Il Santo Rosario
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Questione 46

La passione di Cristo

Veniamo ora a considerare quanto si riferisce all'uscita di Cristo da questo mondo. Primo, la sua passione; secondo, la sua morte; terzo, la sua sepoltura; quarto, la sua discesa agli inferi.
Riguardo alla passione esamineremo tre cose: primo, la passione in se stessa; secondo, la sua causa efficiente; terzo, i suoi frutti.
Sul primo di questi argomenti si pongono dodici quesiti: 1. Se fosse necessario che Cristo patisse per la redenzione degli uomini; 2. Se fosse possibile un altro mezzo per redimere l'umanità; 3. Se quello usato fosse il più conveniente; 4. Se per Cristo non fosse conveniente la crocifissione; 5. Se la sua passione abbia abbracciato tutte le sofferenze; 6. Se il dolore sofferto nella passione sia stato il più grande; 7. Se in Cristo abbia sofferto tutta la sua anima; 8. Se in lui la passione impedisse il godimento della beatitudine; 9. Sul tempo della passione; 10. Sul luogo di essa; 11. Se fosse conveniente la crocifissione di Cristo in mezzo ai ladroni; 12. Se la passione di Cristo si possa attribuire alla sua divinità.

ARTICOLO 1

Se fosse necessario che Cristo patisse per la redenzione del genere umano

SEMBRA che non fosse necessaria la passione di Cristo per la redenzione del genere umano. Infatti:
1. Il genere umano non può essere redento che da Dio, stando a quelle parole di Isaia: "Non sono io forse il Signore, e altro Dio non c'è fuori di me? Dio giusto e che salvi non c'è fuori di me". Ma Dio non è soggetto a nessuna necessità: perché ciò ripugnerebbe alla sua onnipotenza. Dunque non era necessario che Cristo soffrisse la passione.

2. Necessario si contrappone a volontario. Ora, Cristo patì volontariamente, secondo l'affermazione di Isaia: "È stato sacrificato perché lo ha voluto". Quindi la sua passione non fu necessaria.
3. Come è detto nei Salmi, "tutte le vie del Signore sono misericordia e giustizia". Ebbene, che Cristo patisse non era necessario rispetto alla misericordia divina: la quale, come dona gratuitamente, così condona le colpe, senza esigere la riparazione. E non era richiesto dalla divina giustizia: la quale esigeva per l'uomo la dannazione eterna. Perciò non era necessario che Cristo patisse per la redenzione degli uomini.
4. La natura angelica, come insegna Dionigi, è superiore a quella umana. Ma Cristo non affrontò la passione per redimere la natura angelica che era caduta in peccato. Dunque non poteva essere necessaria la sua passione per la salvezza del genere umano.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Come Mosè ha innalzato il serpente nel deserto, così è necessario che sia innalzato il Figlio dell'uomo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna". Ma queste parole si riferiscono all'innalzamento di Cristo sulla croce. Perciò era necessario che Cristo patisse.

RISPONDO: Come insegna il Filosofo, molte sono le accezioni del termine necessario. C'è infatti il necessario che in forza della sua natura non può essere altrimenti. E in tal senso non poteva essere necessaria la passione di Cristo, né da parte di Dio né da parte dell'uomo.
In un altro senso invece una cosa può dirsi necessaria per qualche motivo esterno. E, se si tratta di una causa efficiente o movente, si ha una necessità di coazione: come quando, p. es., uno non può camminare per la violenza di chi lo trattiene. - Se poi il motivo esterno che crea la necessità è il fine, avremo un necessario ipotetico: cioè nel caso che il fine, una volta stabilito, non possa essere raggiunto in nessun modo, oppure che non possa esserlo in maniera conveniente se non con quel dato mezzo.
La passione di Cristo, quindi, non era necessaria per una necessità di coazione: né da parte di Dio, che l'aveva decretata, né da parte di Cristo che l'affrontò volontariamente.
Era invece necessaria secondo la necessità del mezzo al fine. E ciò risulta da tre considerazioni. Primo, considerandola dal lato di noi uomini, che da essa, come dice il Vangelo, siamo stati redenti: "È necessario che sia innalzato il Figlio dell'uomo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna". - Secondo, considerandola in Cristo medesimo, il quale con l'umiliazione della passione doveva meritare la gloria dell'esaltazione. Di qui le parole evangeliche: "Cristo doveva patire tali cose e così entrare nella sua gloria". - Terzo, considerandola da parte di Dio, il cui decreto circa la passione di Cristo era stato preannunziato dalle Scritture e prefigurato nelle osservanze dell'Antico Testamento. Di qui le altre affermazioni evangeliche: "Il Figlio dell'uomo se ne va conforme a quanto è stato decretato"; "Questi sono i discorsi che io vi facevo quando ero ancora con voi: cioè esser necessario che tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi fossero adempiute"; "Sta scritto esser necessario che Cristo patisse e quindi risorgesse dai morti".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. II primo argomento è valido in quanto esclude in Dio la necessità di coazione.
2. Il secondo è valido in quanto esclude la necessità di coazione in Cristo, considerato come uomo.
3. La redenzione dell'uomo mediante la passione di Cristo era consona sia alla misericordia che alla giustizia di Dio. Alla giustizia, perché Cristo con la sua passione riparò il peccato del genere umano: e quindi l'uomo fu liberato dalla giustizia di Cristo. Alla misericordia, perché non essendo l'uomo, di per sé, in grado di soddisfare per il peccato di tutta la natura umana, come sopra abbiamo visto, Dio gli concesse quale riparatore il proprio Figlio, secondo l'insegnamento paolino: "(Tutti) sono giustificati gratuitamente per la grazia di lui mediante la redenzione in Cristo Gesù, che Dio ha prestabilito quale propiziatore, per via della fede in lui". E ciò fu un atto di maggiore misericordia che il condono dei peccati senza nessuna soddisfazione. Di qui le parole di S. Paolo: "Dio, che è ricco di misericordia, per il grande amore che ci portava, mentre eravamo morti per i peccati, in Cristo ci richiamò alla vita".
4. Contrariamente al peccato dell'uomo, quello degli angeli, come abbiamo visto nella Prima Parte, non era riparabile.

ARTICOLO 2

Se per redimere il genere umano fosse possibile un mezzo diverso dalla passione di Cristo

SEMBRA che per redimere il genere umano non fosse possibile un mezzo diverso dalla passione di Cristo. Infatti:
1. Il Signore ha affermato: "Se il grano di frumento caduto in terra non muore, resta solo; ma se muore, produce molto frutto". E S. Agostino spiega che "sotto l'immagine del grano intendeva se stesso". Perciò se egli non avesse affrontato la morte, non avrebbe portato il frutto della redenzione.

2. Così il Signore ha pregato il Padre: "Padre mio, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". E parlava del calice della passione. Quindi la passione di Cristo non poteva tralasciarsi. Scrive infatti S. Ilario: "Il calice non può passare, senza che egli ne beva, poiché non possiamo essere redenti che dalla sua passione".
3. La giustizia di Dio esigeva che l'uomo fosse liberato dalla colpa, mediante la soddisfazione offerta da Cristo con le sue sofferenze. Ma Cristo non può mai tralasciare la sua stessa giustizia. Poiché sta scritto: "Se noi siamo infedeli, egli rimane fedele, non potendo rinnegare se stesso". Ora, egli rinnegherebbe se stesso, se rinnegasse la sua giustizia. Dunque non era possibile un altro mezzo per la redenzione umana diverso dalla passione di Cristo.
4. La fede non ammette errori. Ora, i padri dell'antico Testamento avevano creduto nella futura passione di Cristo. Quindi non era possibile che Cristo non la subisse.

IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto: "Affermiamo pure che il modo con il quale Dio si è degnato di redimerci attraverso il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, è buono e degno della grandezza divina; però dichiariamo anche che per Dio, al cui potere tutte le cose sono ugualmente soggette, erano possibili altri modi".

RISPONDO: In due maniere una cosa può dirsi possibile o impossibile: primo, in senso assoluto; secondo, in forza di un'ipotesi. Ebbene, in senso assoluto si deve dire che a Dio era possibile un altro mezzo per la redenzione umana, diverso dalla passione di Cristo: "perché", come dice il Vangelo, "niente è impossibile a Dio". Ma fatta una data ipotesi, ciò era impossibile. Non essendo infatti possibile che la prescienza di Dio fallisca, e che la sua volontà o deliberazione venga frustrata, una volta supposta la prescienza e la predisposizione di Dio circa la passione di Cristo, non era possibile che Cristo non patisse, e che l'uomo fosse redento con un mezzo diverso dalla passione. E ciò vale per tutte le cose che sono oggetto della prescienza e della preordinazione divina, come abbiamo visto nella Prima Parte.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Così parlando il Signore presupponeva la prescienza e la preordinazione di Dio, secondo la quale era disposto che il frutto della redenzione umana non dovesse seguire che dalla passione di Cristo.
2. Lo stesso si dica per le altre sue parole: "Se questo calice non può passare, senza che io lo beva", ossia: "Se non può passare, perché così tu hai disposto". Infatti aggiunge: "Sia fatta la tua volontà".
3. Anche codesta giustizia dipendeva dal volere divino, il quale esigeva una soddisfazione per il peccato. Ma se avesse disposto diversamente, cioè di liberare l'uomo dal peccato senza nessuna soddisfazione, Dio non avrebbe agito contro giustizia. Infatti solo il giudice che è tenuto a punire le colpe commesse contro gli altri, ossia contro un altro uomo, o contro lo stato, oppure contro un magistrato superiore, non può, salva la giustizia, condonare la pena o la colpa. Ma Dio non ha superiori, essendo egli il bene supremo e universale di tutto l'universo. Perciò, se egli perdona il peccato, il quale è una colpa proprio in quanto si commette contro di lui, non fa torto a nessuno: come del resto non agisce contro la giustizia, ma fa un atto di misericordia, chiunque perdoni un'offesa personale senza nessuna riparazione. Ecco perché David nel chiedere misericordia diceva: "Ho peccato soltanto contro di te"; come per dire: "Tu puoi perdonarmi senza ingiustizia".

4. La fede, come la Scrittura su cui si fonda, poggia sulla prescienza e sulla predisposizione di Dio. Perciò la necessità che è implicita nelle loro asserzioni si riduce alla necessità derivante dalla prescienza e dal volere di Dio.

ARTICOLO 3

Se per la redenzione umana ci fosse un mezzo più conveniente della passione di Cristo

SEMBRA che per la redenzione umana ci fosse un mezzo più conveniente della passione di Cristo. Infatti:
1. La natura nel suo operare imita le opere di Dio, essendo mossa e regolata da lui. Ma la natura non compie con due mezzi quello che può fare con uno solo. Perciò avendo Dio la capacità di redimere l'uomo con la sola sua volontà, non era conveniente che per la redenzione del genere umano intervenisse anche la passione di Cristo.
2. Le cose che si attuano con i mezzi naturali si compiono in modo più conveniente di quelle che si attuano con mezzi violenti: poiché, come dice Aristotele, la violenza è "una certa deformazione di ciò che è naturale". Ora, la passione di Cristo si compì con una morte violenta. Dunque sarebbe stato più conveniente che Cristo redimesse l'uomo con la morte naturale, piuttosto che con la passione.
3. Sembra convenientissimo che chi detiene una cosa in maniera ingiusta e violenta ne sia semplicemente spogliato dal potere superiore, secondo le parole di Isaia: "Per nulla siete stati venduti, e senza danaro sarete ricomprati". Ma il demonio non aveva nessun diritto sull'uomo, che aveva preso con l'inganno, e teneva asservito con la violenza. Perciò sarebbe stato sommamente conveniente che Cristo avesse spogliato il demonio con il suo potere soltanto, senza la passione.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "Non c'era un altro mezzo più conveniente per sanare la nostra miseria", che la passione di Cristo.

RISPONDO: Un mezzo è tanto più adatto per raggiungere un fine, quanto più numerosi sono i vantaggi che con esso si raggiungono in ordine al fine. Ora, la passione di Cristo, oltre a redimere l'uomo dal peccato, ha procurato molti vantaggi per la salvezza dell'umanità.
Primo, perché da essa l'uomo viene a conoscere quanto Dio lo ami, e viene indotto a riamarlo: e in tale amore consiste la perfezione dell'umana salvezza. Di qui le parole dell'Apostolo: "Dio dimostra il suo amore per noi in questo, che mentre eravamo suoi nemici, Cristo è morto per noi".

Secondo, perché con la passione Cristo ci ha dato l'esempio di obbedienza, di umiltà, di costanza, di giustizia e di tutte le altre virtù, che sono indispensabili per la nostra salvezza. Di qui le parole di S. Pietro: "Cristo ha sofferto per noi, lasciandoci un esempio, perché seguissimo le sue orme".

Terzo, perché Cristo con la sua passione non solo ha redento l'uomo dal peccato, ma gli ha meritato la grazia giustificante e la gloria della beatitudine, come vedremo in seguito.
Quarto, perché mediante la passione è derivata all'uomo un'esigenza più forte di conservarsi immune dal peccato, secondo l'ammonizione paolina: "Siete stati ricomprati a gran prezzo: glorificate e portate Dio nel vostro corpo".

Quinto, perché con essa fu meglio rispettata la dignità dell'uomo: in modo cioè che, come era stato l'uomo ad essere ingannato dal demonio, così fosse un uomo a vincerlo; e come un uomo aveva meritato la morte, così fosse un uomo a vincere la morte col subirla. Di qui le parole di S. Paolo: "Siano rese grazie a Dio che ha dato a noi la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche la natura, per compiere meglio una data funzione, ricorre a mezzi molteplici: si serve, p. es., di due occhi per vedere. E così per altre funzioni.
2. Come scrive il Crisostomo, "Cristo è venuto per distruggere non la morte propria, che non poteva avere, essendo egli la vita, ma la morte degli uomini. Ecco perché non ha abbandonato il corpo con una morte sua propria, ma con una morte inflittagli dagli uomini. Se invece il suo corpo si fosse ammalato e quindi disfatto al cospetto di tutti, non sarebbe stato conveniente per lui, che doveva sanare le altrui infermità, avere il proprio corpo ad esse soggette. E se, senza nessuna malattia, l'avesse deposto in qualche luogo per poi riapparire con esso, non si sarebbe creduto alla resurrezione. In che modo infatti si sarebbe palesata la vittoria di Cristo sulla morte, se egli non avesse mostrato, subendola davanti a tutti, che la morte era stata distrutta mediante l'incorruttibilità del suo corpo?".
3. Sebbene il demonio avesse sottomesso l'uomo ingiustamente, tuttavia quest'ultimo per il peccato era stato abbandonato giustamente da Dio alla schiavitù del demonio. Perciò era opportuno che l'uomo venisse redento da tale schiavitù con giustizia, cioè mediante la soddisfazione data da Cristo con la sua passione.
E ciò fu opportuno anche per fiaccare la superbia del demonio, "il quale", come si esprime S. Agostino, "è disertore della giustizia e amante della potenza"; e così fosse vinto dal Cristo; "e quindi l'uomo venisse redento non con la sola potenza della divinità, ma dalla giustizia e dall'umiltà della passione".

ARTICOLO 4

Se fosse conveniente per Cristo la morte di croce

SEMBRA che Cristo non dovesse subire la morte di croce. Infatti:
1. La realtà deve corrispondere alla figura. Ma nei sacrifici dell'antico Testamento, che prefiguravano Cristo, gli animali venivano uccisi con la spada e quindi bruciati col fuoco. Dunque Cristo non doveva subire la crocifissione, ma piuttosto essere sacrificato con la spada, o col fuoco.

2. Il Damasceno afferma che Cristo non doveva subire "passioni degradanti". Ora, la morte di croce è quanto mai degradante e obbrobriosa; cosicché a Cristo si applicano le parole della Sapienza: "Condanniamolo alla morte più ignominiosa". Quindi Cristo non avrebbe dovuto subire la morte di croce.
3. A Cristo viene applicata l'espressione evangelica: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore". Ma la morte di croce era una morte di maledizione, secondo le parole del Deuteronomio: "È maledetto da Dio chi pende dal legno". Perciò non era conveniente che Cristo subisse la crocifissione.

IN CONTRARIO: S. Paolo afferma: "Cristo si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce".

RISPONDO: Fu cosa convenientissima che Cristo subisse la morte di croce. Primo, per offrire un esempio di virtù. Scrive infatti S. Agostino: "La sapienza di Dio si è umanata per darci l'esempio che ci spinga a vivere rettamente. Ora, rientra nella rettitudine non temere le cose che non sono da temersi. Ma ci sono degli uomini, che, sebbene non temano la morte in se stessa, hanno orrore di certi generi di morte. Perciò, affinché nessun genere di morte spaventasse l'uomo che vive rettamente, fu opportuno dimostrarlo con la croce di Cristo: poiché tra tutti i generi di morte nessuno era più esecrabile e terribile".
Secondo, perché questo genere di morte era il più indicato per soddisfare il peccato dei nostri progenitori, che consistette nel mangiare il frutto dell'albero proibito, contro il precetto di Dio. Era perciò conveniente che, per soddisfare codesto peccato, Cristo accettasse di essere inchiodato all'albero della croce, come per restituire quanto Adamo aveva sottratto, secondo le parole del salmista: "Pagavo allora quanto non avevo rapito". Di qui l'affermazione di S. Agostino: "Adamo trasgredì il precetto prendendo il frutto dall'albero, ma tutto ciò che Adamo venne allora a perdere Cristo lo ricuperò sulla croce".
Terzo, perché, come dice il Crisostomo: "Con la sua crocifissione su un alto legno Cristo volle purificare anche l'aria. Inoltre la terra stessa fu in grado di sentire simile beneficio, essendo purificata per il fluire del sangue dal suo costato". E commentando egli le parole evangeliche, "è necessario che il Figlio dell'uomo venga innalzato", spiega: "Sentendo parlare d'innalzamento devi intendere la sua sospensione in alto per santificare l'aria, mentre aveva santificato la terra camminando su di essa".
Quarto, perché morendo sulla croce, Cristo, come spiega altrove il Crisostomo, ha preparato per noi la scala del cielo. Di qui le parole di lui riferite nel Vangelo: "Quando io sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me".
Quinto, perché la crocifissione si addice all'universalità della salvezza di tutto il mondo. Infatti S. Gregorio Nisseno spiega che "la figura della croce, diramando dal centro verso le quattro estremità, sta a significare la virtù e la sollecitudine universale di colui che volle pendere da essa". - E anche il Crisostomo (ossia S. Atanasio) scrive che sulla croce Cristo "è morto con le mani stese, per attrarre con l'una il popolo dell'antico patto, e con l'altra i popoli pagani".

Sesto, perché con questo genere di morte sono indicate le diverse virtù del Cristo. Scrive infatti S. Agostino: "Non a caso Cristo scelse un tal genere di morte: lo fece per essere maestro di quella larghezza, altezza, lunghezza e profondità di cui parla l'Apostolo. La larghezza è rappresentata dal legno trasversale: e raffigura le opere buone, perché su di esso sono inchiodate le mani. La lunghezza è rappresentata dal tronco stesso visibile fino a terra: esso dà il senso della stabilità e della perseveranza; ed è figura della longanimità. L'altezza è rappresentata da quella parte della croce che si eleva al di sopra della trasversa, cioè sopra il capo del crocifisso: essa indica la superna attesa di coloro che vivono nella santa speranza. E quella parte della croce che viene piantata e nascosta, sostenendo tutto il resto, sta a rappresentare la profondità della grazia gratuitamente offerta". E in un altro scritto lo stesso S. Agostino osserva che "la croce, su cui erano attaccate le membra del suppliziato, fu insieme la cattedra di dove il maestro insegnava".

Settimo, perché questo genere di morte risponde a molte figure (dell'antico Testamento). E lo rileva S. Agostino, ricordando che "un'arca di legno salvò il genere umano dal diluvio universale. Mosè poi aprì con una verga il Mar Rosso dinanzi al popolo che usciva dall'Egitto, prostrando con essa il Faraone e redimendo il popolo di Dio; e sempre Mosè immergendo la verga stessa nell'acqua da amara la rese dolce; e percuotendo con essa la pietra ne fece scaturire l'acqua salutare; e per vincere gli Amaleciti Mosè tenne in mano la verga. Inoltre la legge di Dio fu custodita nell'arca dell'Alleanza, che era di legno. E tutte queste figure conducono come tanti gradini al legno dplla croce".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'altare degli olocausti in cui si offrivano i sacrifici degli animali, era di legno, e in questo abbiamo la corrispondenza tra realtà e figura. Ma "non è necessario", nota il Damasceno, "che la corrispondenza sia totale; altrimenti non avremo una somiglianza, bensì la realtà". - In particolare il Crisostomo nota che Cristo "non ebbe tagliata la testa come S. Giovanni (Battista); né fu segato a metà come Isaia: conservando integro e indivisibile il corpo dopo la morte, per togliere ogni pretesto a chi avrebbe cercato di dividere la sua Chiesa". - Al posto poi del fuoco materiale, nell'olocausto di Cristo troviamo il fuoco della sua carità.
2. Cristo rifiutò di subire quelle passioni degradanti che implicano difetto di scienza, di grazia o di virtù, non già quelle dovute all'ingiuria esterna; ché anzi nella Scrittura si legge: "Sopportò la croce, senza far caso dell'ignominia".
3. Come dice S. Agostino, il peccato è una maledizione, e quindi sono maledette la morte e la mortalità che ne derivano. "Ora, la carne di Cristo era mortale, "essendo simile alla carne peccatrice"". E per questo Mosè la chiama "maledetta", così come S. Paolo la chiama "peccato", là dove dice: "Colui che non conosceva il peccato per noi fu fatto peccato", col subire cioè la pena del peccato. "Né il senso è peggiorato dal fatto che si dice "maledetto da Dio". Infatti se Dio non avesse in odio il peccato non avrebbe inviato suo Figlio a subire la morte e a distruggerla. Confessiamo dunque che egli per noi ha accettato la maledizione, come per noi ha accettato la morte". Ecco infatti le parole di S. Paolo: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, facendosi per noi maledizione".

ARTICOLO 5

Se Cristo abbia subito tutte le sofferenze

SEMBRA che Cristo abbia subito tutte le sofferenze. Infatti:
1. Scrive S. Ilario: "L'Unigenito di Dio, per compiere il mistero della sua morte, attestò di aver assommato in sé le sofferenze di tutti i generi, quando, inclinato il capo, spirò". Dunque egli sopportò tutte le sofferenze umane.

2. In Isaia si legge: "Ecco il mio servo prospererà, si eleverà e s'innalzerà molto in alto. Come prima molti si meraviglieranno di lui, così poi sarà il suo volto privo di gloria tra gli uomini, e sfigurata tra loro la sua persona". Ora, Cristo fu esaltato per il fatto che ebbe ogni grazia ed ogni scienza, così da attirare l'ammirazione di molti. Quindi è chiaro che fu privo di gloria sopportando ogni sofferenza umana.
3. La passione di Cristo fu ordinata a liberare l'uomo dal peccato, come sopra abbiamo visto. Ma egli venne a liberare gli uomini da ogni genere di peccati. Perciò Cristo dovette soffrire ogni genere di dolori.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge, che "i soldati spezzarono le gambe al primo e all'altro che erano stati crocifissi con lui; ma quando fu la volta di Gesù non gli ruppero le gambe". Dunque Cristo non subì tutte le sofferenze umane.

RISPONDO: Le sofferenze umane si possono considerare sotto due aspetti. Primo, nella loro specie. E sotto tale aspetto non c'era motivo che Cristo subisse tutte le sofferenze umane: perché oltre tutto molte specie di supplizi sono tra loro incompatibili, come il rogo e l'annegamento nell'acqua. Infatti qui parliamo solo di sofferenze inflitte dall'esterno: poiché quelle provenienti dall'interno, quali sono le malattie, sono da escludersi in Cristo, come sopra abbiamo dimostrato.
Ma se consideriamo tali sofferenze nel loro genere, allora si possono riscontrare in lui tutte le sofferenze umane seeondo tre ordini di considerazioni. Primo, per la totalità degli uomini che le inflissero. Infatti egli le subì dai gentili e dai giudei; dagli uomini e dalle donne, come risulta dalle ancelle che accusarono Pietro. Inoltre egli le subì dai principi come dai loro ministri e dal volgo, conforme alle parole del Salmista: "Perché tumultuano le genti e vane rivolte meditano i popoli? Insorgono i re della terra, i principi cospirano insieme contro il Signore e contro il Messia". Inoltre egli patì per mano dei familiari e dei conoscenti, com'è evidente per Giuda che lo tradì, e per Pietro che lo rinnegò.
Secondo, considerandole rispetto alle cose che si possono soffrire. Infatti Cristo soffrì l'abbandono da parte degli amici; l'infamia per le bestemmie proferite contro di lui; il disonore per gli scherni e gli insulti; la privazione dei beni con la spogliazione persino delle vesti. Soffrì nell'anima la tristezza, la nausea e il timore; e nel corpo ferite e flagelli.
Terzo, la totalità delle sofferenze si può riscontrare rispetto alle membra del suo corpo. Cristo infatti soffrì nel suo capo la coronazione di spine; nelle mani e nei piedi le trafitture dei chiodi; nel volto gli schiaffi e gli sputi; e in tutto il corpo la flagellazione. Inoltre egli soffrì in tutti i sensi del corpo: nel tatto perché flagellato e crocifisso; nel gusto, perché abbeverato con fiele e con aceto; nell'olfatto, perché appeso al patibolo in un luogo appestato di cadaveri di morti, "il quale era chiamato appunto luogo del teschio"; nell'udito, perché stordito dalle grida di bestemmia e di disprezzo; nella vista, vedendo piangere "sua madre e il discepolo prediletto".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le parole di S. Ilario vanno riferite al genere delle sofferenze e non a tutte le specie di esse.
2. Il paragone usato da Isaia non si riferisce al numero delle sofferenze e delle grazie ma alla loro grandezza: cioè nel senso che, come egli è stato innalzato al di sopra degli altri con i doni di grazia, così è stato conculcato al di sotto di tutti con l'ignominia della passione.
3. Quanto all'efficacia, la più piccola sofferenza di Cristo sarebbe bastata a redimere il genere umano da tutti i peccati. Ma per ragioni di convenienza era bene, come abbiamo visto, che egli subisse ogni genere di sofferenza.

ARTICOLO 6

Se il dolore della passione di Cristo abbia superato tutti gli altri dolori

SEMBRA che il dolore della passione di Cristo non abbia superato tutti gli altri dolori. Infatti:
1. Il dolore cresce in proporzione della gravità e della durata del supplizio. Ora, certi martiri soffrirono supplizi gravi e prolungati più di quelli di Cristo: S. Lorenzo p. es., fu arrostito su una graticola; e S. Vincenzo ebbe le carni dilaniate da unghie di ferro. È chiaro, quindi, che il dolore del Cristo sofferente non fu quello più grave.

2. La virtù o forza dello spirito mitiga il dolore: tanto è vero che gli Stoici ritenevano "la tristezza incapace d'invadere l'animo del sapiente". E Aristotele afferma che la virtù morale conserva il giusto mezzo nelle passioni. Ma in Cristo la virtù dello spirito era perfettissima. Dunque in lui dovette essere minimo il dolore.
3. Più il paziente è sensibile e più grave è il dolore che egli prova nella sofferenza. Ora, l'anima è piu sensibile del corpo; poiché questo è reso sensibile dall'anima. Inoltre Adamo nello stato d'innocenza dovette avere un corpo più sensibile che Cristo, il quale invece assunse un corpo umano soggetto ai difetti naturali. Perciò il dolore delle anime che soffrono nel purgatorio o nell'inferno, e lo stesso dolore di Adamo, qualora avesse dovuto subirlo, pare che siano superiori alla sofferenza di Cristo.
4. La perdita di un bene più grande causa maggior dolore. Ma chi pecca perde un bene piu grande di quello sottratto a Cristo dalla sofferenza: perché la vita di grazia è superiore alla vita naturale. Inoltre Cristo perdendo la vita, per poi risorgere dopo tre giorni, perse meno di coloro che perdono la vita che deve durare dopo la morte. È chiaro quindi che il dolore di Cristo non fu quello più grande.
5. L'innocenza di chi soffre ne diminuisce il dolore. Ora, Cristo soffrì innocente, secondo le parole di Geremia: "Ed io sono stato come un agnello mansueto condotto ad essere immolato". Perciò il dolore della passione di Cristo non fu il più grande.
6. In tutto ciò che riguarda Cristo non c'è nulla di superfluo. Ma per lui il più piccolo dei suoi dolori sarebbe bastato per la redenzione umana; perché avrebbe avuto una virtù infinita in forza della sua persona divina. Dunque sarebbe stato superfluo sottoporsi al massimo dei dolori.

IN CONTRARIO: Così si esprime Geremia, parlando a nome di Cristo: "Fermatevi a guardare se c'è un dolore simile al mio dolore".

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato nel trattare dei difetti assunti da Cristo, in lui ci fu vero dolore: dolore sensibile causato da agenti fisici nocivi; e dolore interno, o tristezza, causato dalla percezione di cose nocive. L'uno e l'altro furono in Cristo i più acerbi tra tutti i dolori della vita presente. E questo per quattro motivi.
Primo, per le cause che li produssero. Infatti causa del suo dolore sensibile furono le lesioni corporali. Ora questa causa fu acerbissima, sia per la totalità delle sofferenze, di cui abbiamo parlato sopra, sia per il genere di esse. Poiché la morte dei crocifissi è dolorosissima, essendo trafitti in parti nervose e sommamente sensibili, come sono le mani e i piedi; inoltre il peso stesso del corpo aumenta il dolore; e a ciò si aggiunga la durata del supplizio, perché essi non muoiono subito, come quelli che sono uccisi di spada. - Causa poi del suo dolore interno furono in primo luogo tutti i peccati del genere umano, che espiava con la sua sofferenza, e che in qualche modo volle attribuire a se stesso, secondo le parole del salmo: "Il grido dei miei delitti". In secondo luogo era afflitto in particolare dal peccato dei giudei e di quanti peccarono in occasione della sua morte: specialmente da quello dei discepoli, i quali si scandalizzarono della sua passione. E in terzo luogo l'affliggeva la perdita della vita corporale, che naturalmente è orribile alla natura umana.
Secondo, la grandezza del suo dolore si desume dalla sensibilità del Cristo sofferente. Egli infatti aveva un corpo ottimamente complessionato, essendo stato formato miracolosamente per opera dello Spirito Santo: e le cose fatte per miracolo sono superiori alle altre, come nota il Crisostomo a proposito del vino procurato da Cristo alle nozze di Cana. Perciò in lui era acutissimo il senso del tatto, e quindi la percezione del dolore. - Inoltre l'anima con le sue facoltà interiori conosceva in maniera efficacissima tutte le cause delle sue sofferenze.
Terzo, la grandezza del dolore di Cristo si può desumere dalla stessa purezza del suo dolore. Infatti negli altri suppliziati la tristezza interna e lo stesso dolore esterno vengono mitigati da qualche considerazione d'ordine razionale, mediante un influsso, o una ridondanza delle facoltà superiori su quelle inferiori. Ma in Cristo questo non avvenne: poiché, come dice il Damasceno, "egli permise a ciascuna delle sue potenze di agire per conto proprio".
Quarto, la grandezza del dolore di Cristo si può desumere dal fatto che accettò volontariamente la sofferenza, per liberare l'uomo dal peccato. Perciò egli accettò quella quantità di dolore che era proporzionata ai frutti che dovevano seguirne.
Dall'insieme quindi di questi motivi risulta chiaramente che quello di Cristo fu il più grande di tutti i dolori.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento tien conto di un elemento soltanto tra quelli ricordati, cioè della causa atta a produrre il dolore sensibile. Ma il dolore di Cristo fu reso ben più grave dalle altre cause, come abbiamo spiegato.
2. La virtù morale mitiga la tristezza interiore e il dolore sensibile in due diverse maniere. La tristezza interiore infatti la mitiga direttamente, determinando in essa, quale sua materia, il giusto mezzo. Poiché, come abbiamo visto nella Seconda Parte, le virtù morali determinano il giusto mezzo nelle passioni non secondo una grandezza assoluta, ma secondo una grandezza proporzionata, cioè in modo che la passione non ecceda la norma della ragione. E poiché gli Stoici ritenevano che nessuna tristezza fosse utile, pensavano che la tristezza fosse sempre discorde dalla ragione: e quindi ritenevano che il sapiente dovesse evitarla del tutto. In realtà però, come S. Agostino dimostra, alcune volte la tristezza è lodevole: quando p. es., deriva da un amore santo, come quando uno si rattrista dei peccati propri, o di quelli altrui. È utile anche quale soddisfazione per i peccati, secondo le parole di S. Paolo: "La tristezza che è secondo Dio produce un pentimento salutare e stabile". Ecco perché Cristo, per soddisfare ai peccati di tutti gli uomini, volle subire la tristezza assolutamente più grande, senza eccedere la norma della ragione.
Invece la virtù morale non è in grado di moderare direttamente il dolore esterno sensibile: perché codesto dolore non obbedisce alla ragione; ma è legato alla natura del corpo. Tuttavia può diminuirlo indirettamente per la ridondanza delle potenze superiori su quelle inferiori. Ma questo fatto, come abbiamo visto, in Cristo non avvenne.
3. Il dolore delle anime separate condannate alla sofferenza rientra nello stato della dannazione futura, che supera qualsiasi male della vita presente, come la gloria dei santi supera ogni bene di questa vita. Perciò quando diciamo che il dolore di Cristo è quello più grande, non lo confrontiamo con quello delle anime separate.
Il corpo di Adamo poi non poteva soffrire, se non in seguito al peccato, diventando così mortale e passibile. E allora non avrebbe potuto soffrire più del corpo di Cristo, per le ragioni esposte sopra. - E da esse si deduce che anche se per impossibile Adamo avesse dovuto soffrire nello stato d'innocenza, il suo dolore sarebbe stato inferiore a quello di Cristo.
4. Cristo soffriva non solo per la perdita della vita corporale, ma anche per i peccati di tutti. E il suo dolore superò tutto il dolore di qualsiasi penitente; sia perché derivava da una maggiore carità e sapienza, le quali direttamente accrescono il dolore della contrizione; sia perché soffriva simultaneamente per i peccati di tutti, secondo le parole del profeta: "Egli veramente ha preso su di sé i nostri dolori".
Inoltre la stessa vita corporale di Cristo era di tanta nobiltà, specialmente per l'unione ipostatica con la divinità, che per la sua perdita, anche solo momentanea, bisognerebbe dolersi più che per quella di qualsiasi altro uomo per un tempo indefinito. Ecco perché il Filosofo scrive, che l'uomo virtuoso tanto più ama la sua vita, quanto conosce essere migliore: tuttavia egli l'espone per il bene della virtù. E così Cristo espose la sua vita che sommamente amava per il bene della carità, secondo l'affermazione di Geremia: "Ho consegnato l'anima mia diletta nelle mani dei miei nemici".
5. L'innocenza del suppliziato diminuisce il numero delle sofferenze; perché mentre il colpevole soffre non si addolora solo per la pena, ma anche della colpa; mentre l'innocente soffre solo la pena. Tuttavia quest'ultimo dolore in costui cresce per l'innocenza: perché conosce che il danno inflitto è ingiustificato. Ecco perché gli altri sono più reprensibili se non lo compiangono, come accenna Isaia: "Il giusto perisce e non c'è nessuno che se ne preoccupi".
6. Cristo ha voluto liberare il genere umano non con la sola potenza, ma anche con giustizia. Perciò egli non badò soltanto alla grandezza della virtù che il suo dolore aveva per l'unione con la divinità; ma alla grandezza stessa del dolore che secondo la natura umana doveva essere proporzionato a una soddisfazione così grande.

ARTICOLO 7

Se Cristo abbia sofferto con tutta l'anima

SEMBRA che Cristo non abbia sofferto con tutta l'anima. Infatti:
1. Quando soffre il corpo l'anima soffre indirettamente, in quanto è "atto del corpo". Ma l'anima non è atto del corpo con ogni sua parte: ché l'intelletto, come dice Aristotele non è atto di nessun corpo. Dunque Cristo non ha sofferto con tutta l'anima.

2. Ciascuna potenza dell'anima può subire qualcosa solo da parte del proprio oggetto. Ma oggetto della ragione superiore sono le "ragioni eterne che essa ha il compito di contemplare e di consultare", come si esprime S. Agostino. Ora, Cristo non poteva subire nessun nocumento da parte delle ragioni eterne, non essendoci in esse niente che fosse in contrasto con esse. Quindi egli non dovette soffrire con tutta l'anima.
3. Quando il patire sensibile arriva fino alla ragione, si parla di passione in senso pieno. Questa però, come insegna S. Girolamo, in Cristo non si ebbe, ma solo la propassione. Ed ecco perché Dionigi scrive, che "egli subiva le sofferenze che gli erano inflitte solo col conoscerle". Dunque Cristo non soffriva con tutta l'anima.
4. La sofferenza causa dolore. Ma il dolore non può esserci nell'intelletto speculativo; poiché, a detta del Filosofo, "al piacere che deriva dalla contemplazione, niente può contrapporsi". Perciò Cristo non ha sofferto con tutta l'anima.

IN CONTRARIO: Il Salmista afferma in persona di Cristo: "L'anima mia è ricolma di mali". E la Glossa commenta: "Non di vizi, ma di dolori, che l'anima condivideva con il corpo; oppure piena dei mali che compativa nel popolo, menato alla perdizione". Ma la sua anima non sarebbe stata ricolma di codesti mali, se egli non avesse sofferto con tutta l'anima. Quindi Cristo dovette soffrire con tutta l'anima.

RISPONDO: Un tutto si concepisce sempre in rapporto alle parti. Ora, parti dell'anima sono le sue potenze. Perciò si dice che soffre tutta l'anima, o perché patisce nella sua essenza, o perché patisce in tutte le sue potenze.
Ma va notato che una potenza dell'anima può soffrire in due modi. Primo, per una sofferenza sua propria: e questo deriva dal proprio oggetto, come quando la vista soffre per una luce troppo intensa. Secondo, per la sofferenza del subietto in cui risiede: la vista, p. es., soffre per la sofferenza del tatto esistente nell'occhio che è sede della vista; come quando l'occhio subisce una puntura o viene bruciato dal calore.
Se dunque si considera la totalità dell'anima in rapporto alla sua essenza, è evidente che in Cristo ha sofferto tutta l'anima. Infatti tutta l'essenza di quest'ultima si è unita al corpo in modo da essere "tutta in tutto, e tutta in ciascuna delle parti". Perciò quando il corpo di Cristo soffriva e si disponeva alla separazione dall'anima, tutta l'anima ne soffriva.
Se invece per tutta l'anima intendiamo tutte le sue potenze, allora, se parliamo di patimenti propri delle varie potenze, è chiaro che Cristo ha sofferto nelle sue potenze inferiori; poiché in ciascuna di esse, fatte per agire circa le cose temporali, si riscontrava qualche cosa che causava il dolore di Cristo, come sopra abbiamo dimostrato. Ma la ragione superiore in Cristo non soffriva nulla da parte dell'oggetto, cioè di Dio, il quale non era per l'anima di Cristo causa di dolore, bensì di godimento e di gioia. - Se invece consideriamo la sofferenza che una potenza può ricevere per il soggetto in cui risiede, allora tutte le potenze dell'anima di Cristo soffrirono. Queste infatti sono tutte radicate nell'essenza dell'anima, che veniva raggiunta dalla passione, per il patire del corpo di cui è atto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene l'intelletto, quale potenza particolare, non sia atto del corpo; tuttavia è tale l'essenza dell'anima, in cui esso è radicato, come abbiamo spiegato nella Prima Parte.
2. L'argomento è valido per la sofferenza derivante dall'oggetto proprio: infatti in tal senso la ragione superiore in Cristo non ebbe a soffrire.
3. Un dolore si denomina passione perfetta che turba l'animo, quando la sofferenza sensibile arriva a distogliere la ragione dalla rettitudine del proprio atto, in modo da seguire la passione, perdendo il libero arbitrio su di essa. Ebbene, in Cristo la sofferenza sensibile non giunse in tal senso fino alla ragione; essa però la raggiunse, come abbiamo spiegato, attraverso il soggetto.
4. L'intelletto speculativo non può provare dolore o tristezza da parte del suo oggetto, che è la verità in se stessa, la quale costituisce la sua perfezione. Tuttavia può essere raggiunto anch'esso dal dolore, o dalla causa del dolore, nella maniera che abbiamo detto.

ARTICOLO 8

Se l'anima di Cristo durante la passione godesse tutta intera della fruizione beata

SEMBRA che durante la passione l'anima di Cristo non tutta godesse della fruizione beata. Infatti:
1. È impossibile soffrire e godere simultaneamente, essendo atti contrari. Ora, durante la passione, l'anima di Cristo nella sua totalità era soggetta al dolore, come sopra abbiamo dimostrato. Quindi non poteva godere.
2. Il Filosofo insegna che se la tristezza è grave, non solo esclude il godimento, ma qualsiasi godimento; e viceversa. Ora, il dolore di Cristo nella sua passione era sommo, come abbiamo spiegato: e così è sommo il godimento della fruizione beata, come abbiamo visto nella Prima Secundae. Dunque è impossibile che Cristo con tutta l'anima abbia sofferto e goduto nello stesso tempo.
3. La fruizioue beata nasce dalla conoscenza e dall'amore verso Dio, come spiega S. Agostino. Ma non tutte le potenze dell'anima sono capaci di conoscere Dio e di amarlo. Perciò non tutta l'anima di Cristo aveva la fruizione.

IN CONTRARIO: Il Damasceno afferma, che la divinità di Cristo "permise alla carne di compiere e di soffrire quanto le apparteneva". Per lo stesso motivo, quindi, poiché la fruizione apparteneva all'anima di Cristo in quanto beata, la passione di lui non poteva impedirle tale godimento.

RISPONDO: Come abbiamo spiegato sopra, la totalità dell'anima può riferirsi o all'essenza, o alle sue potenze. Se si parla di totalità essenziale, allora tutta l'anima di Cristo godeva la fruizione, essendo essa la sede della parte superiore, cui spetta la fruizione di Dio. Cosicché, come a motivo dell'essenza dell'anima alla parte superiore di essa si attribuisce la sofferenza, così al contrario a motivo della parte superiore di essa all'essenza dell'anima viene attribuita la fruizione.
Se invece parliamo di totalità dell'anima rispetto a tutte le sue potenze, allora non tutta l'anima aveva la fruizione: non ne godeva direttamente, perché la fruizione non può essere l'atto di qualsiasi parte dell'anima; e non ne godeva per ridondanza, perché mentre era viatore, Cristo non aveva la ridondanza della gloria dalla parte superiore a quella inferiore né dall'anima al corpo. E poiché, al contrario, la parte superiore dell'anima non era impedita nell'operazione sua propria dalla parte inferiore, ne seguiva che essa godeva perfettamente durante la passione di Cristo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il godimento della fruizione non è direttamente contrario al dolore della passione: perché essi non riguardavano il medesimo oggetto. Niente infatti impedisce che in un medesimo soggetto si trovino delle qualità contrarie, però non sotto il medesimo aspetto. Cosicché nella parte superiore della ragione può esserci la fruizione direttamente per il proprio atto: e la sofferenza della passione per l'unità di subietto. Invece all'essenza dell'anima va attribuita la sofferenza della passione per il corpo di cui è forma; e la gioia della fruizione per la potenza di cui costituisce il soggetto.
2. L'affermazione di Aristotele è vera per la ridondanza reciproca che naturalmente avviene da una potenza all'altra. Ma in Cristo ciò non avvenne, come sopra abbiamo spiegato.
3. Il terzo argomento è valido per la totalità dell'anima relativa alle sue potenze.

ARTICOLO 9

Se Cristo abbia sofferto a tempo opportuno

SEMBRA che Cristo non abbia sofferto a tempo opportuno. Infatti:
1. La passione di Cristo era stata prefigurata dall'immolazione dell'agnello pasquale, come si accenna in quelle parole dell'Apostolo: "La nostra pasqua, che è Cristo, è stata immolata". Ora, l'agnello pasquale veniva immolato "il quattordicesimo giorno, al vespro". Quindi Cristo doveva subire la morte in quel momento. Il che non avvenne: perché allora egli celebrò la pasqua con i suoi discepoli, stando al Vangelo di S. Marco: "Il primo giorno degli azzimi, quando immolavano la pasqua..."; e solo il giorno dopo soffrì la sua passione.

2. La passione di Cristo è dal Vangelo chiamata esaltazione: "Il Figlio dell'uomo deve essere esaltato". Ora, dalle Scritture Cristo è chiamato "Sole di giustizia". Quindi egli doveva subire la passione nell'ora di sesta, quando il sole tocca il punto più alto della sua esaltazione. Invece a detta di S. Marco, ciò non avvenne: "Era l'ora di terza quando lo crocifissero".
3. Il sole, come ogni giorno raggiunge il culmine dell'innalzamento all'ora di sesta, così raggiunge il culmine di tutto l'anno nel solstizio d'estate. Dunque Cristo avrebbe dovuto subire la morte al solstizio d'estate, piuttosto che nell'equinozio di primavera.
4. Stando alle sue parole, la presenza di Cristo illuminava il mondo: "Finché sono nel mondo io sono la luce del mondo". Perciò sarebbe stato opportuno per l'umana salvezza che egli vivesse più a lungo in questo mondo, così da non morire in età giovanile, ma piuttosto nella vecchiaia.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge: "Sapendo Gesù che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre...", mentre prima aveva detto: "La mia ora non è ancora venuta". E S. Agostino spiega: "Quando ebbe fatto quanto giudicò sufficiente, venne la sua ora: non per necessità, ma per volontà; dovuta non a una condizione, ma al suo potere". Dunque egli subì la passione al momento opportuno.

RISPONDO: La passione di Cristo, come abbiamo già notato, era sottoposta alla sua volontà. Ma quest'ultima era regolata dalla sapienza divina, la quale "dispone tutte le cose con soavità" e convenienza. Perciò si deve concludere che la passione di Cristo è avvenuta al momento opportuno. Del resto anche nelle Quaestiones Novi et Veteris Testamenti si legge: "Il Signore compì tutte le sue azioni nei tempi e nei luoghi convenienti".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alcuni ritengono che Cristo sia morto nel giorno quattordicesimo, quando i giudei immolavano la pasqua. Infatti S. Giovanni ha scritto che i giudei "non entrarono nel pretorio" di Pilato il giorno della sua morte, "per non contaminarsi e poter mangiare la pasqua". E il Crisostomo commenta che "allora i giudei facevano pasqua: mentre egli l'aveva celebrata il giorno prima, riservando la sua uccisione al venerdì; quando ricorreva la pasqua antica". E ciò sembra coincidere con l'altra affermazione di S. Giovanni, che "la vigilia della festa di Pasqua, dopo la cena, Cristo lavò i piedi dei suoi discepoli".
Invece S. Matteo scrive, che "il primo giorno degli azzimi i discepoli andarono da Gesù e gli dissero: Dove vuoi che ti prepariamo per mangiare la pasqua?". Ora, a detta di S. Girolamo, "essendo il primo giorno degli azzimi il quattordici del primo mese, quando s'immolava l'agnello e la luna era pienissima", è chiaro che Cristo fece la cena il quattordici e il quindici fu ucciso. La cosa è anche più chiara in S. Marco: "Il primo giorno degli azzimi quando immolavano la pasqua..."; e in S. Luca: "Venne il giorno degli azzimi in cui si doveva immolare la pasqua".
Per questo alcuni ritengono che Cristo abbia mangiato la pasqua con i suoi discepoli nel giorno prescritto, cioè alla quattordicesima luna, "mostrando", come nota il Crisostomo nel commentare S. Matteo, "che fino all'ultimo giorno egli non era contro la legge"; mentre invece i giudei, occupati nel tramare la morte di Cristo, contro la legge rimandarono la pasqua al giorno dopo. Così si spiega come il giorno della passione essi non abbiano voluto entrare nel pretorio, "per non contaminarsi e poter mangiare la pasqua".
Ma anche questo non sembra conciliabile con le parole di S. Marco: "Il primo giorno degli azzimi, quando immolavano la pasqua". Perciò Cristo e i giudei celebrarono simultaneamne l'antica pasqua. Di qui la spiegazione di S. Beda: "Sebbene Cristo, che è la nostra pasqua, sia stato crocifisso il giorno dopo, cioè nella quindicesima luna, tuttavia egli consacrò l'inizio della propria immolazione e della sua passione nella notte in cui s'immolava l'agnello pasquale, consegnando ai discepoli i misteri del suo corpo e del suo sangue, e facendosi prendere e legare dai giudei".
Perciò quando S. Giovanni nomina, "la vigilia della festa di pasqua", vuole intendere la luna quattordicesima, che cadeva di giovedì; infatti per la quindicesima luna ricorreva il giorno solennissimo di pasqua presso i giudei. Perciò il medesimo giorno che per S. Giovanni, secondo il normale computo dei giorni, è "la vigilia di Pasqua", per S. Matteo è "il primo giorno degli azzimi": perché secondo l'usanza giudaica la festa iniziava con i vespri del giorno precedente. - Quanto poi alla preoccupazione espressa dai giudei di mangiar la pasqua il giorno quindici, non si trattava più dell'agnello pasquale, che era stato immolato il quattordici, ma del cibo pasquale, cioè dei pani azzimi, che bisognava mangiare legalmente puri.
Di qui la seconda spiegazione proposta dal Crisostomo, secondo la quale per pasqua potrebbe intendersi "l'intera festa" dei giudei, che abbracciava sette giorni.
2. Come spiega S. Agostino, "quando il Signore fu consegnato da Pilato per essere crocifisso "era quasi l'ora di sesta", secondo l'affermazione di S. Giovanni. Però non era la sesta precisa, ma "quasi": era cioè passata l'ora quinta e cominciava la sesta, cosicché all'ora di sesta già completa, mentre Cristo era crocifisso, caddero le tenebre. Era invece l'ora di terza quando i giudei chiesero a gran voce che il Signore fosse crocifisso: e si può dire con assoluta verità che allora essi lo crocifissero. Quindi perché nessuno scaricasse sui soldati la responsabilità di così grave delitto, l'evangelista scrive: "Era l'ora di terza quando lo crocifissero"; così da addebitare la crocifissione a quelli che in quell'ora gridarono in quel modo.
Non mancano però di quelli che nella parasceve ricordata da S. Giovanni con l'espressione, "Era quasi l'ora sesta della parasceve", vedono indicata l'ora di terza. Poiché parasceve significa preparazione. Ora, la pasqua, che coincideva con la passione del Signore, cominciò a prepararsi dall'ora nona della notte, cioè da quando i principi ed i sacerdoti decretarono: "È reo di morte". Perciò da quell'ora di notte fino alla crocifissione di Cristo si arriva all'"ora sesta della parasceve", di cui parla S. Giovanni; e "all'ora terza del giorno", di cui parla S. Marco".
Altri però ritengono che la discrepanza derivi da un errore del copista greco: poiché i segni del tre e del sei sono molto simili in codesta lingua.
3. Come si dice nel De Quaestionibus Novi et Veteris Testamenti, "il Signore volle con la sua passione redimere e restaurare il mondo nella stessa stagione in cui l'aveva creato, cioè durante l'equinozio. Inoltre in tale momento il giorno comincia a prevalere sulla notte: e con la passione del Salvatore noi siamo ricondotti dalle tenebre alla luce". E poiché l'illuminazione perfetta si avrà nella seconda venuta di Cristo; il tempo della seconda venuta è paragonato dal Vangelo all'estate: "Quando i rami di fico diventano teneri e mettono le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così voi quando vedrete succedere tutte queste cose, sappiate che il Figlio dell'uomo è alle porte". Allora dunque ci sarà l'esaltazione massima di Cristo.
4. Cristo ha voluto morire nella giovinezza per tre ragioni. Primo, per meglio mostrarci il suo amore, dando la propria vita per noi quando era nel fiore dell'età. - Secondo, perché non era bene che apparisse in lui un decadimento naturale, come sopra abbiamo detto a proposito della malattia. - Terzo, perché morendo e risuscitando nell'età giovanile, volle mostrare in se stesso la sorte futura dei risuscitati. Di qui le parole di S. Paolo: "Fino a quando tutti saremo giunti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all'uomo completo, alla misura della perfetta età di Cristo".

ARTICOLO 10

Se Cristo abbia sofferto nel luogo conveniente

SEMBRA che Cristo non abbia sofferto nel luogo conveniente. Infatti:
1. Cristo subì la passione nella sua carne umana, che dalla Vergine era stata concepita a Nazaret e che era nata in Betlemme. Perciò egli non avrebbe dovuto morire a Gerusalemme, ma a Nazaret o a Betlemme.

2. La realtà deve corrispondere alla figura. Ora, la passione di Cristo era prefigurata dai sacrifici dell'antica legge, i quali erano immolati nel tempio. Dunque Cristo avrebbe dovuto subire la morte nel tempio e non fuori la porta della città.
3. La medicina deve corrispondere all'infermità. Ma la passione di Cristo fu un rimedio contro il peccato di Adamo. Costui però non era sepolto a Gerusalemme, bensì ad Ebron; si legge infatti nella Scrittura: "Ebron prima si chiamava Cariat-Arbe. Quivi si trova Adamo, il più potente degli Enacim". Perciò Cristo doveva morire ad Ebron e non a Gerusalemme.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge: "Non può essere che un profeta perisca fuori di Gerusalemme". Dunque era giusto che Cristo subisse la morte a Gerusalemme.

RISPONDO: Come scrive S. Agostino, "il Salvatore ha compiuto tutto a luogo e tempo opportuno": perché come dispone di tutte le cose, così può disporre di tutti i luoghi. Quindi la sua passione come avvenne a tempo opportuno, così avvenne nel luogo conveniente.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Fu sommamente conveniente che Cristo patisse in Gerusalemme. Primo, perché Gerusalemme era il luogo prescelto da Dio per l'offerta dei sacrifici; i quali prefiguravano la passione di Cristo, che è il vero sacrificio, secondo le parole di S. Paolo: "Ha sacrificato se stesso quale oblazione e sacrificio di soave odore". E S. Beda afferma, che "il Signore all'avvicinarsi dell'ora della passione volle avvicinarsi al luogo di essa", cioè a Gerusalemme, in cui giunse cinque giorni prima di pasqua, come cinque giorni prima di pasqua, ossia alla decima luna, l'agnello pasquale veniva condotto secondo la legge sul luogo dell'immolazione.
Secondo, volle patire in mezzo a una terra abitata, cioè a Gerusalemme, perché gli effetti della sua passione dovevano estendersi a tutto il mondo. Nei Salmi infatti si legge: "Dio, che è il nostro re da tutti i secoli, ha operato la salvezza in mezzo alla terra", cioè a Gerusalemme che si dice essere "l'ombelico della terra".
Terzo, perché era il luogo più adatto all'umiltà di Cristo; ché avendo egli scelto per essa il supplizio più infamante, così per essa non ricusò di subire il disonore in un luogo tanto rinomato. Di qui le parole del Papa S. Leone: "Colui che aveva rivestito la forma di schiavo, scelse Betlemme per la nascita e Gerusalemme per la passione".
Quarto, per mostrare che ai principi del popolo risaliva la responsabilità della sua uccisione. Perciò volle morire in Gerusalemme, dove essi dimoravano. Negli Atti degli Apostoli infatti si legge: "Contro il tuo servo Gesù, che tu hai unto, si sono coalizzati in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d'Israele".
2. Cristo volle subire la passione fuori del tempio e della città, e fuori della porta, per tre motivi. Primo, per adeguare la realtà alla figura. Poiché il vitello e il capro, che erano offerti nel sacrificio solennissimo per l'espiazione di tutto il popolo, venivano bruciati fuori degli accampamenti, come è prescritto nel Levitico. Ecco perché S. Paolo scrive: "Il corpo degli animali, il cui sangue è portato dal sommo sacerdote nel santo dei santi, per il peccato sono bruciati fuori del campo. Per questo anche Gesù, per santificare il popolo con il suo sangue, pati fuori della porta".
Secondo, per insegnarci con l'esempio ad abbandonare il mondo. Di qui l'esortazione paolina: "Usciamo dunque incontro a lui fuori del campo, portando la sua ignominia".
Terzo, perché, come spiega il Crisostomo, "il Signore non volle morire al riparo di un tetto, o nel tempio giudaico, perché i giudei non accaparrassero per sé il sacrificio salutare, né si pensasse che esso fosse stato offerto solo per quel popolo. Perciò volle morire fuori della città; e fuori dalle mura, per mostrare che il sacrificio era universale, offerto per tutto il mondo, e universale la purificazione".
3. Rispondiamo con S. Girolamo, che "non mancano esegeti secondo i quali "il luogo del teschio" sarebbe stato il luogo in cui era sepolto Adamo: e sarebbe stato chiamato così dal teschio del primo uomo. È questa una spiegazione facile e gradita alle orecchie del popolo: ma non è veritiera. Infatti fuori delle città e delle loro porte c'era il luogo in cui venivano eseguite le condanne capitali: esso fu perciò denominato luogo del teschio dai decapitati. Quindi Gesù volle essere crocifisso per innalzare il vessillo del martirio là dove c'era prima il campo dei condannati. Quanto poi ad Adamo risulta dal Libro di Giosuè che era sepolto ad Ebron".
Ed era giusto che Cristo fosse crocifisso nel luogo dove comunemente si eseguivano le condanne piuttosto che presso il sepolcro di Adamo, per mostrare che la croce di lui non riparava soltanto il peccato personale di Adamo ma i peccati di tutto il mondo.

ARTICOLO 11

Se era conveniente che Cristo fosse crocifisso tra i ladroni

SEMBRA che non fosse conveniente che Cristo venisse crocifisso tra i ladroni. Infatti:
1. S. Paolo scrive: "Che cosa ha a che fare la giustizia con l'iniquità?". Ora, "Cristo è stato per noi costituito giustizia da Dio", mentre è propria dei ladroni l'ingiustizia. Perciò non conveniva che Cristo fosse crocifisso coi ladroni.

2. Commentando le parole di Pietro, "Se occorresse morire per te, non ti rinnegherò", Origene scrive: "Morire con Gesù che moriva per tutti, non era da uomini". E S. Ambrogio, commentando l'altra espressione: "Per te sono pronto a subire il carcere e la morte", osserva: "Il Signore può avere degli imitatori, ma non degli eguali". Molto meno quindi era opportuno che Cristo nella passione fosse accomunato con dei ladroni.
3. In S. Matteo si legge: "I ladroni crocifissi con lui lo insultavano". Invece S. Luca afferma che uno dei crocifissi con Cristo gli diceva: "Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno". Sembra quindi che oltre i ladroni che lo bestemmiavano, fosse crocifisso con lui uno che non bestemmiava. Perciò sembra che gli Evangelisti non abbiano descritto con esattezza la crocifissione di Cristo tra due ladroni.

IN CONTRARIO: Isaia aveva profetato: "Ed è stato annoverato tra i malfattori".

RISPONDO: I motivi per cui Cristo fu crocifisso tra i ladroni furono ben diversi nell'intenzione dei giudei e nel piano divino. Infatti nell'intenzione dei giudei la crocifissione tra i due ladroni doveva servire, come scrive il Crisostomo, "a coprirlo dello stesso disonore". Ma ciò non avvenne. Poiché tutti furono dimenticati, mentre la croce di Cristo è onorata dovunque. I re stessi depongono la corona per prendere la croce; sulla porpora, sul diadema, sulle armi, sulla sacra mensa, in tutto il mondo risplende la croce.
Invece nel piano di Dio Cristo fu crocifisso tra i ladroni, perché, come nota S. Girolamo, "essendo Cristo diventato per noi maledizione sulla croce, per la salvezza di tutti fu crocifisso tra i malfattori come uno di essi".
Secondo, a detta di S. Leone Papa, "due ladroni furono crocifissi con Cristo, uno a destra e l'altro a sinistra, per mostrare già nel supplizio come si sarebbe attuata nel futuro giudizio la spartizione dell'umanità". E S. Agostino scrive: "La croce stessa, se ben si considera, fu un tribunale. In mezzo sta il giudice: colui che crede è salvo, mentre l'altro che insulta è condannato. Ciò indicava già quello che avrebbe fatto dei vivi e dei morti, ponendo gli uni a destra e gli altri a sinistra".
Terzo, secondo S. Ilario, "furono crocifissi i due ladroni a destra e a sinistra, per indicare che il genere umano in tutta la sua diversità era chiamato a partecipare al sacramento della passione del Signore. Ma poiché tutte le diversità si riducono a quella tra fedeli e increduli, indicate con la destra e la sinistra, quello di destra venne salvato mediante la giustificazione della fede".
Quarto, perché, come dice S. Beda, "i ladroni crocifissi col Signore stanno a significare coloro che subiscono, per la fede e la confessione di Cristo, o il combattimento del martirio, o il peso di una più severa disciplina. Quelli però che soffrono così per la gloria eterna sono rappresentati dalla fede del ladrone di destra; coloro invece che lo fanno per la gloria umana imitano lo spirito e l'atteggiamento del ladrone di sinistra".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Allo stesso modo che Cristo, pur non essendo tenuto a subire la morte, volle subirla volontariamente per trionfarne con la sua potenza, così non meritò di essere posto tra i ladroni, ma volle essere annoverato con i malfattori, per distruggere l'iniquità mediante la sua virtù. Ecco perché il Crisostomo afferma, che "convertire sulla croce il ladrone e introdurlo in paradiso non fu un'opera meno grande che scuotere le pietre".
2. Si deve affermare l'inopportunità che qualcuno morisse con Cristo, però per la medesima causa. Origene infatti aggiunge: "Erano tutti peccatori, e tutti avevano bisogno che un altro morisse per loro, non già essi per gli altri".
3. A detta di S. Agostino possiamo pensare che S. Matteo "abbia usato il plurale per il singolare", scrivendo che "i ladroni lo insultavano".
Oppure si può ritenere con S. Girolamo che "in un primo tempo entrambi lo bestemmiavano; e che in seguito, vedendo i prodigi, uno abbia creduto".

ARTICOLO 12

Se la passione di Cristo si possa attribuire alla sua divinità

SEMBRA che la passione di Cristo si debba attribuire anche alla sua divinità. Infatti:
1. S. Paolo afferma: "Se l'avessero conosciuto non avrebbero crocifisso il Signore della gloria". Ma Cristo è il Signore della gloria secondo la sua divinità. Perciò la passione a lui va attribuita secondo la divinità.
2. Principio della salvezza umana è la divinità stessa, secondo le parole del salmista: "La salvezza dei giusti viene dal Signore". Se quindi la passione di Cristo non riguardasse la sua divinità, è chiaro che non potrebbe essere giovevole per noi.
3. I giudei furono puniti per il peccato dell'uccisione di Cristo come assassini di Dio stesso: e sta a dimostrarlo la gravità del castigo. Ora, ciò non sarebbe, se la passione non avesse colpito la divinità. Dunque la passione di Cristo va attribuita anche alla sua divinità.

IN CONTRARIO: S. Atanasio ha scritto: "Il Verbo, rimanendo Dio per natura, è impassibile". Ora, l'impassibile non può patire. Quindi la passione di Cristo non va attribuita alla sua divinità.

RISPONDO: Come abbiamo già visto, l'unione delle due nature, umana e divina, è avvenuta nella persona, ossia nell'ipostasi o supposito, restando la distinzione delle nature: cosicché pur restando salve le proprietà delle nature, identica è la persona, o ipostasi, della natura umana e di quella divina. Ecco perché, secondo le spiegazioni date sopra, si deve attribuire la passione a un supposito di natura divina, non in forza della divinità, la quale è impassibile, ma della natura umana. Di qui le parole di S. Cirillo: "Se uno si rifiuta di confessare che il Verbo di Dio ha sofferto ed è stato crocifisso nella carne, sia scomunicato". Perciò la passione di Cristo va attribuita al supposito di natura divina, ma in forza della passibile natura umana che assunse, non già in forza della natura divina impassibile.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1, Si dice che il Signore della gloria è stato crocifisso, non in quanto è il Signore della gloria, ma in quanto uomo passibile.
2. Come si legge negli atti del Concilio di Efeso, "la morte di Cristo, quale morte di un Dio", data cioè l'unione ipostatica, "ha distrutto la morte: poiché si trattava di un uomo-Dio" che accettava la sofferenza. "Ma non fu la natura di Dio ad essere colpita: o a subire le sofferenze con le loro vicissitudini".
3. Come si dice in quel medesimo testo, "i giudei non crocifissero un puro uomo, ma ingiuriarono Dio stesso. Supponiamo, p. es., che un re si esprima a parole, e che queste, scritte su una carta e indirizzate alle sue varie città, vengano lacerate da un ribelle che strappa quella carta. Costui viene condannato a morte, non perché strappa della carta, ma perché tenta di distruggere le parole del re. Perciò il giudeo non si sente tranquillo per aver crocifisso un puro uomo. Ciò che egli vedeva era infatti come la carta: ma quanto in essa si celava era il Verbo regale, nato (da Dio) per natura, non già proferito con la lingua".