Il Santo Rosario
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Questione 45

La trasfigurazione di Cristo

Passiamo ora a considerare la trasfigurazione di Cristo.
In proposito vanno trattati quattro argomenti: 1. Se era opportuno che Cristo si trasfigurasse; 2. Se il fulgore della trasfigurazione fosse uno splendore della gloria; 3. I testimoni della trasfigurazione; 4. La testimonianza della voce del Padre.

ARTICOLO 1

Se era opportuno che Cristo si trasfigurasse

SEMBRA che non fosse opportuno che Cristo si trasfigurasse. Infatti:
1. Un corpo vero, a differenza di un corpo apparente, non prende forme diverse. Ora, sopra abbiamo detto che il corpo di Cristo non era apparente, ma reale. Dunque non doveva trasfigurarsi.

2. La figura rientra nella quarta specie della qualità: lo splendore invece appartiene alla terza, essendo una qualità sensibile. Perciò lo splendore assunto da Cristo non può chiamarsi trasfigurazione.
3. Quattro sono le proprietà del corpo glorioso, come vedremo, cioè: impassibilità, agilità, sottigliezza e splendore. Dunque non doveva trasfigurarsi assumendo lo splendore, piuttosto che le altre proprietà.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge, che "Gesù si trasfigurò" davanti a tre dei suoi discepoli.

RISPONDO: Il Signore, dopo aver predetto ai suoi discepoli la sua passione, li invitò a seguirlo. Ora, perché uno possa continuare diritto per la sua strada, è necessario che in qualche modo ne conosca il fine in anticipo: sull'esempio dell'arciere il quale non può lanciar bene la freccia se non guarda prima l'oggetto da colpire. Di qui le parole di Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo sapere la via?". Ciò è particolarmente necessario quando la via è difficile ed ardua, il cammino faticoso, ma il fine attraente. Ora, Cristo, per mezzo della sua passione, arrivò alla gloria, non solo dell'anima, che già possedeva fin dal principio del suo concepimento, ma anche del corpo, secondo l'affermazione dell'Evangelista: "Era necessario che il Cristo patisse tutto questo, e così entrasse nella sua gloria". A codesta gloria egli conduce anche coloro che seguono le orme della sua passione, come si esprimono gli Atti degli Apostoli: "Attraverso molte tribolazioni ci è necessario entrare nel regno dei cieli". Perciò era opportuno mostrare ai suoi discepoli la gloria del suo splendore (cioè trasfigurarsi), al quale configurerà i suoi, secondo le parole di S. Paolo: "Trasformerà il corpo della nostra umiliazione, rendendolo simile al corpo della sua gloria". Ecco perché S. Beda poteva affermare: "Cristo ha pietosamente provveduto a che (i suoi discepoli) dopo aver gustato per breve tempo la contemplazione della gioia eterna, fossero più forti nel sopportare le avversità".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. "Non si pensi", scrive S. Girolamo che trasfigurandosi, "Cristo abbia perso la propria forma e fisionomia, o abbia lasciato il suo corpo reale per assumerne uno spirituale o aereo. Ma l'evangelista ci dice in qual modo egli si sia trasfigurato: "Il suo volto rifulse come il sole, le sue vesti divennero candide come la neve". Si parla cioè di splendore del volto e di candore delle vesti: la sostanza è identica, ma la gloria è diversa".
2. La figura coincide con i limiti esterni del corpo: essa è infatti "ciò che è racchiuso entro certi limiti". Perciò tutto quello che riguarda i limiti del corpo, appartiene in un certo senso alla figura. Ora, sia il colore, che lo splendore di un corpo non trasparente si rivelano sulla sua superficie. Ecco perché l'assumere lo splendore è chiamato trasfigurazione.
3. Di quelle quattro proprietà, soltanto lo splendore appartiene alla persona in se stessa: le altre vengono percepite soltanto in qualche atto, oppure in qualche moto o passione. Ora, Cristo mostrò in se stesso alcuni indizi anche delle altre proprietà: mostrò agilità, p. es., quando camminò sulle onde del mare; sottigliezza, quando nacque senza aprire il seno della Vergine; impassibilità, quando uscì illeso dalle mani dei giudei, che lo volevano precipitare dal monte o lapidare. Tuttavia in quei casi non si parla di trasfigurazione: ma solo quando assunse lo splendore, perché questa riguarda l'aspetto stesso della persona.

ARTICOLO 2

Se quello fosse lo splendore della gloria

SEMBRA che quello non fosse lo splendore della gloria. Infatti:
1. Nel suo commento alle parole evangeliche, "Si trasfigurò davanti a loro", S. Beda afferma: "In un corpo mortale mostrò non l'immortalità, ma uno splendore simile a quello dell'immortalità futura". Ma lo splendore della gloria è quello dell'immortalità. Dunque quello che Cristo mostrò agli Apostoli non era lo splendore della gloria.
2. Spiegando le parole di S. Luca, "Non gusteranno la morte finché non avran veduto il regno di Dio" S. Beda precisa: "cioè la glorificazione del corpo nell'immagine della felicità futura". Ma l'immagine di una cosa non è la cosa stessa. Dunque quello splendore non era quello della gloria futura.
3. Lo splendore della gloria sarà circoscritto al corpo umano. Invece quello della trasfigurazione apparve non solo nel corpo di Cristo, ma anche nelle sue vesti e nella nube splendente che coprì i discepoli. Quindi non doveva essere lo splendore della gloria.

IN CONTRARIO: Nel suo commento a quel passo di S. Matteo, "Si trasfigurò davanti a loro", S. Girolamo afferma: "Apparve agli Apostoli come apparirà nel giudizio finale". E a proposito di quell'altro passo, "Prima di aver veduto il Figlio dell'Uomo venire nel suo regno", il Crisostomo commenta: "Volendo mostrare che cos'è quella gloria con la quale verrà, la manifestò in questa vita, secondo la loro capacità di comprenderla: affinché non si lasciassero abbattere dal dolore neppure alla morte del Signore".

RISPONDO: Lo splendore assunto da Cristo nella trasfigurazione era splendore di gloria quanto all'essenza, ma non quanto al modo di essere. Infatti lo splendore del corpo glorioso emana dallo splendore dell'anima come afferma S. Agostino. Ebbene anche lo splendore del corpo di Cristo nella trasfigurazione derivò, come insegna il Damasceno, dalla sua divinità e dalla gloria della sua anima. Fu infatti per una disposizione divina che la gloria dell'anima non si trasmettesse al corpo di Cristo fin dal principio del suo concepimento; affinché egli, come abbiamo già detto, in un corpo passibile attuasse i misteri della nostra redenzione. Con questo però non fu tolto a Cristo il potere di trasmettere la gloria dell'anima al corpo. E questo, per quanto riguarda lo splendore, egli lo fece proprio nella trasfigurazione: in maniera diversa però da come avviene nel corpo glorificato. Perché al corpo glorificato lo splendore dell'anima deriva come una qualità permanente del corpo. Per cui lo splendore fisico in un corpo glorificato non è miracoloso. Invece nella trasfigurazione dalla divinità e dall'anima derivò al corpo di Cristo uno splendore, non come una qualità immanente e appartenente al corpo, ma piuttosto a guisa di impressione passeggera, come quando l'aria viene illuminata dal sole. Ed è per questo che quel fulgore apparso nel corpo di Cristo fu un fatto miracoloso, come fu un miracolo che Cristo camminasse sulle onde del mare. Di qui le parole di Dionigi: "Ciò che è proprio dell'uomo Cristo lo compie in modo sovrumano: è quanto dimostra la Vergine che lo concepisce in modo soprannaturale, e l'acqua instabile che ne sostiene la pesantezza dei piedi materiali e terreni".
Perciò non è giusto affermare con Ugo di S. Vittore che Cristo ha assunto la dote dello splendore nella trasfigurazione, quella dell'agilità camminando sul mare, e quella della sottilità uscendo, senza aprirlo, dal seno della Vergine: perché il termine dote indica una qualità immanente del corpo glorioso. Egli invece in quel caso ottenne miracolosamente ciò che è proprio di quelle doti. Un caso simile si è verificato per l'anima, a proposito della visione di Dio avuta da S. Paolo nel suo rapimento, come abbiamo visto nella Seconda Parte.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quelle parole non dimostrano che lo splendore di Cristo non fu glorioso; ma solo che non era del corpo glorioso, perché il corpo di Cristo non era ancora immortale. Come infatti fu per una speciale disposizione divina che la gloria dell'anima di Cristo non si comunicasse al corpo, così per la stessa disposizione poté avvenire che si comunicasse quanto allo splendore, e non quanto all'impassibilità.
2. Quello splendore è detto immagine (della felicità futura), non perché era vero splendore di gloria, ma perché era un'immagine che rappresentava la perfezione della gloria, in cui il corpo sarà glorioso.
3. Come lo splendore del corpo di Cristo rappresentava lo splendore futuro del suo corpo, così il fulgore delle sue vesti indicava lo splendore futuro dei santi, che sarà superato dal fulgore di Cristo come il candore della neve è superato dallo splendore del sole. Ecco perché S. Gregorio afferma che le vesti di Cristo divennero splendenti, "perché nel culmine del fulgore celeste tutti i santi saranno uniti a lui splendendo della luce della giustizia. Le vesti infatti sono il simbolo dei giusti che egli unirà a sé", secondo le parole di Isaia: "Di tutti costoro ti vestirai come di gioielli".
La nube luminosa significa la gloria dello Spirito Santo, oppure "la potenza del Padre", come dice Origene, che proteggerà i santi nella gloria futura. - Però potrebbe anche significare lo splendore del mondo rinnovato, che sarà l'abitazione dei santi. Ecco perché la nube splendente avvolse i discepoli, quando S. Pietro propose di costruire le tende.

ARTICOLO 3

Se siano stati scelti bene i testimoni della trasfigurazione

SEMBRA che non siano stati scelti bene i testimoni della trasfigurazione. Infatti:
1. Ciascuno può ben testimoniare di ciò che sa. Ora, al momento della trasfigurazione di Cristo nessun uomo conosceva per esperienza la gloria futura, nota soltanto agli angeli. Quindi questi e non gli uomini dovevano fungere da testimoni della trasfigurazione.

2. Nei testimoni della verità non deve esserci finzione, ma verità. Ora Mosè ed Elia erano lì presenti non realmente, ma in apparenza. Una Glossa infatti alle parole di S. Luca, "Essi erano Mosè ed Elia, ecc.", dice: "Bisogna sapere che là non apparve né il corpo né l'anima di Mosè e di Elia; ma che quei corpi furono formati da una materia preesistente. Si può anche pensare che ciò sia avvenuto per ministero degli angeli, in quanto questi avrebbero assunto il loro aspetto". Quindi non sembra che quei testimoni siano stati scelti bene.
3. Di Cristo negli Atti si legge "che tutti i profeti gli rendono testimonianza". Quindi dovevano esser presenti come testimoni, non solo Mosè ed Elia, ma tutti i profeti.
4. La gloria di Cristo è promessa a tutti i fedeli, che Egli, mediante la propria trasfigurazione, voleva infiammare al desiderio di quella gloria. Quindi doveva chiamare a testimoni della trasfigurazione non solo Pietro, Giacomo e Giovanni, ma tutti i discepoli.

IN CONTRARIO: Basta l'autorità del Vangelo.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, Cristo ha voluto trasfigurarsi per mostrare agli uomini la sua gloria e stimolarli a desiderarla. Ora, Cristo doveva condurre alla gloria della felicità eterna, non soltanto coloro che sarebbero vissuti dopo di lui, ma anche coloro che lo precedettero. Ecco perché mentre egli si avvicinava al momento della passione, sia "le turbe che lo precedevano", sia "quelle che lo seguivano, gridavano Osanna", secondo le parole di S. Matteo, come per chiedere a lui la salvezza. Era perciò opportuno che tra i testimoni ci fossero alcuni che l'avevano preceduto, cioè Mosè ed Elia; e altri che l'avrebbero seguito, cioè Pietro, Giacomo e Giovanni: affinché "sulle parole di due o tre testimoni fosse garantita la realtà del fatto".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Con la sua trasfigurazione Cristo mostrò ai discepoli la gloria del corpo, propria degli uomini. Ecco perché giustamente scelse per testimoni uomini e non angeli.
2. Quella Glossa sembra che sia stata presa dal libro Le Meraviglie della Sacra Scrittura, non autentico, ma falsamente attribuito a S. Agostino. Quindi tale Glossa non ha valore. S. Girolamo infatti dice: "Bisogna pensare che (Cristo) non volle dare nessun segno celeste agli scribi e Farisei, che lo domandavano. Qui invece, per accrescere la fede degli Apostoli, dà loro un segno del cielo, facendo scendere Elia dal luogo dove era asceso, e facendo uscire dagli inferi Mosè". Questo non significa che l'anima di Mosè abbia di nuovo assunto il suo corpo, ma solo che essa apparve servendosi di un altro corpo, come fanno gli angeli nelle loro apparizioni. Elia invece apparve col proprio corpo, non proveniente dall'empireo, ma da un luogo superiore, dove egli era stato trasportato su un carro di fuoco.
3. Il Crisostomo afferma: "Mosè ed Elia furono preferiti per diversi motivi". Il primo è questo: "Siccome le turbe dicevano che (Gesù) era Elia o Geremia o un altro profeta, egli presenta i due profeti principali, affinché almeno in questo modo sia manifesta la differenza tra il Signore e i suoi servi".
Secondo, "perché Mosè aveva dato la legge, ed Elia era stato grande zelatore della gloria di Dio". Per cui, apparendo essi insieme a Cristo, viene confutata la calunnia dei giudei, "i quali accusavano Cristo di trasgredire la legge, e di bestemmiare usurpando per sé la gloria di Dio".
Terzo, "per mostrare, portando con sé Mosè già morto ed Elia tuttora vivente, che egli era padrone della vita e della morte e giudice dei morti e dei vivi".
Quarto, perché, come dice S. Luca, "parlavano del suo transito che doveva compiersi in Gerusalemme", "cioè della sua passione e morte". Quindi, "per confermare in proposito l'animo dei suoi discepoli", prescelse coloro che avevano esposto la loro vita per Dio: Mosè infatti si era presentato al Faraone con rischio della vita, ed Elia al re Acab.
Quinto, "perché voleva che i suoi discepoli emulassero la mansuetudine di Mosè e lo zelo di Elia".
S. Ilario porta un sesto motivo: cioè per mostrare che egli era stato preannunziato dalla legge di Mosè, e dai profeti, tra i quali Elia occupa il primo posto.
4. I grandi misteri non vanno proposti a tutti direttamente, ma devono giungere a tutti gli uomini a tempo opportuno mediante gli spiriti più eletti. Perciò il Crisostomo afferma che "ne prese con sé tre come i più qualificati". Infatti "Pietro fu grande per l'amore" che nutrì verso Cristo, e per l'autorità ricevuta; Giovanni per il particolare amore che Cristo nutriva per lui a causa della sua verginità, e per la prerogativa della dottrina evangelica; Giacomo per la prerogativa del martirio. Tuttavia non volle che questi lo comunicassero ad altri prima della sua resurrezione: "affinché", dice S. Girolamo, "non sembrasse incredibile, tanto il fatto era grande, e, dopo tanta gloria, la croce non fosse uno scandalo"; oppure "perché questa non fosse impedita dal popolo"; e infine "perché fossero testimoni di tali avvenimenti spirituali solo dopo essere stati ripieni di Spirito Santo".

ARTICOLO 4

Se fosse conveniente che il Padre aggiungesse la testimonianza della sua voce: "Questo è il mio figlio diletto"

SEMBRA che non fosse opportuno che il Padre aggiungesse la testimonianza della sua voce: "Questo è il mio Figlio diletto". Infatti:
1. In Giobbe si legge: "Dio parla una volta, e non si ripete". Ma la voce del Padre aveva detto la stessa cosa nel battesimo. Quindi non era necessario che lo ripetesse nella trasfigurazione.

2. Nel battesimo insieme alla voce del Padre fu presente lo Spirito Santo in forma di colomba. Questo non avvenne nella trasfigurazione. Perciò non sembra che sia stata opportuna la protesta del Padre.
3. Cristo cominciò a insegnare dopo il battesimo. E tuttavia nel battesimo la voce del Padre non aveva invitato gli uomini ad ascoltarlo. Quindi non doveva invitarli neppure nella trasfigurazione.
4. A nessuno si deve dire ciò che non può sopportare, secondo le parole stesse di Cristo: "Ho da dirvi ancora molte cose, che per ora non siete capaci di portare". Ma i discepoli non potevano sopportare la voce del Padre; dice infatti S. Matteo che, "udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra ed ebbero gran paura". Dunque non doveva rivolgersi a loro la voce del Padre.

IN CONTRARIO: Basta l'autorità del Vangelo.

RISPONDO: L'adozione a figli di Dio avviene mediante una conformità di somiglianza col Figlio naturale di Dio. Il che avviene in due modi: primo, per mezzo della grazia nella vita presente, che dà una conformità imperfetta; secondo, mediante la gloria, conformità perfetta; conforme alle parole di S. Giovanni: "Ora noi siamo figli di Dio, e ancora non è stato mostrato quello che saremo; ma sappiamo che quando ciò sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è". Perciò, siccome col battesimo riceviamo la grazia e nella trasfigurazione ci fu mostrato in anticipo il fulgore della gloria futura, era opportuno che, sia nel battesimo, sia nella trasfigurazione, ci fosse rivelata mediante la voce del Padre la filiazione naturale di Cristo. E questo perché il Padre soltanto, col Figlio e con lo Spirito Santo, è pienamente consapevole di quella perfetta generazione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo si riferisce alla parola eterna di Dio, con la quale egli produsse il suo unico Verbo coeterno. Tuttavia si può dire che Dio proferì due volte le stesse parole create, ma non per lo stesso motivo: bensì per indicare i due modi diversi con i quali gli uomini possono partecipare la somiglianza con la filiazione eterna.
2. Nel battesimo, dove fu messo in luce il mistero della prima rigenerazione, fu palese l'azione di tutta la Trinità, in quanto era presente il Figlio incarnato, apparve lo Spirito Santo in forma di colomba, e il Padre si fece sentire con la sua voce. Così pure nella trasfigurazione, che è il sacramento della seconda rigenerazione, si è manifestata tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell'umanità (assunta), lo Spirito Santo nella nube luminosa. Infatti, come nel battesimo (lo Spirito Santo) dà l'innocenza, simboleggiata nella semplicità della colomba, così nella resurrezione agli eletti darà lo splendore della gloria e il ristoro contro ogni male, simboleggiati nella nube splendente.
3. Cristo era venuto per dare subito la grazia, mentre la gloria poteva solo prometterla. Ecco perché nella trasfigurazione, e non nel battesimo, gli uomini sono invitati ad ascoltarlo.
4. Era conveniente che i discepoli s'impaurissero e cadessero per terra udendo la voce del Padre, per indicare che la superiorità della gloria, allora manifestata, sorpassa ogni sentimento e ogni potere umano, conforme a quanto dice la Scrittura: "Un uomo non può vedere me e vivere". È quanto afferma S. Girolamo: "La fragilità umana non può sostenere la presenza di una gloria tanto grande". Cristo solo guarisce gli uomini da questa fragilità, portandoli alla gloria. Questo significano le parole: "Alzatevi, non temete".