Il Santo Rosario
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Questione 16

Quanto è attribuibile a Cristo per la sua maniera d'essere e di costituirsi

Passiamo ora a considerare le conseguenze logiche, o corollari dell'unione ipostatica. Primo, rispetto a Cristo in se stesso; secondo, rispetto alle sue relazioni con Dio Padre; terzo, rispetto alle sue relazioni con noi.
Rispetto a Cristo in se stesso esamineremo due cose: primo, quanto a lui è attribuibile per la sua maniera d'essere e di costituirsi; secondo, quanto può essergli attribuito in fatto d'unità.
Sul primo di questi argomenti si pongono dodici quesiti: 1. Se sia vera la proposizione: "Dio è uomo" ; 2. Se sia vero che "l'uomo è Dio"; 3. Se Cristo si possa dire "homo dominicus"; 4. Se le proprietà del Figlio dell'Uomo si possano attribuire al Figlio di Dio e viceversa; 5. Se le proprietà del Figlio dell'Uomo siano attribuibili alla natura divina e quelle del Figlio di Dio alla natura umana; 6. Se sia vera la proposizione: "il Figlio di Dio si è fatto uomo"; 7. Se sia vero che "l'uomo è diventato Dio"; 8. Se sia vera la proposizione: "Cristo è creatura"; 9. Se si possa affermare di Cristo che "quest'uomo ha cominciato a essere", oppure che "è sempre stato"; 10. Se sia vera la proposizione: "Cristo, in quanto uomo, è creatura"; 11. Se sia vera la proposizione: "Cristo, in quanto uomo, è Dio"; 12. Se sia vera la proposizione: "Cristo, in quanto uomo, è ipostasi o persona".

ARTICOLO 1

Se sia vera la proposizione "Dio è uomo"

SEMBRA che la proposizione "Dio è uomo" sia falsa. Infatti:
1. È falsa ogni proposizione affermativa in materia remota o impossibile. Ma questa proposizione "Dio è uomo" è in materia remota o impossibile, perché le forme significate dal soggetto e dal predicato sono infinitamente distanti. La proposizione dunque, essendo affermativa, è falsa.
2. Sono più vicine tra loro le tre Persone che la natura umana alla natura divina. Ma nel mistero della Trinità una persona non si dice dell'altra: non diciamo infatti che il Padre è il Figlio o viceversa. Dunque neanche la natura umana si può predicare di Dio dicendo che Dio è uomo.
3. S. Atanasio dice che, "come l'anima e il corpo costituiscono un unico uomo, così Dio e l'uomo costituiscono un solo Cristo". Ma è falsa la proposizione "l'anima è il corpo". Dunque è falsa anche questa "Dio è uomo".
4. Come abbiamo visto nella Prima Parte, ciò che si dice di Dio non in senso relativo, ma assoluto, spetta a tutta la Trinità e a ciascuna persona. Ma il nome uomo non è relativo, bensì assoluto. Se dunque si predica di Dio in senso vero, ne segue che tutta la Trinità e ciascuna persona sia uomo. E questo è chiaramente falso.

IN CONTRARIO: S. Paolo afferma: "Pur essendo (Cristo) in forma di Dio, annientò se stesso prendendo forma di servo, divenuto simile agli uomini e dimostratosi uomo in tutto il suo comportamento". Qui si dice che è uomo colui che è in forma di Dio. Ma colui che è in forma di Dio è Dio. Dunque Dio è uomo.

RISPONDO: La proposizione "Dio è uomo" è ammessa da tutti i Cristiani, ma non con lo stesso significato. Alcuni infatti non prendono i termini di questa proposizione in senso proprio. Così i Manichei dicono che il Verbo di Dio non è uomo vero ma metaforico, avendo il Figlio di Dio assunto un corpo fantastico: Dio sarebbe uomo come lo sarebbe una statua di bronzo che avesse aspetto umano. - Parimente coloro che hanno negato in Cristo l'unione tra anima e corpo, negano che Dio sia vero uomo, ma che può dirsi uomo in senso figurato, per le parti (anima e corpo) assunte. - Ambedue queste opinioni sono state confutate sopra.
Altri al contrario ammettono che Cristo sia vero uomo, ma negano che sia vero Dio. Dicono infatti che Cristo, uomo-Dio, non è Dio per natura ma per partecipazione, cioè per grazia, come anche i santi si dicono dei, sebbene Cristo lo sia più eccellentemente degli altri per la maggiore abbondanza di grazia. Secondo questa opinione, quando diciamo che "Dio è uomo", la parola Dio non sta per il Dio vero e reale. Questa è l'eresia di Fotino, che abbiamo già confutato.
Altri poi danno senso proprio tanto al soggetto quanto al predicato della nostra proposizione, riconoscendo che Cristo è vero Dio ed è vero uomo, ma non salvano la verità della proposizione. Dicono infatti che l'uomo si può predicare di Dio in quanto può essere unito a lui in forza della dignità, autorità, amore o inabitazione di cui fruisce. È questo il senso della proposizione "Dio è uomo" secondo Nestorio, cosicché significherebbe soltanto che Dio si è unito all'uomo in modo da abitare in lui, o che gli si unisce nell'amore, o partecipandogli la sua autorita e dignità divina. - In tale errore cadono coloro che ammettono in Cristo due ipostasi o due suppositi. Perché non è possibile che di due entità distinte tra loro per supposito o ipostasi l'una si dica dell'altra in senso proprio, ma solo in senso figurato per qualche loro rapporto: come quando si dice che Pietro è Giovanni, perché hanno qualcosa in comune. - Anche queste opinioni le abbiamo già confutate.
Perciò, accettando secondo la verità della Fede cattolica che la vera natura divina si è unita con una vera natura umana, non solo in persona ma anche in supposito o ipostasi, diciamo che questa proposizione "Dio è uomo" è vera e non metaforica, non solo per la verità dei suoi termini, perché cioè Cristo è vero Dio e vero uomo, ma anche per la verità della proposizione. Infatti un nome che indichi al concreto una natura comune, può stare per qualunque supposito che appartenga a quella natura: uomo, per esempio, può dirsi di qualunque individuo umano. Anche il nome di Dio, stando al suo significato, può stare per la persona del Figlio di Dio, come si è visto nella Prima Parte. Reciprocamente poi; a qualsiasi supposito di una natura si può dare in senso vero e proprio il nome che indichi al concreto quella natura: a Platone, p. es. si può dare il nome di uomo in senso vero e proprio. Poiché dunque la persona del Figlio di Dio, indicata con il nome Dio, è un supposito di natura umana, il nome uomo si può dare in senso vero e proprio al nome Dio significante la persona del Figlio di Dio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si dice che una proposizione è in materia remota o impossibile, quando il suo soggetto e il suo predicato significano due forme diverse che non possono trovarsi in un solo e medesimo supposito. Ma quando due forme possono appartenere al medesimo supposito, allora non siamo in materia remota o impossibile, ma in materia naturale o in materia contingente, come quando dico: il bianco è musico. Ora, la natura divina e la natura umana, per quanto siano lontanissime tra loro, tuttavia nel mistero dell'incarnazione sussistono in un medesimo supposito e ambedue appartengono a quest'ultimo sostanzialmente e non accidentalmente. Cosicché questa proposizione "Dio è uomo" non è né in materia impossibile né in materia contingente, ma in materia naturale. Il predicato uomo si dà a Dio non accidentalmente ma sostanzialmente, non certo per la forma indicata dal nome Dio, bensì per il supposito divino, che è ipostasi di una natura umana.
2. Le tre persone divine hanno una medesima natura, ma suppositi distinti; perciò l'una non può predicarsi dell'altra. Invece nel mistero dell'incarnazione le nature, essendo distinte tra loro, non possono predicarsi l'una dell'altra, prese in astratto, perché la natura divina non è umana, ma si predicano l'una dell'altra in concreto, perché hanno un medesimo supposito.
3. Anima e corpo hanno significato astratto, come divinità e umanità. In concreto invece si dice animato e corporeo, come si dice Dio e uomo. Perciò in ambedue i casi l'astratto non può predicarsi dell'astratto, mentre il concreto può predicarsi del concreto.
4. Il termine uomo si dà a Dio per l'unione ipostatica, la quale implica una relazione. Perciò non segue la regola degli attributi divini assoluti, che competono a Dio dall'eternità.

ARTICOLO 2

Se sia vera la proposizione: "Un uomo è Dio"

SEMBRA che sia falsa la proposizione "un uomo è Dio". Infatti:
1. Il nome Dio è incomunicabile. Ora, la Scrittura riprende gli idolatri perché "imposero il nome incomunicabile di Dio alle pietre e al legno". Dunque è pure sconveniente che il nome di Dio sia dato a un uomo.
2. Quello che è vero del predicato, è vero del soggetto. Ma è vera la proposizione "Dio è Padre", o "Dio è Trinità". Se dunque è vera la proposizione "un uomo è Dio", dev'essere vera anche la proposizione "un uomo è il Padre" o "un uomo è la Trinità". E sono invece palesemente false. Perciò è falsa anche la prima proposizione.
3. La Scrittura raccomanda: "Non ci sia in mezzo a te alcun Dio recente". Ma in Cristo l'uomo è qualcosa di recente, perché egli non è stato uomo da sempre. Dunque è falsa la proposizione "un uomo è Dio".

IN CONTRARIO: S. Paolo afferma che dagli Israeliti "è uscito secondo la carne Cristo, il quale è al di sopra di tutte le cose Dio benedetto nei secoli". Ma Cristo secondo la carne è uomo. Dunque è vero che "un uomo è Dio".

RISPONDO: Accettata la verità di ambedue le nature divina e umana e dell'unione ipostatica, la proposizione "un uomo è Dio" è vera e propria come l'altra "Dio è uomo". Perché il termine uomo può stare per qualsiasi ipostasi di natura umana e quindi può stare per la persona del Figlio di Dio che è ipostasi della natura umana assunta. Ora, la persona del Figlio di Dio si dice Dio in senso vero e proprio, come abbiamo visto nella Prima Parte. Dunque è vera ed esatta la proposizione: "Un uomo è Dio".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli idolatri attribuivano il nome di Dio alle pietre e al legno considerando queste cose nella loro materialità, perché credevano che avessero qualche cosa di divino. Invece noi non diamo il nome di Dio a un uomo per la sua natura umana, ma per il supposito eterno, che mediante l'unione è anche supposito della natura umana assunta, come abbiamo detto.
2. Il nome Padre si predica del termine Dio in quanto quest'ultimo sta per la persona del Padre. Ma in tal senso non può predicarsi della persona del Figlio, perché questi non è la persona del Padre. Perciò non segue che Padre si possa predicare del termine uomo che chiamiamo Dio, cioè in quanto uomo sta per la persona del Figlio.
3. Sebbene in Cristo la natura umana sia qualcosa di recente, nondimeno il supposito di questa natura umana non è recente, ma eterno. E poiché il nome di Dio non si attribuisce a un uomo a causa della natura umana, ma a causa del supposito, non ne segue che noi ammettiamo un Dio recente. - Lo ammetteremmo invece se uomo stesse qui per un supposito creato, secondo l'opinione di coloro che in Cristo pongono due suppositi.

ARTICOLO 3

Se Cristo si possa dire "homo dominicus"

SEMBRA che Cristo possa dirsi "homo dominicus". Infatti:
1. Scrive S. Agostino: "Bisogna raccomandare la speranza dei beni che erano in quell'uomo del Signore". E parla di Cristo. Dunque Cristo è homo dominicus, l'uomo del Signore.
2. Come a Cristo la natura divina dà d'essere Signore, così la natura umana dà d'essere uomo. Ma Dio si dice umanato, come risulta dal Damasceno, il quale dice che "l'umanazione dimostra l'unione con l'uomo". Dunque si può dire ugualmente che quell'uomo, Cristo, sia homo dominicus.
3. L'aggettivo dominicus viene da Dominus (Signore), come divino viene da Dio. Ma Dionigi chiama Cristo "divinissimo Gesù". Dunque si può dire anche che Cristo sia uomo dominicus.

IN CONTRARIO: S. Agostino corregge se stesso scrivendo: "Non mi sembra che Gesù Cristo si possa dire esattamente homo dominicus, o del Signore, essendo egli il Signore".

RISPONDO: Come si è detto sopra, con la frase "l'uomo Cristo Gesù" indichiamo il supposito eterno che è la persona del Figlio di Dio, perché c'è un solo supposito per ambedue le nature. Ma la persona del Figlio di Dio si dice Dio e Signore essenzialmente. Perciò non si può chiamare con denominazioni relative (divino o dominicus), perché ciò sarebbe contrario alla realtà dell'unione ipostatica. Giacché dunque dominicus è una denominazione derivata da Dominus, non si può dire in senso vero e proprio che quell'uomo sia dominicus, ma si deve dire che è Dominus.
Al contrario se con l'espressione "l'uomo Cristo Gesù" intendessimo un supposito creato, alla maniera di coloro che pongono in Cristo due suppositi, quell'uomo si potrebbe dire dominicus, in quanto reso partecipe degli onori divini, come sostenevano i Nestoriani.
Per la medesima ragione la sua natura umana non si dice dea in senso assoluto, ma deificata: non nel senso che sia stata mutata in natura divina, ma perché è stata unita alla natura divina mediante una medesima ipostasi, come spiega il Damasceno.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino ha ritrattato quella e altre simili espressioni. E aggiunge: "Dovunque io abbia detto questo", che cioè Gesù Cristo è homo dominicus, "vorrei non averlo detto. Perché in seguito mi sono accorto che non si può dire, pur potendosi in qualche modo giustificare", qualora cioè si dia al sostantivo uomo il significato di natura umana e non di supposito.
2. L'unico supposito divino e umano, prima, cioè dall'eternità, era supposito di natura divina e poi nel tempo con l'incarnazione è divenuto supposito anche di natura umana. E in questo senso si dice umanato: non perché abbia assunto un uomo, ma perché ha assunto una natura umana, però non è vero il contrario, cioè che un supposito di natura umana abbia assunto la natura divina. Perciò non si può dire uomo deificato o dominicus.
3. L'aggettivo divino si usa anche in quei casi nei quali si predica essenzialmente il nome Dio: diciamo, p. es., che "l'essenza divina è Dio" per identità; e che "l'essenza è di Dio" o divina, data la diversa maniera di significare che compete alle due espressioni; così diciamo "divino il Verbo", sebbene il Verbo sia Dio. Ugualmente diciamo "persona divina", come diciamo "la persona di Platone", per il modo diverso di significare. Invece l'aggettivo dominicus non si usa al posto di dominus: un uomo che è dominus, non si dice dominicus. Ma si dice dominicus cioè che è del signore in qualunque modo: "volontà dominica", "mano dominica", "possesso dominico". Perciò Cristo stesso che è il Signore, non si può dire dominicus; ma si può dire "carne dominica" la sua carne, e "passione dominica" la sua passione.

ARTICOLO 4

Se le proprietà della natura umana siano attribuibili a Dio

SEMBRA che le proprietà della natura umana non siano attribuibili a Dio. Infatti:
1. È impossibile dare a un medesimo soggetto attributi opposti. Ma le proprietà della natura umana sono opposte alle proprietà di Dio: infatti Dio è increato, immutabile ed eterno, mentre è proprio della natura umana d'essere creata, temporale e mutevole. Dunque le proprietà della natura umana non possono attribuirsi a Dio.
2. Attribuire a Dio dei difetti è come mancargli di rispetto e bestemmiarlo. Ma le proprietà della natura umana contengono dei difetti, come morire, patire e altri simili. Dunque le proprietà della natura umana non si possono in nessun modo attribuire a Dio.
3. La natura umana è assumibile. Ma Dio non lo è. Dunque non si può dire di Dio ciò che è vero della natura umana.

IN CONTRARIO: Il Damasceno afferma che Dio "ha assunto le proprietà del corpo, potendosi Dio chiamare passibile e potendosi dire che il Dio della gloria è stato crocifisso".

RISPONDO: Sull'argomento c'è stato contrasto tra Nestoriani e Cattolici. Infatti i Nestoriani volevano distinguere tra gli attributi di Cristo nel modo seguente: non volevano cioè che si dessero a Dio gli attributi della natura umana e all'uomo quelli della natura divina. Per cui Nestorio diceva: "Se qualcuno tenta d'attribuire al Verbo di Dio le sofferenze, sia anatema". Invece usavano gli attributi d'ambedue le nature per quei nomi che possono indicarle tutte e due: per esempio Cristo, o Signore. Quindi dicevano che Cristo è nato dalla Vergine e che è sempre stato, ma non ammettevano che Dio fosse nato dalla Vergine o che quell'uomo fosse sempre stato.
Al contrario i Cattolici sostenevano che tutti gli attributi di Cristo, dovuti a lui o per la natura divina o per la natura umana, si possono predicare di lui, sia come Dio, sia come uomo. Ecco perché S. Cirillo afferma: "Se qualcuno divide tra due persone o sostanze", cioè ipostasi, "le espressioni usate dai Vangeli e dagli Scritti apostolici o quelle adoperate dai Santi per Cristo o da Cristo stesso per sé, e crede di doverne applicare alcune all'uomo e alcune al Verbo soltanto, sia scomunicato". La ragione di questo si è che, essendo una medesima l'ipostasi di ambedue le nature, la medesima ipostasi sta per i nomi d'entrambe. Si chiami uomo o Dio, è in causa l'ipostasi della natura divina e della natura umana. Perciò dell'uomo si possono dire le proprietà della natura divina e di Dio quelle della natura umana.
Bisogna però avvertire che in una proposizione affermativa non ha importanza soltanto l'attribuzione che si fa al soggetto, ma anche l'aspetto sotto cui si predica. Perciò, sebbene tra gli attributi dati a Cristo non si faccia alcuna distinzione, bisogna tuttavia distinguere gli aspetti per cui gli diamo gli uni e gli altri. Perché gli attributi divini gli spettano per la natura divina, mentre gli attributi umani gli spettano per la natura umana. Ecco perché S. Agostino afferma: "Distinguiamo nella Scrittura tra ciò che si riferisce alla forma di Dio e ciò che si riferisce alla forma di servo". E continua: "Perché e come ogni cosa venga detta, lo può capire il lettore prudente, diligente e pio".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sotto il medesimo aspetto è impossibile dare a un medesimo soggetto attributi opposti, ma non sotto aspetti diversi. E così si predicano di Cristo cose opposte, non dal medesimo punto di vista, ma secondo nature diverse.
2. Attribuire a Dio dei difetti secondo la natura divina sarebbe bestemmia, perché detrarrebbe qualcosa al suo onore; ma non si offende Dio, se gli si attribuiscono secondo la natura assunta. Perciò in un discorso del Concilio Efesino si legge: "Dio non reputa offesa nulla di ciò che è per gli uomini occasione di salvezza, perché nessuna delle abiezioni che volle per noi, offende quella natura che è inviolabile e che ha fatto sua una natura inferiore per salvare la nostra. Se dunque le cose abiette e vili non ledono la natura di Dio ma operano la salvezza degli uomini, come puoi dire oltraggiose a Dio le cose che causano la nostra salvezza?".
3. L'essere assunta non riguarda la natura umana nel suo supposito, ma in se stessa. Perciò questo non può dirsi di Dio.

ARTICOLO 5

Se le proprietà della natura umana si possano attribuire alla natura divina

SEMBRA che le proprietà della natura umana si possano attribuire alla natura divina. Infatti:
1. Le proprietà della natura umana si attribuiscono al Figlio di Dio e a Dio. Ma Dio è la propria natura. Dunque le proprietà della natura umana sono attribuibili alla natura divina.
2. Il corpo fa parte della natura umana. Ma il Damasceno s'esprime così: "Diciamo che la natura del Verbo si è incarnata, secondo i santi Atanasio e Cirillo". Dunque a pari diritto le proprietà della natura umana sono attribuibili alla natura divina.
3. Gli attributi divini spettano in Cristo alla natura umana: per esempio conoscere il futuro e avere potere salvifico. Dunque a pari diritto gli attributi umani sono predicabili della natura divina.

IN CONTRARIO: Il Damasceno scrive: "Parlando della divinità non le applichiamo le proprietà dell'umanità: non diciamo infatti che la divinità è passibile o creata". Ma la divinità è la natura divina. Dunque le proprietà della natura umana non possono attribuirsi alla natura divina.

RISPONDO: Ciò che è proprio d'una cosa, non si può dire in senso vero di un'altra che non s'identifichi con la prima: risibile, p. es., non si dice che dell'uomo. Ora, nel mistero dell'incarnazione la natura divina e la natura umana non sono una medesima natura, ma hanno una medesima ipostasi. Perciò le proprietà di ciascuna natura singolarmente non sono attribuibili all'altra, se si esprimono con termini astratti. Invece i termini concreti stanno per l'ipostasi d'ogni natura. Quindi si possono liberamente predicare le proprietà d'ambedue le nature a nomi concreti che indichino o ambedue le nature, come il nome di Cristo che esprime insieme "e la divinità crismante e l'umanità crismata", o la sola natura umana, come uomo o Gesù. Ecco perché il Papa S. Leone afferma: "Non interessa con quale natura s'indichi Cristo, perché restando ferma e inviolabile l'unità di persona, l'identico individuo è totalmente Figlio dell'Uomo per la carne e totalmente Figlio di Dio per la medesima divinità che ha con il Padre".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In Dio persona e natura s'identificano realmente, e per questa identità la natura divina si attribuisce al Figlio di Dio. Tuttavia c'è distinzione nel modo di significare. Perciò si fanno al Figlio di Dio delle attribuzioni che non vanno bene per la natura divina: diciamo, p. es., che il Figlio di Dio è generato, ma non diciamo che sia generata la natura divina, come si è spiegato nella Prima Parte. Similmente nel mistero dell'incarnazione diciamo che il Figlio di Dio ha patito, ma non diciamo che abbia patito la natura divina.
2. L'incarnazione è unione con la carne, piuttosto che proprietà della carne. Ora, entrambe le nature sono unite in Cristo ipostaticamente: e per tale unione la natura divina si dice incarnata, e la natura umana deificata, come abbiamo visto sopra.
3. Le proprietà divine si attribuiscono alla natura umana non nel senso assoluto in cui competono alla natura divina, ma nella misura in cui vengono comunicate alla natura umana. Perciò gli attributi che non sono comunicabili alla natura umana, come increato e onnipotente, in nessun modo si possono predicare di quest'ultima. A sua volta la natura divina non riceve nulla dalla natura umana per partecipazione. Quindi le proprietà della natura umana non sono affatto attribuibili alla natura divina.

ARTICOLO 6

Se sia vera la proposizione: "Dio si è fatto uomo"

SEMBRA che sia falsa la proposizione: "Dio si è fatto uomo". Infatti:
1. Poiché il termine uomo indica una sostanza, farsi uomo è farsi in senso assoluto. Ma è falsa la proposizione: "Dio si è fatto in senso assoluto". Dunque è falsa la proposizione: "Dio si è fatto uomo".
2. Farsi uomo è mutare. Ma Dio non può essere soggetto a mutamenti, secondo il testo sacro: "Io sono il Signore e non mi muto". Dunque è falsa la proposizione: "Dio si è fatto uomo".
3. Usandola per Cristo la parola uomo sta per la persona del Figlio di Dio. Ma è falsa la proposizione: "Dio si è fatto persona del Figlio di Dio". Dunque è falsa la proposizione: "Dio si è fatto uomo".

IN CONTRARIO: Il Vangelo afferma: "Dio si è fatto carne". E S. Atanasio spiega: "Dire che il Verbo si è fatto carne è lo stesso che dire che si è fatto uomo".

RISPONDO: Si dice che una cosa si fa ciò che di essa si può incominciare a predicare. Ora, si può predicare con verità che Dio è uomo, come si è visto, e questa attribuzione non gli spetta dall'eternità ma dal momento dell'assunzione della natura umana. Perciò è vera la proposizione: "Dio si è fatto uomo". Essa però, secondo quanto abbiamo detto, viene intesa in maniera diversa dalle varie eresie, come la proposizione: "Dio è uomo".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Farsi uomo è farsi in senso assoluto per quei soggetti in cui la natura umana comincia a esistere in un supposito di nuova creazione. Ma si dice che Dio si è fatto uomo in quanto la natura umana da lui assunta cominciò a esistere in un supposito di natura divina preesistente dall'eternità. Perciò farsi uomo non significa nel caso di Dio farsi in senso assoluto.
2. Come si è detto, il farsi importa per un soggetto un nuovo predicato. Perciò ogni volta che il nuovo predicato si basa su di un mutamento del soggetto, allora il farsi è un mutare. Questo accade sempre nelle predicazioni assolute: una cosa infatti non può diventare bianca o grande come non era prima, se non per un suo cambiamento che la porti alla bianchezza o alla grandezza. Invece i predicati relativi possono nascere senza mutamenti del soggetto: un uomo, p. es., senza spostarsi viene a trovarsi a destra perché un altro gli si è messo a sinistra. In simili casi, dunque, ciò che diviene non sempre cambia, perché può divenire per il cambiamento altrui. È in tal senso che diciamo a Dio: "Signore, ti sei fatto nostro rifugio". - Ora, Dio è uomo per l'unione, che è una relazione. Quindi essere uomo è un predicato nuovo che Dio acquisisce senza mutazione da parte sua, per mutamento della natura umana che viene assunta dalla persona divina. Quando dunque si dice che "Dio si è fatto uomo", non poniamo alcun cambiamento in Dio, ma solo nella natura umana.
3. Il termine uomo può indicare la persona del Figlio di Dio, ma non in assoluto, bensì in quanto sussistente di natura umana. Perciò sebbene sia falso affermare che "Dio si è fatto persona del Figlio", è vero però che "Dio si è fatto uomo", perché si è unito alla natura umana.

ARTICOLO 7

Se sia vera la proposizione: "Un uomo è diventato Dio"

SEMBRA che sia vera questa proposizione: "Un uomo è diventato Dio". Infatti:
1. S. Paolo accenna al fatto che "Dio aveva già promesso (il Vangelo) per mezzo dei suoi profeti nelle Sacre Scritture a riguardo di suo Figlio, il quale è diventato tale per lui secondo la carne dalla stirpe di David". Ma Cristo viene dalla stirpe di David secondo la carne in quanto uomo. Dunque un uomo è diventato Figlio di Dio.
2. S. Agostino scrive: "Quell'assunzione era tale da far diventare Dio uomo e l'uomo Dio". Ma in forza di tale assunzione è vero che "Dio si è fatto uomo". Dunque è anche vero che "un uomo è diventato Dio".
3. S. Gregorio Nazianzeno afferma: "Dio si è umanato e l'uomo è stato deificato, o, se volete, usate pure altre espressioni". Ma Dio si dice umanato in quanto s'è fatto uomo. Dunque l'uomo può dirsi deificato in quanto è diventato Dio. Quindi è vera la proposizione: "Un uomo è diventato Dio".
4. Quando si dice che "Dio si è fatto uomo", il soggetto che diviene o si unisce non è Dio, ma la natura umana indicata dalla parola uomo. Ora, sembrerebbe più giusto attribuire il farsi al soggetto che diviene. Dunque la proposizione: "Un uomo è diventato Dio", è più vera della proposizione: "Dio si è fatto uomo".

IN CONTRARIO: Il Damasceno dice: "Non diciamo che un uomo è stato deificato, ma che Dio si è umanato". Ora, diventare Dio è deificarsi. Dunque è falso dire: "Un uomo è diventato Dio".

RISPONDO: La proposizione: "Un uomo è diventato Dio" si può intendere in tre modi. Primo, così da prendere il participio diventato come un aggettivo o del soggetto o del predicato. E allora la proposizione è falsa, perché nel caso nostro diventato non è né l'uomo né Dio, come vedremo in seguito. In tal senso è falsa la stessa proposizione: "Dio è diventato uomo". Ma non è questo il senso che qui consideriamo.
Secondo, si può intendere la proposizione: "Un uomo è diventato Dio", prendendo il termine diventato, per indicare l'avvenimento, in questo senso: "È avvenuto che un uomo sia Dio". E in tal senso sono vere entrambe le proposizioni: "Un uomo è diventato Dio" e "Dio si è fatto uomo". Ma questo non è il senso proprio di tali proposizioni. - A meno che uomo non si prenda come natura umana e non come individuo umano concreto. Perché, sebbene quest'uomo concreto non sia diventato Dio, giacché tale supposito, cioè la persona del Figlio di Dio, era Dio da tutta l'eternità, tuttavia la natura umana non è sempre stata Dio.
Terzo, la frase si può intendere in senso proprio: in modo cioè che il participio diventato implichi un divenire dell'uomo, il cui termine sarebbe Dio. Ebbene, in questo senso la proposizione è falsa, perché in Cristo, come si è visto sopra, sono identici, per Dio e per l'uomo, la persona, l'ipostasi e il supposito. Poiché quando si dice che "un uomo è diventato Dio", la voce uomo indica la persona: l'uomo infatti in Cristo non è Dio per la natura umana ma per il suo supposito. Ora, quel supposito di natura umana per il quale si verifica di essere Dio, s'identifica con l'ipostasi o persona del Figlio di Dio, la quale è sempre stata Dio. Dunque non si può dire che tale uomo "ha cominciato a essere Dio", o che "diventi Dio", o che "è diventato Dio".
Se invece Dio e l'uomo avessero (in Cristo) persona o ipostasi distinte, così da poter dire indifferentemente che un uomo è Dio, e che Dio è un uomo, unendo in qualche modo le due persone mediante la dignità, l'amore, o la presenza, come pretendevano i Nestoriani, allora si potrebbe anche dire che "un uomo è diventato Dio", cioè che "si è unito a Dio", come si dice che "Dio si è fatto uomo", e cioè che "si è unito all'uomo".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nelle parole dell'Apostolo il pronome relativo il quale, riferito alla persona del Figlio, non si deve intendere come predicato, quasi che qualcuno della stirpe di David secondo la carne sia diventato Figlio di Dio nel senso dell'obiezione, ma si deve intendere come soggetto, così da significare che "il Figlio di Dio per lui ("cioè a onore del Padre", come spiega la Glossa) si è fatto sussistente nella stirpe di David secondo la carne", come se dicesse: "Il Figlio di Dio è diventato un essere che ha la carne dalla stirpe di David a onore di Dio".
2. Le parole di S. Agostino sono da intendersi nel senso che per l'assunzione compiutasi nell'incarnazione è avvenuto (factum est) che un uomo fosse Dio e che Dio fosse uomo. In tal senso ambedue le proposizioni sono vere, come si è detto.
3. E ugualmente si dica per la terza obiezione, perché esser deificato è lo stesso che diventare Dio.
4. Un termine che fa da soggetto, funge da materia, cioè da supposito; usato invece come predicato funge da forma, significa cioè la natura della cosa. Perciò nel dire che "un uomo è diventato Dio", il diventare non si attribuisce alla natura umana, ma al supposito della natura umana, che nel caso è Dio dall'eternità e non può quindi diventare Dio. Quando invece si dice che "Dio si è fatto uomo", s'intende che il farsi termina alla sua natura umana. Perciò a parlare propriamente la proposizione: "Dio si è fatto uomo", è vera; mentre è falsa la proposizione: "Un uomo è diventato Dio". Se Socrate, p. es., essendo già uomo è poi diventato bianco, posso dire indicandolo: "Quest'uomo oggi è diventato bianco". Ma non posso dire: "Questo bianco oggi è diventato uomo".
Però se il soggetto della proposizione fosse la natura umana in astratto, allora essa potrebbe essere soggetto del verbo divenire: p. es., se si dicesse, che "la natura umana è diventata (natura) del Figlio di Dio".

ARTICOLO 8

Se sia vera la proposizione: "Cristo è una creatura"

SEMBRA che la proposizione: "Cristo è una creatura", sia vera. Infatti:
1. S. Leone (I) Papa esclama: "Che fatto nuovo e inaudito: Dio che è ed era, diventa creatura". Ma di Cristo si può predicare tutto ciò che il Figlio di Dio è divenuto con l'incarnazione. Dunque è vera la proposizione: "Cristo è una creatura".
2. Le proprietà di ciascuna delle due nature si può attribuire all'ipostasi comune, qualunque sia, come abbiamo già detto, il termine col quale è designata. Ora, è proprio della natura umana essere creatura, come è proprio della natura divina essere Creatore. Perciò di Cristo si può predicare e che è creatura, e che è increato o Creatore.
3. L'anima è nell'uomo un elemento più importante del corpo. Ma Cristo, per il corpo da essa ricevuto, si dice in senso assoluto che è nato dalla Vergine. Dunque per l'anima che è stata creata da Dio, si deve dire in senso assoluto che Cristo è creatura.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio si domanda: "Cristo è stato forse fatto mediante una parola? Creato mediante un comando?". E la risposta implicita è negativa. Tanto che continua: "Come può esserci in Dio una creatura? Dio infatti è semplice nella sua essenza, non composto". Dunque non si deve ammettere questa proposizione: "Cristo è creatura".

RISPONDO: Come si esprime S. Girolamo, "usando parole non appropriate si cade nell'eresia". Perciò con gli eretici non dobbiamo avere in comune neppure i vocaboli, per non apparire favorevoli ai loro errori. Ora, gli Ariani dicevano che Cristo è creatura e che è inferiore al Padre, non solo per la natura umana, ma anche nella persona divina. Perciò che Cristo sia "creatura" o "minore del Padre" non si deve dire in senso assoluto, ma con la precisazione: "secondo la natura umana". Invece quei predicati che in nessun modo possono convenire alla persona divina per se stessa, li possiamo attribuire senza restrizioni a Cristo per la sua natura umana: così diciamo in modo assoluto che Cristo "ha sofferto", che "è morto" ed "è stato sepolto". Del resto anche nelle cose materiali ed umane, quando un predicato è tale da lasciare in dubbio se sia da attribuire al tutto o a una sua parte, se spetta a una sua parte, non l'attribuiamo al tutto senza restrizioni: non diciamo, p. es., che "un etiope è bianco", ma che "è bianco nei denti". Diciamo invece senza restrizioni che è ricciuto, perché questo è un predicato già di per sé limitato ai capelli.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Qualche volta i santi Dottori, omettendo per brevità ogni determinazione, danno a Cristo l'appellativo di creatura. Ma tale determinazione va sottintesa.
2. Tutte le proprietà della natura umana, come anche di quella divina, sono attribuibili in qualche modo a Cristo. Ecco perché anche il Damasceno scrive che "Cristo, Dio e uomo, è creatura e increato, è divisibile e indivisibile". Però quando l'affermazione può essere equivoca per l'una o per l'altra natura, l'attribuzione non è da farsi senza determinarla. Di qui le parole che seguono: "La medesima ipostasi" di Cristo "è increata per la divinità e creata per l'umanità". Come nel caso opposto non si deve dire senza specificare che "Cristo è incorporeo", o "impassibile", per evitare l'errore dei Manichei, i quali insegnavano che Cristo non aveva un corpo vero e non aveva sofferto realmente; ma si deve precisare che "Cristo è incorporeo e impassibile secondo la sua divinità".
3. La nascita dalla Vergine non è minimamente attribuibile alla persona del Figlio di Dio per se stessa, come si potrebbe pensare della creazione. Perciò il paragone non regge.

ARTICOLO 9

Se si possa dire di Cristo: "Quest'uomo ha cominciato a esistere"

SEMBRA che di Cristo si possa dire: "Quest'uomo ha cominciato a esistere". Infatti:
1. Dice S. Agostino: "Prima che fosse il mondo, non esistevamo noi, né esisteva lo stesso mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù". Ma ciò che non è sempre stato, ha cominciato a essere. Dunque si può dire di Cristo: "Quest'uomo ha cominciato a esistere".
2. Cristo ha cominciato a essere uomo. Ma essere uomo equivale a essere in senso assoluto. Dunque quell'uomo ha cominciato a essere in senso assoluto.
3. La parola uomo indica un supposito di natura umana. Ma Cristo non è sempre stato supposito di natura umana. Dunque quell'uomo ha cominciato a essere.

IN CONTRARIO: Si legge nella Scrittura: "Gesù Cristo è il medesimo ieri, oggi, nei secoli".

RISPONDO: Di Cristo non si può dire: "Quest'uomo ha cominciato a essere", senza aggiungere qualche precisazione. E questo per due motivi. Primo, perché tale affermazione in senso assoluto è falsa per la fede cattolica, secondo la quale ammettiamo in Cristo un solo supposito, una sola ipostasi e una sola persona. Di conseguenza nel parlare di Cristo l'espressione "quest'uomo" indica il supposito eterno, alla cui eternità ripugna cominciare a essere. È dunque falsa la proposizione: "quest'uomo ha cominciato a esistere". Né si può obiettare che cominciare a esistere spetta alla natura umana indicata dal termine uomo, perché esso usato come soggetto non ha il significato formale di natura, ma il significato materiale di supposito, come sopra abbiamo spiegato.
Secondo, perché anche se fosse vera, non si dovrebbe usare senza le debite precisazioni, per evitare l'eresia di Ario, il quale della persona del Figlio come diceva che era creatura e minore del Padre, così diceva che aveva cominciato a esistere, sostenendo che "c'era un tempo in cui non esisteva".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo di S. Agostino va inteso con questa precisazione: prima che esistesse il mondo, l'uomo Cristo Gesù "secondo la sua umanità" non esisteva.
2. Il verbo cominciare non autorizza il passaggio dal meno al più; non si può dire infatti: "Questo ha cominciato a essere bianco, dunque ha cominciato a essere colorato". Infatti cominciare si riferisce a ciò che nella cosa comincia a essere e non a ciò che di essa preesisteva, altrimenti dovremmo dire: "Questo prima non era bianco, dunque prima non era colorato". Ma essere in senso assoluto è più che essere uomo. Perciò non regge l'argomento: "Cristo ha cominciato a essere uomo, dunque ha cominciato a essere".
3. Sebbene il termine uomo riferito a Cristo significhi la natura umana la quale ha cominciato a essere, tuttavia ne indica il supposito eterno che non ha cominciato a essere. Questo, perché usato come soggetto sta per il supposito, usato invece come predicato sta per la natura; perciò è falso che "l'uomo Cristo ha cominciato a essere", mentre è vero che "Cristo ha cominciato a essere uomo".

ARTICOLO 10

Se siano vere le proposizioni: "Cristo in quanto uomo è creatura", e "egli ha cominciato a esistere"

SEMBRA che siano false le proposizioni: "Cristo in quanto uomo è creatura", ed "egli ha cominciato a esistere". Infatti:
1. In Cristo non c'è nulla di creato all'infuori della natura umana. Ma la proposizione: "Cristo in quanto uomo è la natura umana" è falsa. Dunque è falsa anche la proposizione "Cristo in quanto uomo è creatura".
2. Quando un soggetto è accompagnato da un'apposizione presa in senso iterativo, allora il predicato più che del soggetto si predica dell'apposizione: se diciamo, p. es., che "un corpo, in quanto è colorato, è visibile", la visibilità si attribuisce al colorato. Ora, come abbiamo detto, non è vera in senso assoluto la proposizione: "L'uomo Cristo è creatura". Dunque non è vera neppure questa: "Cristo in quanto uomo è creatura".
3. Ciò che si attribuisce a un uomo in quanto uomo, gli si attribuisce per sé e in senso assoluto, perché le espressioni "per sé" e "in quanto tale" si equivalgono, come insegna Aristotele. Ma la proposizione: "Cristo per sé e in senso assoluto è creatura" è falsa. Dunque è falsa anche questa: "Cristo in quanto uomo è creatura".

IN CONTRARIO: Ciò che esiste, o è Creatore o è creatura. Ma è falsa la proposizione: "Cristo in quanto uomo è Creatore". Dunque è vera la proposizione: "Cristo in quanto uomo è creatura".

RISPONDO: Nell'espressione, "Cristo in quanto uomo", il termine uomo in senso iterativo si può intendere, o come supposito, o come natura. Se lo intendiamo come supposito, la proposizione: "Cristo in quanto uomo è creatura", sarà falsa; poiché in Cristo il supposito della natura umana è eterno e increato. Se invece l'intendiamo come natura umana, allora è vera, perché in ragione della natura umana, o secondo la natura umana, spetta a Cristo d'essere creatura, come sopra abbiamo detto.
Si avverta però che nel complemento di limitazione così usato la parola uomo sta più per la natura che per il supposito, avendo funzione di predicato con senso formale; dire infatti: "Cristo in quanto uomo" equivale a dire: "Cristo, in quanto è uomo". Perciò la proposizione: "Cristo in quanto uomo è creatura" merita più d'esser ritenuta vera che falsa. - Invece sarebbe più falsa che vera, se si aggiungesse qualcosa per cui ci si dovesse riferire al supposito umano, come se si dicesse: "Cristo, in quanto è quest'uomo, è creatura".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene Cristo non sia la natura umana, tuttavia ha natura umana. Ora, il termine creatura è tale che si può attribuire non solo ai nomi astratti, ma anche ai concreti: diciamo infatti che "l'umanità è creatura" e che "l'uomo è creatura".
2. Il termine uomo adoperato in funzione di soggetto si riferisce di più al supposito; preso invece in senso iterativo, si riferisce di più alla natura, come si è detto. E poiché (in Cristo in quanto uomo) la natura è creatura e il supposito increato, sebbene per lui non sia vera in senso assoluto la proposizione: "Quest'uomo è creatura", è vera tuttavia quest'altra: "Cristo in quanto uomo è creatura".
3. Ogni uomo che è supposito di sola natura umana, non può esistere che secondo questa natura. Perciò ogni supposito umano in tali condizioni, se è creatura in quanto uomo, è creatura in senso assoluto. Invece Cristo non è supposito della natura umana soltanto, ma anche della natura divina, secondo la quale ha l'essere increato. Quindi il fatto che sia creatura in quanto uomo non significa che sia creatura in senso assoluto.

ARTICOLO 11

Se "Cristo in quanto uomo sia Dio"

SEMBRA che "Cristo in quanto uomo sia Dio". Infatti:
1. Cristo è Dio per la grazia d'unione. Ma Cristo ha la grazia di unione in quanto uomo. Dunque Cristo in quanto uomo è Dio.
2. Rimettere i peccati è proprio di Dio, come dice Isaia: "Sono io stesso che cancello le tue iniquità, come mi piace". Ma Cristo in quanto uomo rimette i peccati, come dichiara nel Vangelo: "Perché sappiate che il Figlio dell'Uomo ha sulla terra il potere di rimettere i peccati, ecc.". Dunque Cristo in quanto uomo è Dio.
3. Cristo non è uomo in senso generico, ma è quest'uomo in particolare. Ora, Cristo, in quanto è questo determinato uomo, è Dio, perché dicendo "questo determinato uomo", si indica il supposito eterno, che è per sua natura Dio. Dunque Cristo in quanto uomo è Dio.

IN CONTRARIO: Ciò che spetta a Cristo come uomo, spetta a ogni uomo. Se dunque Cristo in quanto uomo è Dio, ogni uomo sarebbe Dio. E questo è falso.

RISPONDO: Il termine uomo in senso iterativo si può prendere in due modi. Primo, riferendolo alla natura. E allora non è vero che Cristo in quanto uomo sia Dio, perché la natura umana è specificamente diversa dalla natura divina. - Secondo, si può prendere riferendolo al supposito. Allora, essendo in Cristo il supposito della natura umana la persona del Figlio di Dio, alla quale spetta per diritto d'essere Dio, è vero che Cristo in quanto uomo è Dio.
Tuttavia, siccome un termine usato in maniera reduplicativa sta più propriamente per la natura che per il supposito, come si è detto sopra; la proposizione "Cristo in quanto uomo è Dio" è più da negarsi che da affermarsi.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non è sotto il medesimo aspetto che una cosa si muove verso un termine e lo possiede in atto, perché il divenire va riferito alla cosa in forza della sua materia o della sua condizione di soggetto, l'essere invece conviene in forza della forma. Similmente non è sotto il medesimo aspetto che Cristo diviene Dio mediante la grazia di unione, ed è Dio in assoluto: perché la prima cosa gli spetta per la sua natura umana, e la seconda per la sua natura divina. Perciò è vera la proposizione: "Cristo in quanto uomo ha la grazia d'unione"; ma è falsa quest'altra: "Cristo in quanto uomo è Dio".
2. Non per la natura umana, ma per quella divina "il Figlio dell'Uomo ha sulla terra il potere di rimettere i peccati": per la natura divina rimette i peccati con autorità sovrana, per quella umana invece rimette i peccati strumentalmente e ministerialmente. Ecco perché il Crisostomo così commenta il passo citato: "Cristo ha sottolineato di proposito d'avere "sulla terra il potere di rimettere i peccati", per far capire che ha comunicato inseparabilmente alla natura umana il potere della divinità. Perché, sebbene si sia fatto uomo, è rimasto però Verbo di Dio".
3. Dicendo "quest'uomo" il pronome dimostrativo porta il termine uomo a significare il supposito. Perciò la proposizione: "Cristo, in quanto è quest'uomo, è Dio", è più vera dell'altra: "Cristo in quanto uomo è Dio".

ARTICOLO 12

Se "Cristo in quanto uomo sia ipostasi o persona"

SEMBRA che "Cristo in quanto uomo sia ipostasi o persona". Infatti:
1. Ciò che è vero d'ogni uomo, è vero di Cristo in quanto uomo, essendo egli uguale agli altri uomini, secondo l'espressione dell'Apostolo: "Fattosi uguale agli uomini". Ma ogni uomo è persona. Dunque Cristo in quanto uomo è persona.
2. Cristo in quanto uomo è sostanza di natura razionale. Ma non è sostanza universale. Dunque è sostanza individua. Ora, la persona non è altro che "sostanza individua di natura razionale", come la definisce Boezio. Dunque Cristo in quanto uomo è persona.
3. Cristo in quanto uomo è una realtà, cioè un supposito o un'ipostasi di natura umana. Ma ogni ipostasi, supposito, o realtà di natura umana è persona. Dunque Cristo in quanto uomo è persona.

IN CONTRARIO: Cristo in quanto uomo non è persona eterna. Se dunque è persona in quanto uomo, ci sono in Cristo due persone, una temporale e una eterna. E questo è falso, come abbiamo già detto.

RISPONDO: In senso iterativo, come abbiamo già notato, il termine uomo, può riferirsi al supposito o alla natura. Nel dire dunque che "Cristo in quanto uomo è persona", se con l'iterazione ci riferiamo al supposito, è chiaro che Cristo in quanto uomo è persona; perché il supposito della natura umana è la stessa persona del Figlio di Dio.
Se poi ci riferiamo alla natura umana, si possono dare due spiegazioni. Primo, nel senso che la natura umana per esistere deve sussistere in una persona. E anche in questo senso la proposizione è vera, perché ogni natura umana sussistente è persona. - Secondo, si può intendere nel senso che alla natura umana in Cristo sia dovuta una propria personalità causata dai principi della natura umana. In questo senso Cristo in quanto uomo non è persona, perché la sua natura umana non sussiste indipendentemente dalla natura divina, come esige la nozione di persona.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ogni uomo è persona, perché lo è ogni natura umana sussistente. Ma è proprio di Cristo in quanto uomo che la persona sussistente nella sua natura umana non sia causata dai principi di quest'ultima e sia invece eterna. Perciò in quanto uomo Cristo è persona sotto un aspetto, e non lo è sotto un altro, secondo le spiegazioni date.
2. La "sostanza individua" nella definizione di persona sta a indicare una sostanza completa sussistente per se stessa e separatamente da altre sostanze. Altrimenti anche una mano, essendo sostanza individua, potrebbe essere persona e invece non può esserlo, perché sussiste in un soggetto. Per la stessa ragione neppure lo è la natura umana in Cristo, la quale però può dirsi individua e singolare.
3. Come la parola persona indica una sostanza completa e sussistente per se stessa nell'ordine della natura razionale, così i termini ipostasi, supposito e realtà sostanziale significano la stessa cosa nella categoria di sostanza. Perciò se la natura umana non esiste per se stessa separata dalla persona del Figlio, non è neppure ipostasi o supposito o realtà sostanziale. Quindi nel senso in cui neghiamo la proposizione che "Cristo in quanto uomo è persona", dobbiamo negare anche tutte le altre consimili.