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Questione
50
La
morte di Cristo
Passiamo così a considerare la morte di Cristo.
Sull'argomento si pongono sei quesiti:
1. Se fosse conveniente
che Cristo morisse; 2. Se alla sua morte la divinità si sia separata
dal corpo; 3. Se si sia separata dalla sua anima; 4. Se nei tre
giorni dopo la morte Cristo fosse ancora uomo; 5. Se da vivo e
da morto il suo corpo fosse numericamente identico; 6. Se la sua
morte abbia avuto qualche influsso sulla nostra salvezza.
ARTICOLO
1
Se fosse conveniente che Cristo morisse
SEMBRA non fosse conveniente che Cristo morisse. Infatti:
1. Ciò che è principio primo in un dato genere di cose non può
mai subire le disposizioni di ciò che è ad esso contrario: il fuoco,
p. es., che è principio del calore, non può mai esser freddo. Ora,
il Figlio di Dio è principio e fonte di ogni vita, secondo le parole
del Salmista: "In te è la fonte della vita". Dunque non era
conveniente che Cristo morisse.
2. La morte è peggiore di ogni malattia; perché la malattia
non è che preparazione alla morte. Ma non era conveniente, come
nota il Crisostomo, che Cristo si ammalasse di nessuna malattia.
Quindi neppure era conveniente che egli morisse.
3. Il Signore ha affermato:
"Sono venuto perché avessero la
vita, e l'avessero in modo sovrabbondante". Ma uno degli opposti
non può portare al suo contrario. Dunque non era opportuno che
Cristo morisse.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"Conviene che un uomo
solo muoia per il popolo, piuttosto che perisca tutta la nazione".
E Caifa, come avverte l'Evangelista, disse questo per ispirazione
profetica.
RISPONDO: Era conveniente che Cristo subisse la morte. Primo,
per soddisfare per il genere umano, che era stato condannato alla
morte per il peccato, secondo le parole della Genesi: "Quel giorno
in cui mangerete (del frutto dell'albero) morirete". Ora, la maniera
conveniente per soddisfare per una persona è quella di disporsi
alla pena che essa ha meritato. Ecco perché Cristo volle morire
per poter con la morte soddisfare per noi, secondo l'affermazione
di S. Pietro: "Cristo è morto una volta sola per i nostri peccati".
Secondo, per dimostrare la realtà della natura assunta. Infatti,
come scrive Eusebio, "se al contrario dopo la sua permanenza tra
gli uomini egli fosse svanito, evitando la morte, tutti l'avrebbero
considerato un fantasma".
Terzo, per liberare noi, col suo morire, dalla paura della morte.
Ecco perché S. Paolo scrive, che "egli volle avere in comune con
noi la carne e il sangue, per distruggere con la morte colui che
deteneva l'impero della morte, liberando coloro che per timore
della morte erano per tutta la vita soggetti alla schiavitù".
Quarto, per darci l'esempio a morire spiritualmente al peccato,
morendo corporalmente "secondo la somiglianza del peccato",
soffrendone il castigo. Scrive infatti S. Paolo ai Romani: "Ciò
che è morto al peccato è morto una volta sola: mentre ciò che
vive, vive per Dio".
Quinto, per manifestare la propria virtù capace di vincere la
morte, risorgendo dai morti, e dando così a noi la speranza di
risorgere. Di qui ii rimprovero di S. Paolo ai Corinzi: "Se si
predica che Cristo è risuscitato dai morti, come mai alcuni di voi
dicono che non ci sarà la resurrezione dei morti?".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cristo è fonte della vita in
quanto Dio e non in quanto uomo. Invece egli è morto in quanto
uomo e non in quanto Dio. S. Agostino infatti così scriveva: "Lungi da noi pensare che Cristo abbia subito la morte, come se
egli avesse perduto la vita in quanto è la stessa vita. Se così
fosse la fonte della vita si sarebbe inaridita. Egli perciò subì la
morte nella natura umana spontaneamente assunta: ma non perdé
la potenza di quella sua natura, con la quale dà vita a tutte le
cose".
2. Cristo non subì una morte di malattia, perché non sembrasse
che egli subiva la morte per una necessità dovuta all'infermità
della natura. Ma subì la morte inflitta da un nemico esterno, cui
egli si offrì spontaneamente, per mostrare che la sua morte era
volontaria.
3. Di suo uno degli opposti non può portare direttamente al suo
contrario; ma talora può farlo in maniera indiretta: così qualche
volta il freddo può produrre il calore. Ebbene, Cristo con la sua
morte ci riportò alla vita in questo modo, poiché con la sua morte
distrusse la nostra morte: cioè come chi accetta il castigo per un
altro eliminandolo in chi doveva subirlo.
ARTICOLO
2
Se alla morte di Cristo la sua divinità si sia separata dal corpo
SEMBRA che alla morte di Cristo la sua divinità si sia separata
dal corpo. Infatti:
1. Dall'alto della croce il Signore gridò:
"Dio, Dio mio, perché
mi hai abbandonato?". E S. Ambrogio commenta: "L'uomo che
sta per morire grida per la separazione della divinità. Essendo
infatti la divinità immune dalla morte, la morte non poteva avvicinarsi, se non si ritirava la vita: poiché la divinità è la vita".
Perciò è evidente che alla morte di Cristo la divinità si è separata
dal corpo.
2. Eliminato il connettivo, gli
elementi che esso univa si separano.
Ora, la divinità fu unita al corpo mediante l'anima, come
sopra abbiamo visto. Dunque alla morte di Cristo, essendosi
l'anima separata dal corpo, ne segue che si separò dal corpo anche
la divinità.
3. La virtù vivificatrice di Dio è superiore a
quella dell'anima.
Ma il corpo non avrebbe potuto morire, senza la separazione
dell'anima. Meno che mai quindi sarebbe morto, se da esso non si
fosse separata la divinità.
IN CONTRARIO: Quanto è proprio della natura umana non può
predicarsi del Figlio di Dio se non in forza dell'unione ipostatica,
come sopra abbiamo visto. Ora, al Figlio di Dio si attribuisce
quanto spetta al corpo di Cristo dopo la morte. cioè di essere stato
sepolto, come risulta dal simbolo della fede, in cui si afferma che "il Figlio di Dio fu concepito e nacque dalla Vergine, patì, morì
e fu sepolto". Dunque il corpo di Cristo dopo la sua morte non
fu separato dalla divinità.
RISPONDO: Quanto Dio concede per grazia mai lo ritira senza
una colpa; perciò S. Paolo scrive, che "i doni di Dio e la sua
chiamata sono senza pentimento". Ora, la grazia dell'unione, per
cui la divinità fu unita ipostaticamente con il corpo di Cristo, è
superiore alla grazia dell'adozione per cui gli altri vengono
santificati: e per sua natura è anche più stabile, perché essa è ordinata
all'unione personale, mentre la grazia dell'adozione è ordinata a
un'unione affettiva. E tuttavia vediamo che la grazia
dell'adozione non si perde mai senza una colpa. Quindi non essendoci
in Cristo nessun peccato, era impossibile che l'unione della divinità
con il suo corpo si dissolvesse. Perciò, essendo il corpo di Cristo
unito ipostaticamente col Verbo di Dio prima della morte, così
rimase unito a lui dopo di essa: in modo cioè che l'ipostasi del
Verbo di Dio, come afferma il Damasceno, dopo la morte non
fosse distinta da quella del corpo di Cristo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'abbandono di cui si parla
non va riferito al dissolvimento dell'unione ipostatica: ma al fatto
che Dio Padre aveva lasciato il Cristo esposto alla passione. Perciò
l'abbandono in quel caso non significa altro che la mancata difesa
dai persecutori.
Oppure si può rispondere con S. Agostino, che Cristo si sentiva
abbandonato in rapporto alla preghiera che aveva fatto: "Padre,
se è possibile, si allontani da me questo calice".
2. Si dice che il Verbo di Dio fu unito al corpo mediante l'anima,
per il fatto che il corpo appartiene alla natura umana, che
il Figlio di Dio intendeva assumere, mediante l'anima: non già
nel senso che l'anima sia come il loro legame. Ora, anche dopo
la separazione dell'anima il corpo continua ad appartenere alla
natura umana in forza dell'anima: poiché nel corpo morto rimane,
per divina disposizione, un ordine alla resurrezione futura. Perciò
l'unione della divinità con il corpo non viene a cessare.
3. L'anima (di Cristo) vivifica il corpo formalmente. Cosicché
quando in esso era presente e unita, il corpo doveva essere
necessariamente vivo. La divinità invece ha la virtù di vivificare non
già come causa formale, bensì come causa efficiente: essa infatti
non può essere forma del corpo. Dunque non è necessario che
il corpo sia vivo, mentre perdura la sua unione con la divinità:
poiché Dio non agisce per necessità, ma per libera volontà.
ARTICOLO
3
Se alla morte di Cristo la sua divinità si sia separata dall'anima
SEMBRA che alla morte di Cristo la sua divinità si sia separata
dall'anima. Infatti:
1. Il Signore ha affermato:
"Nessuno mi toglie l'anima; ma io
la depongo da me, per poi riprenderla". Ora, non sembra che il
corpo possa deporre l'anima, separandola da sé; poiché l'anima
non è soggetta al potere del corpo, ma viceversa. Dunque deporre
l'anima propria spettava al Cristo in quanto Verbo di Dio. E questo
significava separarla da sé. Quindi con la morte la sua anima
fu separata dalla divinità.
2. S. Atanasio
dichiara "maledetto, colui il quale non confessa
che tutto l'uomo, assunto dal Figlio di Dio, fu assunto nuovamente
o liberato col risorgere il terzo giorno dai morti". Ma tutto
l'uomo non poteva essere assunto di nuovo, se per un certo tempo
non fosse rimasto separato dal Verbo di Dio. Ora, l'intero uomo
è composto di anima e di corpo. Perciò per un dato tempo la
divinità fu separata dall'anima e dal corpo.
3. Il Figlio di Dio può dirsi vero uomo per la sua unione con
tutto l'uomo. Se quindi il Verbo di Dio, sciolta con la morte
l'unione dell'anima col corpo, fosse rimasto unito all'anima, ne
seguirebbe che il Figlio di Dio dovrebbe denominarsi anima. Ma
questo è falso: perché, essendo l'anima forma del corpo, ne
seguirebbe che il Verbo di Dio sarebbe stato forma del corpo, il che
è inammissibile. Dunque alla morte di Cristo l'anima rimase
separata dal Verbo di Dio.
4. Anima e corpo, una volta separati, non sono più una, ma
due ipostasi. Il che è inammissibile. Perciò dopo la morte di
Cristo la sua anima non rimase unita al Verbo.
IN CONTRARIO: Scrive il Damasceno:
"Benché Cristo sia morto
come uomo, e la santa sua anima sia rimasta divisa dal suo corpo
tuttora incorrotto, la sua divinità rimase inseparabilmente nelle
due parti, cioè nell'anima e nel corpo".
RISPONDO: L'anima è unita al Verbo di Dio in maniera più
diretta e immediata che il corpo: poiché il corpo è unito al Verbo
di Dio mediante l'anima, come abbiamo spiegato. Perciò, siccome
con la morte il Verbo di Dio non si separò dal corpo, molto meno
può essersi separato dall'anima. Ecco perché, come si predica del
Figlio di Dio quanto si riferisce al corpo separato dall'anima, e cioè
di essere stato sepolto, così nel Simbolo si dice che "discese agl'inferi", per esservi discesa la sua anima separata dal corpo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. S. Agostino, commentando quelle
parole evangeliche, dopo aver ricordato che Cristo è "Verbo, anima
e carne", si domanda "se egli abbia deposto la sua anima come
Verbo, o come anima, oppure come corpo". E risponde, che "se
dicessimo essere stato il Verbo a deporre l'anima, ne seguirebbe
che per un dato tempo la sua anima fu separata dal Verbo. Il che
è falso. Infatti la morte non separa che il corpo dall'anima: non
dirò invece che l'anima sia stata separata dal Verbo. Se poi
diremo che fu l'anima stessa a separarsi, ne segue che l'anima si
sarebbe separata da se medesima. Il che è del tutto assurdo".
Perciò rimane che "fu la carne stessa a deporre l'anima sua, per
poi riprenderla, non per virtù propria, ma in virtù del Verbo che
inabitava nella carne": poiché, come sopra abbiamo visto, dopo
la morte la divinità del Verbo non restò separata dal corpo.
2. Con quelle parole S. Atanasio non intese dire che tutto l'uomo
in tutte le sue parti fu assunto una seconda volta: come se
il Verbo di Dio avesse deposto con la morte le parti della natura
umana. Ma che nella resurrezione l'insieme della natura assunta
fu di nuovo reintegrato, mediante la rinnovata unione dell'anima
col corpo.
3. Il Verbo di Dio per la sua unione con la natura umana non
si denomina natura umana, ma uomo, cioè avente natura umana.
Ora, le parti essenziali della natura umana sono l'anima e il corpo.
Perciò dall'unione del Verbo con l'una o con l'altro non segue
che il Verbo di Dio sia anima o corpo: ma una realtà avente
un'anima, o un corpo.
4. Come spiega il Damasceno,
"per il fatto che alla morte di
Cristo l'anima si è separata dal corpo, non segue che l'unica
ipostasi si sia divisa in due ipostasi. Infatti corpo ed anima avevano
la loro esistenza nel Verbo per un identico motivo: perciò pur
essendosi divisi con la morte, entrambi rimasero in possesso
dell'unica ipostasi del Verbo. Quindi unica rimase l'ipostasi del
Verbo, dell'anima e del corpo. Infatti corpo e anima non ebbero
mai una propria ipostasi distinta da quella del Verbo. Poiché
d'ipostasi il Verbo ne ebbe sempre una sola e mai due".
ARTICOLO 4
Se Cristo nei tre giorni della sua morte sia rimasto uomo
SEMBRA che Cristo nei tre giorni della sua morte sia rimasto
uomo. Infatti:
1. S. Agostino afferma:
"Tale fu questa assunzione da fare di
Dio un uomo, e di un uomo un Dio". Ma quell'assunzione non
venne a cessare con la morte. Dunque con la morte Cristo non
cessò di essere uomo.
2. Il Filosofo ha scritto che
"ogni uomo è il proprio intelletto".
Ecco perché rivolgendoci dopo la morte all'anima di S. Pietro,
diciamo: "O S. Pietro, prega per noi". Ora, dopo la morte il
Figlio di Dio non si separò dall'anima intellettiva. Dunque anche
in quei tre giorni il Figlio di Dio era uomo.
3. Ogni sacerdote è uomo. Ma in quei tre giorni Cristo rimase
sacerdote; altrimenti non sarebbe vera l'affermazione dei Salmi: "Tu sei sacerdote in eterno". Perciò in quei tre giorni Cristo
rimase uomo.
IN CONTRARIO: Tolto il genere superiore spariscono anche gli
universali subalterni. Ora, vivente ed animato sono generi superiori
rispetto ad animale ed uomo: infatti l'animale è una sostanza
animata sensibile. Ma nei tre giorni della sua morte il corpo di
Cristo non era né vivente né animato. Dunque egli non era uomo.
RISPONDO: Che Cristo sia morto realmente è un articolo di fede.
Perciò affermare una cosa qualsiasi che compromette la realtà
della morte di Cristo è un errore contrario alla fede. Per questo
nella lettera Sinodale di S. Cirillo si legge: "Se qualcuno non
ammette che il Verbo di Dio ha patito nella carne, che è stato crocifisso e che ha subito la morte, sia scomunicato". Ora, la
realtà della morte per l'animale e per l'uomo implica che si cessi
di essere uomo o animale: perché la morte dell'uomo o dell'animale
deriva dalla separazione dell'anima che costituisce la natura
dell'animale e dell'uomo. Dire perciò che Cristo durante i tre
giorni della sua morte era uomo in senso assoluto, è un errore.
Si può dire invece che in quei tre giorni egli era "un uomo morto".
Tuttavia alcuni hanno affermato che Cristo in quei tre giorni
era uomo; però, pur dicendo delle proposizioni erronee, non avevano
sentimenti contrari alla fede. È il caso, p. es., di Ugo di
S. Vittore, il quale dice che nei tre giorni della sua morte Cristo
era uomo, perché riteneva che l'uomo s'identificasse con l'anima.
Il che è falso, come abbiamo spiegato nella Prima Parte.
Invece il Maestro delle Sentenze ha affermato che Cristo era
uomo nei tre giorni dopo la morte per un altro motivo: perché
credeva che l'unione dell'anima col corpo non fosse essenziale
nell'uomo; ma che per essere uomo bastasse avere l'anima umana
e il corpo, sia uniti che separati tra loro. E anche questo risulta
falso sia dalle spiegazioni date nella Prima Parte, sia da quanto
abbiamo detto sopra sul modo dell'unione ipostatica.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Verbo di Dio assunse uniti
anima e corpo: ecco perché quell'assunzione fece di Dio un uomo
e di un uomo un Dio. E tale assunzione non cessò mai mediante
una separazione del Verbo dall'anima o dal corpo: cessò invece
l'unione tra anima e corpo.
2. Si dice che l'uomo è il suo intelletto, non perché esso è tutto
l'uomo, ma perché l'intelligenza è la parte principale dell'uomo,
da cui dipende tutto il suo regime di vita: allo stesso modo che
si prende per la nazione tutta intera il capo di essa, poiché da lui
dipende il suo regime.
3. Il sacerdozio spetta a un uomo in forza dell'anima, in cui
risiede il carattere dell'ordine sacro. Ecco perché alla sua morte
un uomo non decade dall'ordine sacerdotale. E molto meno poteva
decaderne Cristo, fonte di tutto il sacerdozio.
ARTICOLO 5
Se il corpo di Cristo da vivo e da morto sia rimasto numericamente
identico
SEMBRA che il corpo di Cristo non sia rimasto numericamente
identico da vivo e da morto. Infatti:
1. Cristo è morto realmente come tutti gli altri uomini. Ma il
corpo di qualsiasi altro uomo non è numericamente identico in
senso assoluto da morto e da vivo: poiché le due cose differiscono
per una differenza essenziale. Dunque neanche il corpo di Cristo
è numericamente identico in senso assoluto da vivo e da morto.
2. Come insegna il Filosofo, le cose che sono diverse secondo
la specie differiscono anche secondo il numero. Ma il corpo di
Cristo da vivo era specificamente diverso dal corpo morto: poiché
l'occhio e la carne di un morto, come spiega Aristotele, sono tali
solo in senso equivoco. Perciò il corpo di Cristo da vivo e da
morto non era in senso assoluto numericamente lo stesso.
3. La morte è una corruzione. Ora, ciò che subisce una corruzione
sostanziale, una volta corrotto non esiste più: perché la
corruzione "è un passaggio dall'essere al non essere". Dunque il
corpo di Cristo dopo la morte non rimase numericamente identico:
poiché la morte è una corruzione sostanziale.
IN CONTRARIO: Scrive S. Atanasio:
"Il corpo che fu circonciso,
che bevve e mangiò, soffrì e fu inchiodato sulla croce, era il Verbo
impassibile e incorporeo: ed esso fu deposto nel sepolcro".
Ebbene, il corpo che fu circonciso e inchiodato sulla croce è il
corpo vivente di Cristo: mentre quello deposto nel sepolcro era il
suo corpo morto. Perciò identico era il suo corpo prima vivo e poi
morto.
RISPONDO: L'avverbio simpliciter può avere due significati.
Primo, può identificarsi con l'avverbio absolute (ossia in senso
assoluto): il Filosofo, p. es., scrive che "è detto simpliciter quanto
viene affermato senza nessuna condizione". E in tal senso il corpo
di Cristo fu simpliciter numericamente identico da vivo e da morto.
Si dice infatti che due cose sono simpliciter numericamente
identiche perché s'identificano persino quanto a subietto. Ora, il corpo
di Cristo vivo e quello morto erano identici in tal modo: poiché
quel corpo da vivo e da morto non ebbe altra ipostasi che l'ipostasi
del Verbo, come sopra abbiamo detto. Ed è in tal senso che parla
S. Atanasio nel testo riferito.
Secondo, simpliciter può avere il significato di totalmente, o del
tutto. In questo senso il corpo di Cristo da vivo e da morto non
fu simpliciter numericamente identico. Infatti esso non fu del
tutto identico: poiché essendo la vita qualche cosa che rientra
nell'essenza del corpo vivente, ed è appunto un predicato essenziale
e non accidentale, ne segue che il corpo il quale cessa di
vivere non rimane del tutto identico.
Se poi uno dicesse che il corpo di Cristo rimase da morto del
tutto identico, ne seguirebbe che esso fu sottratto alla corruzione,
dico alla corruzione della morte. E questa è l'eresia dei Gaianiti,
ricordata da S. Isidoro e dal Decreto di Graziano. E il Damasceno
scrive, che "il termine corruzione ha due significati: primo,
può indicare la separazione dell'anima dal corpo e altre cose di
questo genere; secondo, la dissoluzione totale di esso nei suoi
elementi. Perciò dire che il corpo del Signore prima della
resurrezione era incorruttibile nella prima maniera, come dicevano
Giuliano e Gaiano, è un'empietà: poiché" il corpo di Cristo "non
sarebbe consostanziale a noi; non sarebbe morto realmente; e noi
non saremmo stati realmente salvati. Invece il corpo di Cristo fu
incorruttibile nella seconda maniera".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Il corpo morto di qualsiasi
altro uomo non rimane unito a un'ipostasi permanente, come il
corpo morto di Cristo. Ecco perché il corpo morto di ogni altro
uomo non può identificarsi simpliciter con quello vivo, ma solo
secundum quid (ovvero in senso relativo); poiché è identico quanto
alla materia, ma non quanto alla forma. Invece il corpo di Cristo
rimane identico simpliciter (ossia in senso assoluto) per l'identità
del supposito, secondo le spiegazioni date.
2. Poiché l'identità numerica è data dal supposito, e quella
specifica è data dalla forma, quando il supposito sussiste in una
sola natura, è inevitabile che distrutta l'unità specifica si distrugga
anche l'unità numerica. Ma l'ipostasi del Verbo sussiste in due
nature. Perciò sebbene negli altri il corpo non rimanga da morto
dell'identica specie umana, rimane però in Cristo l'identità
numerica in forza del supposito divino del Verbo.
3. Nel Cristo la corruzione e la morte non potevano esserci
rispetto al supposito, da cui dipende l'unità numerica; ma rispetto
alla natura umana, secondo la quale si riscontra nel corpo di Cristo
la differenza tra vivo e morto.
ARTICOLO 6
Se la morte di Cristo abbia avuto qualche influsso sulla nostra
salvezza
SEMBRA che la morte di Cristo non abbia avuto nessun influsso
sulla nostra salvezza. Infatti:
1. La morte non è che una privazione: cioè la privazione della
vita. Ma la privazione, non essendo niente di reale, non può
avere nessuna virtù di agire. Essa dunque non ha potuto avere
nessun influsso sulla nostra salvezza.
2. La passione di Cristo ha influito sulla nostra salvezza sotto
forma di merito. Così invece non poteva influire la morte di lui;
poiché alla morte l'anima, che è principio del merito, si separa
dal corpo. Perciò la morte di Cristo non ha influito affatto sulla
nostra salvezza.
3. Le cose corporali non possono causare quelle spirituali. Ma
la morte di Cristo fu corporale. Dunque non poteva causare la
nostra salvezza spirituale.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Una sola morte del nostro
Salvatore", cioè quella corporale, "ci ha salvati dalle nostre due
morti", cioè dalla morte dell'anima e da quella del corpo.
RISPONDO: Della morte di Cristo si può parlare in due sensi
diversi: primo, come di cosa in divenire; secondo, come di cosa
già avvenuta. La morte si dice in divenire quando uno per delle
differenze naturali o violente tende alla morte. E in tal senso
parlare della morte di Cristo equivale a parlare della sua passione.
E allora la morte di Cristo è causa della nostra salvezza in tutti
quei modi che abbiamo detto sopra a proposito della passione.
Invece la morte viene considerata come già avvenuta, quando
c'è stata la separazione dell'anima dal corpo. Ebbene, noi ora
parliamo della morte di Cristo in questo senso. E così considerata
la morte di Cristo non può causare la nostra salvezza sotto forma
di merito, ma solo quale causa efficiente: poiché neppure dopo
la morte la divinità si separò dal corpo di Cristo, e con quanto
ebbe allora attinenza con esso, cosicché anche separato dall'anima
esso fu per noi portatore di salvezza in virtù della divinità che
lo possedeva.
A ogni causa però vanno attribuiti propriamente quegli effetti
che hanno una somiglianza con essa. Perciò, essendo la morte
privazione della propria vita, va considerata quale effetto della
morte di Cristo l'eliminazione di quanto è incompatibile con la
nostra salvezza, ossia la distruzione della morte dell'anima e del
corpo. Ecco perché si dice che la morte di Cristo ha distrutto
in noi la morte dell'anima, dovuta al peccato, secondo la frase
paolina: "Fu consegnato alla morte per i nostri delitti"; e ha
distrutto la morte del corpo, che consiste nella sua separazione
dall'anima: "La morte è stata assorbita nella vittoria", esclama
S. Paolo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La morte di Cristo ha causato
la nostra salvezza in virtù della divinità tuttora unita, non già
semplicemente come morte.
2. Sebbene, considerata come già avvenuta, la morte di Cristo
non abbia causato la nostra salvezza sotto forma di merito, l'ha
però causata, secondo le spiegazioni date, come causa efficiente.
3. La morte di Cristo era certo corporale, però quel corpo era
strumento della divinità cui era unito, e quindi poteva agire in
virtù di essa anche da morto.
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