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Questione
48
Come
la passione di Cristo produca i suoi effetti
Eccoci ora a esaminare gli effetti della passione di Cristo. In
primo luogo la maniera di produrli; in secondo luogo gli effetti
stessi.
Sul primo argomento si pongono sei quesiti: 1. Se la passione
di Cristo abbia causato la nostra salvezza sotto forma di merito;
2. Se l'abbia prodotta sotto forma di soddisfazione; 3. Se sotto
forma di sacrificio; 4. Se sotto forma di redenzione, o riscatto;
5. Se essere redentore sia proprio di Cristo; 6. Se la passione
influisca sulla nostra salvezza come causa efficiente.
ARTICOLO
1
Se la passione di Cristo abbia causato la nostra salvezza sotto forma
di merito
SEMBRA che la passione di Cristo non abbia causato la nostra
salvezza sotto forma di merito. Infatti:
1. La causa della nostra
passione o sofferenza non risiede in
noi. Ora nessuno può meritare o essere lodato, se non per quanto
promana da lui stesso. Perciò la passione di Cristo non può aver
causato la nostra salvezza sotto forma di merito.
2. Cristo melitò per sé e per noi, come abbiamo visto sopra, fin
dal suo concepimento. Ma è superfluo meritare di nuovo ciò che
si è già meritato. Dunque Cristo con la sua passione non ha meritato la nostra salvezza.
3. La radice del merito è la carità. Ma la carità di Cristo non
crebbe durante la passione. Quindi con la passione egli non meritò
la nostra salvezza più di quanto l'aveva già meritata in prededenza.
IN CONTRARIO: Commentando quel passo di S. Paolo,
"Per
questo Dio lo ha esaltato, ecc.", S. Agostino ha
scritto: "L'umiliazione della passione fu il merito della gloria; e
la gloria il premio dell'umiliazione". Ma Cristo fu glorificato
non solo in se stesso, bensì anche nei suoi fedeli, stando alle sue
parole. Perciò egli ha meritato anche la salvezza dei suoi fedeli.
RISPONDO: Come abbiamo spiegato in precedenza, a Cristo fu
concessa la grazia non solo come persona singolare ma anche in
quanto capo della Chiesa, cioè in modo che da lui ridondasse sulle
sue membra. Perciò le azioni compiute da Cristo stanno a lui e
insieme alle sue membra come le azioni di un altro uomo in grazia
stanno a lui personalmente. Ora, è evidente che qualsiasi uomo
in grazia nel soffrire per la giustizia merita a se stesso la salvezza;
e ciò secondo le parole evangeliche: "Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia". Dunque Cristo con la sua
passione meritò la salvezza non solo per sé, ma per tutte le sue
membra.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. La passione, proprio in quanto
tale, ha una causa esterna. Ma in quanto uno la subisce volontariamente, essa ha una causa interiore.
2. Cristo ci ha meritato la salvezza eterna fin dal suo
concepimento: da parte nostra però c'erano degli ostacoli che impedivano
di conseguire gli effetti di codesti meriti. Ecco perché per togliere
tali ostacoli fu necessario che Cristo patisse, come abbiamo spiegato
sopra.
3. La passione di Cristo ebbe degli effetti che non avevano
avuto i suoi meriti precedenti, non in forza di una maggiore carità,
ma per il genere delle opere in essa compiute, che era proporzionato
a codesti effetti: ciò risulta dalle ragioni portate sopra per affermare la convenienza della passione di Cristo.
ARTICOLO
2
Se la passione di Cristo abbia causato la nostra
salvezza sotto forma
di soddisfazione
SEMBRA
che la passione di Cristo non abbia causato la nostra
salvezza sotto forma di soddisfazione. Infatti:
1. Soddisfare
spetta alla persona stessa che ha commesso il
peccato: il che è evidente nelle altre parti potenziali della penitenza; poiché contrizione e
confessione sono atti personali di chi
ha peccato. Ma Cristo "non aveva peccato", come dice espressamente S. Pietro. Dunque egli
non ha potuto soddisfare con la sua
passione.
2. Non si può mai dare
soddisfazione con un'offesa più grave.
Ma con la passione di Cristo fu perpetrata la più grave offesa:
poiché, come abbiamo visto sopra, coloro che l'uccisero fecero un
peccato gravissimo. Quindi con la passione di Cristo non si poteva
dare soddisfazione a Dio.
3. La
soddisfazione esige una certa uguaglianza con la colpa,
essendo un atto di giustizia. Ma la passione di Cristo non
sembra paragonabile ai peccati di tutto il genere umano: perché
Cristo
ha patito non nella sua divinità, bensì nella sua carne, secondo l'espressione di
S. Pietro: "Avendo Cristo sofferto nella
carne";
l'anima invece, in cui si produce il peccato, è superiore alla carne. Perciò
Cristo con la sua passione non ha soddisfatto per i nostri
peccati.
IN
CONTRARIO: Il Salmista mette sulla bocca di Cristo queste
parole: "Io pago per quello che non avevo rubato". Ora,
non può dire di pagare chi non soddisfa perfettamente.
Dunque Cristo
con la sua passione soddisfece perfettamente per i nostri peccati.
RISPONDO:
Soddisfa pienamente per l'offesa colui che offre
all'offeso quanto egli ama in maniera uguale o superiore
all'odio che ha per l'offesa subita. Ebbene, Cristo accettando la passione
per
carità e per obbedienza offrì a Dio un bene superiore a quello richiesto per
compensare tutte le offese del genere umano. Primo, per la
grandezza della carità con la quale volle soffrire. Secondo,
per la nobiltà della sua vita, che era la vita
dell'uomo Dio, e che egli offriva come soddisfazione. Terzo,
per l'universalità delle sue sofferenze e per la
grandezza dei dolori accettati, di cui sopra abbiamo
parlato. Perciò la passione di Cristo non solo fu
sufficiente per i peccati del genere umano, ma
addirittura sovrabbondante, secondo le parole di S.
Giovanni: "Egli è propiziazione
per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli
di tutto il mondo".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Il capo e le membra formano
come un'unica persona mistica. Perciò la soddisfazione di Cristo
appartiene a tutti i suoi fedeli che ne sono le membra. Del resto
in quanto due uomini sono uniti nella carità l'uno può soddisfare
per l'altro, come vedremo in seguito. Non è così invece per la
confessione e per la contrizione: poiché la soddisfazione consiste
in un atto esterno, che può essere eseguito con degli strumenti,
tra i quali possono rientrare anche gli amici.
2. La carità del Cristo sofferente fu superiore alla malizia dei
suoi crocifissori. Perciò Cristo con la sua passione ha potuto soddisfare più di quanto quelli siano stati capaci di offendere con
l'uccidere: cosicché la passione di Cristo fu una soddisfazione
sufficiente e sovrabbondante per i peccati stessi di coloro che l'uccisero.
3. La nobiltà della carne di Cristo non va misurata solo dalla
natura della carne, ma dalla persona che l'ha assunta, essendo essa
la carne di Dio: e sotto tale aspetto la sua nobiltà era infinita.
ARTICOLO
3
Se la passione di Cristo abbia agito sotto forma di sacrificio
SEMBRA che la passione di Cristo non abbia agito sotto forma
di sacrificio. Infatti:
1. La realtà deve corrispondere alla figura. Ora, nei sacrifici
dell'antica legge, figura del sacrificio di Cristo, mai si offriva carne
umana; anzi tali sacrifici erano ritenuti abominevoli, secondo il
rimprovero del salmista: "Hanno versato il sangue innocente, il
sangue dei loro figli e figlie, che hanno sacrificato agl'idoli di
Canaan". Dunque la passione di Cristo non può considerarsi un
sacrificio.
2. S. Agostino insegna, che
"il sacrificio visibile è sacramento,
o segno sacro, di un sacrificio invisibile". Ma la passione di Cristo
non è un segno, bensì la cosa stessa significata dagli altri segni.
Perciò la passione di Cristo non è sacrificio.
3. Chi offre un sacrificio compie qualche cosa di sacro, come
dice il nome stesso di sacrificio. Coloro invece che uccisero Cristo
non fecero qualche cosa di sacro, ma perpetrarono una grave
iniquità. Dunque la passione di Cristo fu piuttosto un maleficio
che un sacrificio.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive:
"(Cristo) offrì se stesso per
noi, oblazione e vittima a Dio in odore di soavità".
RISPONDO: Il sacrificio propriamente è un'opera compiuta per
rendere a Dio l'onore a lui esclusivamente dovuto al fine di placarlo. Di qui le parole
di S. Agostino:
"Vero sacrificio è ogni
opera compiuta allo scopo di aderire a Dio in una santa società,
che tende cioè a quel fine di bene per cui possiamo essere veramente felici". Perciò, egli conclude, Cristo
"nella passione sacrificò se stesso per noi": e tale azione, cioè l'accettazione volontaria
della passione, fu sommamente gradita a Dio, procedendo essa
dalla carità. Perciò è evidente che la passione di Cristo fu un
vero sacrificio. E nel medesimo libro il Santo rileva che "di questo
vero sacrificio erano segni molteplici e vari i sacrifici dei giusti
dell'antico Testamento, quali parole molteplici esprimenti un'unica
cosa, per poterla molto raccomandare senza creare fastidio". "E
poiché in ogni sacrificio", scrive ancora S. Agostino, "si devono
considerare quattro cose: a chi si offre, chi l'offre, che cosa si
offre, e per chi si offre, da se stesso l'unico e vero mediatore ha
voluto riconciliarci con Dio mediante il sacrificio di pace, restando
una cosa sola con colui al quale l'offriva, unificando con sé gli
uomini per i quali l'offriva, restando lui stesso l'unico offerente
e l'unica vittima".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Sebbene la verità corrisponda
in parte alla figura, non le corrisponde però in tutto; perché la
realtà deve superare la figura che la rappresenta. Era giusto quindi che figura di questo sacrificio, in cui viene offerta per noi la
carne di Cristo, fosse non la carne umana, bensì la carne degli
animali che prefiguravano tale offerta, la quale costituisce così il
sacrificio assolutamente perfetto. Primo, perché trattandosi di un
corpo appartenente alla natura umana, la sua offerta è proporzionata agli uomini per i quali viene sacrificato, e dai quali viene
sunto sotto forma di Sacramento. Secondo, perché essendo una
carne passibile e mortale, era adatta all'immolazione. Terzo,
perché essendo senza peccato, la carne di Cristo era capace di
purificare dai peccati. Quarto, perché essendo la carne
dell'offerente medesimo, era accetta a Dio per la carità
con la quale egli l'offriva.
Di qui le parole di S. Agostino:
"Che cosa gli uomini potevano
prendere di più conveniente, per offrirla per loro stessi, che la
carne umana? Che cosa di più adatto all'immolazione di una carne
mortale? E che cosa di più puro per la purificazione dai vizi dei
mortali che la carne concepita senza il contagio della concupiscenza
in un seno verginale? Che cosa si poteva offrire ed accettare con
maggiore gradimento che la carne del nostro sacrificio, fattasi
corpo del nostro sacerdote?".
2. S. Agostino in quel testo parla di sacrifici visibili figurali.
Tuttavia la passione stessa di Cristo, pur essendo la cosa significata dai sacrifici figurali, sta a significare certe cose che noi
dobbiamo osservare, secondo le parole di S. Pietro:
"Poiché dunque
Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso
pensiero; perché chi ha sofferto nella carne ha finito di peccare;
e per il tempo che gli resta di vita terrena deve vivere non secondo le passioni degli uomini, ma secondo il volere di
Dio".
3. Da parte di coloro che l'uccisero la passione di Cristo fu
un'opera malefica: ma da parte di colui che la subiva fu un sacrificio. Perciò si dice che questo sacrificio fu offerto da Cristo stesso,
non già dai suoi crocifissori.
ARTICOLO 4
Se la passione di Cristo abbia causato la nostra salvezza sotto forma
di redenzione
SEMBRA che la passione di Cristo non abbia causato la
nostra
salvezza sotto forma di redenzione, o di riscatto. Infatti:
1. Nessuno compra o riscatta cose che non hanno mai cessato
di appartenergli. Ora, gli uomini non cessarono mai di appartenere a Dio; poiché, come si legge nei Salmi:
"Del Signore è la
terra e quanto in essa si contiene, l'orbe terrestre e quanti abitano
in esso". Dunque Cristo non ci ha riscattati con la sua passione.
2. A detta di S. Agostino,
"il demonio doveva essere sconfitto
da Cristo con la giustizia". Ma la giustizia esige che colui il quale
con l'inganno ha rapito i beni altrui ne venga privato: poiché,
dicono anche le leggi civili, "la frode e l'inganno non devono mai
acquisire dei diritti". Perciò, siccome il demonio aveva con l'inganno sottomesso a sé una creatura di Dio, cioè l'uomo, è evidente
che l'uomo non doveva essere sottratto al suo dominio mediante
il riscatto, o redenzione.
3. Chi compra o riscatta un oggetto deve dare una somma a chi
lo possiede. Ma Cristo non diede il suo sangue, che è il prezzo
del nostro riscatto, al demonio, il quale ci teneva in schiavitù.
Dunque Cristo con la sua passione non ci ha riscattati o redenti.
IN CONTRARIO: S. Pietro ha scritto:
"Non a prezzo di cose
corruttibili, quali l'oro e l'argento, siete stati riscattati dal vano
vostro modo di vivere tramandatovi dai padri; ma col prezioso
sangue di Cristo, dell'agnello immacolato e incontaminato". E
S. Paolo afferma: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della
legge, facendosi maledizione lui stesso". Ora, si dice che egli si
fece per noi maledizione, perché per noi ha sofferto sulla croce,
come abbiamo notato sopra. Perciò con la sua passione egli ci
ha riscattati.
RISPONDO: In forza del peccato l'uomo aveva contratto due
obbligazioni. Primo, la schiavitù del peccato: poiché "chi fa
peccato è schiavo del peccato", secondo l'affermazione evangelica;
e S. Pietro ha scritto: "Da chi uno è stato vinto, di lui è anche schiavo". Avendo perciò il demonio sconfitto l'uomo inducendolo
al peccato, l'uomo si era reso schiavo del demonio. - Secondo,
l'uomo aveva contratto il reato della pena in rapporto alla giustizia
di Dio. E anche questa è una specie di schiavitù: poiché entra
nella schiavitù dover subire quello che non si vuole, essendo proprio dell'uomo libero disporre a piacimento di se stesso.
Essendo quindi la passione di Cristo soddisfazione sufficiente e
sovrabbondante per il peccato e per il reato del genere umano, la
sua passione fu come il prezzo del riscatto, per cui siamo stati
liberati da queste due obbligazioni. Infatti la soddisfazione che
uno offre per sé o per altri si dice che è un compenso col quale
si redime dal peccato e dal castigo, secondo le parole del profeta: "Riscatta i tuoi peccati con le
elemosine". Ora, Cristo ha soddisfatto (per noi) non già dando del danaro, o cose simili, ma dando
per noi la cosa più grande, cioè se stesso. Perciò si deve dire che
la passione di Cristo è il nostro riscatto o redenzione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. L'uomo può appartenere a
Dio in due maniere. Primo, in quanto è soggetto al suo potere.
E in tal modo l'uomo non cessò mai di appartenere a Dio; poiché
sta scritto: "L'Altissimo domina sui regni degli uomini, e li dà
a chi vuole". - Secondo, per l'unione con lui mediante la carità.
Di qui le parole di S. Paolo: "Se uno non ha lo spirito di Cristo
non gli appartiene".
L'uomo quindi non cessò mai di appartenere a Dio nella prima
maniera. Ma nella seconda smise di appartenergli col peccato.
Perciò in quanto fu liberato dal peccato mediante la soddisfazione
data da Cristo, si dice che l'uomo fu redento dalla passione di
Cristo.
2. Col peccato l'uomo aveva contratto obbligazioni verso Dio
e verso il demonio. Per la colpa infatti egli aveva offeso Dio e
si era sottomesso al demonio accettandone i consigli. Perciò con
la colpa egli era diventato non già servo di Dio, avendo piuttosto
rinnegato tale servitù, ma era incorso nella schiavitù del demonio,
permettendolo Dio per l'offesa commessa contro di lui. Per il
castigo invece l'uomo aveva contratto un obbligo principalmente
verso Dio, quale giudice supremo, e poi verso il demonio quale
giustiziere. Ciò secondo l'accenno evangelico: "Perché il tuo avversario non ti consegni al giudice, e il giudice non ti dia nelle
mani del carceriere", "cioè all'angelo crudele del castigo", come
spiega il Crisostomo. Perciò sebbene il demonio per parte sua
tenesse sotto di sé ingiustamente l'uomo ingannato dalla sua astuzia, sia per la colpa che per il castigo; tuttavia era giusto
che l'uomo ciò subisse per divina permissione riguardo alla colpa,
e per disposizione divina riguardo al castigo. Perciò la giustizia
esigeva che l'uomo venisse redento in rapporto a Dio, non già
in rapporto al demonio.
3. La redenzione, o riscatto, essendo richiesta per la liberazione
dell'uomo in riferimento a Dio, e non in riferimento al demonio,
il prezzo del riscatto si doveva pagare non al demonio, ma a Dio.
Ecco perché non si può dire che Cristo abbia offerto al demonio
il suo sangue, prezzo della nostra redenzione, bensì a Dio.
ARTICOLO 5
Se essere Redentore sia proprio di Cristo
SEMBRA che essere
Redentore non sia proprio di Cristo. Infatti:
1. Nei Salmi si legge:
"Tu mi hai redento, o Signore Dio di verità". Ma essere Signore Dio di verità appartiene a tutta la
Trinità. Dunque redimere non è proprio di Cristo.
2. Si dice che redime colui che dà il prezzo del riscatto. Ora,
Dio Padre ha dato il Figlio suo come redentore per i nostri peccati, secondo le parole del salmista:
"Il Signore ha inviato al suo
popolo la redenzione", "cioè Cristo", aggiunge la Glossa, "il quale
dà ai prigionieri il riscatto". Perciò non Cristo soltanto, ma anche
Dio Padre ci ha redento.
3. Ha giovato alla nostra salvezza non soltanto la
passione di
Cristo, ma anche quella degli altri santi, come appare dalla lettera
di S. Paolo ai Colossesi: "Io mi rallegro nelle sofferenze che patisco
per voi, e completo nella mia carne quel che manca delle sofferenze
di Cristo, a vantaggio del corpo suo che è la Chiesa". Quindi
non soltanto Cristo deve dirsi Redentore, ma anche gli altri santi.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Cristo ci ha redenti dalla maledizione della legge, facendosi lui
stesso maledizione". Ora, Cristo
soltanto si è fatto per noi maledizione. Dunque soltanto lui ha
diritto al titolo di Redentore.
RISPONDO: Per il riscatto si
richiedono due cose: l'atto del
pagamento e il prezzo da pagare. Quando uno infatti per il riscatto di una persona sborsa il danaro
di un altro, non può dirsi che
quella redenzione appartiene a lui in maniera principale, ma piuttosto al proprietario di quel danaro. Ora, il prezzo della nostra
redenzione è il sangue di Cristo, ossia la sua vita fisica, la quale "risiede nel
sangue", e che Cristo ha pagato. Perciò a Cristo in
quanto uomo appartengono tutte e due le cose suddette in maniera
immediata: invece come a causa prima e remota ciò va attribuito
a tutta la Trinità, cui apparteneva la vita stessa di Cristo, e a
cui risale l'ispirazione di Cristo come uomo a patire per noi.
Cosicché essere Redentore in maniera immediata è proprio di
Cristo in quanto uomo: però la redenzione stessa va attribuita
a tutta la Trinità come alla sua causa prima.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. La
Glossa così spiega il passo
citato: "Tu, o Dio di verità, mi hai redento in Cristo il quale ha
gridato: Signore, nelle tue mani raccomando il mio spirito".
Cosicché immediatamente la redenzione appartiene a Cristo in
quanto uomo; ma come a causa principale appartiene a Dio.
2. Il prezzo della nostra redenzione fu pagato immediatamente
da Cristo come uomo: però dietro il comando del Padre quale
causa primordiale.
3. Le sofferenze dei santi giovano alla Chiesa non sotto
forma
di redenzione, ma di esortazione e di esempio, secondo le parole
di S. Paolo: "Se noi siamo nelle tribolazioni, è per vostra esortazione e
salute".
ARTICOLO 6
Se la passione di Cristo sia stata causa efficiente della nostra salvezza
SEMBRA che la passione di Cristo non sia stata causa efficiente
della nostra salvezza. Infatti:
1. Causa efficiente della nostra salvezza è la grandezza della
virtù divina, secondo le parole di Isaia: "Ecco il braccio di Dio
non si è accorciato, così da non poter salvare"; invece Cristo,
come nota S. Paolo, "è stato crocifisso secondo la sua infermità".
Dunque la passione di Cristo non ha causato la nostra salvezza
come causa efficiente.
2. Una causa agente corporale non agisce come
causa efficiente
se non mediante il contatto: difatti Cristo stesso mondò il lebbroso toccandolo,
"per mostrare", nota il Crisostomo, "che la
sua
carne aveva una virtù salvifica". Ma la passione di Cristo non poteva venire a contatto con tutti gli uomini.
Perciò essa non
poteva produrre la salvezza come causa efficiente.
3. Non sembra che uno possa
agire contemporaneamente come
causa meritoria e come causa efficiente: poiché chi merita attende
l'effetto da un altro. Ora, la passione di Cristo ha prodotto la
nostra salvezza sotto forma di merito. Quindi non poteva produrla
come causa efficiente.
IN CONTRARIO: S. Paolo afferma, che
"la parola della croce per
quelli che si salvano è virtù di Dio". Ma la virtù di Dio opera
la nostra salvezza come causa efficiente. Dunque la passione di
Cristo sulla croce ha prodotto la nostra salvezza come causa efficiente.
RISPONDO:
La causa efficiente è di due specie: principale e strumentale.
Ebbene, causa efficiente principale della salvezza
umana è Dio. Essendo però l'umanità di Cristo "strumento della divinità",
come sopra abbiamo spiegato, di conseguenza tutte le azioni
e le sofferenze di Cristo producevano strumentalmente, in
virtù della sua divinità, la salvezza dell'uomo. E in tal modo la
passione di Cristo è causa efficiente dell'umana salvezza.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. La passione di Cristo in rapporto alla
sua carne mortale si doveva all'infermità che egli
aveva assunto; ma in rapporto alla sua divinità essa
acquistava una virtù infinita, secondo l'affermazione
paolina: "L'infermità di Dio è più forte degli
uomini"; poiché l'infermità stessa di Cristo in
quanto è l'infermità di Dio ha una potenza che supera ogni virtù
umana.
2.
Pur essendo corporea, la passione di Cristo ha tuttavia
una virtù di ordine spirituale per la sua unione con la
divinità. Ecco perché essa rivela la sua efficacia mediante un
contatto spirituale:
cioè mediante la fede e i sacramenti della fede, secondo le parole
dell'Apostolo: "(Dio) ha posto Cristo come
propiziatore mediante la fede nel suo sangue".
3. La
passione di Cristo in forza della sua divinità agisce
come causa efficiente; in forza della volontà
dell'anima di Cristo agisce come causa meritoria; se poi
viene considerata nella carne stessa di Cristo agisce
sotto forma di soddisfazione, in quanto da essa siamo
liberati dal reato della pena; agisce poi sotto forma di
redenzione in quanto con essa siamo liberati dalla
schiavitù della colpa; e finalmente agisce sotto forma di
sacrificio, in quanto per
mezzo di essa, lo vedremo nella questione seguente, siamo riconciliati con Dio.
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