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Questione
2
L'unione del Verbo Incarnato con la natura umana
Dobbiamo ora considerare in che modo il Verbo si è unito alla
natura umana. Primo, esamineremo l'unione in se stessa; secondo,
l'unione rispetto alla persona assumente; terzo, rispetto
alla natura assunta.
Sul primo argomento si pongono dodici quesiti: 1. Se l'unione
del Verbo Incarnato sia avvenuta in unità di natura; 2. Se sia
avvenuta in unità di persona; 3. Se sia avvenuta in unità di supposito
o d'ipostasi; 4. Se dopo l'incarnazione la persona, o ipostasi
di Cristo risulti composta; 5. Se in Cristo ci sia unione
d'anima e corpo; 6. Se la natura umana sia stata unita al Verbo
accidentalmente; 7. Se l'unione in se stessa sia qualcosa di creato;
8. Se equivalga all'assunzione; 9. Se sia la massima delle unioni;
10. Se l'unione delle due nature in Cristo sia avvenuta per opera
della grazia; 11. Se sia stata meritata in qualche modo; 12. Se
la grazia dell'unione ipostatica fosse naturale per l'umanità di Cristo.
ARTICOLO
1
Se l'unione del Verbo Incarnato sia
avvenuta in unità di natura
SEMBRA che l'unione comporti unità di natura nel Verbo Incarnato.
Infatti:
1. S. Cirillo, citato negli atti del Concilio di Calcedonia, dice:
"Non dobbiamo pensare a due nature, ma a una sola natura incarnata
del Verbo di Dio". Ciò non sarebbe possibile, se non
ci fosse unità di natura. Dunque l'unione del Verbo è avvenuta
in unità di natura.
2. S. Atanasio afferma:
"Come l'anima razionale e la carne si
uniscono a costituire la natura umana, così Dio e l'uomo si uniscono
a costituire un'unica natura". Dunque l'unione è avvenuta
in unità di natura.
3. Non possiamo qualificare una natura da un'altra, se in qualche
modo ambedue non subiscono una trasformazione reciproca.
Ora, ciò avviene per le nature divina e umana in Cristo: infatti
S. Cirillo dice che la natura divina si è "incarnata" e S. Gregorio
Nazianzeno, riportato da S. Giovanni Damasceno, dice che la
natura umana si è "deificata". Dunque delle due nature se n'è
fatta una sola.
IN CONTRARIO: Il Concilio di Calcedonia ha definito:
"Professiamo
che l'unigenito Figlio di Dio, (incarnato) negli ultimi tempi,
è da riconoscersi di due nature, non confuse tra loro, non mutate,
non separate, non separabili: l'unione infatti non ha tolto la
loro diversità specifica". Perciò l'unione non è avvenuta in unità
di natura.
RISPONDO: Per chiarire la questione bisogna considerare il
concetto di natura. Il termine natura deriva da nascere. Perciò
prima si usò per indicare la generazione, la nascita o riproduzione
dei viventi: natura vale così quasi "nascitura". - Poi il termine
fu usato per indicare il principio della generazione. - Successivamente
passò a indicare qualunque principio intrinseco di mutazione,
perché il principio della generazione è intrinseco nei viventi:
in questo senso il Filosofo definisce la natura "principio del moto
immanente al soggetto essenzialmente e non accidentalmente". - Ora,
tale principio è o la forma o la materia. A volte, perciò natura
si dice la forma, a volte invece la materia. - Inoltre, poiché il
termine della generazione naturale è costituito nella cosa generata
dalla sua "essenza specifica, indicata dalla sua definizione", si
chiama natura la stessa essenza specifica. Sotto tale aspetto
Boezio ne dà questa definizione: "È natura la differenza specifica
che informa ciascuna cosa", che cioè completa la definizione della
sua specie. Noi ora dunque parliamo della natura in quanto
significa l'essenza o la quiddità della specie.
Ma intendendo in questo modo la natura, è impossibile che
l'unione nel Verbo Incarnato sia avvenuta in unità di natura. In
tre modi infatti da due o più cose può risultarne una sola. Primo,
da cose perfette che rimangono immutate. E ciò può avvenire
solo per quelle cose la cui forma, consiste nella disposizione, nell'ordine
o nella figura: da molte pietre, p. es., accumulate a
caso nasce un mucchio, disponendo invece pietre e assi con un
determinato ordine o figura si fa una casa. In questa maniera
alcuni hanno inteso l'incarnazione: o come semplice addizione o
come coordinazione delle due nature.
Ma ciò è inammissibile. Primo, perché disposizione, ordine e
figura possono costituire forme accidentali e non sostanziali. Ne
seguirebbe allora che l'incarnazione non è un'unione sostanziale,
ma accidentale: proprio quello che poi dimostreremo falso. - Secondo,
perché da tale combinazione non risulta un'unità sostanziale,
ma accidentale: le cose di fatto rimarrebbero distinte. - Terzo,
perché tale forma non costituisce natura, ma arte: come la
forma di una casa. E così in Cristo non si costituirebbe un'unica
natura, com'essi vorrebbero.
Secondo, (un'unica natura può risultare) da cose perfette, ma
trasmutate: come un composto dai suoi elementi. Così per alcuni
sarebbe avvenuta l'incarnazione: come composizione di elementi.
Ma ciò è inammissibile. Primo, perché la natura divina esclude
qualsiasi mutamento, come si è detto nella Prima Parte. Perciò
né essa può cambiarsi in altra cosa, essendo incorruttibile; né altre
cose in essa, non essendo riproducibile. - Secondo, perché un
corpo composto non è della stessa specie di nessuno dei componenti: la carne
p. es. differisce specificamente da ciascuno dei
suoi elementi. Stando a ciò, Cristo non sarebbe della stessa natura
né del Padre né della madre. - Terzo, perché è impossibile
la combinazione tra cose troppo distanti: infatti la più debole si
sperde nell'altra, come una goccia d'acqua in un'anfora di vino.
Nel caso nostro, unendo la natura umana alla natura divina che
la supera all'infinito, non si avrà una composizione, ma rimarrà
soltanto la natura divina.
Terzo, (potrebbe risultare) da cose non trasmutate, ma imperfette: cioè
come l'uomo dall'insieme di anima e di corpo, oppure
dal complesso delle sue membra.
Ma questo non si può dire del mistero dell'incarnazione. Primo,
perché tanto l'una che l'altra natura, divina e umana, è perfetta
nel suo ordine. - Secondo, perché le nature, divina e umana, non
possono comporsi insieme quali parti quantitative di un tutto,
come le membra costituiscono un corpo, essendo immateriale la
natura divina. Neppure in rapporto di forma e di materia, perché
la natura divina non può essere forma di alcuna cosa, tanto meno
se è materiale. Ne seguirebbe anche che la specie costituita da
siffatta unione sarebbe comunicabile a più individui, cosicché
potrebbero esserci molti Cristi. - Terzo, perché Cristo non sarebbe
né di natura umana né di natura divina, perché come nota Aristotele,
la differenza aggiunta cambia la specie, come ogni unità
cambia il numero.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il testo di S. Cirillo viene
spiegato nel Quinto Concilio (ecumenico) in questo modo: "Se
qualcuno, affermando nel Verbo di Dio incarnato una sola natura,
non la intende come hanno insegnato i Padri, cioè che della natura
divina e della natura umana, unite insieme secondo la sussistenza
(è stato fatto un solo Cristo), ma vuole con tali parole introdurre
in Cristo una natura o sostanza mista di divinità e di carne, costui
sia scomunicato". Il senso non è dunque che di due nature sia
stata fatta una sola natura nell'incarnazione, ma che dall'unione
della carne umana con la natura del Verbo di Dio è risultata una
sola persona.
2. Dall'unione dell'anima con il corpo nasce in noi una duplice
unità: di natura e di persona. Nasce l'unità di natura, in quanto
l'anima si unisce al corpo come sua forma e perfezione, così da
risultare una sola natura, come da atto e potenza o da materia e
forma. Questo aspetto del paragone non è applicabile all'incarnazione,
perché la natura divina non può essere forma di un corpo,
come si è dimostrato nella Prima Parte. L'unità di persona invece
risulta dal fatto che è uno solo a sussistere in carne e anima. Questo è
l'aspetto applicabile del paragone: uno infatti, Cristo, sussiste
in natura divina e umana.
3. Come spiega il Damasceno, la natura divina si dice incarnata,
perché si è unita alla carne in unità di persona, non perché si
sia cambiata in carne. Così pure la carne si dice deificata non
per mutazione, ma per l'unione col Verbo, rimanendo intatte le
sue proprietà: carne deificata significa che è divenuta carne del
Verbo divino, non che è diventata Dio.
ARTICOLO
2
Se nel Verbo Incarnato l'unione sia avvenuta in unità di persona
SEMBRA che nel Verbo Incarnato l'unione non sia avvenuta in
unità di persona. Infatti:
1. La persona in Dio non è nulla di diverso dalla sua natura,
come è stato detto nella Prima Parte. Se dunque l'unione non
è avvenuta in unità di natura, non è avvenuta neppure in unità
di persona.
2. La natura umana non ha in Cristo meno dignità che in noi.
Ma personalità implica dignità, come si è detto nella Prima
Parte. Perciò, dato che la natura umana possiede in noi la
propria personalità, tanto più la deve possedere in Cristo.
3. Secondo Boezio,
"la persona è una sostanza individua di
natura razionale". Ma il Verbo di Dio ha assunto una natura
umana individua: infatti "la natura universale non sussiste, ma
è astratta", come dice il Damasceno. Quindi la natura umana
(di Cristo) ha la sua personalità. L'unione dunque non è avvenuta
in unità di persona.
IN CONTRARIO: Il Concilio di Calcedonia dichiara:
"Professiamo
un solo e medesimo Figlio unigenito, nostro Signore Gesù
Cristo, non distinto o diviso in due persone". L'unione dunque
del Verbo (con la carne) è avvenuta in unità di persona.
RISPONDO: Persona ha un significato diverso da quello di
natura. Infatti natura significa "l'essenza specifica espressa dalla
definizione". Ora, se l'essenza specifica esistesse da sola senza
alcunché di aggiunto, non ci sarebbe bisogno di distinguere la
natura dal supposito della natura, che è un individuo sussistente
di essa, perché ogni individuo sussistente in una natura si identificherebbe
con la sua natura. Invece in alcune cose sussistenti
si riscontrano aspetti che non appartengono alla natura specifica:
gli accidenti cioè e i principi individuanti, come appare evidentissimo
negli esseri composti di materia e forma. In essi perciò
natura e supposito differiscono anche realmente, non come cose
separate, ma perché il supposito implica la natura specifica e le
altre proprietà non specificanti. Conseguentemente il supposito è
il tutto che possiede la natura specifica come sua parte formale e
perfettiva. Per questo nelle cose composte di materia e forma la
natura non si può predicare del supposito: non diciamo, p. es.,
che un uomo è l'umanità. Se però una cosa non possiede proprietà
distinte dalla specie o natura, come Dio, allora supposito
e natura non si distinguono tra loro realmente, ma solo secondo
i nostri concetti: perché con il termine natura indichiamo l'essenza,
e con il termine supposito indichiamo il sussistente. Ora
quanto si è detto del supposito va inteso della persona nell'ambito
delle creature razionali o intellettuali; poiché la persona non è
altro che "una sostanza individua di natura razionale", secondo
la definizione di Boezio.
Concludendo, tutto ciò che si trova in una persona, ne costituisca
o no la natura, è unito ad essa in unità di persona. Se
dunque la natura umana non fosse unita al Verbo di Dio in unità
di persona, non gli sarebbe unita in nessun modo. Ma così si
eliminerebbe del tutto la fede dell'incarnazione: e ciò equivale
a distruggere tutto il cristianesimo. Poiché dunque il Verbo possiede
la natura umana come unita a sé, ma senza che faccia parte
della sua natura divina, ne consegue che l'incarnazione si è attuata
nel Verbo nell'unità della persona, e non nell'unità di natura.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene in Dio natura e persona
non siano realmente distinte, tuttavia non hanno per noi il
medesimo significato, come abbiamo detto, perché persona indica
la sussistenza. Ora, poiché la natura umana viene unita al Verbo
in modo da assumerne la sussistenza e non, al contrario, in modo
da aggiungere qualcosa alla natura del Verbo o da trasmutarla,
per questo l'incarnazione è stata fatta nell'unità di persona e
non nell'unità di natura.
2. La personalità in tanto dice dignità e perfezione di un soggetto
in quanto implica la sussistenza, e questo è espresso con
il termine persona. Ora, una cosa riceve maggiore dignità dal
sussistere in un ente superiore che dal sussistere per se stessa.
Proprio per questo la natura umana è più nobile in Cristo che
in noi, perché in noi, sussistendo per se stessa, ha la propria personalità,
ma in Cristo esiste nella persona del Verbo. Parimente
per una forma è ragione di dignità essere completiva della specie;
tuttavia la sensibilità è più nobile nell'uomo per la sua unione a
una forma più alta distintiva (della specie umana) di quello che
sia nei bruti, dove (la stessa sensibilità) è forma distintiva (della
specie).
3. Come dice il Damasceno,
"il Verbo di Dio non assunse la
natura umana universale, bensì una natura individua": altrimenti
ciascun uomo sarebbe il Verbo di Dio, come Cristo. Tuttavia
va ricordato che non ogni individuo di ordine sostanziale,
si tratti pure della natura razionale, costituisce persona, ma solo
l'individuo che esiste per sé, non già quello che sussiste in un
supposito più perfetto. Per questo la mano di Socrate, pur essendo
una parte individua, non è tuttavia persona, perché non
esiste per sé, ma in un essere più perfetto, che è quello del suo
tutto. E ciò si rileva anche dalla definizione di persona come "sostanza
individua": infatti la mano non è una sostanza completa,
ma parte di una sostanza. Dunque, sebbene la natura
umana (di Cristo) sia un individuo di ordine sostanziale, poiché
tuttavia non sussiste per sé ma in una individualità superiore,
cioè nella persona del Verbo, ne consegue che non possiede una
personalità propria. E perciò l'unione è avvenuta nell'unità di persona.
ARTICOLO
3
Se l'unione del Verbo Incarnato sia avvenuta in unità
di supposito o di ipostasi
SEMBRA che l'unione del Verbo Incarnato non sia avvenuta in
unità di supposito o di ipostasi. Infatti:
1. S. Agostino dice:
"Sostanza divina e sostanza umana, l'una
e l'altra cosa, è il medesimo e unico Figlio di Dio: ma l'una perché
Verbo, l'altra perché uomo". E il papa S. Leone: "L'una delle
due cose splende di miracoli, l'altra soccombe alle ingiurie". Ma
tutte le cose che si contrappongono (aliud et aliud), differiscono
come suppositi. Dunque nell'incarnazione del Verbo non c'è unità
di supposito.
2. L'ipostasi non è altro che
"una sostanza particolare", come
scrive Boezio. Ma è chiara in Cristo l'esistenza di un'altra sostanza
particolare, oltre l'ipostasi del Verbo: il corpo, l'anima e il loro
composto. Dunque in Cristo c'è un'altra ipostasi, oltre quella del Verbo.
3. L'ipostasi del Verbo non è compresa in nessun genere né
specie, come risulta dalla Prima Parte. Invece Cristo come uomo
è compreso nella specie umana: scrive infatti Dionigi che "nella
nostra natura è apparso colui che essenzialmente sorpassa ogni
ordine creato in ogni suo aspetto". Ma non è compresa nella specie
umana, se non una determinata ipostasi della medesima. Perciò
in Cristo c'è un'altra ipostasi, oltre quella del Verbo di Dio.
IN CONTRARIO: Il Damasceno ha scritto:
"Nel Signore nostro
Gesù Cristo riconosciamo due nature, ma una sola ipostasi".
RISPONDO: Alcuni, ignorando i rapporti tra ipostasi e persona,
sebbene concedessero in Cristo una sola persona, ammisero tuttavia
un'ipostasi divina e un'altra umana, quasi che l'unione
implicasse unità di persona, non di ipostasi. Il che è erroneo per
tre motivi. Primo, perché la persona non aggiunge all'ipostasi
se non la qualificazione della natura, cioè la razionalità, essendo
la persona, come dice Boezio, "sostanza individua di natura razionale".
Perciò attribuire una propria ipostasi alla natura umana
in Cristo è lo stesso che attribuirle una propria persona. Per
questo i santi Padri nel Quinto Concilio (ecumenico) celebrato presso
Costantinopoli, condannarono entrambe le asserzioni: "Se qualcuno
tenterà d'introdurre nel mistero di Cristo due sussistenze
o due persone, sia scomunicato, poiché la Trinità santa non ha
ricevuto una persona o una sussistenza di più per l'incarnazione
della persona divina del Verbo". Ma sussistenza è lo stesso che
realtà sussistente, ed è proprio dell'ipostasi esser tale, come
spiega Boezio.
Secondo, perché supposto che la persona aggiunga all'ipostasi
un elemento valido per l'unione, esso non sarebbe altro che una
dignità propria della persona, essendo questa definita da alcuni "una
ipostasi caratterizzata dalla dignità che le è propria (d'essere
intellettuale)". Se dunque l'incarnazione è unità di persona
e non d'ipostasi, ciò vuol dire che l'unione non è stata attuata se
non per un legame di dignità. Proprio quello che fu condannato
da S. Cirillo con l'approvazione del Concilio di Efeso: "Se qualcuno
nell'unico Cristo divide dopo l'incarnazione le sussistenze
dicendole unite solo nella dignità, nell'autorità o nella potenza e
non invece per unione fisica, costui sia scomunicato".
Terzo, perché soltanto all'ipostasi si attribuiscono le operazioni,
le proprietà naturali e tutte le cose che spettano alla natura in
concreto: diciamo infatti che quest'uomo ragiona, ride, è animale
ragionevole. Ed è per tale motivo che quest'uomo si dice supposito,
cioè in quanto si sub-pone a tutte le cose che sono proprie
dell'uomo ricevendone l'attribuzione. Se dunque ci fosse in Cristo
un'altra ipostasi oltre l'ipostasi del Verbo, ne conseguirebbe che
gli avvenimenti propri della natura umana, come essere nato dalla
Vergine, aver patito, essere stato crocifisso e sepolto, si sarebbero
compiuti in un soggetto diverso dal Verbo. Anche questo è stato
condannato nel Concilio di Efeso: "Se qualcuno attribuisce a due
persone o sussistenze le parole delle Scritture evangeliche e apostoliche
dette di Cristo o dagli agiografi o da lui stesso, e alcune
le applica a un uomo, inteso come distinto dal Verbo di Dio, altre
invece al solo Verbo del Padre perché degne di Dio, costui sia scomunicato".
Così dunque risulta che è un'eresia condannata da tempo ammettere
in Cristo due ipostasi o due suppositi, oppure negare che
l'incarnazione sia avvenuta nell'unità d'ipostasi o supposito. Nel
medesimo Concilio perciò si legge: "Se qualcuno non riconosce
che il Verbo di Dio Padre, unito alla carne secondo la sussistenza,
è con la sua carne un unico Cristo, cioè un unico uomo-Dio, sia scomunicato".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come una differenza accidentale
si esprime in latino con il pronome alter (altro, distinto), così
una differenza essenziale si esprime con il pronome aliud (altra cosa).
Ora, è certo che nelle creature una alterazione accidentale
può compiersi in una medesima ipostasi, perché essa può
accogliere diversi accidenti rimanendo numericamente identica;
non avviene invece tra le cose create che una cosa, rimanendo
numericamente la stessa, possa sussistere in essenze o nature
diverse. Perciò, come nelle cose create alter et alter non significano
diversità di suppositi ma solo diversità di forme accidentali, così
l'aliud et aliud in Cristo non comportano diversità di suppositi o
di ipostasi ma diversità di nature. Di qui le parole di S. Gregorio
Nazianzeno: "Le cose di cui è costituito il Salvatore sono aliud
et aliud, ma non alius et alius (cioè due soggetti diversi). Dico
aliud et aliud, al contrario di ciò che è vero della Trinità. In essa
infatti diciamo alius et alius, per non confondere le sussistenze
(o persone), ma non possiamo ammettere aliud et aliud".
2. Ipostasi significa sostanza particolare, non in qualsiasi modo,
ma considerata nella sua completezza, Ora, quando una tale
sostanza viene a far parte di un essere già completo, come avviene
per la mano o per il piede, non può dirsi ipostasi. Ugualmente
la natura umana in Cristo, sebbene sia una sostanza particolare,
tuttavia, perché viene a far parte di un essere completo, cioè del
Cristo totale in quanto Dio e uomo, non può dirsi ipostasi o
supposito, ma si chiama ipostasi o supposito quel tutto completo
di cui fa parte.
3. Anche nel mondo creato le singole cose si classificano in un
genere o in una specie non in ragione della loro individualità,
ma in ragione della loro natura che dipende dalla forma, mentre
l'individuazione dipende piuttosto dalla materia nelle cose composte.
Perciò diciamo che Cristo appartiene alla specie umana
in ragione della natura assunta, non in ragione della sua ipostasi.
ARTICOLO 4
Se la persona di Cristo sia composta
SEMBRA che la persona di Cristo non sia composta. Infatti:
1. La persona di Cristo, come abbiamo
visto, non è diversa
dalla persona o ipostasi del Verbo. Ma nel Verbo non differiscono
persona e natura, come abbiamo visto nella Prima Parte. Perciò,
essendo semplice la natura del Verbo, è impossibile che la persona
di Cristo sia composta.
2. Ogni composto risulta di parti. Ma la natura divina non può
essere parte, perché ogni parte è cosa imperfetta. È dunque
impossibile che la persona di Cristo sia composta di due nature.
3. Ogni composto è omogeneo con le sue parti: un corpo, p. es.,
è composto di corpi. Allora, se in Cristo c'è un composto risultante
dalle due nature, esso non sarà persona ma natura. E così
in Cristo ci sarà unità di natura, contrariamente a quanto abbiamo
dimostrato.
IN CONTRARIO: Il Damasceno ha scritto:
"In Cristo Gesù Signore
conosciamo due nature, ma una sola ipostasi composta da entrambe".
RISPONDO: La persona o ipostasi di Cristo si può considerare
sotto due aspetti. Primo, per quello che è in se stessa. E sotto
tale aspetto è assolutamente semplice, come la natura del Verbo. - Secondo,
nella sua funzione di persona o ipostasi che è di sussistere
in una determinata natura. E in questo senso la persona
di Cristo sussiste in due nature. Perciò, sebbene in lui sia uno
solo il soggetto sussistente, sono tuttavia due i modi di sussistenza.
Appunto per il fatto che sussiste in due nature, pur
essendo un unico sussistente, si dice che la sua persona è composta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È così risolta anche la prima
difficoltà.
2. Le due nature compongono la persona di Cristo non come
parti, ma come addendi; e in tal senso può dirsi composto come
ogni entità in cui confluiscono due elementi.
3. Non ogni composto è omogeneo con le sue parti, ma solo il
composto di parti continue. Un animale, per es., si compone
d'anima e di corpo, ma né l'una né l'altro sono animale.
ARTICOLO 5
Se in Cristo si sia attuata l'unione tra anima e corpo
SEMBRA che in Cristo non si sia attuata l'unione tra anima e
corpo. Infatti:
1. Dall'unione dell'anima con il corpo viene prodotta in noi
la persona o ipostasi umana. Se dunque in Cristo si unirono insieme
l'anima e il corpo, deve esserne risultata un'ipostasi. Ma
non l'ipostasi del Verbo, che è eterna. Dunque ci sarà in Cristo
un'altra persona o ipostasi al di fuori di quella del Verbo. E così
andiamo contro a quanto si è già detto.
2. L'unione tra anima e corpo costituisce la natura della specie
umana. Ma il Damasceno dice che "nel Signore nostro Gesù
Cristo non si trova la specie comune". In lui dunque non avvenne
l'unione tra l'anima e il corpo.
3. L'anima si unisce al corpo per poterlo vivificare. Ma il
corpo di Cristo poteva ricevere la vita dallo stesso Verbo di Dio,
fonte e principio di vita. In Cristo quindi non ci fu l'unione
d'anima e corpo.
IN CONTRARIO: Il corpo non si dice animato, se non per l'unione
con l'anima. Ma il corpo di Cristo è detto animato, come canta
la Chiesa: "Assumendo un corpo animato, si degnò nascere dalla Vergine". Dunque in Cristo ci fu l'unione dell'anima con il corpo.
RISPONDO: Cristo si dice uomo nel medesimo senso degli altri
uomini, in quanto appartiene alla medesima specie, secondo l'espressione
dell'Apostolo: "divenuto simile agli uomini". Ma la specie
umana esige che l'anima si unisca al corpo, perché la forma non
costituisce la specie se non attuando la materia, e questo è il
termine della generazione, con cui la natura tende alla specie.
Quindi è necessario dire che in Cristo l'anima si unì al corpo: il
contrario sarebbe eresia, perché negherebbe la verità della natura
umana di Cristo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Da questa difficoltà furono
mossi coloro che negarono in Cristo l'unione dell'anima con il
corpo, cioè per non essere costretti ad ammettere in Cristo una
nuova persona o ipostasi, vedendo che nei puri uomini per l'unione
dell'anima con il corpo si costituisce la persona. Ma ciò avviene
nei puri uomini, perché in essi anima e corpo si congiungono per
esistere di esistenza propria. In Cristo invece anima e corpo si
uniscono per aderire a un soggetto superiore, che sussiste nella
natura da essi composta. Per questo dall'unione dell'anima e del
corpo non si costituisce in Cristo una nuova ipostasi o persona,
ma il composto medesimo aderisce a una persona o ipostasi preesistente.
Né per questo l'unione tra anima e corpo è in Cristo meno
efficace che in noi. Il congiungersi infatti di una cosa a un ente
più nobile non menoma di per sé la sua attività o dignità, ma
l'accresce: l'anima sensitiva, p. es., negli animali costituisce la
specie perché è l'ultima forma, non così negli uomini, sebbene in
questi sia più nobile e più attiva, precisamente per l'aggiunta
dell'ulteriore e più alta perfezione dell'anima razionale, come si è
detto anche sopra.
2. L'affermazione del Damasceno può intendersi in due modi.
Primo, riferendola alla natura umana. Essa in verità si presenta
come specie comune non in quanto la si considera in un determinato
individuo, ma in quanto è astratta da ogni individuo nella
nuda contemplazione, o in quanto si trova in tutti gli individui.
Ora, il Figlio di Dio non ha assunto la natura umana così come
essa è nella sola considerazione mentale, perché allora non avrebbe
assunto la realtà stessa della natura umana. A meno che la
natura umana non si giudichi un'idea separata, come l'uomo senza
materia ammesso dai Platonici. Ma allora il Figlio di Dio non
avrebbe assunto la carne, contro la testimonianza evangelica: "Lo spirito
non ha carne e ossa, come vedete che ho io". - Ugualmente è
impossibile che il Figlio di Dio abbia assunto la natura
umana come è in tutti gli individui della nostra specie, perché
in tal caso avrebbe assunto tutti gli uomini. - Con lo stesso Damasceno
si conclude quindi che assunse la natura umana "al singolare" cioè individuale,
"però senza costituire un individuo,
nel senso di supposito o d'ipostasi, diverso dalla persona del
Figlio di Dio".
Secondo, la frase del Damasceno si può intendere senza riferirla
alla natura umana, come per negare che dall'unione dell'anima
col corpo nasce la natura umana comune; ma riferendola all'unione
delle due nature, divina e umana, per dire che essa non
dà come risultato un nuovo composto, che sarebbe comune e
quindi predicabile di molti individui. E questo è il senso del
passo citato. E ciò risulta dalle parole che seguono: "Difatti
non fu mai generato, né sarà generato un altro Cristo, composto
di divinità e di umanità, perfetto Dio nella sua divinità e perfetto
uomo nella sua umanità".
3. Nella vita fisica si possono riscontrare due principi. Il
primo è la causa efficiente. E in tal senso il Verbo di Dio è principio
d'ogni vita. Il secondo è il principio formale. Infatti, poiché,
a detta del Filosofo, "per i viventi vivere è esistere", come
ogni cosa esiste formalmente in virtù della sua forma, così il
corpo vive in virtù dell'anima. Ebbene, in questo secondo senso
il corpo di Cristo non poteva ricevere la vita dal Verbo, non potendo
questi essere forma di un corpo.
ARTICOLO 6
Se la natura umana sia stata
unita al Verbo di Dio accidentalmente
SEMBRA che la natura umana sia stata unita al Verbo di Dio
accidentalmente. Infatti:
1. Del Figlio di Dio l'Apostolo dice che
"fu riconosciuto uomo nell'abito". Ma l'abito è accidentale per colui che lo ha, tanto
come predicamento distinto, quanto come specie della qualità.
Dunque la natura umana fu unita al Figlio di Dio accidentalmente.
2. Quanto un ente acquista dopo aver raggiunto la sua completezza,
è accidentale: infatti chiamiamo accidente ciò che una
cosa può avere e non avere, senza cessare di essere quello che è.
Ma la natura umana si unì nel tempo al Figlio di Dio, che dall'eternità
aveva il suo essere perfetto. Dunque gli si unì accidentalmente.
3. Ciò che non appartiene alla natura o essenza di una cosa, è
per essa un accidente, perché le cose sono o sostanze o accidenti.
Ma la natura umana non appartiene all'essenza o natura divina
del Figlio di Dio, non essendosi compiuta l'unione in unità di
natura, come si è detto sopra. Quindi la natura umana si deve
essere unita al Figlio di Dio accidentalmente.
4. Lo strumento si unisce accidentalmente (alla causa principale).
Ma la natura umana era in Cristo strumento della divinità,
come si esprime il Damasceno, dicendo che "la carne di Cristo fa
da strumento alla divinità". Dunque la natura umana è stata
unita accidentalmente al Figlio di Dio.
IN CONTRARIO: Gli attributi accidentali non esprimono la sostanza,
ma la quantità, la qualità o altre modalità. Perciò se
la natura umana fosse unita a Cristo accidentalmente, dicendo
che egli è uomo non gli si attribuirebbe sostanza umana, ma una
qualità, o una quantità, o qualche altra modalità. E ciò è contro
una decretale del papa Alessandro III, il quale dice: "Essendo
Cristo perfetto Dio e perfetto uomo, con quale temerità osano
alcuni affermare che Cristo in quanto uomo non è sostanza?".
RISPONDO: Per risolvere il problema si deve ricordare che riguardo
al mistero dell'unione delle due nature in Cristo sono
sorte due eresie. Una è quella di coloro che confondono le nature,
come Eutiche e Dioscoro, i quali ritenevano che di due nature
se n'era fatta una sola; cosicché Cristo sarebbe composto "di
due nature", distinte prima dell'unione, ma non sarebbe "in due nature"; come se dopo l'unione la distinzione delle nature fosse cessata.
L'altra fu l'eresia di Nestorio e di Teodoro di Mopsuestia,
i quali distinguevano due persone. Altra, essi dicevano, è la persona
del Figlio di Dio e altra quella del figlio dell'uomo. Le quali
secondo loro sarebbero unite in questo modo: primo, per l'inabitazione,
in quanto cioè il Verbo di Dio abitava in quell'uomo
come in un tempio; secondo, "mediante un'unione affettiva", in
quanto cioè la volontà di tale uomo era sempre conforme alla
volontà di Dio; terzo, nelle operazioni, in quanto quell'uomo
sarebbe stato lo strumento del Verbo di Dio; quarto, per comunanza
d'onore: ogni onore che si rende al Figlio di Dio si comunica
al figlio dell'uomo per la sua unione con il Figlio di Dio;
quinto, per trasposizione di nomi, in quanto diciamo che quell'uomo è Dio
e Figlio di Dio. Ora, è chiaro che questi modi importano
tutti un'unione accidentale.
In queste eresie sono poi caduti per ignoranza alcuni maestri
posteriori, nel tentativo di evitarle. Alcuni di essi ammettevano
una sola persona in Cristo, ma due ipostasi o due suppositi, dicendo
che un uomo composto d'anima e di corpo fu assunto dal
Verbo di Dio fin dal primo momento della sua concezione. È
questa la prima sentenza che il Maestro pone nella sesta distinzione
del Terzo Libro delle Sentenze. - Altri poi, volendo salvare
l'unità di persona, dicevano che l'anima di Cristo non era stata
unita al suo corpo, ma ambedue, l'una separatamente dall'altro,
sarebbero uniti accidentalmente al Verbo, così da non moltiplicare
le persone. Questa è la terza sentenza che riferisce il Maestro.
Ma tutte e due queste opinioni cadono nell'eresia di Nestorio.
La prima, perché ammettere in Cristo due ipostasi o due suppositi
è lo stesso che ammettere due persone, come si è detto sopra.
E se si volesse far forza sul termine persona, si deve ricordare
che anche Nestorio parlava di unità di persona nel senso di un'unione
nella dignità e nell'onore. Perciò il Quinto Concilio (ecumenico) scomunica
chi dice "una sola persona secondo la dignità,
l'onore e l'adorazione, come vaneggiando scrissero Teodoro e
Nestorio". - L'altra opinione poi cade nell'errore di Nestorio,
perché ammette un'unione accidentale. Non c'è infatti differenza
tra dire con Nestorio che il Verbo di Dio si unì all'uomo Cristo
abitando in lui come nel suo tempio, e dire con la terza sentenza
che il Verbo s'unì all'uomo rivestendosene come di un indumento.
Anzi peggio di Nestorio afferma che l'anima e il corpo non sarebbero uniti.
Ma la fede cattolica, tenendo la via di mezzo tra le suddette posizioni,
non dice né che l'unione di Dio e dell'uomo si è fatta nell'essenza
o natura né che si è fatta in un modo accidentale;
bensì in un modo intermedio, secondo la sussistenza o ipostasi.
Perciò nel Quinto Concilio (ecumenico) si legge: "Nella molteplicità
dei sensi in cui s'intende l'unità, coloro che seguono l'eresia
di Apollinare e di Eutiche, volendo la distruzione delle cose che
si sono unite insieme", cioè col sopprimere ambedue le nature, "parlano di unità di mescolanza; invece i seguaci di Teodoro e
di Nestorio, parteggiando per la divisione, inventano l'unità affettiva;
al contrario la Chiesa santa di Dio, respingendo l'una e
l'altra eresia, professa l'unione del Verbo di Dio con la carne
per composizione, cioè secondo la sussistenza".
Di conseguenza la seconda delle tre opinioni esposte dal Maestro,
quella che ammette una sola ipostasi nell'uomo-Dio, non è
un'opinione, ma la dottrina della fede cattolica. Come pure la
prima opinione che ammette due ipostasi e la terza che sostiene
un'unione accidentale non sono opinioni, ma eresie condannate dalla Chiesa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Diciamo con il Damasceno
"non essere necessario che gli esempi quadrino alla perfezione,
altrimenti sono identici e non simili. Soprattutto poi nelle cose
di Dio: è infatti impossibile trovare esempi di tal sorta, sia in Teologia", trattando cioè della divinità delle Persone,
"sia nell'Economia",
redentiva, cioè nel mistero dell'incarnazione. Perciò
la natura umana è paragonata in Cristo a un abito, cioè a un
vestito, non certo quanto all'unione accidentale, ma perché il
Verbo è reso visibile dalla natura umana come l'uomo dal vestito.
E anche perché come nel confezionare un vestito su misura è la
stoffa che subisce delle modifiche e non chi lo indossa, così la
natura umana assunta dal Verbo è stata nobilitata, mentre il
Verbo non si è cambiato, come nota S. Agostino.
2. Ciò che sopravviene a un ente già completo, è accidentale,
a meno che non gli comunichi il proprio essere. Così nella risurrezione
il corpo s'unirà all'anima preesistente, ma non in maniera
accidentale; perché gli verrà comunicato l'essere dell'anima stessa,
venendo a ricevere la vita dall'anima. Ciò invece non accade per
la bianchezza, poiché il suo essere è diverso da quello dell'uomo
che la riceve. Ora, il Verbo di Dio aveva il suo essere completo
come ipostasi o persona da tutta l'eternità, ma nel tempo gli si
è aggiunta la natura umana, la quale non è stata assunta dal Verbo
a condividere l'essere della sua natura, come il corpo che lo riceve
dall'anima, ma l'essere dell'ipostasi o persona. Perciò la natura
umana non è unita al Figlio di Dio in modo accidentale.
3. L'accidente si contrappone alla sostanza. Ma sostanza ha
un doppio significato, come risulta da Aristotele: uno di essenza
o natura, l'altro di supposito o ipostasi. Quindi per non avere
un'unione accidentale basta che l'unione sia avvenuta nell'ipostasi,
sebbene non sia avvenuta nella natura.
4. Lo strumento come tale, p. es., una scure o una spada, non
è parte dell'ipostasi di chi lo adopera, ma nulla impedisce che
adoperiamo quali strumenti anche parti della nostra ipostasi,
come il corpo umano o le sue membra. Nestorio invece diceva
che la natura umana è stata assunta dal Verbo soltanto come
strumento e non nell'unità dell'ipostasi. Perciò non ammetteva
che quell'uomo fosse veramente Figlio di Dio, ma solo suo strumento.
In opposizione a questo S. Cirillo asserisce: "La Scrittura
presenta l'Emanuele", cioè il Cristo, "non come un uomo preso
a strumento, ma come Dio veramente umanato", cioè fatto uomo.
Il Damasceno poi ha detto che la natura umana è in Cristo come
strumento congiunto ipostaticamente (al Verbo).
ARTICOLO
7
Se l'unione della natura divina con l'umana sia qualche cosa di creato
SEMBRA che l'unione della natura divina con l'umana non sia
qualche cosa di creato. Infatti:
1. In Dio nulla può esserci di creato, perché tutto ciò che è
in Dio, è Dio. Ma l'unione è in Dio, essendo Dio stesso unito
alla natura umana. L'unione dunque non è qualcosa di creato.
2. Di ciascuna cosa conta soprattutto il fine. Ma il termine
dell'unione è l'ipostasi o persona divina, alla quale si è unita
la natura umana. Perciò l'unione va giudicata principalmente
secondo ciò che conviene all'ipostasi divina. Ma questa non è
qualcosa di creato. Dunque non lo è neppure l'unione stessa.
3. La causa è superiore all'effetto. Ma Cristo come uomo si
dice Creatore a causa dell'unione. Dunque meno che mai può
essere qualcosa di creato l'unione stessa, che deve invece identificarsi
col Creatore.
IN CONTRARIO: È creato tutto ciò che comincia nel tempo. Ma
quell'unione non fu eterna, bensì s'iniziò nel tempo. È dunque
qualcosa di creato.
RISPONDO: L'unione di cui parliamo è una relazione tra la
natura divina e l'umana, in quanto sono unite nella medesima
persona del Figlio di Dio. Ora, come si è detto nella Prima Parte,
ogni relazione che sorge tra Dio e una creatura è reale nella creatura,
perché nasce da un cambiamento della creatura, in Dio
invece non ha entità reale ma solo di ragione, perché non deriva
da un cambiamento di Dio. Perciò l'unione di cui parliamo non
si trova in Dio realmente ma solo concettualmente; al contrario
nella natura umana, che è una creatura, si trova realmente. Quindi
è necessario dire che essa è qualcosa di creato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'unione in parola non è in
Dio realmente, ma solo secondo il nostro modo di pensare: si dice
infatti che Dio si è unito alla creatura, in quanto la creatura è
stata unita a lui, senza mutamento di Dio.
2. La relazione, come il movimento, prende la specie dal suo
termine e l'esistenza dal soggetto cui inerisce. E poiché l'unione
in parola non esiste realmente se non nella natura creata, come
si è detto, ne segue che ha un'esistenza creata.
3. L'uomo (in Cristo) si dice ed è Dio a causa dell'unione, in
quanto essa termina all'ipostasi divina. Tuttavia non ne segue
che l'unione stessa sia il Creatore o Dio, perché la creaturalità
riguarda l'esistenza della relazione piuttosto che la sua specificazione.
ARTICOLO
8
Se unione e assunzione siano la stessa cosa
SEMBRA che unione e assunzione siano la stessa cosa. Infatti:
1. Le relazioni, come i movimenti, prendono la specie dal loro
termine. Ma uno stesso è il termine dell'assunzione e dell'unione,
cioè l'ipostasi divina. Dunque unione e assunzione non differiscono tra loro.
2. Nel mistero dell'incarnazione una medesima persona unisce
e assume, e una medesima natura viene unita e assunta. Ma
unione e assunzione sono conseguenti all'azione di chi unisce e
alla passione di chi viene unito o assunto. Dunque unione e assunzione
sono la stessa cosa.
3. Il Damasceno afferma:
"Altro è unione, altro è incarnazione.
L'unione infatti denota soltanto un congiungimento, ma non ancora il suo termine. L'incarnazione invece e l'umanazione precisano
il termine dell'unione". Ma neppure la parola assunzione
esprime il termine d'unione. Dunque unione e assunzione sono
la stessa cosa.
IN CONTRARIO: La natura divina si dice unita, ma non può dirsi
assunta.
RISPONDO: L'unione importa, come si è detto, una relazione
tra la natura divina e l'umana, in quanto confluiscono in una sola
persona. Ma ogni relazione che si inizia nel tempo, nasce da un
mutamento. Ora, un mutamento richiede azione e passione. Ecco
dunque la prima e principale differenza tra unione e assunzione:
l'unione indica la relazione, l'assunzione invece indica l'azione di
chi assume, o la passione di chi è stato assunto.
Da questa differenza ne deriva una seconda. Assunzione infatti
è divenire, unione invece è un rapporto in atto. Perciò chi si
unisce a un'altra cosa risulta unito con essa; ma chi l'assume non
ne risulta assunto. Infatti la natura umana, se si esprime al concreto
col vocabolo uomo, può riferirsi all'ipostasi divina quale
termine della sua assunzione; ed è quindi giusto dire che il Figlio
di Dio è uomo, in quanto unisce a sé la natura umana. Considerata
invece in maniera astratta, la natura umana viene indicata
come cosa assunta: e allora non si può dire che il Figlio di Dio
è natura umana.
Una terza differenza che ne discende è che la relazione, specialmente
quella simmetrica, non si riferisce ai suoi termini in modi
diversi, mentre l'azione e la passione si riferiscono diversamente
all'agente, al paziente e ai diversi termini. Assunzione quindi sta
a indicare distintamente il termine di partenza e quello d'arrivo:
poiché assumere equivale ad se sumere (tirare a sé una cosa); la
parola unione invece non esprime queste precisazioni. Indifferentemente
quindi si dice che la natura umana si è unita alla natura
divina e viceversa. Invece non si può dire che la natura divina
è stata assunta da quella umana, ma viceversa, perché la natura
umana è stata aggiunta alla persona divina, in modo che la persona
divina sussista in essa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Unione e assunzione non
hanno rispetto al termine uno stesso rapporto, ma diverso, come
si è detto.
2. Le espressioni chi unisce e chi assume non sono perfettamente
identiche: infatti ogni persona che assume, unisce; ma
non viceversa. La persona del Padre, p. es., ha unito la natura
umana al Figlio, non a sé, e perciò si dice che ha fatto l'unione, non
l'assunzione. - Similmente non si identificano tra loro l'unito e l'assunto.
La natura divina infatti può dirsi unita, ma non assunta.
3. Il termine assunzione precisa quale sia il soggetto cui l'assumente
unisce la cosa assunta, poiché sta a indicare ad se sumptio (tirare a sé).
Al contrario i termini di incarnazione e di umanazione
precisano quale sia la cosa assunta, cioè la carne o la natura
umana. Perciò assunzione, unione, incarnazione e umanazione
differiscono tra loro concettualmente.
ARTICOLO
9
Se l'unione delle due nature sia la massima delle unioni
SEMBRA che l'unione delle due nature non sia la massima delle
unioni. Infatti:
1. Ciò che è unito, è meno unitario di ciò che è uno, perché
ciò che è unito, partecipa dell'unità, mentre ciò che è uno la
possiede per essenza. Ora, nel creato c'è qualcosa che possiede
l'unità in modo assoluto, come consta specialmente nell'unità
numerica. Dunque l'unione di cui parliamo non importa la massima unità.
2. Quanto più distano le cose che vengono unite, tanto minore
è la loro unione. Ma le realtà che nell'incarnazione vengono unite,
cioè la natura divina e la natura umana, distano al massimo,
perché distano all'infinito. Minima dunque è la loro unione.
3. L'unione fa l'unità. Ma in noi l'unione tra l'anima e il
corpo fa l'unità di persona e di natura, mentre l'unione tra la
natura divina e la natura umana (in Cristo) fa solo l'unità di persona.
Maggiore dunque è l'unione tra l'anima e il corpo che tra
la natura divina e l'umana. Perciò l'unione di cui parliamo non
importa la massima unità.
IN CONTRARIO: S. Agostino dice che
"l'uomo è nel Figlio più
che il Figlio nel Padre". Ma il Figlio è nel Padre per unità di
natura, mentre l'uomo è nel Figlio per l'unione dell'incarnazione.
Dunque l'unione dell'incarnazione è maggiore dell'unità dell'essenza divina.
Ma questa è l'unità suprema; perciò l'unione dell'incarnazione
implica la massima unità.
RISPONDO: Unione è congiungimento di più cose in una. Può
allora l'unione dell'incarnazione considerarsi sotto due aspetti:
o da parte delle cose che si uniscono, o da parte di ciò in cui si
uniscono. Sotto questo secondo aspetto l'incarnazione ha il primato
tra le altre unioni, perché è massima l'unità della persona
divina, in cui le due nature si uniscono. Tale primato invece non
esiste, se consideriamo le nature che vengono a unirsi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'unità della persona divina
è maggiore dell'unità numerica, di quella cioè da cui inizia la
numerazione. Infatti l'unità della persona divina è per sé sussistente,
non ricevuta per partecipazione dal di fuori; è anche in
sé completa, avendo tutto ciò che compete all'unità. Perciò non
può avere funzione di parte, come l'unità numerica che è parte
del numero e che si attribuisce alle cose numerate. Sotto questo
aspetto, dunque, cioè per l'unità della persona, l'unione dell'incarnazione
supera l'unità numerica. Non la supera invece da
parte della natura umana, la quale non è l'unità stessa della persona
divina, ma è soltanto unita ad essa.
2. L'argomento vale quanto alle nature unite, non quanto alla
persona in cui si è compiuta l'unione.
3. L'unità della persona divina è superiore all'unità umana di
persona e di natura. Perciò l'unione dell'incarnazione supera
l'unione in noi tra anima e corpo.
Tuttavia, poiché l'argomento in contrario suppone il falso, che
cioè l'unione dell'incarnazione sia maggiore dell'unità naturale
tra le persone divine, all'autorità di S. Agostino si deve rispondere
che la natura umana non è nel Figlio di Dio più che questi nel
Padre, ma molto meno; se mai è l'uomo che sotto un certo aspetto
si trova nel Figlio più che il Figlio nel Padre, in quanto cioè
in Cristo l'uomo e il Figlio di Dio sono un medesimo supposito,
mentre diversi sono i suppositi del Padre e del Figlio.
ARTICOLO
10
Se l'unione dell'incarnazione sia avvenuta mediante la grazia
SEMBRA che l'unione dell'incarnazione non sia avvenuta mediante
la grazia. Infatti:
1. La grazia è un accidente, come si è detto nella Seconda
Parte. Ma l'unione della natura umana con la divina non è avvenuta
mediante un accidente, come si è dimostrato sopra. Dunque
l'unione dell'incarnazione non si è fatta mediante la grazia.
2. Soggetto della grazia è l'anima. Ma, come dice S. Paolo,
"in Cristo
abita la pienezza della divinità corporalmente". Dunque
quell'unione non avvenne mediante la grazia.
3. Ogni santo si unisce a Dio con la grazia. Se dunque l'unione
dell'incarnazione avvenne in virtù della grazia, Cristo non sarebbe
Dio in modo diverso dagli altri uomini santi.
IN CONTRARIO: Dice S. Agostino che
"ciascun uomo all'inizio
della sua fede diviene cristiano in virtù della medesima grazia
per la quale dal primo momento della sua esistenza un uomo
divenne il Cristo". Ma quell'uomo divenne il Cristo unendosi alla
natura divina. Quell'unione dunque si compì mediante la grazia.
RISPONDO: Come si disse nella Seconda Parte, la grazia significa
due cose: anzitutto la stessa volontà di Dio che dona gratuitamente;
in secondo luogo lo stesso dono gratuito di Dio. Ora,
la natura umana ha bisogno della gratuita volontà di Dio per
essere elevata a lui, essendo ciò al di sopra delle sue forze. Ma
in due modi si eleva la natura umana a Dio. Primo, mediante
l'operazione, cioè con quella per cui i santi conoscono e amano
Dio. Secondo, mediante l'essere personale, e questo modo è proprio
di Cristo in cui la natura umana è stata portata ad appartenere
alla persona del Figlio di Dio. Ora, è chiaro che per avere
un'operazione perfetta si richiede che la potenza sia perfezionata
da un abito, mentre non si richiede un abito perché una natura
abbia l'essere nel suo supposito.
Perciò, se per grazia s'intende la stessa volontà di Dio in quanto
gratuitamente fa qualche cosa o mostra a qualcuno benevolenza
e approvazione, si dirà che l'incarnazione è avvenuta per grazia,
come l'unione dei santi con Dio nella conoscenza e nell'amore.
Se invece si chiama grazia lo stesso dono gratuito di Dio, allora
il fatto stesso dell'unione della natura umana con la persona divina
può dirsi grazia in quanto si è avverato senza preparazione di
meriti, non però nel senso che ci sia una grazia abituale che faccia
da mezzo per tale unione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La grazia come accidente è
un dono che comunica all'uomo una certa somiglianza con Dio.
Ma con l'incarnazione la natura umana non fu resa partecipe di
una somiglianza con la natura divina, bensì fu congiunta con la
stessa natura divina nella persona del Figlio. Ora, una realtà
in se stessa vale più di una sua immagine partecipata.
2. La grazia abituale risiede nell'anima, ma la grazia o il dono
gratuito di Dio che consiste nell'unione con la persona divina
spetta a tutta la natura umana, composta d'anima e di corpo.
In questo senso si dice che in Cristo abita corporalmente la pienezza
della divinità, perché la natura divina è unita non solo
all'anima ma anche al corpo.
Tuttavia si può intendere quel corporalmente nel senso di
"non
a guisa d'ombra", cioè non come era presente Dio nei sacramenti
dell'antica Legge, dei quali nello stesso testo si dice che erano "ombra delle cose future, mentre Cristo è il
corpo": contrapponendo
così corpo a ombra.
Alcuni anche spiegano quel corporalmente nel senso che la
divinità è in Cristo in tre modi, come tre sono le dimensioni di
un corpo: in un primo modo, per essenza, presenza e potenza
come nelle altre creature; in un secondo modo, mediante la grazia
santificante come nei santi; in un terzo modo, per l'unione personale,
che è propria di lui soltanto.
3. Ciò rende chiara la risposta alla terza difficoltà: cioè l'unione
dell'incarnazione non si compì solo in virtù della grazia abituale
come negli altri santi, ma secondo la sussistenza, o persona.
ARTICOLO
11
Se l'unione dell'incarnazione sia stata meritata
SEMBRA che l'unione dell'incarnazione sia stata meritata.
Infatti:
1. Le parole del Salmista,
"Sia sopra di noi la tua misericordia,
o Signore, perché noi la speriamo da te", vengono commentate così dalla Glossa: "Qui traspare nel Profeta il desiderio
dell'incarnazione e il merito per ottenerne il compimento". Dunque
l'incarnazione è oggetto di merito.
2. Chi merita una retribuzione, merita ciò che è indispensabile
per essa. Ma gli antichi Padri meritavano la vita eterna, cui però
non potevano giungere, se non in virtù dell'incarnazione; dice
infatti S. Gregorio: "Quelli che vennero in questo mondo prima
della nascita di Cristo, per quanta santità avessero, non potevano
essere accolti nella celeste patria appena usciti dal corpo, perché
non era ancora giunto colui che doveva collocare le anime dei
giusti nella sede eterna". Dunque meritarono l'incarnazione.
3. Della Vergine Santa si canta che
"meritò di portare il Signore
di tutti": e ciò avvenne con l'incarnazione. Dunque l'incarnazione è
oggetto di merito.
IN CONTRARIO: S. Agostino dice:
"Chi trovasse nel nostro Capo
dei meriti precedenti alla sua singolare generazione, cerchi pure
in noi sue membra dei meriti precedenti alla nostra comune rigenerazione". Ma a detta di S. Paolo nessun merito precede la
nostra rigenerazione: "Ci ha salvato non per le opere di giustizia
che potevamo aver fatto noi, ma per sua misericordia, mediante
il lavacro della rigenerazione". Dunque neppure la generazione
di Cristo fu preceduta da meriti.
RISPONDO: Quanto al Cristo stesso è chiaro, per le cose già
dette, che da parte sua nessun merito poté precedere l'unione.
Non diciamo infatti con Fotino che egli prima sia stato soltanto
uomo, meritando con una buona condotta di diventare in seguito
Figlio di Dio; ma affermiamo che quell'uomo fu veramente Figlio
di Dio dall'inizio della sua concezione, non avendo altra ipostasi
che il Figlio di Dio, secondo le parole del Vangelo: "L'essere
santo che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio". Perciò
ogni attività di quell'uomo è posteriore all'unione. Quindi nessuna
sua operazione poté meritare l'unione.
Ma neppure le opere di qualunque altro uomo poterono meritare
de condigno questa unione. Primo, perché le opere meritorie
dell'uomo hanno propriamente come scopo la beatitudine, che è "premio della virtù" e consiste nel pieno godimento di Dio. Ora,
l'incarnazione, essendo unione nell'essere personale, trascende
l'unione con Dio che lo spirito beato realizza nell'atto della sua
beatitudine. E così non può dipendere dal merito. - Secondo,
perché la grazia non può essere effetto del merito, dato che ne è
la causa. Tanto meno perciò è effetto del merito l'incarnazione,
che è causa della grazia, come afferma S. Giovanni: "Grazia e
verità sono state donate per Gesù Cristo". - Terzo, perché l'incarnazione è
rinnovatrice di tutta l'umanità. Per questo non
può essere meritata da nessun uomo singolo, non potendo la
bontà di un semplice uomo causare il bene di tutta la natura umana.
Nondimeno i santi Padri meritarono de congruo l'incarnazione
con i loro desideri e preghiere. Era infatti conveniente che Dio
esaudisse quelli che gli obbedivano.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Con ciò abbiamo anche risposto
alla prima difficoltà.
2. È falso che il merito si estenda a tutto ciò che è indispensabile
al premio. Ci sono infatti delle cose che non solo condizionano
il premio, ma che insieme fanno da presupposti del merito,
come la bontà di Dio, la sua grazia e la natura stessa dell'uomo.
Similmente il mistero dell'incarnazione è presupposto
del merito, perché "dalla pienezza di Cristo noi tutti abbiamo ricevuto", come dice S. Giovanni.
3. Si dice che la Vergine Santa meritò di portare il Signore
nostro Gesù Cristo, non perché meritò l'incarnazione di Dio, ma
perché con la grazia che le era stata concessa meritò tale grado
di purità e di santità, da poter essere degnamente madre di Dio.
ARTICOLO
12
Se la grazia dell'unione sia stata naturale per l'umanità di Cristo
SEMBRA che la grazia dell'unione non sia stata naturale per
l'umanità di Cristo. Infatti:
1. L'unione dell'incarnazione non è avvenuta nella natura ma
nella persona, come si è detto sopra. Ora, ogni cosa prende nome
dal suo termine. Dunque quella grazia deve dirsi personale piuttosto
che naturale.
2. La grazia si contrappone alla natura, come i doni gratuiti
di Dio si contrappongono ai doni naturali che derivano da un
principio intrinseco alle cose. Ma tra cose che si contrappongono
non c'è scambio di denominazione. In nessun modo perciò la
grazia dell'unione è naturale per Cristo.
3. Naturale si dice ciò che è secondo natura. Ma la grazia
dell'unione non è naturale per Cristo né secondo la natura divina,
perché allora si estenderebbe anche alle altre persone, né secondo
la natura umana, perché si estenderebbe a tutti gli uomini che
sono della sua medesima natura. Dunque in nessun modo la
grazia dell'unione è naturale per Cristo.
IN CONTRARIO: S. Agostino dice:
"Nell'incarnazione la grazia
divenne così naturale per Cristo da renderlo impeccabile".
RISPONDO: Secondo il Filosofo si dice natura sia la nascita,
sia l'essenza di una cosa. Perciò il termine naturale può significare
due cose. Anzitutto ciò che deriva solo dai principi essenziali: così è
naturale per il fuoco tendere in alto. In secondo
luogo si dice naturale per l'uomo ciò che possiede fin dalla nascita:
e in tal senso S. Paolo dice che "eravamo per natura figli d'ira",
e la Sapienza che "era cattiva la loro stirpe e naturale la loro malizia".
Perciò la grazia di Cristo, sia quella dell'unione, sia quella abituale,
non si può dire naturale nel senso che sia causata in lui
dai principi della natura umana, sebbene possa dirsi naturale
in quanto è causata nella sua natura umana dalla sua natura divina.
L'una e l'altra grazia poi si dicono naturali in Cristo nel
senso che le ebbe fin dalla nascita: la sua natura umana fin dal
primo momento della concezione fu unita alla persona divina e
la sua anima fu ricolma di grazia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene l'unione non sia
avvenuta nella natura, è stata causata però dalla natura divina
che è veramente natura di Cristo. Inoltre spetta a Cristo fin dal
primo istante della nascita.
2. Non si dice nello stesso senso che l'unione è una grazia e
qualcosa di naturale. Ma è grazia in quanto non dipende dal merito; è
invece naturale in quanto si compie nell'umanità di Cristo
fin dalla sua nascita in virtù della sua natura divina.
3. La grazia dell'unione è naturale per Cristo non da parte
della natura umana, come se fosse causata dai principi di quest'ultima.
E quindi non ne segue che si estenda a tutti gli uomini.
Gli è però naturale secondo la natura umana, data la singolarità
della sua nascita, essendo stato concepito per opera dello Spirito
Santo in modo tale che uno stesso soggetto fosse Figlio di Dio e
dell'uomo. Gli è poi naturale per la natura divina, in quanto tale
natura è principio attivo di questa grazia. Ché essere principio
attivo di questa grazia compete a tutta la Trinità.
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