoco, p. es., che è principio del calore, non può mai esser freddo. Ora, il Figlio di Dio è principio e fonte di ogni vita, secondo le parole del Salmista: "In te è la fonte della vita". Dunque non era conveniente che Cristo morisse.
2. La morte è peggiore di ogni malattia; perché la malattia non è che preparazione alla morte. Ma non era conveniente, come nota il Crisostomo, che Cristo si ammalasse di nessuna malattia. Quindi neppure era conveniente che egli morisse.
3. Il Signore ha affermato: "Sono venuto perché avessero la vita, e l'avessero in modo sovrabbondante". Ma uno degli opposti non può portare al suo contrario. Dunque non era opportuno che Cristo morisse.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge: "Conviene che un uomo solo muoia per il popolo, piuttosto che perisca tutta la nazione". E Caifa, come avverte l'Evangelista, disse questo per ispirazione profetica.

RISPONDO: Era conveniente che Cristo subisse la morte. Primo, per soddisfare per il genere umano, che era stato condannato alla morte per il peccato, secondo le parole della Genesi: "Quel giorno in cui mangerete (del frutto dell'albero) morirete". Ora, la maniera conveniente per soddisfare per una persona è quella di disporsi alla pena che essa ha meritato. Ecco perché Cristo volle morire per poter con la morte soddisfare per noi, secondo l'affermazione di S. Pietro: "Cristo è morto una volta sola per i nostri peccati".
Secondo, per dimostrare la realtà della natura assunta. Infatti, come scrive Eusebio, "se al contrario dopo la sua permanenza tra gli uomini egli fosse svanito, evitando la morte, tutti l'avrebbero considerato un fantasma".
Terzo, per liberare noi, col suo morire, dalla paura della morte. Ecco perché S. Paolo scrive, che "egli volle avere in comune con noi la carne e il sangue, per distruggere con la morte colui che deteneva l'impero della morte, liberando coloro che per timore della morte erano per tutta la vita soggetti alla schiavitù".
Quarto, per darci l'esempio a morire spiritualmente al peccato, morendo corporalmente "secondo la somiglianza del peccato", soffrendone il castigo. Scrive infatti S. Paolo ai Romani: "Ciò che è morto al peccato è morto una volta sola: mentre ciò che vive, vive per Dio".
Quinto, per manifestare la propria virtù capace di vincere la morte, risorgendo dai morti, e dando così a noi la speranza di risorgere. Di qui ii rimprovero di S. Paolo ai Corinzi: "Se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come mai alcuni di voi dicono che non ci sarà la resurrezione dei morti?".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cristo è fonte della vita in quanto Dio e non in quanto uomo. Invece egli è morto in quanto uomo e non in quanto Dio. S. Agostino infatti così scriveva: "Lungi da noi pensare che Cristo abbia subito la morte, come se egli avesse perduto la vita in quanto è la stessa vita. Se così fosse la fonte della vita si sarebbe inaridita. Egli perciò subì la morte nella natura umana spontaneamente assunta: ma non perdé la potenza di quella sua natura, con la quale dà vita a tutte le cose".
2. Cristo non subì una morte di malattia, perché non sembrasse che egli subiva la morte per una necessità dovuta all'infermità della natura. Ma subì la morte inflitta da un nemico esterno, cui egli si offrì spontaneamente, per mostrare che la sua morte era volontaria.
3. Di suo uno degli opposti non può portare direttamente al suo contrario; ma talora può farlo in maniera indiretta: così qualche volta il freddo può produrre il calore. Ebbene, Cristo con la sua morte ci riportò alla vita in questo modo, poiché con la sua morte distrusse la nostra morte: cioè come chi accetta il castigo per un altro eliminandolo in chi doveva subirlo.

ARTICOLO 2

Se alla morte di Cristo la sua divinità si sia separata dal corpo

SEMBRA che alla morte di Cristo la sua divinità si sia separata dal corpo. Infatti:
1. Dall'alto della croce il Signore gridò: "Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". E S. Ambrogio commenta: "L'uomo che sta per morire grida per la separazione della divinità. Essendo infatti la divinità immune dalla morte, la morte non poteva avvicinarsi, se non si ritirava la vita: poiché la divinità è la vita". Perciò è evidente che alla morte di Cristo la divinità si è separata dal corpo.
2. Eliminato il connettivo, gli elementi che esso univa si separano. Ora, la divinità fu unita al corpo mediante l'anima, come sopra abbiamo visto. Dunque alla morte di Cristo, essendosi l'anima separata dal corpo, ne segue che si separò dal corpo anche la divinità.
3. La virtù vivificatrice di Dio è superiore a quella dell'anima. Ma il corpo non avrebbe potuto morire, senza la separazione dell'anima. Meno che mai quindi sarebbe morto, se da esso non si fosse separata la divinità.

IN CONTRARIO: Quanto è proprio della natura umana non può predicarsi del Figlio di Dio se non in forza dell'unione ipostatica, come sopra abbiamo visto. Ora, al Figlio di Dio si attribuisce quanto spetta al corpo di Cristo dopo la morte. cioè di essere stato sepolto, come risulta dal simbolo della fede, in cui si afferma che "il Figlio di Dio fu concepito e nacque dalla Vergine, patì, morì e fu sepolto". Dunque il corpo di Cristo dopo la sua morte non fu separato dalla divinità.

RISPONDO: Quanto Dio concede per grazia mai lo ritira senza una colpa; perciò S. Paolo scrive, che "i doni di Dio e la sua chiamata sono senza pentimento". Ora, la grazia dell'unione, per cui la divinità fu unita ipostaticamente con il corpo di Cristo, è superiore alla grazia dell'adozione per cui gli altri vengono santificati: e per sua natura è anche più stabile, perché essa è ordinata all'unione personale, mentre la grazia dell'adozione è ordinata a un'unione affettiva. E tuttavia vediamo che la grazia dell'adozione non si perde mai senza una colpa. Quindi non essendoci in Cristo nessun peccato, era impossibile che l'unione della divinità con il suo corpo si dissolvesse. Perciò, essendo il corpo di Cristo unito ipostaticamente col Verbo di Dio prima della morte, così rimase unito a lui dopo di essa: in modo cioè che l'ipostasi del Verbo di Dio, come afferma il Damasceno, dopo la morte non fosse distinta da quella del corpo di Cristo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'abbandono di cui si parla non va riferito al dissolvimento dell'unione ipostatica: ma al fatto che Dio Padre aveva lasciato il Cristo esposto alla passione. Perciò l'abbandono in quel caso non significa altro che la mancata difesa dai persecutori.
Oppure si può rispondere con S. Agostino, che Cristo si sentiva abbandonato in rapporto alla preghiera che aveva fatto: "Padre, se è possibile, si allontani da me questo calice".
2. Si dice che il Verbo di Dio fu unito al corpo mediante l'anima, per il fatto che il corpo appartiene alla natura umana, che il Figlio di Dio intendeva assumere, mediante l'anima: non già nel senso che l'anima sia come il loro legame. Ora, anche dopo la separazione dell'anima il corpo continua ad appartenere alla natura umana in forza dell'anima: poiché nel corpo morto rimane, per divina disposizione, un ordine alla resurrezione futura. Perciò l'unione della divinità con il corpo non viene a cessare.
3. L'anima (di Cristo) vivifica il corpo formalmente. Cosicché quando in esso era presente e unita, il corpo doveva essere necessariamente vivo. La divinità invece ha la virtù di vivificare non già come causa formale, bensì come causa efficiente: essa infatti non può essere forma del corpo. Dunque non è necessario che il corpo sia vivo, mentre perdura la sua unione con la divinità: poiché Dio non agisce per necessità, ma per libera volontà.

ARTICOLO 3

Se alla morte di Cristo la sua divinità si sia separata dall'anima

SEMBRA che alla morte di Cristo la sua divinità si sia separata dall'anima. Infatti:
1. Il Signore ha affermato: "Nessuno mi toglie l'anima; ma io la depongo da me, per poi riprenderla". Ora, non sembra che il corpo possa deporre l'anima, separandola da sé; poiché l'anima non è soggetta al potere del corpo, ma viceversa. Dunque deporre l'anima propria spettava al Cristo in quanto Verbo di Dio. E questo significava separarla da sé. Quindi con la morte la sua anima fu separata dalla divinità.
2. S. Atanasio dichiara "maledetto, colui il quale non confessa che tutto l'uomo, assunto dal Figlio di Dio, fu assunto nuovamente o liberato col risorgere il terzo giorno dai morti". Ma tutto l'uomo non poteva essere assunto di nuovo, se per un certo tempo non fosse rimasto separato dal Verbo di Dio. Ora, l'intero uomo è composto di anima e di corpo. Perciò per un dato tempo la divinità fu separata dall'anima e dal corpo.
3. Il Figlio di Dio può dirsi vero uomo per la sua unione con tutto l'uomo. Se quindi il Verbo di Dio, sciolta con la morte l'unione dell'anima col corpo, fosse rimasto unito all'anima, ne seguirebbe che il Figlio di Dio dovrebbe denominarsi anima. Ma questo è falso: perché, essendo l'anima forma del corpo, ne seguirebbe che il Verbo di Dio sarebbe stato forma del corpo, il che è inammissibile. Dunque alla morte di Cristo l'anima rimase separata dal Verbo di Dio.
4. Anima e corpo, una volta separati, non sono più una, ma due ipostasi. Il che è inammissibile. Perciò dopo la morte di Cristo la sua anima non rimase unita al Verbo.

IN CONTRARIO: Scrive il Damasceno: "Benché Cristo sia morto come uomo, e la santa sua anima sia rimasta divisa dal suo corpo tuttora incorrotto, la sua divinità rimase inseparabilmente nelle due parti, cioè nell'anima e nel corpo".

RISPONDO: L'anima è unita al Verbo di Dio in maniera più diretta e immediata che il corpo: poiché il corpo è unito al Verbo di Dio mediante l'anima, come abbiamo spiegato. Perciò, siccome con la morte il Verbo di Dio non si separò dal corpo, molto meno può essersi separato dall'anima. Ecco perché, come si predica del Figlio di Dio quanto si riferisce al corpo separato dall'anima, e cioè di essere stato sepolto, così nel Simbolo si dice che "discese agl'inferi", per esservi discesa la sua anima separata dal corpo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino, commentando quelle parole evangeliche, dopo aver ricordato che Cristo è "Verbo, anima e carne", si domanda "se egli abbia deposto la sua anima come Verbo, o come anima, oppure come corpo". E risponde, che "se dicessimo essere stato il Verbo a deporre l'anima, ne seguirebbe che per un dato tempo la sua anima fu separata dal Verbo. Il che è falso. Infatti la morte non separa che il corpo dall'anima: non dirò invece che l'anima sia stata separata dal Verbo. Se poi diremo che fu l'anima stessa a separarsi, ne segue che l'anima si sarebbe separata da se medesima. Il che è del tutto assurdo". Perciò rimane che "fu la carne stessa a deporre l'anima sua, per poi riprenderla, non per virtù propria, ma in virtù del Verbo che inabitava nella carne": poiché, come sopra abbiamo visto, dopo la morte la divinità del Verbo non restò separata dal corpo.
2. Con quelle parole S. Atanasio non intese dire che tutto l'uomo in tutte le sue parti fu assunto una seconda volta: come se il Verbo di Dio avesse deposto con la morte le parti della natura umana. Ma che nella resurrezione l'insieme della natura assunta fu di nuovo reintegrato, mediante la rinnovata unione dell'anima col corpo.
3. Il Verbo di Dio per la sua unione con la natura umana non si denomina natura umana, ma uomo, cioè avente natura umana. Ora, le parti essenziali della natura umana sono l'anima e il corpo. Perciò dall'unione del Verbo con l'una o con l'altro non segue che il Verbo di Dio sia anima o corpo: ma una realtà avente un'anima, o un corpo.
4. Come spiega il Damasceno, "per il fatto che alla morte di Cristo l'anima si è separata dal corpo, non segue che l'unica ipostasi si sia divisa in due ipostasi. Infatti corpo ed anima avevano la loro esistenza nel Verbo per un identico motivo: perciò pur essendosi divisi con la morte, entrambi rimasero in possesso dell'unica ipostasi del Verbo. Quindi unica rimase l'ipostasi del Verbo, dell'anima e del corpo. Infatti corpo e anima non ebbero mai una propria ipostasi distinta da quella del Verbo. Poiché d'ipostasi il Verbo ne ebbe sempre una sola e mai due".

ARTICOLO 4

Se Cristo nei tre giorni della sua morte sia rimasto uomo

SEMBRA che Cristo nei tre giorni della sua morte sia rimasto uomo. Infatti:
1. S. Agostino afferma: "Tale fu questa assunzione da fare di Dio un uomo, e di un uomo un Dio". Ma quell'assunzione non venne a cessare con la morte. Dunque con la morte Cristo non cessò di essere uomo.
2. Il Filosofo ha scritto che "ogni uomo è il proprio intelletto". Ecco perché rivolgendoci dopo la morte all'anima di S. Pietro, diciamo: "O S. Pietro, prega per noi". Ora, dopo la morte il Figlio di Dio non si separò dall'anima intellettiva. Dunque anche in quei tre giorni il Figlio di Dio era uomo.
3. Ogni sacerdote è uomo. Ma in quei tre giorni Cristo rimase sacerdote; altrimenti non sarebbe vera l'affermazione dei Salmi: "Tu sei sacerdote in eterno". Perciò in quei tre giorni Cristo rimase uomo.

IN CONTRARIO: Tolto il genere superiore spariscono anche gli universali subalterni. Ora, vivente ed animato sono generi superiori rispetto ad animale ed uomo: infatti l'animale è una sostanza animata sensibile. Ma nei tre giorni della sua morte il corpo di Cristo non era né vivente né animato. Dunque egli non era uomo.

RISPONDO: Che Cristo sia morto realmente è un articolo di fede. Perciò affermare una cosa qualsiasi che compromette la realtà della morte di Cristo è un errore contrario alla fede. Per questo nella lettera Sinodale di S. Cirillo si legge: "Se qualcuno non ammette che il Verbo di Dio ha patito nella carne, che è stato crocifisso e che ha subito la morte, sia scomunicato". Ora, la realtà della morte per l'animale e per l'uomo implica che si cessi di essere uomo o animale: perché la morte dell'uomo o dell'animale deriva dalla separazione dell'anima che costituisce la natura dell'animale e dell'uomo. Dire perciò che Cristo durante i tre giorni della sua morte era uomo in senso assoluto, è un errore. Si può dire invece che in quei tre giorni egli era "un uomo morto".
Tuttavia alcuni hanno affermato che Cristo in quei tre giorni era uomo; però, pur dicendo delle proposizioni erronee, non avevano sentimenti contrari alla fede. È il caso, p. es., di Ugo di S. Vittore, il quale dice che nei tre giorni della sua morte Cristo era uomo, perché riteneva che l'uomo s'identificasse con l'anima. Il che è falso, come abbiamo spiegato nella Prima Parte.
Invece il Maestro delle Sentenze ha affermato che Cristo era uomo nei tre giorni dopo la morte per un altro motivo: perché credeva che l'unione dell'anima col corpo non fosse essenziale nell'uomo; ma che per essere uomo bastasse avere l'anima umana e il corpo, sia uniti che separati tra loro. E anche questo risulta falso sia dalle spiegazioni date nella Prima Parte, sia da quanto abbiamo detto sopra sul modo dell'unione ipostatica.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Verbo di Dio assunse uniti anima e corpo: ecco perché quell'assunzione fece di Dio un uomo e di un uomo un Dio. E tale assunzione non cessò mai mediante una separazione del Verbo dall'anima o dal corpo: cessò invece l'unione tra anima e corpo.
2. Si dice che l'uomo è il suo intelletto, non perché esso è tutto l'uomo, ma perché l'intelligenza è la parte principale dell'uomo, da cui dipende tutto il suo regime di vita: allo stesso modo che si prende per la nazione tutta intera il capo di essa, poiché da lui dipende il suo regime.
3. Il sacerdozio spetta a un uomo in forza dell'anima, in cui risiede il carattere dell'ordine sacro. Ecco perché alla sua morte un uomo non decade dall'ordine sacerdotale. E molto meno poteva decaderne Cristo, fonte di tutto il sacerdozio.

ARTICOLO 5

Se il corpo di Cristo da vivo e da morto sia rimasto numericamente identico

SEMBRA che il corpo di Cristo non sia rimasto numericamente identico da vivo e da morto. Infatti:
1. Cristo è morto realmente come tutti gli altri uomini. Ma il corpo di qualsiasi altro uomo non è numericamente identico in senso assoluto da morto e da vivo: poiché le due cose differiscono per una differenza essenziale. Dunque neanche il corpo di Cristo è numericamente identico in senso assoluto da vivo e da morto.
2. Come insegna il Filosofo, le cose che sono diverse secondo la specie differiscono anche secondo il numero. Ma il corpo di Cristo da vivo era specificamente diverso dal corpo morto: poiché l'occhio e la carne di un morto, come spiega Aristotele, sono tali solo in senso equivoco. Perciò il corpo di Cristo da vivo e da morto non era in senso assoluto numericamente lo stesso.
3. La morte è una corruzione. Ora, ciò che subisce una corruzione sostanziale, una volta corrotto non esiste più: perché la corruzione "è un passaggio dall'essere al non essere". Dunque il corpo di Cristo dopo la morte non rimase numericamente identico: poiché la morte è una corruzione sostanziale.

IN CONTRARIO: Scrive S. Atanasio: "Il corpo che fu circonciso, che bevve e mangiò, soffrì e fu inchiodato sulla croce, era il Verbo impassibile e incorporeo: ed esso fu deposto nel sepolcro". Ebbene, il corpo che fu circonciso e inchiodato sulla croce è il corpo vivente di Cristo: mentre quello deposto nel sepolcro era il suo corpo morto. Perciò identico era il suo corpo prima vivo e poi morto.

RISPONDO: L'avverbio simpliciter può avere due significati. Primo, può identificarsi con l'avverbio absolute (ossia in senso assoluto): il Filosofo, p. es., scrive che "è detto simpliciter quanto viene affermato senza nessuna condizione". E in tal senso il corpo di Cristo fu simpliciter numericamente identico da vivo e da morto. Si dice infatti che due cose sono simpliciter numericamente identiche perché s'identificano persino quanto a subietto. Ora, il corpo di Cristo vivo e quello morto erano identici in tal modo: poiché quel corpo da vivo e da morto non ebbe altra ipostasi che l'ipostasi del Verbo, come sopra abbiamo detto. Ed è in tal senso che parla S. Atanasio nel testo riferito.
Secondo, simpliciter può avere il significato di totalmente, o del tutto. In questo senso il corpo di Cristo da vivo e da morto non fu simpliciter numericamente identico. Infatti esso non fu del tutto identico: poiché essendo la vita qualche cosa che rientra nell'essenza del corpo vivente, ed è appunto un predicato essenziale e non accidentale, ne segue che il corpo il quale cessa di vivere non rimane del tutto identico.
Se poi uno dicesse che il corpo di Cristo rimase da morto del tutto identico, ne seguirebbe che esso fu sottratto alla corruzione, dico alla corruzione della morte. E questa è l'eresia dei Gaianiti, ricordata da S. Isidoro e dal Decreto di Graziano. E il Damasceno scrive, che "il termine corruzione ha due significati: primo, può indicare la separazione dell'anima dal corpo e altre cose di questo genere; secondo, la dissoluzione totale di esso nei suoi elementi. Perciò dire che il corpo del Signore prima della resurrezione era incorruttibile nella prima maniera, come dicevano Giuliano e Gaiano, è un'empietà: poiché" il corpo di Cristo "non sarebbe consostanziale a noi; non sarebbe morto realmente; e noi non saremmo stati realmente salvati. Invece il corpo di Cristo fu incorruttibile nella seconda maniera".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il corpo morto di qualsiasi altro uomo non rimane unito a un'ipostasi permanente, come il corpo morto di Cristo. Ecco perché il corpo morto di ogni altro uomo non può identificarsi simpliciter con quello vivo, ma solo secundum quid (ovvero in senso relativo); poiché è identico quanto alla materia, ma non quanto alla forma. Invece il corpo di Cristo rimane identico simpliciter (ossia in senso assoluto) per l'identità del supposito, secondo le spiegazioni date.
2. Poiché l'identità numerica è data dal supposito, e quella specifica è data dalla forma, quando il supposito sussiste in una sola natura, è inevitabile che distrutta l'unità specifica si distrugga anche l'unità numerica. Ma l'ipostasi del Verbo sussiste in due nature. Perciò sebbene negli altri il corpo non rimanga da morto dell'identica specie umana, rimane però in Cristo l'identità numerica in forza del supposito divino del Verbo.
3. Nel Cristo la corruzione e la morte non potevano esserci rispetto al supposito, da cui dipende l'unità numerica; ma rispetto alla natura umana, secondo la quale si riscontra nel corpo di Cristo la differenza tra vivo e morto.

ARTICOLO 6

Se la morte di Cristo abbia avuto qualche influsso sulla nostra salvezza

SEMBRA che la morte di Cristo non abbia avuto nessun influsso sulla nostra salvezza. Infatti:
1. La morte non è che una privazione: cioè la privazione della vita. Ma la privazione, non essendo niente di reale, non può avere nessuna virtù di agire. Essa dunque non ha potuto avere nessun influsso sulla nostra salvezza.
2. La passione di Cristo ha influito sulla nostra salvezza sotto forma di merito. Così invece non poteva influire la morte di lui; poiché alla morte l'anima, che è principio del merito, si separa dal corpo. Perciò la morte di Cristo non ha influito affatto sulla nostra salvezza.
3. Le cose corporali non possono causare quelle spirituali. Ma la morte di Cristo fu corporale. Dunque non poteva causare la nostra salvezza spirituale.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "Una sola morte del nostro Salvatore", cioè quella corporale, "ci ha salvati dalle nostre due morti", cioè dalla morte dell'anima e da quella del corpo.

RISPONDO: Della morte di Cristo si può parlare in due sensi diversi: primo, come di cosa in divenire; secondo, come di cosa già avvenuta. La morte si dice in divenire quando uno per delle differenze naturali o violente tende alla morte. E in tal senso parlare della morte di Cristo equivale a parlare della sua passione. E allora la morte di Cristo è causa della nostra salvezza in tutti quei modi che abbiamo detto sopra a proposito della passione.
Invece la morte viene considerata come già avvenuta, quando c'è stata la separazione dell'anima dal corpo. Ebbene, noi ora parliamo della morte di Cristo in questo senso. E così considerata la morte di Cristo non può causare la nostra salvezza sotto forma di merito, ma solo quale causa efficiente: poiché neppure dopo la morte la divinità si separò dal corpo di Cristo, e con quanto ebbe allora attinenza con esso, cosicché anche separato dall'anima esso fu per noi portatore di salvezza in virtù della divinità che lo possedeva.
A ogni causa però vanno attribuiti propriamente quegli effetti che hanno una somiglianza con essa. Perciò, essendo la morte privazione della propria vita, va considerata quale effetto della morte di Cristo l'eliminazione di quanto è incompatibile con la nostra salvezza, ossia la distruzione della morte dell'anima e del corpo. Ecco perché si dice che la morte di Cristo ha distrutto in noi la morte dell'anima, dovuta al peccato, secondo la frase paolina: "Fu consegnato alla morte per i nostri delitti"; e ha distrutto la morte del corpo, che consiste nella sua separazione dall'anima: "La morte è stata assorbita nella vittoria", esclama S. Paolo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La morte di Cristo ha causato la nostra salvezza in virtù della divinità tuttora unita, non già semplicemente come morte.
2. Sebbene, considerata come già avvenuta, la morte di Cristo non abbia causato la nostra salvezza sotto forma di merito, l'ha però causata, secondo le spiegazioni date, come causa efficiente.
3. La morte di Cristo era certo corporale, però quel corpo era strumento della divinità cui era unito, e quindi poteva agire in virtù di essa anche da morto.