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Questione 19
L'unità di Cristo in rapporto alle operazioni
Passiamo ora a trattare dell'unità di Cristo in rapporto alle sue
operazioni.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se in Cristo
divinità e umanità abbiano un'unica operazione; 2. Se in Cristo
ci siano più operazioni umane; 3. Se Cristo con le sue operazioni
umane abbia meritato per sé; 4. Se con esse abbia meritato per
noi.
ARTICOLO
1
Se in Cristo divinità e umanità abbiano un'unica operazione
SEMBRA che in Cristo divinità e umanità abbiano un'unica
operazione. Infatti:
1. Dionigi scrive:
"Si è fatta conoscere la misericordiosa operazione
divina nei nostri riguardi in questo, che il Verbo trascendente
ogni sostanza si è veramente e integralmente umanato, divenendo
come noi e prendendo da noi la natura umana, agendo e patendo
tutto come si addiceva alla sua operazione umano-divina"; e
nomina una sola operaziohe umano-divina, che in greco si dice
teandrica. C'è dunque in Cristo una sola operazione composta.
2. Agente principale e strumento compiono insieme una sola
operazione. Ma la natura umana era in Cristo strumento della
natura divina, come si è detto sopra. Dunque in Cristo la natura
divina e la natura umana hanno una stessa operazione.
3. Essendoci in Cristo due nature in una sola ipostasi o persona,
bisogna ammettere un unico essere appartenente all'ipostasi o
persona. Ma l'operazione si attribuisce all'ipostasi o persona,
perché è sempre il supposito sussistente che opera; infatti, come si
esprime il Filosofo, "gli atti appartengono ai singolari concreti".
Dunque la divinità e l'umanità hanno in Cristo un'unica e identica
operazione.
4. L'operare come l'essere spetta all'ipostasi sussistente. Ma per
l'unità d'ipostasi c'è in Cristo un solo essere, come si è detto sopra.
Dunque per la medesima unità c'è in Cristo una sola operazione.
5. Se unica è l'opera, unica è anche l'operazione. Ora, l'opera
compiuta insieme dalla divinità e dall'umanità, p. es., la guarigione
di un lebbroso, o la risurrezione d'un morto era unica. Dunque
in Cristo l'umanità e la divinità avevano un'unica operazione.
IN CONTRARIO: S. Ambrogio si domanda:
"Come possono principi
diversi produrre l'identica operazione? Può un principio
minore operare come un principio superiore? Ci può essere unità
d'operazione dove le sostanze sono diverse?".
RISPONDO: Come si è detto sopra, gli eretici che ponevano in
Cristo una sola volontà, ammettevano in lui anche una sola operazione.
Per capire meglio il loro errore bisogna pensare che,
dovunque c'è una serie ordinata di cause agenti, l'inferiore viene
mossa da quella superiore, come nell'uomo il corpo dall'anima e
le potenze inferiori dalla ragione. Cosicché le azioni e i movimenti
compiuti dalle cause inferiori più che operazioni sono opere, mentre
è propriamente operazione ciò che compie la causa suprema.
Nell'uomo, p. es., il camminare dei piedi e il palpare delle mani
sono opere dell'uomo compiute dall'anima, l'una per mezzo dei
piedi e l'altra per mezzo delle mani; e siccome è la stessa anima
che compie l'una e l'altra cosa, da parte dell'operante che è il
primo principio movente si ha una sola e medesima operazione,
da parte invece delle opere stesse c'è differenza. Ora, come in un
puro uomo il corpo è mosso dall'anima e l'appetito sensitivo da
quello razionale, così in nostro Signore Gesù Cristo la natura umana
veniva mossa e governata dalla natura divina. Essi perciò dicevano
che da parte della divinità stessa operante c'è una sola e
medesima operazione, ma che diverse sono le opere, in quanto la
divinità di Cristo certe cose le faceva direttamente, come "sostenere
l'universo con la parola della sua potenza", altre le faceva
per mezzo della natura umana, come camminare. Così nel Sesto
Concilio (Ecumenico) sono riportate le parole dell'eretico Severo
che diceva: "C'è molta diversità tra le opere che compiva un
solo e medesimo Cristo. Alcune sono degne di Dio, altre umane.
È certamente umano camminare fisicamente, è divino invece concedere
di camminare a gambe rattrappite, incapaci ormai di muovere un passo.
Ma l'una e l'altra cosa furono compiute da un unico soggetto,
cioè dal Verbo incarnato, e in nessun modo si
possono attribuire distintamente le due opere alle due diverse
nature. Né per la differenza delle opere sarebbe giusto ammettere
due nature o forme operanti".
Ma in questo essi s'ingannavano. Perché due sono le azioni di
un agente che viene mosso da un altro: l'una dipendente dalla
propria forma, l'altra dall'impulso di chi la muove. Così l'operazione
di una scure secondo la sua forma è di tagliare, l'operazione
invece che compie in quanto vien mossa dall'artigiano è di fare,
p. es., una sedia. L'operazione che uno strumento compie in forza
della propria forma è la sua operazione propria, e non appartiene
all'agente principale, se non in quanto questi se ne serve per agire
egli stesso: scaldare, p. es., è operazione del fuoco e non del fabbro,
il quale però usa il fuoco per scaldare il ferro. Invece l'operazione
che una cosa compie solo perché è mossa da un'altra,
s'identifica con l'operazione dello stesso agente principale: fare
una sedia, p. es., non è per la scure un'operazione distinta da quella
dell'artigiano. Perciò dovunque l'agente principale e quello strumentale
hanno forme o virtù operative diverse, bisogna distinguere
un'operazione propria dell'agente principale e una propria dell'agente
strumentale, sebbene quest'ultimo partecipi all'operazione
dell'agente principale, e questo si serva dell'operazione dello strumento,
e ciascuno quindi operi in comunione con l'altro.
In Cristo dunque la natura umana ha la propria forma e virtù
operativa, e così pure la natura divina. Perciò la natura umana
ha un'operazione propria distinta dall'operazione divina e viceversa.
Tuttavia la natura divina si serve dell'operazione della
natura umana come di uno strumento; e a sua volta la natura
umana partecipa all'operazione della natura divina, come lo strumento
partecipa all'operazione dell'agente principale. Questo è il
pensiero del Papa S. Leone: "Compie ciascuna forma", cioè la
natura divina e la natura umana in Cristo, "in comunione con
l'altra ciò che le è proprio: il Verbo compie le azioni proprie del
Verbo e la carne compie le azioni proprie della carne".
Se invece ci fosse in Cristo una sola operazione umano-divina,
ne verrebbe, o che la natura umana non ha la propria forma e virtù
(della natura divina è assurdo dirlo) e allora in Cristo ci sarebbe
soltanto l'operazione divina, o che in Cristo la virtù divina e la
virtù umana si siano fuse in una sola virtù. Sono due conseguenze
ugualmente inaccettabili: la prima, perché ammetterebbe in Cristo
una natura umana imperfetta; la seconda, perché confonderebbe
insieme le due nature.
Giustamente perciò questo errore fu condannato dal Sesto Concilio (Ecumenico),
nei cui decreti si legge: "Noi onoriamo nel
Signore nostro Gesù Cristo, nostro vero Dio, due operazioni naturali",
cioè l'operazione divina e l'operazione umana, "senza divisioni,
senza trasposizioni, senza confusioni, senza separazioni".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dionigi pone in Cristo l'operazione
teandrica o umano-divina, non nel senso che le operazioni
o le virtù delle due nature si siano fuse insieme, ma nel senso
che la sua operazione divina si serve di quella umana e questa
partecipa della virtù dell'operazione divina. Cosicché, come dice
egli stesso, "in modo sovrumano compiva le azioni umane, come
sta a dimostrarlo la sua concezione soprannaturale da parte della
Vergine e l'acqua che regge al peso dei suoi piedi terrestri". È
palese infatti che l'essere concepito riguarda la natura umana, come
anche il camminare, ma l'una e l'altra cosa avvenne in Cristo
in modo soprannaturale. Similmente compiva le operazioni divine
in maniera umana, come quando risanò il lebbroso toccandolo.
Per questo Dionigi aggiunge: "Essendosi Dio fatto uomo, si ha
un'operazione nuova di Dio e dell'uomo insieme".
Che poi egli intenda che le operazioni in Cristo sono due, una
della natura divina e una della natura umana, risulta da quanto
scrive nel De Divinis Nominibus, dove afferma che "a queste cose",
a quelle cioè che riguardano la sua operazione umana, "il Padre
e lo Spirito Santo non partecipano in nessun modo se non per
la loro benignissima e misericordiosa volontà", avendo voluto cioè
il Padre e lo Spirito Santo per la loro misericordia che Cristo
operasse e soffrisse umanamente. Aggiunge poi: "Inoltre (partecipano)
alle operazioni divine altissime e ineffabili che egli, fattosi
simile a noi, ma senza subire alcun mutamento, compiva come
Dio e Verbo di Dio". Da queste parole si capisce che altra è la
sua operazione umana, a cui il Padre e lo Spirito Santo non partecipano
se non con la loro benevola accettazione, e altra è la sua
operazione di Verbo di Dio, che ha in comune con il Padre e con
lo Spirito Santo.
2. Strumento è qualcosa che è mosso da un agente principale
e che tuttavia può avere un'operazione propria dipendente dalla
sua forma, come si è detto del fuoco. Perciò l'azione dello strumento
in quanto è strumento non si distingue dall'azione dell'agente
principale, ma lo strumento può compiere un'operazione
distinta in quanto è una realtà per sé stante. In Cristo dunque
l'operazione della natura umana, in quanto è strumento della
divinità, non è diversa dall'operazione della divinità: non c'è
infatti una salvezza compiuta dall'umanità di Cristo e un'altra
compiuta dalla sua divinità. Ma la natura umana, in quanto è
una determinata natura, ha in Cristo un'operazione propria diversa
da quella divina, come si è detto.
3. Operare è proprio dell'ipostasi sussistente, ma secondo la
forma e natura dell'ipostasi sussistente che specifica l'operazione.
Perciò la diversa specie delle operazioni dipende dalla diversità
delle forme o nature, mentre l'unità numerica delle operazioni
specifiche dipende dall'unità dell'ipostasi. Il fuoco, p. es., ha due
operazioni specificamente diverse, illuminare e scaldare, secondo
la differenza che c'è tra luce e calore, e tuttavia il fuoco appena
acceso compie numericamente una sola operazione. Altrettanto
in Cristo ci devono essere due operazioni specificamente differenti
secondo le sue due nature, ma ciascuna operazione ha in Cristo
un'unità numerica: unico, p. es., è il suo camminare e unico il suo
guarire gli infermi.
4. L'essere e l'operare sono condizionati nella persona dalla
natura, ma in modi diversi. Infatti l'essere è parte costitutiva
della persona stessa e come tale ha funzione di termine. Perciò
l'unità della persona dipende dall'unità dell'essere stesso, completo
e personale. Invece l'operazione è un effetto che la persona produce
in dipendenza d'una forma o natura. Per cui la pluralità delle
operazioni non impedisce l'unità della persona.
5. Altra è l'opera dell'operazione divina in Cristo e altra è l'opera
della sua operazione umana: opera propria dell'operazione divina,
p. es., è guarire il lebbroso, opera propria dell'operazione umana
è toccarlo. Ma ambedue le operazioni concorrono insieme a una
stessa opera in quanto ciascuna delle due nature opera, come abbiamo detto,
in comunione con l'altra.
ARTICOLO
2
Se in Cristo ci siano più operazioni umane
SEMBRA che in Cristo ci siano più operazioni umane. Infatti:
1. Cristo in quanto uomo ha in comune con le piante la natura
vegetativa, con gli animali la natura sensitiva, con gli angeli la
natura intellettiva alla pari degli altri uomini. Ma altra è l'operazione
della pianta in quanto tale e dell'animale in quanto animale.
Dunque in Cristo in quanto uomo c'erano più operazioni.
2. Potenze e abiti si distinguono secondo le operazioni. Ma
nell'anima di Cristo c'erano diverse potenze e diversi abiti. Dunque
c'erano diverse operazioni.
3. Gli strumenti devono essere proporzionati alle operazioni. Ma
il corpo umano ha membra di varie forme. Queste perciò servono
a operazioni differenti. Dunque in Cristo ci sono operazioni umane diverse.
IN CONTRARIO: Il Damasceno afferma che
"l'operazione segue
la natura". Ma in Cristo c'è una sola natura umana. Dunque
in Cristo c'è una sola operazione umana.
RISPONDO: Poiché l'uomo è uomo per la ragione, si dice propriamente
operazione umana quella che è compiuta dalla ragione
mediante la volontà o appetito razionale. Quanto poi alle operazioni
che l'uomo compie indipendentemente dalla ragione e dalla
volontà, esse non sono propriamente umane: lo sono soltanto in
parte, in quanto impegnano qualche elemento della natura umana:
o il solo corpo secondo la sua natura, come avviene nel tendere
al basso; o le facoltà vegetative, come nel nutrirsi e nel crescere;
o la parte sensitiva, come nel vedere, udire, immaginare, ricordare,
bramare e adirarsi. Sono operazioni differenti. Infatti le operazioni
della vita sensitiva obbediscono in qualche modo alla ragione
e quindi sono parzialmente razionali e umane, nella misura appunto
in cui obbediscono alla ragione, come insegna il Filosofo. Invece
le operazioni della vita vegetativa e quelle che dipendono dalla
composizione elementare del corpo, non sottostanno alla ragione
e quindi non sono in nessun modo razionali né propriamente umane,
ma riguardano una parte della natura umana.
Ora, abbiamo già detto che quando un agente inferiore opera
in forza della propria forma, allora la sua operazione si distingue
da quella dell'agente superiore; invece quando l'agente inferiore
non opera se non in quanto è mosso da quello superiore, allora
la loro operazione è identica. Così dunque in ogni uomo puro le
operazioni fisiche e vegetative sono distinte da quelle della volontà,
che sono propriamente umane. Altrettanto si dica dell'operazione
dell'anima sensitiva, quando non è mossa dalla ragione; mentre
quando è mossa dalla ragione, si ha una sola operazione tra la
parte sensitiva e quella razionale. L'operazione poi dell'anima
razionale è una sola, se ne consideriamo il principio che è la ragione
o volontà; ma è molteplice, se ne consideriamo i diversi oggetti,
che secondo alcuni danno una diversità di opere piuttosto
che di operazioni, facendo dipendere l'unità dell'operazione solo
dal principio operativo, nel senso preciso in cui noi ora ci occupiamo
dell'unità o pluralità delle operazioni in Cristo.
In un puro uomo dunque c'è una sola operazione propriamente
umana, ma ci sono altre operazioni impropriamente umane, come
abbiamo spiegato. In Gesu Cristo come uomo, invece, non c'era
nessun movimento della parte sensitiva, che non fosse diretto dalla
ragione. Le stesse operazioni naturali e fisiche seguivano in qualche
modo la sua volontà, perché era questa che "lasciava alla
sua carne d'agire e di patire in conformità alla sua natura",
come si è detto sopra. Perciò in Cristo l'operazione è molto più
unitaria che in qualunque altro uomo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le operazioni della parte
sensitiva e vegetativa non erano propriamente umane, come si è
detto. E tuttavia in Cristo erano più umane che negli altri.
2. Potenze e abiti si distinguono secondo gli oggetti e perciò
la diversità delle operazioni corrisponde sia a quella delle potenze
e degli abiti, come a quella degli oggetti. Ora, noi non intendiamo
escludere dall'umanità di Cristo una tale diversità, né quella che
dipende dalla diversità del tempo, ma soltanto la diversità che
deriva dal primo principio operativo, come si è detto.
ARTICOLO
3
Se l'azione umana di Cristo potesse essere per lui meritoria
SEMBRA che l'azione umana di Cristo non potesse essere per lui
meritoria. Infatti:
1. Cristo prima della morte era comprensore come lo è ora. Ma
il comprensore non può meritare, perché la sua carità fa parte del
premio della beatitudine e costituisce la misura del gaudio; non
può quindi essere causa di merito, non potendosi identificare merito
e premio. Dunque Cristo prima della morte non poteva meritare,
come non può attualmente.
2. Nessuno merita ciò che gli è già dovuto. Ma a Cristo, per
essere il Figlio di Dio per natura, è dovuta l'eredità eterna, che
gli altri uomini meritano con le buone opere. Dunque Cristo, che
fin da principio era Figlio di Dio, nulla poteva meritare per sé.
3. Chi di una cosa già possiede l'elemento principale, non può
meritare ciò che da esso deriva. Ma Cristo aveva la gloria dell'anima,
a cui segue secondo la regola comune la gloria del corpo,
come dice S. Agostino, sebbene in Cristo fosse disposto che la
gloria dell'anima non ridondasse sul corpo. Dunque Cristo non
meritò la gloria del corpo.
4. La manifestazione della grandezza di Cristo non è un bene
per lui, ma per coloro che lo vengono a conoscere, tanto che la
sua manifestazione è promessa in premio a coloro che lo amano,
secondo le parole evangeliche: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e
mi manifesterò a lui". Dunque
Cristo non meritò la manifestazione della sua grandezza.
IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma:
"(Cristo) si fece obbediente
fino alla morte e per questo Dio l'esaltò". Dunque egli con
l'obbedienza meritò la propria esaltazione e quindi meritò qualcosa
per sé.
RISPONDO: Avere un bene da sé è cosa più nobile che riceverlo
da un altro, perché, come dice Aristotele, "la causa che agisce da
sé, è migliore di quella che deve ad altri la sua efficacia". Ma uno
ha da sé quello di cui in qualche modo egli stesso è causa. Ora,
la prima causa assoluta di tutti i nostri beni è Dio, e nessuna
creatura sotto questo punto di vista possiede alcun bene da sé,
come osserva l'Apostolo: "Che cos'hai che tu non l'abbia ricevuto?".
Ma uno può essere a se stesso causa seconda di qualche
bene cooperando con Dio. E così chi ha qualcosa per merito proprio,
lo ha in qualche modo da se stesso. Dunque possedere un
bene per proprio merito è più nobile che possederlo senza merito.
Ora, siccome a Cristo va attribuita ogni perfezione e nobiltà,
certamente egli possedeva per merito tutto ciò che gli altri hanno
per merito, a meno che non si tratti di tal bene la cui carenza
disdica alla dignità e perfezione di Cristo più di quanto non ne
accresca il merito. Per questo egli non meritò né la grazia né la
scienza né la beatitudine dell'anima né la divinità, perché, potendosi
meritare soltanto quello che ancora non si ha, ne avrebbe
dovuto essere privo, e la privazione ne avrebbe compromesso la
dignità più di quanto il merito non potesse accrescerla. Ma il
valore del merito che dipende dalla carità, è superiore alla gloria
del corpo e ad altri beni consimili che riguardano la sua gloria
esterna, come l'ascensione, il culto e altre cose simili. Dal che
risulta che Cristo poteva meritare qualche cosa per sé.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La fruizione che è un atto
della carità, fa parte della gloria dell'anima che Cristo non meritò.
Perciò se con la sua carità meritò qualcosa, non si confonde per
questo il merito con il premio. Egli però, essendo, come si è già
detto, viatore e comprensore, meritava non con la carità di comprensore
ma con quella di viatore. Perciò ora, non essendo più
viatore, non è in condizione di meritare.
2. A Cristo come Dio e Figlio di Dio per natura spettano la
gloria divina e il dominio universale, come a primo e supremo
Signore. Inoltre a lui è dovuta un'altra gloria in quanto uomo
beato, e questa doveva riceverla in parte senza merito e in parte
in modo meritorio, secondo le spiegazioni date.
3. La ridondanza della gloria dall'anima al corpo è stata disposta
da Dio in armonia con i meriti umani: come cioè l'uomo merita
con azioni che si compiono per l'influsso dell'anima sul corpo, così
viene anche premiato con la ridondanza della gloria dell'anima
sul corpo. Ecco perché cade sotto il merito non solo la gloria
dell'anima, ma anche la gloria del corpo, come attesta S. Paolo: "Renderà
la vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo del suo
Spirito che abita in noi". E quindi la gloria del corpo poteva
essere meritata da Cristo.
4. La manifestazione della grandezza di Cristo è un bene per lui
quanto all'essere che acquista nella conoscenza degli altri, ma
principalmente è un bene per coloro che con la sua conoscenza
si arricchiscono di un nuovo essere. Anche questo però torna a
gloria di Cristo, perché si tratta delle sue membra.
ARTICOLO 4
Se Cristo potesse meritare per gli altri
SEMBRA che Cristo non potesse meritare per gli altri. Infatti:
1. Si legge nella Scrittura:
"L'anima che pecca, morirà". Quindi
per lo stesso motivo l'anima che merita, sarà premiata. Non è
dunque possibile che Cristo abbia meritato per gli altri.
2. Il Vangelo afferma che
"tutti ricevono dalla pienezza della
grazia di Cristo". Ma gli uomini che ricevono la grazia di Cristo
non possono meritare per gli altri: dice infatti la Bibbia, che "anche
se in mezzo a quella terra ci fossero Noè, Daniele e Giobbe,
non salverebbero né figli né figlie; soltanto essi si salverebbero
per la loro giustizia". Dunque neppure Cristo poteva meritare per noi.
3. Come osserva S. Paolo,
"la mercede", che uno merita, "gli
è dovuta per giustizia e non per grazia". Se dunque Cristo ha
meritato la nostra salvezza, ne segue che questa non ci viene dalla
grazia di Dio, ma dalla giustizia, e che Dio agisce ingiustamente
con quelli che non salva; poiché il merito di Cristo si estende a tutti.
IN CONTRARIO: Scrive l'Apostolo, che
"come la caduta di uno
solo portò alla condanna di tutti gli uomini, così l'opera di giustizia
di uno solo alla giustificazione di vita per tutti gli uomini". Ora,
il demerito di Adamo arreca la condanna di tutti. Dunque molto
più si può loro comunicare il merito di Cristo.
RISPONDO: Stando alle spiegazioni date sopra, Cristo non aveva
soltanto la grazia come uomo singolo, ma anche come capo di tutta
la Chiesa, a cui tutti si uniscono come membra alla testa per
formare insieme misticamente una sola persona. Da qui dipende
che il merito di Cristo si estenda agli altri, perché sono membra
sue; come in un uomo l'azione della testa in qualche modo giova
a tutte le membra dell'uomo, perché sente non solo per sé, ma
anche per tutte le membra.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il peccato
di una persona
privata nuoce solo a lei stessa. Ma il peccato di Adamo, che Dio
ha costituito principio di tutta la natura (umana), si comunica
agli altri con la generazione. Similmente il merito di Cristo, che
Dio ha costituito capo di tutti gli uomini quanto alla grazia, si
estende a tutte le sue membra.
2. Gli uomini ricevono dalla pienezza di Cristo non una fonte
di grazia, ma una grazia individuale. Perciò non segue che gli
uomini siano in grado di meritare per gli altri come Cristo.
3. Come il peccato
di Adamo non si propaga agli altri, se non
per mezzo della generazione corporale, così il merito di Cristo non
si partecipa agli altri se non per mezzo della rigenerazione spirituale,
che avviene nel battesimo e che ci incorpora a Cristo, secondo
le parole di S. Paolo: "Quanti siete stati battezzati in Cristo,
vi siete rivestiti di Cristo". E anche questa rigenerazione in Cristo
concessa all'uomo è dovuta alla grazia. Perciò la salvezza dell'uomo
viene dalla grazia.
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