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Questione
3
L'unione da parte della persona assumente
Passiamo a studiare l'unione dal punto di vista della persona
assumente.
In proposito si pongono otto quesiti: 1. Se a una persona
divina convenga assumere; 2. Se ciò convenga alla natura divina;
3. Se la natura, considerata prescindendo dalla personalità, possa
assumere; 4. Se una persona divina possa assumere senza l'altra;
5. Se ciascuna persona possa assumere; 6. Se più persone possano
assumere una sola e medesima natura; 7. Se una persona possa
assumere due nature, numericamente distinte; 8. Se assumere la
natura umana fosse più conveniente per la persona del Figlio che
per le altre persone divine.
ARTICOLO
1
Se una persona divina possa assumere una natura creata
SEMBRA che una persona divina non possa assumere una natura
creata. Infatti:
1. La persona divina è qualcosa di sommamente perfetto. Ma
perfetto è ciò cui non si possono fare aggiunte. Ora, essendo
l'assunzione un ad se sumere (trarre a sé), ne segue che la persona
divina non possa assumere una natura creata.
2. Ciò a cui una cosa viene assunta, si comunica in qualche
modo a quest'ultima: una dignità, p. es., si comunica a colui
che viene assunto ad essa. Ma è proprio della persona essere incomunicabile,
come si è detto nella Prima Parte. Quindi la
persona divina non può assumere, ossia trarre a sé.
3. La persona è costituita dalla natura. Ma ciò che è costituito
non può assumere ciò che lo costituisce, perché l'effetto non agisce
sulla sua causa. Dunque la persona non può assumere la natura.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Quel Dio", cioè l'Unigenito, "unì alla
sua persona la forma o natura di servo". Ma il
Dio unigenito è persona. Dunque la persona può prendere, cioè
assumere, una natura.
RISPONDO: Il termine assunzione include due cose: il principio
e il termine dell'operazione; assumere è infatti "trarre qualcosa
a sé". Ora, di tale assunzione la persona è principio e termine.
Principio, perché è proprio della persona agire, e l'assunzione della
carne è stata fatta per azione divina. Similmente la persona è
anche termine di tale assunzione, perché l'unione, come abbiamo
detto sopra, è stata fatta nella persona e non nella natura. Così
risulta che l'assunzione della natura è compito assolutamente
proprio della persona.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente può essere aggiunto
alla persona divina, essendo essa infinita. Perciò S. Cirillo dice
nell'Epistola Sinodale del Concilio Efesino: "Non intendiamo
l'unione a modo di addizione". Nella stessa unione dell'uomo con
Dio mediante la grazia d'adozione non si aggiunge qualcosa a
Dio, bensì ciò che è divino viene elargito all'uomo. Non è dunque
Dio ma l'uomo che si perfeziona.
2. La persona si dice incomunicabile in quanto non si predica
di più suppositi. Ma nulla proibisce che di una persona si possano
predicare più cose. Non è dunque impossibile che la persona
si comunichi nel senso di sussistere in più nature. Infatti
anche in una persona creata possono ritrovarsi accidentalmente
più nature: nella persona di un medesimo uomo, p. es., c'è la
quantità e la qualità. Tuttavia è proprio della persona divina,
data la sua infinità, attuare in sé il concorso di più nature non
in modo accidentale, ma secondo la sussistenza.
3. Come abbiamo detto sopra, la natura umana costituisce la
persona divina non in senso assoluto, ma in quanto la denomina.
lnfatti il Figlio di Dio non dipende dalla natura umana in modo
assoluto, essendo egli dall'eternità, ma soltanto come uomo. Invece
la natura divina costituisce in maniera assoluta la persona
divina. Ecco perché si può dire che la persona divina assume la
natura umana, ma non che assume la natura divina.
ARTICOLO
2
Se assumere spetti alla natura divina
SEMBRA che assumere non spetti alla natura divina. Infatti:
1. Si è detto che assumere è come trarre a sé. Ma la natura
divina non trasse a sé la natura umana, perché l'unione non avvenne
nella natura ma nella persona, come si è detto sopra.
Dunque non spetta alla natura divina assumere la natura umana.
2. La natura divina è comune alle tre persone. Se dunque
l'assunzione spetta alla natura, ne segue che ciò va attribuito
alle tre persone. Così il Padre avrebbe assunto la natura umana
come il Figlio. Il che è falso.
3. Assumere è agire. Ma agire è proprio della persona, non
della natura che è piuttosto il principio con il quale chi opera
agisce. Assumere dunque non spetta alla natura.
IN CONTRARIO: S. Agostino dice:
"Quella natura che permane
sempre generata dal Padre", che cioè sussiste mediante la generazione
eterna del Padre, "prese la nostra natura senza il peccato".
RISPONDO: Nella parola assunzione, come si è detto, sono indicate
due cose: il principio e il termine dell'azione. Ora, essere
principio di assunzione compete alla natura divina per se stessa;
perché l'assunzione è stata fatta dalla virtù di codesta natura.
Ma essere termine d'assunzione non compete alla natura divina
per se stessa, bensì in ragione della persona divina in cui si considera.
Perciò diciamo che in senso primario e assolutamente proprio
assumere è della persona; ma in senso secondario si può
dire che anche la natura (divina) assume per la persona cui
s'identifica.
E in questo senso si parla di natura (divina) incarnata: non
come se si fosse convertita in carne, ma in quanto assunse la natura
della carne. Perciò il Damasceno afferma: "Noi diciamo, secondo
i santi Atanasio e Cirillo, che la natura di Dio si è incarnata".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel sé è un pronome riflessivo,
e indica l'identità del supposito (in una data operazione).
Ora, la natura divina non differisce per supposito dalla persona
del Verbo. Perciò in quanto la natura divina assume la natura
umana alla persona del Verbo, si può dire che l'assume a sé. Invece
il Padre sebbene assuma (come causa) la natura umana alla
persona del Verbo, non per questo l'assume a sé, perché il supposito
del Padre e del Verbo non è il medesimo. Quindi propriamente
parlando non si può dire che il Padre assume la natura umana.
2. Ciò che spetta alla natura divina per se stessa, spetta alle
tre persone: p. es., la bontà, la sapienza e attributi consimili.
Assumere invece le si attribuisce in ragione della persona del
Verbo, come si è detto. Perciò assumere è proprio di quella sola
persona.
3. In Dio come s'identifica il soggetto sussistente con l'essenza,
così s'identifica il soggetto operante con il principio d'operazione:
perché ogni soggetto agisce secondo il suo modo di essere. Perciò
la natura divina è il principio per cui Dio opera ed è lo stesso
Dio operante.
ARTICOLO
3
Se, fatta astrazione dalla personalità, la natura possa assumere
SEMBRA che, fatta astrazione dalla personalità, la natura non
possa assumere. Infatti:
1. Si è detto che la natura assume in ragione della persona.
Ma ciò che compete a una cosa in forza di un'altra, non le può
competere senza di questa: un corpo, p. es., che è visibile in
virtù del colore, non si può vedere senza di questo. Dunque prescindendo
dalla personalità, la natura non può assumere.
2. L'assunzione, come si è detto, indica il termine d'unione.
Ma l'unione non può avvenire nella natura, bensì solo nella persona.
Dunque la natura divina non può assumere, se si astrae
dalla personalità.
3. Si è detto nella Prima Parte che degli attributi divini non
rimarrebbe niente, se si astraesse dalla personalità. Ma l'assumente è
una realtà. Dunque la natura divina non può assumere,
fatta astrazione dalla personalità.
IN CONTRARIO: In Dio, come si è visto nella Prima Parte, la
personalità s'identifica con le tre proprietà personali della paternità,
della processione e della filiazione. Ma astraendo mentalmente
da queste proprietà, rimane ancora l'onnipotenza di Dio,
mediante la quale, secondo le parole dell'angelo: "Nulla è impossibile
a Dio", è avvenuta l'incarnazione. Dunque la natura divina
può assumere, anche astraendo dalla personalità.
RISPONDO: L'intelletto può considerare Dio in due modi. Primo,
conoscendolo così com'è. E in tal modo è impossibile che, togliendo
mentalmente da Dio una parte, gliene rimanga un'altra, perché
ciò che è in Dio è assolutamente uno, eccetto la distinzione delle
persone, delle quali però, a toglierne una, si toglie anche l'altra,
dato che si distinguono solo per le relazioni, che sono per natura
simultanee.
Secondo, l'intelletto può considerare Dio non come è in se
stesso, ma secondo il nostro modo di conoscerlo, che è un conoscere
in modo frazionato e diviso ciò che in Dio è un tutto indiviso.
E in tal modo il nostro intelletto può pensare alla bontà,
alla sapienza divina e ad altri attributi essenziali, senza considerare
la paternità o la filiazione, che sono proprietà personali.
Ebbene, in questo secondo modo possiamo ancora pensare la
natura come assumente, pur astraendo dalla personalità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Poiché in Dio l'essenza s'identifica
con l'esistenza, ogni attributo, considerato astrattamente in
se stesso prescindendo dagli altri, è sussistente in una natura intellettuale
e quindi persona. Come dunque ora, date le tre proprietà
personali divine, parliamo di tre persone, così togliendo mentalmente
le proprietà personali rimarrà nella nostra considerazione
la natura divina come sussistente e come persona. E in tal modo
la natura divina per la sua sussistenza o personalità può assumere
la natura umana.
2. Anche astraendo dalle proprietà personali delle tre persone,
rimarrebbe nell'intelletto la personalità unica di Dio, come pensano
i Giudei: ad essa quindi potrebbe terminare l'assunzione,
come ora diciamo che termina alla persona del Verbo.
3. Astratta mentalmente (in Dio) la personalità, non rimane
nulla, perché il soggetto della relazione non si distingue realmente
dalla relazione stessa, in quanto tutto ciò che possiamo considerare
in Dio è supposito sussistente. Si può tuttavia considerare
un attributo divino senza l'altro, non per separazione, bensì nel
modo spiegato.
ARTICOLO 4
Se una persona divina, con esclusione delle altre, possa assumere
una natura creata
SEMBRA che una persona divina con esclusione delle altre non
possa assumere una natura creata. Infatti:
1.
"Indivisibili sono le opere della Trinità", dice S. Agostino:
poiché come una è l'essenza delle tre persone, così una è l'operazione.
Ma assumere è un'operazione. Non può dunque attribuirsi
a una persona con esclusione delle altre.
2. Come diciamo incarnata la persona del Figlio, così diciamo
anche la natura: infatti "tutta la natura divina si è incarnata
in una delle sue ipostasi", come dice il Damasceno. Ma la natura
è comune alle tre persone. Dunque anche l'assunzione.
3. La natura umana in Cristo fu assunta da Dio, così come
gli uomini vengono assunti da lui mediante la grazia, secondo
le parole di S. Paolo: "Dio lo ha assunto". Ma questa assunzione
è comune alle tre persone. Perciò anche la prima.
IN CONTRARIO: Dionigi insegna che il mistero dell'incarnazione
fa parte della "teologia discretiva", che tratta appunto delle singole
persone divine.
RISPONDO: L'assunzione, come si è detto, importa due cose:
l'atto di chi assume e il termine dell'assunzione. Ora, l'atto di
assumere procede dalla potenza divina, che è comune alle tre
persone; il termine dell'assunzione invece è la persona, come
abbiamo spiegato. Perciò l'assunzione all'attivo è comune alle
tre persone, mentre sotto l'aspetto terminale essa è esclusiva di
una sola persona così da non appartenere a un'altra. Infatti le
tre persone fecero sì che la natura umana fosse unita alla sola
persona del Figlio.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento considera l'assunzione
all'attivo. E la conclusione reggerebbe, se l'assunzione
importasse solo tale operazione, senza il termine che è la persona.
2. La natura divina si dice incarnata, come pure assumente,
in ragione della persona cui è termine l'unione, come si è detto:
non già in quanto essa è comune alle tre persone. Si dice poi "incarnata tutta la natura
divina", non perché si sia incarnata
in tutte le persone; ma perché alla persona incarnata non manca
nulla della perfezione della natura divina.
3. L'assunzione dovuta all'adozione della grazia (santificante),
termina a una certa partecipazione della natura di Dio a modo di
imitazione della sua bontà, secondo le parole di S. Pietro: "Per
essere partecipi della natura divina". Perciò tale assunzione è
comune alle tre persone sia rispetto alla causalità o principio attivo,
sia rispetto al termine di essa. Invece l'assunzione dovuta alla
grazia dell'unione (ipostatica), è comune, come si è visto, solo
rispetto alla causalità, non già rispetto al termine di essa.
ARTICOLO
5
Se una persona diversa dal Figlio avrebbe potuto assumere
la natura umana
SEMBRA che nessun'altra persona divina diversa dal Figlio potesse
assumere la natura umana. Infatti:
1. Per tale assunzione Dio è divenuto
Figlio dell'uomo. Ma disdirebbe
chiamare figlio il Padre o lo Spirito Santo, perché ciò
porterebbe a confondere le persone divine. Dunque il Padre e lo
Spirito Santo non potevano assumere la carne.
2. Per l'incarnazione divina gli uomini hanno conseguito la
filiazione adottiva, secondo le parole di S. Paolo: "Voi non avete
ricevuto uno spirito di schiavitù per ricadere di nuovo nel timore,
ma avete ricevuto lo spirito di figli adottivi". Ma la filiazione
adottiva è una somiglianza partecipata della filiazione naturale,
che non compete né al Padre né allo Spirito Santo; cosicché
S. Paolo può affermare: "Quelli che previde, li predestinò pure
a essere conformi all'immagine del Figlio suo". Dunque nessun'altra
persona poteva incarnarsi all'infuori della persona del Figlio.
3. In forza dell'incarnazione il Figlio deve dirsi mandato e generato
nel tempo. Ma il Padre, come si è visto nella Prima Parte,
non può essere mandato, essendo innascibile. Dunque almeno la
persona del Padre non poteva incarnarsi.
IN CONTRARIO: Quanto può il Figlio lo può anche il Padre:
altrimenti la potenza delle tre persone non sarebbe la stessa. Ma
il Figlio ha potuto incarnarsi. Dunque avrebbero potuto farlo
anche il Padre e lo Spirito Santo.
RISPONDO: Come si è detto, l'assunzione importa due cose:
l'atto stesso dell'assumente e il termine dell'assunzione. Ora, principio
dell'atto è la potenza divina, termine è la persona. Ma la
potenza divina è comune e uguale per tutte le persone. Identica
è pure nelle tre persone la perfezione della personalità, quantunque
siano differenti le proprietà personali. Ebbene, quando una
potenza è indifferentemente disposta a più oggetti, può terminare
la sua azione a qualunque di essi, come si vede nelle facoltà razionali,
che nell'ambito delle loro possibilità d'azione possono terminare
a oggetti opposti. Così dunque l'onnipotenza divina poteva
unire la natura umana o alla persona del Padre o a quella
dello Spirito Santo, come l'unì alla persona del Figlio. Si deve
dunque dire che il Padre o lo Spirito Santo potevano assumere
la carne, alla pari del Figlio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La filiazione temporale per
cui Cristo si dice Figlio dell'uomo, non costituisce la sua persona
alla maniera della filiazione eterna, ma è una conseguenza della
nascita temporale. Perciò ad attribuire il nome di figlio al Padre
o allo Spirito Santo sotto tale aspetto, non ne seguirebbe alcuna
confusione tra le persone divine.
2. La filiazione adottiva è una somiglianza partecipata della
filiazione naturale, ma secondo il linguaggio di appropriazione si
compie in noi per opera del Padre che è il principio della filiazione
naturale e per la donazione dello Spirito Santo che è l'amore del
Padre e del Figlio, come dice S. Paolo: "Dio ha mandato nei nostri
cuori lo Spirito del Figlio suo, che chiama: Abbà, Padre". E
perciò come per l'incarnazione del Figlio riceviamo la filiazione
adottiva simile alla sua filiazione naturale, così, se si fosse incarnato
il Padre, riceveremmo la filiazione adottiva da lui come principio
della filiazione naturale e dallo Spirito Santo come vincolo
comune del Padre e del Figlio.
3. Il Padre è innascibile rispetto alla generazione eterna; ma
ciò di suo non esclude una nascita temporale.
Il Figlio poi
nell'incarnazione in tanto si dice mandato in quanto
procede dal Padre, senza di che l'incarnazione non importerebbe
una missione.
ARTICOLO
6
Se due persone divine possano assumere una sola e medesima natura
SEMBRA che due persone divine non possano assumere una sola
e medesima natura. Infatti:
1. In tal caso o sarebbero un solo uomo o più. Ma non potrebbero
essere più uomini: perché, come l'unicità della natura divina
in più persone esclude una pluralità di dei, così l'unicità della
natura umana in più persone esclude una pluralità di uomini.
Similmente non potrebbero essere un solo uomo, perché un singolo
uomo è quest'uomo qui, che sta a indicare una sola persona;
e così si toglierebbe la distinzione delle tre persone divine: il che
è assurdo. Dunque due o tre persone non possono assumere un'unica natura umana.
2. L'assunzione ha per termine l'unità di persona, come si è
detto. Ma la persona del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo
non è una sola. Dunque le tre persone non possono assumere
un'unica natura umana.
3. Il Damasceno e S. Agostino insegnano che in conseguenza
dell'incarnazione del Figlio di Dio si deve predicare del Figlio
dell'uomo tutto ciò che si predica del Figlio di Dio e viceversa. Se
dunque le tre persone assumessero un'unica natura umana, si
dovrebbe affermare di quell'uomo tutto ciò che si predica di una
qualunque persona divina, e viceversa si dovrebbe affermare di
ognuna di esse tutto ciò che si predica di quell'uomo. Così si
affermerebbe di quell'uomo, e conseguentemente del Figlio di Dio,
ciò che è proprio del Padre, ossia generare il Figlio dall'eternità:
il che è inammissibile. Dunque le tre persone divine non possono
assumere un'unica natura umana.
IN CONTRARIO: La persona incarnata sussiste in due nature: la
divina e l'umana. Ma le tre persone sussistono in un'unica natura
divina. Dunque possono anche sussistere in una sola natura
umana; cosicché un'unica natura umana sarebbe assunta dalle
tre persone.
RISPONDO: Come si è detto sopra, dall'unione tra l'anima e
il corpo non si determina in Cristo né una nuova persona né una
nuova ipostasi, ma l'assunzione di una natura da parte della persona,
o ipostasi divina. Ciò non avviene però per la potenza della
natura umana, ma per quella della persona divina. Ora, il rapporto
tra le persone divine è tale che l'una esclude l'altra non
dall'unità di natura, ma solo dall'identità di persona. Poiché
dunque nel mistero dell'incarnazione "la spiegazione del fatto è
tutta nell'onnipotenza di Dio", come dice S. Agostino, tutto va
giudicato più dalle condizioni della persona assumente che dalle
condizioni della natura umana assunta. Non è dunque assurdo
che due, o addirittura tre persone divine assumano un'unica natura
umana.
Sarebbe invece assurdo che assumessero un'unica ipostasi o
un'unica persona umana; secondo l'affermazione di S. Anselmo: "Più persone non possono assumere un solo e medesimo uomo".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Supposto che le tre persone
assumessero un'unica natura umana, sarebbero veramente per
l'unità di questa un solo uomo, come ora è vero che sono un solo
Dio per l'unità della natura divina. Né l'unità suddetta importerebbe
unità di persona in Dio, ma unità nella natura umana.
Infatti se le tre persone fossero un solo uomo, non si potrebbe
concludere che sono una sola persona, perché niente impedisce
di dire che molti uomini in senso assoluto siano un solo uomo in
senso relativo, p. es., un solo popolo. Anzi in tal senso, a detta
di S. Agostino, "pur essendo diversi per natura lo spirito dell'uomo
e lo spirito di Dio, unendosi formano un solo spirito",
secondo le parole di S. Paolo: "Chi si unisce al Signore, diventa
un solo spirito con lui".
2. In quell'ipotesi la natura umana sarebbe stata assunta non
per essere unita a una sola persona, ma per essere unita a tutte e
tre, in modo che come la natura divina è unita alle singole persone
per condizione naturale, così la natura umana sarebbe unita alle
singole persone per assunzione.
3. In forza del mistero dell'incarnazione si produce la comunicazione
delle proprietà naturali: cosicché tutti i caratteri di una
natura si possono attribuire alla persona che sussiste in quella
natura, comunque la persona si denomini secondo l'una o l'altra
sua natura. Perciò nella suddetta ipotesi si potrebbero attribuire
alla persona del Padre sia i caratteri della natura umana,
sia quelli della natura divina. Lo stesso si dica per la persona
del Figlio e dello Spirito Santo. Ma non si potrebbe attribuire alla
persona del Figlio e dello Spirito Santo quello che conviene in
senso esclusivo alla persona del Padre, perché rimarrebbe intatta
la distinzione tra le persone. Si potrebbe dire quindi che l'uomo
è ingenito come lo è il Padre, quando il termine uomo sta a indicare
la persona del Padre. Però se uno ne ricavasse questo argomento: "L'uomo è
ingenito, ma il Figlio è uomo, dunque il
Figlio è ingenito", avremmo un sofisma di equivocazione nelle
parole, o un sofisma che gioca sugli accidenti. Del resto anche
ora diciamo che Dio è ingenito perché il Padre è ingenito, ma
non possiamo concludere che il Figlio sia ingenito, sebbene sia Dio.
ARTICOLO
7
Se un'unica persona divina possa assumere due nature umane
SEMBRA che un'unica persona divina non possa assumere due
nature umane. Infatti:
1. La natura umana nel mistero dell'incarnazione non ha altro
supposito che quello della persona divina, come risulta dalle cose
già dette. Se dunque un'unica persona divina assumesse due
nature umane, si avrebbe un medesimo supposito in due nature
della stessa specie. Ciò sembra contraddittorio; perché una natura
non si moltiplica nella stessa specie, se non per la distinzione dei
suppositi.
2. In questa ipotesi la persona divina incarnata non si potrebbe
dire un solo uomo, perché non avrebbe una sola natura umana.
Ma non sarebbe neppure più uomini, perché più uomini hanno
suppositi distinti, mentre nel caso ci sarebbe un solo supposito.
Dunque la predetta ipotesi è assolutamente impossibile.
3. Nel mistero dell'incarnazione tutta la natura divina si è
unita a tutta la natura assunta, ossia a ciascuna parte di essa:
Cristo infatti è "perfetto Dio e perfetto uomo, interamente Dio
e interamente uomo", come dice il Damasceno. Ma due nature
umane non potrebbero unirsi tra loro totalmente, perché allora
l'anima dell'una dovrebbe essere unita al corpo dell'altra e i due
corpi dovrebbero compenetrarsi: il che porterebbe anche a confondere
le nature. È dunque impossibile che una sola persona
divina assuma due nature umane.
IN CONTRARIO: Quanto può il Padre lo può anche il Figlio. Ma
il Padre dopo l'incarnazione del Figlio può assumere un'altra
natura umana numericamente diversa da quella assunta dal Figlio,
non essendo affatto diminuita per l'incarnazione del Figlio la
potenza del Padre o del Figlio. Dunque il Figlio dopo la sua
incarnazione potrebbe assumere una seconda natura umana.
RISPONDO: Chi non può fare che una sola cosa,
ha un potere
limitato a quella. Ora, il potere della persona divina è infinito
e non si può limitare a un particolare oggetto creato. È quindi
impossibile che una persona divina abbia assunto una sola natura
umana così da non poterne assumere un'altra. Ne seguirebbe
infatti che la personalità divina sarebbe tanto assorbita da una
sola natura umana da non poterne assumere nessun'altra. Ciò
è assurdo, perché l'increato non può essere esaurito dal creato.
È dunque evidente che, sia considerando la persona divina nella
sua potenza, cioè quale principio dell'unione (ipostatica), sia
considerandola nella sua personalità che è il termine dell'unione,
bisogna riconoscere che essa, oltre alla natura umana assunta,
potrebbe assumerne un'altra numericamente distinta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La natura creata ha la propria
perfetta definizione nella forma che si moltiplica con la divisione
della materia. Quando perciò la composizione tra forma e materia
costituisce un nuovo supposito, ne segue che la natura si moltiplica
secondo la moltiplicazione dei suppositi. Ma nel mistero dell'incarnazione
l'unione tra forma e materia, cioè tra anima e corpo,
non costituisce un nuovo supposito, come si è detto sopra. Potrebbe
quindi esserci una moltiplicazione numerica delle nature,
a causa della divisione della materia, senza distinzione di suppositi.
2. La predetta ipotesi potrebbe far pensare a due uomini, data
la presenza di due nature umane, pur non essendoci due suppositi;
come viceversa le tre persone, secondo le spiegazioni date, sarebbero un
solo uomo, se avessero assunto un'unica natura umana.
Ma ciò sarebbe falso. Perché i nomi vanno usati secondo il loro
modo di significare. E questo dipende dalle cose che costituiscono
l'oggetto ordinario della nostra conoscenza. Perciò per quanto
riguarda il modo di significare e consignificare, bisogna rifarsi ai
dati della nostra conoscenza. Ora, riferendoci ad essi noi non
usiamo mai al plurale il nome che significa una determinata forma,
se non c'è pluralità di suppositi: infatti un uomo vestito di due
abiti non si dice che sia due uomini, ma uno solo con due vestiti,
e chi ha due qualità, si dice qualificato, al singolare, mediante due
qualità. Ora, la natura assunta è in certo modo un vestito,
sebbene il paragone non sia perfetto, come si è detto sopra. Se dunque
una persona divina assumesse due nature umane, sarebbe,
per l'unità di supposito, "un solo uomo con due nature umane". - Che
poi più uomini si dicano un sol popolo, dipende dal loro
comunicare in un tutto, non dall'unità di supposito. E similmente
se due persone divine assumessero una sola natura umana, sarebbero
un uomo solo, come si è detto sopra, non per l'unità di
supposito, ma per la natura che avrebbero in comune.
3. Le due nature, la divina e l'umana, non hanno con l'unica
loro persona divina un rapporto di parità: ché la natura divina
ha con essa un rapporto originario, perché forma con essa ab aeterno
una sola cosa; mentre la natura umana ha con la persona
divina un rapporto derivato, in quanto è stata assunta nel tempo
dalla persona divina, non già perché essa venisse a identificarsi
con la persona, ma perché la persona potesse sussistere nella natura:
il Figlio di Dio infatti è la propria divinità, ma non è la propria
umanità. Perciò affinché la natura umana sia assunta dalla persona
divina, bisogna che la natura divina sia unita personalmente
a tutta la natura assunta, cioè a tutte le sue parti. Ma se le nature
assunte fossero due, avrebbero un medesimo rapporto con la persona
divina né l'una assumerebbe l'altra. Non ne seguirebbe
quindi necessariamente l'unione totale dell'una con l'altra, cioè l'unione di tutte le parti della prima con tutte le parti della seconda.
ARTICOLO
8
Se l'incarnazione del Figlio di Dio sia stata più conveniente di
quella del Padre o dello Spirito Santo
SEMBRA che l'incarnazione del Figlio di Dio non sia stata più
conveniente di quella del Padre o dello Spirito Santo. Infatti:
1. Con il mistero dell'incarnazione gli uomini sono stati condotti
alla vera conoscenza di Dio, secondo le parole di S. Giovanni: "Per questo io sono nato e per questo sono venuto
nel mondo: per rendere testimonianza alla verità". Ma a motivo dell'incarnazione
del Figlio di Dio molti sono stati impediti nella conoscenza
vera di Dio, perché attribuirono alla stessa persona del Figlio le
cose che gli convengono secondo la natura umana, come p. es. Ario,
il quale sostenne l'ineguaglianza delle persone basandosi
sulle parole di Cristo: "Il Padre è più grande di me", e questo
errore non sarebbe sorto, se si fosse incarnata la persona del Padre,
perché nessuno avrebbe ritenuto il Padre minore del Figlio. Dunque
sarebbe stato più conveniente che invece della persona del
Figlio si fosse incarnata la persona del Padre.
2. Effetto dell'incarnazione è quasi una seconda creazione della
natura umana, secondo le parole di S. Paolo: "In Cristo Gesù
non vale né la circoncisione né l'incirconcisione, bensì la nuova
creatura". Ma la potenza di creare si appropria al Padre. Dunque
sarebbe stata più conveniente l'incarnazione del Padre che
non quella del Figlio.
3. L'incarnazione ha per fine la remissione dei peccati, come
dice S. Matteo: "Gli porrai nome Gesù, perché salverà il suo popolo
dai suoi peccati". Ma la remissione dei peccati si attribuisce allo
Spirito Santo, stando alle parole evangeliche: "Ricevete lo Spirito
Santo: a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi". Perciò
l'incarnazione conveniva di più alla persona dello Spirito Santo
che alla persona del Figlio.
IN CONTRARIO: Il Damasceno dice che
"nel mistero dell'incarnazione
si è manifestata la sapienza e la potenza di Dio: la sapienza,
perché ha trovato la più opportuna solvenza per il debito
più insolvibile; la potenza, perché ha reso il vinto a sua volta
vincitore". Ma la potenza e la sapienza si appropriano al Figlio,
secondo l'espressione paolina: "Cristo, potenza e sapienza di
Dio". Dunque era conveniente che s'incarnasse la persona del
Figlio.
RISPONDO: Era
convenientissimo che s'incarnasse la persona
del Figlio. Primo, dal punto di vista dell'unione. È conveniente
unire insieme cose simili. Ora, la stessa persona del Figlio, che è
il Verbo di Dio, ha anzitutto una somiglianza con la totalità delle
creature. Infatti il verbo o concetto dell'artefice è l'immagine
esemplare di tutto quello che egli produce. Quindi il Verbo di
Dio, che è il suo concetto eterno, costituisce il modello esemplare
di tutte le cose create. Perciò come le creature per la partecipazione
a tale modello sono state collocate nella loro specie in
maniera da sottostare al moto e alla corruzione, così era conveniente
che non per mezzo di partecipazione, bensì d'unione personale
con il Verbo, la creatura fosse risanata e costituita nella
sua perfezione eterna e immutabile: infatti anche un artefice,
quando la sua opera ha subito dei danni, la ripara ricorrendo al
modello mentale che gli servì a produrla. - In secondo luogo il
Figlio di Dio ha una particolare somiglianza con la natura umana,
perché il Verbo è il concetto della sapienza eterna, da cui deriva
tutta la sapienza umana. Perciò l'uomo partecipando del Verbo
di Dio progredisce nella sapienza, che è la perfezione propria di
lui in quanto razionale, come un alunno s'istruisce accogliendo
il verbo del maestro. Di qui le parole dell'Ecclesiastico: "Fonte
di sapienza è il Verbo di Dio in cielo". Dunque per il perfezionamento
supremo dell'uomo era conveniente che lo stesso Verbo
di Dio si unisse personalmente alla natura umana.
Una seconda ragione di convenienza si può desumere dal fine
dell'unione, che è il compimento della predestinazione, ossia la
salvezza di coloro che sono stati preordinati all'eredità celeste,
la quale non è dovuta se non ai figli, come dice S. Paolo: "Se
figli, anche eredi". Perciò fu conveniente che gli uomini partecipassero
per adozione a una somiglianza di tale filiazione per opera
di colui che è Figlio naturale, secondo l'insegnamento dell'Apostolo: "Quelli
che ha preconosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi
all'immagine del Figlio suo".
Un terzo motivo di convenienza si può desumere dal peccato
del primo nostro padre, a cui l'incarnazione pone rimedio. Il
primo uomo infatti peccò per cupidigia di scienza, come risulta
dalle parole del serpente che promise all'uomo "la scienza del
bene e del male". Era dunque opportuno che, per mezzo del
Verbo della vera sapienza, fosse ricondotto a Dio l'uomo allontanatosi
da lui per disordinata brama di scienza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non c'è nulla di cui la malizia
umana non possa abusare, dal momento che abusa persino della
bontà di Dio, come accenna S. Paolo: "Disprezzi tu la ricchezza
della sua bontà?". Dunque anche se si fosse incarnata la persona
del Padre, l'uomo avrebbe potuto prendere da ciò occasione per
qualche errore, supponendo, p. es., che il Figlio non sarebbe bastato
a riparare la natura umana.
2. La prima creazione dell'universo è stata fatta dalla potenza
di Dio Padre per mezzo del Verbo. Dunque anche la seconda
creazione per corrispondere alla prima doveva essere fatta dalla
potenza del Padre per mezzo del Verbo, secondo le parole di
S. Paolo: "Era Dio che in Cristo riconciliava a sé il mondo".
3. È proprio dello Spirito Santo essere il dono del Padre e del
Figlio. Ora, la remissiono dei peccati si compie per mezzo dello
Spirito Santo in quanto dono di Dio. Era dunque più opportuno
che per la giustificazione degli uomini s'incarnasse il Figlio, di cui
lo Spirito Santo è dono.
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