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Questione
22
Il
sacerdozio di Cristo
Veniamo
così a parlare del sacerdozio di Cristo.
Sull'argomento si pongono sei quesiti:
1. Se a Cristo competa
il sacerdozio; 2. Quale sia la vittima di questo sacerdozio; 3. Quali
gli effetti; 4. Se gli effetti del sacerdozio di Cristo riguardino anche
lui, o solo gli altri; 5. Se il suo sacerdozio sia eterno; 6. Se si
debba dire "sacerdote secondo l'ordine di Melchisedech".
ARTICOLO
1
Se a Cristo competa il sacerdozio
SEMBRA che a Cristo non competa d'essere sacerdote. Infatti:
1. Il sacerdote è inferiore all'angelo, poiché sta scritto:
"Dio
mi fece vedere il sommo sacerdote ai piedi dell'angelo del Signore".
Ma Cristo è superiore agli angeli, come afferma S. Paolo: "Tanto
migliore degli angeli, quanto è più eccellente in confronto a loro
il nome che ebbe in eredità". Dunque Cristo non può essere
sacerdote.
2. Le istituzioni
del Vecchio Testamento erano figure di Cristo,
come attesta l'Apostolo: "Ombra di quelle future, della realtà
che è Cristo". Ma Cristo non apparteneva alla stirpe sacerdotale
dell'antica legge; dice infatti l'Apostolo: "È noto che nostro
Signore nacque da Giuda per la quale tribù Mosè non ha mai
fatto cenno di sacerdoti". Dunque Cristo non può essere sacerdote.
3.
L'antica legge, che è figura di Cristo, non ammetteva che
una stessa persona fosse legislatore e sacerdote, tanto che il Signore
ordina al legislatore Mosè: "Fa' venire presso di te Aronne, tuo
fratello, perché sia mio sacerdote". Ma Cristo, come dice il
profeta, è il legislatore della legge nuova: "Porrò le mie leggi nei loro
cuori". Dunque a Cristo non compete il sacerdozio.
IN CONTRARIO: Dichiara S. Paolo:
"Abbiamo un pontefice che
è penetrato nei cieli, Gesù, il Figlio di Dio".
RISPONDO: L'ufficio proprio del sacerdote è d'essere mediatore
tra Dio e il popolo, in quanto trasmette al popolo le cose divine,
e per questo "sacerdote" equivale a "datore di cose sacre", secondo
le parole del profeta: "Alla bocca di lui", cioè del sacerdote,
"si
chiede la legge"; e poi in quanto offre a Dio le preghiere del
popolo e in qualche modo espia dinanzi a Dio per i peccati del
popolo; infatti l'Apostolo afferma: "Ogni pontefice, preso di
mezzo agli uomini, è costituito loro rappresentante in tutto ciò che
riguarda Dio, affinché offra doni e sacrifici per i peccati". Ma
questo si addice sommamente a Cristo. Infatti per suo merito gli
uomini sono stati ricolmi di doni, secondo le parole della Scrittura: "Per lui", cioè per Cristo,
"ci ha elargito le cose più grandi e
preziose che ci erano state promesse, affinché per mezzo di esse
diveniate partecipi della natura divina". Inoltre egli ha
riconciliato con Dio il genere umano, come insegna S. Paolo: "In lui",
cioè in Cristo, "volle che abitasse tutta la pienezza e che per suo
mezzo fossero riconciliate tutte le cose". Dunque a Cristo si addice
sommamente di essere sacerdote.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Agli angeli compete il potere
gerarchico, in quanto anch'essi sono intermediari tra Dio e l'uomo,
come spiega Dionigi, cosicché il sacerdote stesso quale
intermediario tra Dio e il popolo riceve l'appellativo di angelo, secondo
l'espressione di Malachia: "Egli è l'angelo del Signore degli
eserciti". Ma Cristo era superiore agli angeli, non solo per la divinità,
ma anche nella sua umanità, perché aveva la pienezza della grazia
e della gloria. Cosicché possedeva in modo più eccellente degli
angeli il potere gerarchico o sacerdotale e gli angeli stessi erano
a servizio del suo sacerdozio, secondo le parole evangeliche: "Gli
angeli gli si avvicinarono e lo servivano". Quanto però alla
passibilità "è stato per breve tempo inferiore agli angeli", come si
esprime l'Apostolo. E in questo era simile agli uomini viatori
costituiti nel sacerdozio.
2. Come osserva il Damasceno,
"la somiglianza assoluta si trova
nella cosa stessa e non in ciò che la rappresenta". Poiché dunque
il sacerdozio dell'antica legge era figura del sacerdozio di Cristo,
egli non volle nascere dalla stirpe dei sacerdoti che erano sue
figure, per far capire che non si trattava del medesimo sacerdozio,
ma che differiva come la realtà dall'immagine.
3. Come si è detto sopra, gli altri uomini ricevono grazie
particolari, Cristo invece quale capo di tutti possiede la pienezza di
tutte le grazie. Perciò tra gli altri chi è legislatore, chi è sacerdote
e chi è re, ma tutte queste doti si accumulano in Cristo, come
fonte di tutte le grazie. Per cui si legge in Isaia: "Il Signore è
nostro giudice, il Signore è nostro legislatore, il Signore è il nostro
re: egli verrà e ci salverà".
ARTICOLO
2
Se Cristo sia stato insieme sacerdote e vittima
SEMBRA che Cristo non sia stato insieme sacerdote e vittima.
Infatti:
1. Il sacerdote ha il compito di uccidere la vittima. Ma Cristo
non uccise se stesso. Dunque egli non è stato insieme sacerdote
e vittima.
2. Il sacerdozio di Cristo somiglia più al sacerdozio ebraico
istituito da Dio che a quello pagano dedito al culto dei demoni. Ma
nell'antica legge mai è stato offerto in sacrificio l'uomo; cosa che
la Bibbia condanna severamente nei sacrifici pagani: "Versarono
sangue innocente, il sangue dei loro figli e delle loro figlie, che
sacrificarono agli idoli di Canaan". Dunque l'uomo Cristo non
doveva essere la vittima del suo stesso sacerdozio.
IN CONTRARIO: Scrive S. Paolo:
"Cristo ci ha amato e ha sacrificato
se stesso per noi, quale oblazione e vittima di soave odore
a Dio".
RISPONDO: Come dice S. Agostino,
"ogni sacrificio visibile è
sacramento, o segno sacro del sacrificio invisibile". Il sacrificio
invisibile poi è l'offerta del proprio spirito che l'uomo fa a Dio,
secondo l'espressione del Salmista: "È sacrificio offerto a Dio lo
spirito contrito". Perciò si può chiamare sacrificio tutto quello
che l'uomo presenta a Dio per elevare a lui il suo spirito.
Ora, l'uomo ha bisogno del sacrificio per tre scopi. Primo, per
ottenere il perdono del peccato che lo allontana da Dio. Per cui
l'Apostolo dice che è ufficio del sacerdote "offrire doni e sacrifici
per i peccati". - Secondo, per conservarsi nello stato di grazia,
sempre unito a Dio che è la sua pace e la sua salvezza. Ecco
perché anche nell'antica legge s'immolava il sacrificio pacifico per
la salvezza degli offerenti, come si legge nel Levitico. - Terzo,
perché lo spirito dell'uomo possa unirsi con Dio perfettamente:
il che avverrà soprattutto nella gloria. Infatti anche nell'antica
legge si offriva l'olocausto che era "tutto consumato dal fuoco",
come lo definisce la Scrittura.
Ebbene, questi nostri bisogni sono stati soddisfatti dall'umanità
di Cristo. Primo, con essa sono stati distrutti i nostri peccati,
perché, come dice S. Paolo, "fu sacrificato per i nostri peccati".
Secondo, abbiamo ricevuto per i suoi meriti la grazia che ci salva: "È divenuto principio d'eterna salvezza per tutti quelli che gli
obbediscono". Terzo, per lui abbiamo ottenuto la perfezione della
gloria: "Noi abbiamo la fiducia d'entrare per il suo sangue nel
Santo", cioè nella gloria celeste. Per queste ragioni, Cristo in
quanto uomo non è stato sacerdote soltanto, ma anche vittima
perfetta: vittima per il peccato, vittima pacifica, e olocausto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cristo non si uccise, ma si
espose volontariamente alla morte: "Fu immolato perché egli
stesso lo volle". In questo senso si dice che ha sacrificato se
stesso.
2. L'uccisione di Cristo come uomo si può mettere in relazione
con due distinte volontà. Primo, con la volontà degli uccisori.
Sotto questo aspetto Cristo non è stato una vittima offerta dai
suoi crocifissori, i quali non immolarono un sacrificio a Dio, ma
commisero un grave delitto. Di questo peccato erano figure gli
empi sacrifici dei gentili, nei quali s'immolavano uomini agli idoli.
- Secondo, si può considerare la morte di Cristo rispetto alla
volontà di lui che la subì, offrendosi volontariamente alla passione.
Sotto tale aspetto Cristo è vittima. E non c'è in questo nessuna
somiglianza con i sacrifici pagani.
ARTICOLO
3
Se effetto del sacrificio di Cristo sia l'espiazione dei peccati
SEMBRA che effetto del sacrificio di Cristo non sia l'espiazione
dei peccati. Infatti:
1. Dio solo distrugge i peccati:
"Io sono che cancello le tue
prevaricazioni, in grazia mia". Ma Cristo non è sacerdote in quanto
Dio, bensì in quanto uomo. Dunque il sacerdozio di Cristo non
è ordinato all'espiazione dei peccati.
2. L'Apostolo afferma che i sacrifici dell'Antico Testamento
"non potevano rendere perfetti coloro che li praticavano, altrimenti
avrebbero cessato d'essere immolati, perché, resi sufficientemente
puri, gli offerenti non avrebbero avuto più coscienza d'alcun
peccato, mentre invece con quei sacrifici si rinnova di anno in anno
il ricordo dei peccati". Ma anche ora, che vige il sacerdozio di
Cristo, si ricordano ugualmente i peccati, quando si dice: "Rimetti
a noi i nostri debiti". E il sacrificio continua a offrirsi pure nella
Chiesa che prega: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Dunque
il sacerdozio di Cristo non espia i peccati.
3. Gli animali da immolarsi per il peccato erano nell'antica
legge, per il peccato del principe il capro, per il peccato d'uno del
popolo una capra, e il vitello per il peccato di un sacerdote, come
risulta dal Levitico. Ma nella Scrittura Cristo non viene
paragonato a nessuno di questi animali, bensì all'agnello: "Io ero come
un agnello mansueto che viene condotto al macello". Dunque il
suo sacerdozio non è ordinato a espiare i peccati.
IN CONTRARIO: L'Apostolo dichiara che
"il sangue di Cristo, il
quale per lo Spirito Santo ha offerto se stesso immacolato a Dio,
purificherà le nostre coscienze dalle opere di morte, perché
prestiamo culto al Dio vivo". Ma le opere di morte sono i peccati.
Dunque il sacerdozio di Cristo ha la virtù di mondare dai peccati.
RISPONDO: Alla perfetta cancellazione dei peccati occorrono due
cose, perché due sono gli elementi del peccato, la macchia della
colpa e il debito della pena. La macchia della colpa vien
cancellata dalla grazia, che converte a Dio il cuore del peccatore; il
debito della pena sparisce totalmente con la soddisfazione che
l'uomo presta a Dio. Ora, il sacerdozio di Cristo compie l'una e
l'altra di queste cose. Infatti per virtù di esso viene data a noi
la grazia, che converte a Dio i nostri cuori, secondo l'affermazione
paolina: "Gratuitamente giustificati dalla sua grazia, mediante
la redenzione in Cristo Gesù, che Dio ha posto quale propiziatore
per la fede nel suo sangue". Egli ha pure soddisfatto
pienamente per noi, perché "ha portato i nostri mali, ha
sopportato i nostri dolori". Da ciò risulta che il sacerdozio di Cristo
ha tutta l'efficacia d'espiare i peccati.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cristo, sebbene non sia stato
sacerdote in quanto Dio ma in quanto uomo, era però insieme
sacerdote e Dio. Per cui nel Concilio di Efeso si legge: "Se uno
dice che Pontefice nostro e Apostolo non è lo stesso Verbo che
procede da Dio, ma un altro uomo nato da donna e distinto dal
Verbo, sia scomunicato". In quanto dunque la sua umanità
operava in virtù della divinità, quel sacrificio era efficacissimo a
cancellare i peccati. In proposito scrive S. Agostino: "Poiché in ogni
sacrificio si considerano quattro cose: a chi si offre, da chi si
offre, che cosa si offre, per chi si offre, l'unico e vero mediatore
nel sacrificio pacifico con il quale ci ha riconciliati con Dio, è
stato una stessa cosa con Dio a cui l'offriva, facendo di coloro
per i quali lo offriva una stessa cosa con sé, essendo lui stesso
l'offerente e lui stesso la vittima che offriva".
2. I peccati nella nuova legge non vengono ricordati per
l'inefficacia del sacerdozio di Cristo, quasi che esso non li abbia
sufficientemente espiati, ma vengono ricordati o per coloro che non
vogliono partecipare a quel sacrificio, come gli infedeli per i quali
preghiamo che si convertano dai loro peccati; oppure per coloro
che dopo aver partecipato a questo sacrificio se ne allontanano in
qualsiasi maniera con il peccato.
Il sacrificio poi, che si offre ogni giorno nella Chiesa, non è
diverso dal sacrificio che ha offerto Cristo stesso, ma è la sua
commemorazione. Per cui dice S. Agostino: "Cristo è insieme
sacerdote offerente e vittima: di ciò ha voluto che fosse simbolo
quotidiano il sacrificio della Chiesa".
3. Come osserva Origene, sebbene si offrissero nell'antica legge
diversi animali, tuttavia il sacrificio quotidiano che s'immolava
mattina e sera era un agnello, come si legge nella Scrittura. Questo
significava che l'immolazione dell'agnello, cioè di Cristo, sarebbe
stata il sacrificio che avrebbe assorbito tutti gli altri. Tale è il
senso delle parole di S. Giovanni: "Ecco l'agnello di Dio, ecco
colui che toglie i peccati del mondo".
ARTICOLO 4
Se gli effetti del sacerdozio di Cristo riguardino non solo gli altri
ma anche lui stesso
SEMBRA che gli effetti del sacerdozio di Cristo non riguardino
soltanto gli altri, ma anche lui stesso. Infatti:
1. È ufficio del sacerdote pregare per il popolo, come si legge
nella Scrittura: "Mentre si consumava il sacrificio, i sacerdoti
pregavano". Ora, Cristo non ha pregato solo per gli altri, ma, anche
per se stesso, come si è detto sopra e come espressamente ricorda
S. Paolo: "Nei giorni della sua carne offrì preghiere e suppliche
a colui che poteva salvarlo da morte, insieme a grida e lacrime".
Dunque il sacerdozio di Cristo ebbe effetto non solo per gli altri,
ma anche per lui stesso.
2. Cristo
offrì il sacrificio di se stesso nella sua passione. Ma
con la sua passione non meritò soltanto per gli altri, bensì anche per sé, come si è visto sopra. Dunque il sacerdozio di Cristo ebbe
efficacia non solo negli altri, ma anche in lui stesso.
3. Il sacerdozio dell'antica legge era figura del sacerdozio di
Cristo. Ma il sacerdote dell'antica legge offriva il sacrificio non
solo per gli altri, bensì anche per se stesso: si legge infatti nel
Levitico che "il pontefice entra nel santuario a pregare per sé,
per la sua casa e per tutta la comunità d'Israele". Dunque anche
il sacerdozio di Cristo ebbe effetto non soltanto negli altri, ma
anche in lui stesso.
IN CONTRARIO: Negli atti del Concilio di Efeso si legge:
"Se
qualcuno dice che Cristo ha offerto il sacrificio per sé e non
piuttosto per noi soltanto (perché non aveva bisogno del sacrificio
lui che non conosce il peccato), sia scomunicato". Ma l'ufficio
del sacerdote è principalmente quello d'offrire il sacrificio. Dunque
il sacerdozio di Cristo non ebbe effetto per lui stesso.
RISPONDO: Come si è detto, il sacerdote è l'intermediario tra
Dio e il popolo. Ora, ha bisogno di un intermediario presso Dio,
chi non può accostarsi a lui da se stesso: costui sottostà
all'efficacia del sacerdozio e ne riceve gli effetti. Ma questo non è il
caso di Cristo: dice infatti l'Apostolo che "egli si avvicina a Dio
da se stesso, sempre vivo a intercedere per noi". Perciò Cristo
non può ricevere in sé gli effetti del sacerdozio, ma piuttosto egli
li comunica agli altri. Infatti in ogni ordine di cose il primo agente
influisce senza nulla ricevere in quell'ordine: il sole, p. es., illumina
e non viene illuminato, il fuoco scalda e non viene scaldato.
Ebbene, Cristo è la fonte di ogni sacerdozio; perché quello dell'antica
legge ne era la figura, e quello della nuova legge agisce in suo
nome, secondo l'affermazione di S. Paolo: "Anch'io, se ho perdonato
qualcosa, l'ho fatto per riguardo a voi, in persona di Cristo".
A Cristo dunque non spetta ricevere gli effetti del sacerdozio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Sebbene la preghiera si addica
ai sacerdoti, non è il loro compito esclusivo, perché a tutti
spetta pregare per sé e per gli altri, come raccomanda S. Giacomo: "Pregate gli uni per gli altri, affinché siate salvi". E allora si
può dire che la preghiera fatta da Cristo per sé non era un atto
del suo sacerdozio.
Ma questa soluzione sembra inaccettabile, perché l'Apostolo dopo
aver detto: "Tu sei sacerdote in eterno secondo l'ordine di
Melchisedech", continua: "Nei giorni della sua carne offrì preghiere,
ecc.", e così l'orazione di Cristo sembra far parte del suo
sacerdozio. Diciamo allora che gli altri sacerdoti partecipano degli
effetti del proprio sacerdozio, non in quanto sacerdoti, ma in
quanto peccatori, come si dirà in seguito. Ora, Cristo era
assolutamente senza peccato, sebbene avesse "la somiglianza del peccato
nella carne", secondo l'espressione di S. Paolo. Non si può dunque
dire in senso assoluto che egli abbia partecipato agli effetti del
suo sacerdozio, ma solo in senso relativo, cioè per la passibilità
della sua carne. Di qui le parole significative dell'Apostolo: "Colui
che lo poteva salvare dalla morte".
2. Nel sacrificio di qualsiasi sacerdote si possono considerare due
cose: il sacrificio stesso che si offre, e la devozione dell'offerente.
Ora, effetto proprio del sacerdozio è quello che viene prodotto dal
sacrificio. Invece Cristo meritò per sé nella sua passione non in
forza del suo sacrificio espiatorio, ma per la devozione con la quale
umilmente e amorosamente sopportò la passione.
3. La figura non può essere uguale alla realtà. Perciò il
sacerdote dell'antica legge, in quanto figura, non poteva essere tanto
perfetto da non aver bisogno del sacrificio espiatorio. Cristo invece
non ne aveva bisogno. Dunque il paragone non regge. È quanto
dice l'Apostolo: "La legge costituisce sacerdoti uomini soggetti a
debolezze, mentre il patto succeduto alla legge ha costituito
sacerdote il Figlio che è perfetto in eterno".
ARTICOLO 5
Se il sacerdozio di Cristo duri in eterno
SEMBRA che il sacerdozio di Cristo non duri in eterno. Infatti:
1. Come si è detto, hanno bisogno degli effetti del sacerdozio
soltanto coloro che possono peccare, perché il sacrificio sacerdotale
può espiare i peccati. Ma questo non durerà per sempre. Perché
nei santi non ci sarà più alcuna debolezza, secondo le parole d'Isaia: "Il tuo sarà un popolo tutto di giusti", e per i peccatori non ci
sarà più remissione, "non essendoci redenzione nell'inferno".
Dunque il sacerdozio di Cristo non sarà eterno.
2. Il sacerdozio di Cristo ebbe la sua massima manifestazione
nella sua passione e morte, quando "con il proprio sangue entrò
nel Santo", come si esprime S. Paolo. Ma la passione e la morte
di Cristo, com'egli dice, non saranno per sempre: "Cristo, risorto
dai morti, non muore più". Dunque il sacerdozio di Cristo non è
eterno.
3. Cristo è sacerdote non in quanto Dio ma in quanto uomo.
Ebbene, per un dato tempo Cristo non è stato uomo, cioè non lo
fu nel triduo della sua morte. Dunque il sacerdozio di Cristo non
è perpetuo.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge:
"Tu sei sacerdote in eterno".
RISPONDO: Nell'ufficio sacerdotale possiamo considerare due
cose: primo, la celebrazione stessa del sacrificio; secondo, il
risultato del sacrificio, che consiste nel conseguimento della sua finalità
da parte di coloro per i quali si offre. Ora, fine del sacrificio di
Cristo non furono i beni temporali ma quelli eterni, che noi
otteniamo per la sua morte, cosicché "Cristo è pontefice dei beni futuri"; e in ragione di questo si dice che è eterno il suo sacerdozio.
Tale risultato del sacrificio di Cristo era prefigurato dal fatto che
il pontefice dell'antica legge una volta all'anno entrava nel Sancta
Sanctorum con il sangue di un capro e di un vitello, ma, come
si legge nel Levitico, dopo averli immolati fuori, non nello stesso
Sancta Sanctorum. Similmente Cristo entrò nel Sancta Sanctorum,
cioè in cielo, e aprì a noi la via per entrarci con la virtù
del suo sangue che versò per noi sulla terra.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I santi del cielo non avranno
più bisogno d'ottenere il perdono per il sacerdozio di Cristo, ma,
puri ormai, avranno bisogno di Cristo per essere nella perfezione,
perché da lui dipende la loro gloria, come dice il testo sacro: "La chiarità di Dio la illumina", la città dei santi,
"e sua lucerna
è l'Agnello".
2
e 3. Sebbene la passione e la morte di Cristo non debba più
ripetersi, tuttavia la virtù di tale sacrificio dura in eterno, perché,
come dice S. Paolo, "con un solo sacrificio ha reso perfetti in
eterno i santificati". - Così è risolta anche la terza difficoltà.
L'unità poi del sacrificio di Cristo era figurata nell'antica legge
dal fatto che il pontefice entrava nel santuario per la solenne
offerta del sangue una volta all'anno soltanto, come si legge nel
Levitico. Ma la figura rimaneva al di sotto della realtà, in quanto
il sacrificio antico non aveva efficacia perpetua e quindi ogni anno
doveva essere ripetuto.
ARTICOLO 6
Se il sacerdozio di Cristo sia stato secondo l'ordine di Melchisedech
SEMBRA che il sacerdozio di Cristo non sia stato secondo l'ordine
di Melchisedech. Infatti:
1. Cristo è la fonte d'ogni sacerdozio, perché è il sacerdote
principale. Ora, non è la cosa principale che si regola sulle secondarie,
ma all'inverso. Dunque Cristo non si deve dire sacerdote secondo
l'ordine di Melchisedech.
2. Il sacerdozio dell'antica legge era più vicino al sacerdozio di
Cristo che non il sacerdozio dei tempi anteriori alla legge. Ma
i sacramenti tanto meglio simboleggiavano Cristo, quanto più erano
vicini a lui, come risulta dalla Seconda Parte. Dunque il
sacerdozio di Cristo dovrebbe denominarsi secondo il sacerdozio legale,
piuttosto che secondo il sacerdozio di Melchisedech, che è anteriore
alla legge.
3. La Scrittura descrive Melchisedech in termini che si appropriano
soltanto al Figlio di Dio: "Re di pace, senza padre, senza
madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita".
Dunque non si deve dire che Cristo è sacerdote secondo l'ordine
di Melchisedech, come se l'ordine fosse di un altro, ma secondo
un ordine riservato a lui solo.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge:
"Tu sei sacerdote in eterno
secondo l'ordine di Melchisedech".
RISPONDO: Come si è detto precedentemente, il sacerdozio legale
era figura del sacerdozio di Cristo, non una figura adeguata ma
molto lontana dalla realtà, sia perché il sacerdozio legale non
rimetteva i peccati, sia perché non era eterno come quello di Cristo.
Ora, questa superiorità del sacerdozio di Cristo sul sacerdozio
levitico fu simboleggiata dal sacerdozio di Melchisedech, il quale
ebbe le decime addirittura da Abramo e in Abramo le ricevette
in qualche modo dallo stesso sacerdozio levitico. Perciò il
sacerdozio di Cristo si dice che è "secondo l'ordine di Melchisedech",
per sottolineare la superiorità del sacerdozio vero sul sacerdozio
figurale dell'antica legge.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cristo si dice sacerdote
secondo l'ordine di Melchisedech, non quasi si trattasse di un sacerdote
superiore, ma perché costui prefigurava la superiorità del sacerdozio
di Cristo su quello levitico.
2. Nel sacerdozio di Cristo si possono considerare due cose:
l'immolazione di Cristo e la partecipazione ad essa. Quanto
all'immolazione, era meglio prefigurato il sacerdozio di Cristo dal
sacerdozio legale cruento che non da quello incruento di Melchisedech.
Ma quanto alla partecipazione di questo sacrificio e ai suoi effetti,
che è il punto in cui più eccelle il sacerdozio di Cristo su quello
legale, era meglio prefigurato dal sacerdozio di Melchisedech, che offrì pane e vino, simboli, come dice S. Agostino, dell'unità della
Chiesa, che deriva dalla partecipazione al sacrificio di Cristo. Per
questo anche nella nuova legge il sacrificio vero di Cristo si
comunica ai fedeli sotto le specie del pane e del vino.
3. Melchisedech si dice
"senza padre, senza madre, senza genealogia,
senza principio di giorni e senza fine", non perché ne fosse
privo, ma perché la S. Scrittura non riferisce questi particolari.
E anche per questo, come osserva l'Apostolo nello stesso testo, "rassomiglia al Figlio di Dio", che in terra è senza padre, in cielo
senza madre e senza genealogia, secondo le parole d'Isaia: "Chi
può dire la sua generazione?", e per la sua divinità non ha né
principio né fine di giorni.
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