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Questione
47
La
causa efficiente della passione di Cristo
Passiamo ora a considerare la causa efficiente della passione di
Cristo.
Sull'argomento si pongono sei quesiti:
1. Se Cristo sia stato
ucciso da altri o da se stesso; 2. Da quale motivo sia stato spinto
a subire la morte; 3. Se il Padre l'abbia abbandonato alla sofferenza; 4. Se fosse più conveniente che egli morisse per mano dei
gentili, o per mano dei giudei; 5. Se i suoi uccisori l'abbiano conosciuto; 6. Il peccato di coloro che uccisero Cristo.
ARTICOLO
1
Se Cristo sia stato ucciso da altri o da se stesso
SEMBRA che Cristo non sia stato ucciso da altri, ma da se stesso.
Infatti:
1. Egli ha affermato:
"Nessuno mi toglie la vita, ma sono io
che l'espongo". Ora, si dice che uno uccide quando toglie la vita.
Perciò Cristo non fu ucciso da altri, ma da se stesso.
2. Coloro che sono uccisi da altri vengono a mancare a poco
a poco con l'affievolirsi della vita. E questo si nota soprattutto
nei crocifissi: poiché, come scrive S. Agostino, "sospesi al legno
morivano con una lenta agonia". Invece in Cristo ciò non avvenne: infatti, come narra S. Matteo,
"gridando a gran voce rese
lo spirito". Dunque Cristo non fu ucciso dai carnefici, ma da se
stesso.
3. Coloro che sono uccisi da altri muoiono di morte violenta, e
quindi non muoiono volontariamente; perché violento è il contrario di volontario. Nota invece S. Agostino, che
"lo spirito di
Cristo non abbandonò la carne contro voglia: ma perché lo volle,
nel tempo che volle e come volle". Quindi Cristo non fu ucciso
dai carnefici, ma da se stesso.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"Dopo di averlo
flagellato essi lo uccideranno".
RISPONDO: Si può esser causa di un effetto in due maniere.
Primo, agendo per produrlo direttamente. E in tal modo uccisero
Cristo i suoi persecutori: poiché gli inflissero dei supplizi capaci
di produrre la morte, con l'intenzione di ucciderlo e conseguendo
l'effetto; poiché da tali supplizi ne seguì la morte.
Secondo, uno può
esser causa di un fatto indirettamente, cioè
perché non l'impedisce pur avendone la possibilità: si dice, p. es.,
che uno bagna un altro perché non chiude la finestra da cui entra
l'acqua. E in tal modo si può dire che Cristo stesso fu causa della
sua passione e morte. Poteva infatti impedirla. Prima di tutto
reprimendo gli avversari, in modo che non volessero, o che non
potessero ucciderlo. In secondo luogo perché il suo spirito aveva
il potere di conservare la natura della propria carne, in modo da
non essere oppressa da qualsiasi nocumento le venisse inflitto. Tale
facoltà era dovuta all'anima di Cristo per l'unione ipostatica col
Verbo, come nota S. Agostino. Perciò, non avendo l'anima di
Cristo allontanato dal proprio corpo i supplizi, ma avendo accettato che la natura corporale vi soccombesse, si può dire che egli
espose la sua vita, e che morì volontariamente.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. L'espressione: "Nessuno può togliermi la vita", va intesa nel senso:
"contro la mia volontà".
Infatti propriamente si dice che si toglie quanto si sottrae a qualcuno che non è in grado di resistere.
2. Per mostrare che la passione inflitta con la violenza non era
capace di strappargli la vita, Cristo conservò la natura corporale
nel suo vigore, così da poter gridare a gran voce anche nel momento supremo. Ciò infatti viene computato tra i miracoli della
sua morte. Si legge così in S. Marco: "Il centurione che gli
stava dirimpetto, vistolo spirare in quel modo, disse: Quest'uomo era davvero Figlio di
Dio".
Altra cosa mirabile nella morte di Cristo fu la maggiore rapidità
del trapasso rispetto a quella degli altri condannati alla croce.
S. Giovanni stesso ricorda che agli altri crocifissi con Cristo "spezzarono
le gambe" per affrettarne la morte; "ma venuti a Gesù, siccome
lo trovarono già morto, non gli spezzarono le gambe".
E S. Marco riferisce, che "Pilato si meravigliò che fosse già
spirato". Perciò come si deve alla volontà di Cristo che la sua vita
corporale fu conservata nel pieno vigore fino alla fine, così,
quando egli volle, subito cedette alla violenza inflitta.
3. Si deve affermare che Cristo simultaneamente soffrì la morte
per violenza e che tuttavia morì volontariamente: poiché contro
il suo corpo fu usata la violenza, e tuttavia questa non prevalse
su di esso se non nella misura che egli volle.
ARTICOLO
2
Se Cristo sia morto per obbedienza
SEMBRA che Cristo non sia morto per obbedienza. Infatti:
1. L'obbedienza presuppone un precetto. Ma non risulta che a
Cristo sia stato dato il precetto di accettare la morte. Dunque
egli non è morto per obbedienza.
2. Si dice che uno compie per obbedienza quanto egli fa per
necessità di precetto. Ora, Cristo patì volontariamente e non per
necessità. Quindi non patì per obbedienza.
3. La carità è una virtù superiore all'obbedienza. Ma nella
Scrittura si legge che Cristo ha sofferto per carità secondo l'esortazione paolina:
"Camminate nell'amore; come anche Cristo ci
ha amato e per noi si è consegnato alla morte". Perciò la passione di Cristo va attribuita più alla carità che all'obbedienza.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"(Cristo) si è fatto obbediente al
Padre fino alla morte".
RISPONDO: Fu cosa sommamente conveniente che Cristo patisse
la morte per obbedienza. Primo, perché questo si addiceva alla
giustificazione dell'uomo: affinché, per dirla con S. Paolo, "come
per la disobbedienza di un solo uomo molti sono diventati peccatori, così per l'obbedienza di un solo uomo molti vengono
giustificati".
Secondo, ciò si addiceva alla riconciliazione degli uomini con
Dio; perché come si esprime S. Paolo, "siamo stati riconciliati
con Dio mediante la morte del suo Figliolo"; e cioè in quanto la
morte di Cristo fu un sacrificio accettissimo a Dio: "Diede se
stesso alla morte per noi quale oblazione e sacrificio in odore di soavità". Ma l'obbedienza viene preferita a tutti i sacrifici, secondo le parole di Samuele:
"L'obbedienza vale più delle vittime".
Perciò era conveniente che il sacrificio della passione e morte di
Cristo fosse motivato dall'obbedienza.
Terzo, ciò si addiceva alla sua vittoria, con la quale doveva
trionfare della morte e dell'autore di essa. Poiché un soldato non
può vincere, se non obbedendo al capitano. E quindi l'uomo Cristo
non ottenne la vittoria, se non perché fu obbediente a Dio, secondo
le parole dei Proverbi: "L'uomo obbediente canterà vittoria".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Cristo aveva ricevuto dal
Padre il precetto di patire; poiché sta scritto: "Ho il
potere di
dare la mia vita ed ho il potere di riprenderla: questo è il comandamento che ho ricevuto dal Padre mio", cioè di dare la vita e
di riprenderla. Ciò, come spiega il Crisostomo, non va inteso nel
senso, che "prima abbia dovuto ascoltare il comando e abbia
avuto bisogno di apprenderlo: ma volle così mostrare che agiva
di sua volontà, e togliere ogni sospetto di contrasto" con il Padre.
Siccome però nella morte di Cristo l'antica legge ebbe il suo
compimento, secondo le parole di lui stesso prima di morire: "Tutto è
compiuto", è possibile vedere come nella passione egli
abbia adempiuto tutti i precetti della legge. Adempì i precetti morali, che si fondano sui precetti della carità, col soffrire per amore
del Padre, secondo le parole che egli disse avviandosi al luogo della
passione: "Perché il mondo conosca che io amo il Padre, e che
agisco come il Padre mi ha comandato, sorgete e partiamo di qua"; e per amore del prossimo, secondo l'affermazione di S. Paolo:
"Egli mi ha amato, e per me ha dato la vita". - Inoltre con
la sua passione Cristo adempì i precetti cerimoniali dell'antica
legge, i quali erano ordinati soprattutto ai sacrifici e alle oblazioni,
in quanto tutti gli antichi sacrifici erano figura del vero sacrificio
che Cristo offrì morendo per noi. Di qui le parole di S. Paolo ai
Colossesi: "Nessuno vi giudicherà quanto al cibo e alla bevanda,
o riguardo a feste, noviluni o sabati; le quali cose sono ombra di
ciò che doveva venire, ma il corpo è Cristo", perché Cristo sta
in rapporto a codeste cose come il corpo all'ombra. - E finalmente Cristo con la sua passione
adempì i precetti giudiziali della
legge, i quali erano ordinati a riparare le ingiurie; poiché, come
si dice nei Salmi, "Egli ripagò quello che non aveva rubato",
permettendo la propria affissione sulla croce, per il frutto che
l'uomo aveva strappato dall'albero contro il comando di Dio.
2. L'obbedienza, sebbene implichi necessità rispetto a ciò che è
comandato, tuttavia implica volontarietà rispetto all'adempimento
del comando. E tale fu l'obbedienza di Cristo. Infatti la passione
e la morte considerate in se stesse ripugnano alla volontà naturale:
tuttavia Cristo voleva compiere in esse la volontà di Dio, conforme
alle parole del Salmista: "Mio Dio, se io l'ho voluto, è per fare
la tua volontà". Di qui le sue parole riferite da S. Matteo: "Se
questo calice non può allontanarsi da me, senza che io lo beva, sia
fatta la tua volontà".
3. Cristo affrontò la morte per carità e per obbedienza come
per un identico motivo; poiché i precetti stessi della carità egli
li adempì per obbedienza; e fu obbediente per il suo amore verso
il Padre che glieli comandava.
ARTICOLO
3
Se Dio Padre abbia consegnato Cristo
alla sua passione
SEMBRA che Dio Padre non abbia consegnato Cristo alla sua
passione. Infatti:
1. È cosa iniqua e crudele consegnare alla passione e alla morte
un innocente. Ma, come si legge nel Deuteronomio, "Dio è fedele
e senza alcuna iniquità". Egli quindi non consegnò alla passione
e alla morte il Cristo innocente.
2. Non è compossibile che uno si consegni da sé alla morte e
insieme venga consegnato da un altro. Ora, "Cristo si offrì alla
morte da se stesso", attuando la profezia di Isaia: "Consegnò
alla morte la sua vita". Dunque non sembra che l'abbia consegnato il Padre.
3. Giuda viene riprovato per aver consegnato Cristo ai Giudei,
secondo le parole evangeliche: "Uno di voi è un demonio. E così
dicendo si riferiva a Giuda, che l'avrebbe tradito".
Così pure vengono biasimati i giudei che lo consegnarono a
Pilato, secondo la testimonianza di quest'ultimo: "La tua nazione
e i tuoi pontefici ti hanno consegnato a me". A sua volta Pilato, "lo consegnò per farlo crocifiggere". Ora, come ricorda S. Paolo,
"non c'è niente di comune tra la giustizia e
l'iniquità". Dunque
Dio Padre non ha consegnato Cristo alla sua passione.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Dio non ha risparmiato il suo
proprio Figlio, ma per noi tutti l'ha consegnato alla morte".
RISPONDO: Cristo, come abbiamo detto, ha patito
volontariamente in obbedienza al Padre. Perciò si può dire che il Padre
ha consegnato Cristo alla sua passione in tre modi. Primo, perché
col suo eterno volere ha preordinato la passione di Cristo alla
redenzione del genere umano, secondo le parole di Isaia: "Il Signore ha posto in lui l'iniquità di noi
tutti"; "Il Signore ha voluto
schiacciarlo nella infermità". - Secondo, perché ispirò in lui la
volontà di soffrire per noi, infondendogli la carità. Di qui le parole
del profeta: "È stato immolato perché lo ha voluto". - Terzo,
perché non lo sottrasse alla passione, ma lo espose ai persecutori.
Di qui la preghiera di Cristo sulla Croce: "Dio mio, perché mi
hai abbandonato?"; ossia, come spiega S. Agostino, perché mi hai
esposto al potere dei miei persecutori?
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Consegnare alla passione e
alla morte un innocente contro la sua volontà è cosa empia e crudele. Ma Dio Padre non così consegnò Cristo, bensì infondendo
in lui la volontà di patire per noi. E in ciò si mostra da una parte "la severità di Dio", il quale non volle rimettere il peccato senza
un castigo, cosicché l'Apostolo scrive, che "Dio non risparmiò il
suo proprio Figlio"; e dall'altra "la sua bontà", poiché, non potendo l'uomo soddisfare con qualsiasi sofferenza, Dio gli provvide
un redentore capace di soddisfare. E quindi l'Apostolo ha potuto
scrivere, che "per noi tutti l'ha consegnato alla morte". E altrove
aggiunge: "Lui Dio ha prestabilito mezzo di propiziazione per
via della fede nel suo sangue".
2. In quanto Dio, Cristo consegnò se stesso alla morte col
medesimo atto di volontà mediante il quale lo consegnò il Padre.
Invece in quanto uomo egli consegnò se stesso con un volere che
era ispirato dal Padre. Perciò non c'è incompatibilità tra la consegna fatta dal Padre e la consegna di Cristo fatta da se stesso.
3. L'identico atto va giudicato diversamente per la sua bontà
o malizia, secondo i diversi motivi da cui procede. Il Padre infatti
consegnò il Cristo alla morte mosso dalla carità, e così fece il Cristo medesimo: e per questo ne sono lodati. Giuda invece lo
consegnò per cupidigia, i giudei lo fecero per invidia, Pilato per un
timore mondano, cioè per paura dell'imperatore: e per questo
vengono biasimati.
ARTICOLO 4
Se fosse conveniente che Cristo venisse ucciso dai gentili
SEMBRA che non fosse conveniente che Cristo venisse ucciso dai
gentili. Infatti:
1. Dovendo la passione di Cristo liberare gli uomini dal peccato,
sembra conveniente che soltanto pochissimi si macchiassero di
peccato nella sua morte. Ora, in essa peccarono i giudei, cui
vanno attribuite le parole della parabola evangelica: "Questi è
l'erede: venite, uccidiamolo". Perciò era opportuno che nel peccato suddetto non fossero implicati i gentili.
2. La realtà deve corrispondere alla figura. Ora, i sacrifici
figurali dell'antica legge erano offerti non dai gentili, ma dai giudei.
Quindi neppure la passione di Cristo, che era il vero sacrificio,
doveva essere compiuta per mano dei gentili.
3. Nel Vangelo si legge:
"I giudei cercavano di uccidere Cristo,
non solo perché violava il sabato, ma anche perché affermava
che Dio era suo Padre, facendosi uguale a Dio". Ora, questo era
soltanto contro la legge dei giudei; di qui infatti la loro protesta: "Secondo la legge deve morire, perché si è fatto Figlio di
Dio".
Perciò era giusto che Cristo fosse ucciso non dai gentili, ma dai
giudei; ed è falso quanto costoro dissero: "A noi non è permesso
di uccidere nessuno", poiché nella legge molti peccati sono puniti
con la morte.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"Lo consegneranno ai
gentili per essere deriso, flagellato e crocifisso".
RISPONDO: Nelle circostanze stesse della passione di Cristo erano
prefigurati i suoi effetti. La passione infatti prima ebbe un effetto
salutare sui giudei, molti dei quali furono battezzati dopo la
morte di Cristo, come narrano gli Atti degli Apostoli. In un secondo tempo, con la predicazione da parte dei giudei, l'effetto della
passione di Cristo si estese ai gentili. Perciò era conveniente che
Cristo cominciasse la passione per mano dei giudei, e quindi, consegnato da essi, questa fosse compiuta dai gentili.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Per mostrare tutta la grandezza della sua carità con la quale soffriva, Cristo volle sulla croce
chiedere perdono per i suoi persecutori; ma perché il frutto di tale
preghiera giungesse sia ai giudei che ai gentili, volle soffrire per
mano degli uni e degli altri.
2. La passione di Cristo fu un sacrificio in quanto Cristo volle
subire volontariamente la morte mosso dalla carità. Ma in quanto
la subiva dai persecutori non era un sacrificio, bensì un peccato
gravissimo.
3. Come spiega S. Agostino, i giudei nel dire:
"A noi non è
permesso uccidere nessuno", volevano intendere, che ciò "non era
loro permesso per la santità della festa che avevano già cominciato
a celebrare".
Oppure, come scrive il Crisostomo, dissero
così perché volevano
ucciderlo non come trasgressore della legge, ma come nemico pubblico, avendo preteso di farsi re: e di ciò essi non potevano
giudicare. Ovvero perché essi non potevano crocifiggerlo, come
desideravano, ma solo lapidarlo, come fecero con S. Stefano.
Oppure è meglio dire che il potere di uccidere era stato loro
sottratto dai romani, di cui erano diventati sudditi.
ARTICOLO 5
Se Cristo sia stato conosciuto dai suoi persecutori
SEMBRA che Cristo sia stato riconosciuto dai suoi persecutori.
Infatti:
1. Nel Vangelo si legge che
"i vignaiuoli vedendo il Figliuolo
dissero tra loro: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo". E S. Girolamo commenta:
"Con queste parole il Signore dimostra in
modo evidentissimo che i principi dei giudei crocifissero il Figlio
di Dio non per ignoranza, ma per invidia. Capirono cioè che egli
era colui di cui il profeta aveva predetto: Chiedi e io ti darò
le genti in eredità". Sembra quindi che costoro abbiano conosciuto che egli era il Cristo, ossia il Figlio di Dio.
2. Il Signore ha affermato:
"Ora invece essi hanno veduto ed
hanno odiato me e il Padre mio". Ma quello che si vede si conosce
chiaramente. Dunque i giudei, sapendo che egli era il Cristo, spinti
dall'odio, gli inflissero la morte.
3. Negli atti del Concilio di Efeso si legge:
"Come chi strappa
un decreto imperiale viene condannato a morte quasi avesse strappato la parola dell'imperatore; così i giudei che crocifissero l'uomo
visibile meritano il castigo come se avessero infierito contro il
Verbo di Dio". Ora, questo non avverrebbe, se essi non avessero
conosciuto che egli era Figlio di Dio: perché l'ignoranza li avrebbe
scusati. Perciò i giudei che crocifissero Cristo sapevano che egli
era Figlio di Dio.
IN CONTRARIO: S. Paolo afferma:
"Se l'avessero conosciuto,
mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria". S. Pietro inoltre così disse ai giudei:
"Io lo so che avete agito per ignoranza, come
i vostri capi". E il Signore mentre pendeva dalla croce pregò: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che essi
fanno".
RISPONDO: Parlando dei giudei bisogna distinguere tra
maggiorenti e la gente del popolo. I maggiorenti, che erano detti loro
principi, certo lo conobbero, secondo l'autore delle Quaestiones
Novi et Veteris Testamenti, come del resto gli stessi demoni riconobbero che egli era il Cristo promesso:
"infatti essi vedevano
avverarsi in lui tutti i segni predetti dai profeti". Essi però non
conobbero la sua divinità: ecco perché l'Apostolo afferma, che "se l'avessero conosciuto, mai avrebbero crocifisso il Signore della
gloria".
Si noti però che tale ignoranza non li scusava dal delitto: perché
si trattava di un'ignoranza affettata. Essi infatti vedevano i segni
evidenti della sua divinità: ma per odio ed invidia verso Cristo
li travisavano, e così non vollero credere alle sue affermazioni di
essere il Figlio di Dio. Di qui le parole del Signore: "Se io non
fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero peccato:
ma ora non hanno nessuna scusa del loro peccato". E ancora: "Se non avessi compiuto tra loro le opere che nessun altro ha
compiuto, non avrebbero peccato". Perciò si possono applicare
ad essi le parole di Giobbe: "Essi dissero a Dio: Allontanati da
noi, noi non vogliamo conoscere le tue vie".
Il popolo invece, che non conosceva i misteri della Scrittura,
non conobbe pienamente né che egli era il Cristo, né che era Figlio
di Dio: sebbene alcuni del popolo abbiano creduto in lui. E anche
se talora essi sospettarono che fosse il Cristo, per la molteplicità
dei segni e per l'efficacia del suo insegnamento, come nota l'evangelista Giovanni, tuttavia poi furono ingannati dai loro capi, al
punto di non credere né che era il Figlio di Dio, né che era il
Cristo. Di qui le parole di S. Pietro: "So che avete agito per ignoranza, al pari dei vostri capi"; cioè perché sedotti da essi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Le parole suddette appartengono ai vignaiuoli, i quali nella parabola rappresentano i capi del
popolo, che riconobbero in lui l'erede, in quanto capirono che egli
era il Cristo promesso nell'antica legge.
Ma contro questa conclusione sembrano stare le parole del
salmista: "Chiedi a me, e ti darò le genti per tuo retaggio"; poiché
al Cristo cui si riferiscono viene anche detto: "Tu sei mio Figlio,
oggi io ti ho generato". Quindi se i capi conobbero che (Gesù)
era colui cui erano state indirizzate le prime, ne segue che conobbero anche esser lui il Figlio di Dio. - Inoltre il Crisostomo
afferma, che "essi conobbero esser lui il Figlio di
Dio". - E S. Beda,
commentando le parole evangeliche, "Perché non sanno quello che essi fanno", ha scritto:
"Si noti che egli non prega per coloro
i quali capivano che egli era il Figlio di Dio, e preferivano crocifiggerlo piuttosto che
riconoscerlo".
A ciò si può rispondere che essi lo conobbero quale Figlio di
Dio, non per natura, ma (di adozione) per l'eccellenza della sua
grazia singolarissima.
Tuttavia si può anche dire che l'abbiano
conosciuto come vero Figlio di Dio, perché ciò risultava loro dall'evidenza dei segni, ai
quali però per odio e per invidia non vollero arrendersi,
riconoscendolo come Figlio di Dio.
2. Le parole suddette erano state precedute dalla frase:
"Se io
non avessi compiuto tra loro cose che nessun altro ha compiuto,
non avrebbero peccato", e così seguono nel contesto: "Ora essi
hanno veduto, ed hanno odiato me e il Padre mio". Il che
dimostra che pur vedendo essi le opere mirabili del Cristo, per odio
non arrivarono a conoscere che egli era il Figlio di Dio.
3. L'ignoranza affettata non scusa la colpa, ma
piuttosto
l'aggrava: essa infatti dimostra che uno è così intenzionato
a
peccare che preferisce rimanere nell'ignoranza per non evitare il peccato. Perciò i giudei peccarono non solo come crocifissori
dell'uomo Cristo, ma come crocifissori di Dio.
ARTICOLO 6
Se il peccato dei crocifissori di Cristo sia stato gravissimo
SEMBRA che il peccato dei crocifissori di Cristo non sia stato
gravissimo. Infatti:
1. Non è gravissimo un peccato che può essere scusato. Ora, il
Signore stesso scusò il peccato dei suoi crocifissori con le parole: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che essi
fanno".
Dunque il loro peccato non fu gravissimo.
2. Il Signore disse a Pilato:
"Chi mi ha consegnato nelle tue
mani ha un peccato ancora più grave". Eppure fu Pilato a far
crocifiggere Cristo dai suoi ministri. Perciò il peccato di Giuda
che lo tradì fu più grave che quello dei crocifissori.
3. Come il Filosofo afferma,
"nessuno soffre ingiustizia, se è consenziente"; e ancora:
"quando uno non ne soffre; nessuno
gli fa ingiuria". Quindi nessuno fa un'ingiuria a chi vuole subirla.
Ora, Cristo ha patito volontariamente, come sopra abbiamo spiegato.
Dunque i suoi crocifissori non commisero ingiustizia. Perciò
il loro peccato non fu gravissimo.
IN CONTRARIO: Commentando le parole evangeliche,
"Voi
colmate la misura dei vostri Padri", il Crisostomo scrive: "Realmente
essi passarono la misura dei loro Padri. Quelli infatti avevano
ucciso degli uomini: essi crocifissero Dio".
RISPONDO: Come abbiamo già notato, i capi dei giudei
conobbero (che Gesù era) il Cristo: e se ci fu in essi una certa
ignoranza, fu un'ignoranza affettata, che non poteva scusarli. Perciò
il loro peccato fu gravissimo: sia per il genere del peccato, sia
per la malizia della volontà.
La massa invece del popolo giudaico commise un peccato gravissimo
quanto al genere di peccato: diminuito però in parte
dall'ignoranza. Ecco perché spiegando le parole evangeliche, "Non
sanno quello che essi fanno", S. Beda ha scritto: "Prega per coloro che non sapevano quello che facevano, operando con lo zelo
di Dio, ma non secondo la scienza".
Molto più scusabile poi fu il peccato dei gentili, per le cui mani
Cristo fu crocifisso, non avendo essi la conoscenza della legge.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. La scusa pronunziata dal
Signore si riferiva, come abbiamo visto, non ai capi dei giudei,
ma alla gente del popolo.
2. Giuda consegnò Cristo non a Pilato, ma ai principi dei
sacerdoti, i quali lo consegnarono a Pilato, secondo le parole di
quest'ultimo: "La tua nazione e i tuoi pontefici ti hanno consegnato
nelle mie mani". Ebbene, il peccato di tutti costoro fu superiore
a quello di Pilato, il quale uccise Cristo per paura dell'imperatore,
e a quello dei soldati che lo crocifissero per ordine del preside; e
non già per cupidigia come Giuda, né per invidia o per odio come
i principi dei sacerdoti.
3. Certamente Cristo volle la propria passione, come pure la
volle Dio: non volle però l'atto iniquo dei giudei. Perciò gli uccisori di Cristo non sono scusati della loro ingiustizia. - Del resto
chi uccide un uomo non fa ingiuria a lui soltanto, ma anche a
Dio e alla società: così pure chi uccide se stesso, come nota il
Filosofo. Ecco perché David condannò a morte colui che "non
aveva esitato a stendere la mano per uccidere l'unto del Signore",
sebbene a richiesta dell'interessato.
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