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Questione 15
I difetti dell'anima assunti da Cristo nella natura umana
Esaminiamo ora
i difetti riguardanti l'anima.
Su di essi poniamo dieci quesiti: 1. Se in Cristo ci fosse il
peccato; 2. Se ci fosse il fomite del peccato; 3. Se ci fosse l'ignoranza;
4. Se la sua anima fosse passibile; 5. Se egli fosse soggetto al dolore
sensibile; 6. Se fosse soggetto alla tristezza; 7. Se fosse soggetto
al timore; 8. Se provasse la meraviglia; 9. Se sentisse l'ira; 10. Se fosse
insieme viatore e comprensore.
ARTICOLO
1
Se in Cristo ci fosse il peccato
SEMBRA che in Cristo ci fosse il peccato. Infatti:
1. Il salmista scrive:
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Il
grido dei miei peccati allontana da me la salvezza".
Ma queste parole sono dette in persona di Cristo, come risulta dal
fatto che egli le proferì sulla croce. Dunque in Cristo c'erano dei
peccati.
2. L'Apostolo dice che
"in Adamo peccarono tutti", in quanto
cioè erano in lui come nella loro origine. Ma anche Cristo era
originalmente in Adamo. Dunque peccò in lui.
3. L'Apostolo scrive che Cristo,
"avendo sperimentato egli stesso la
tentazione e la sofferenza, può venire in aiuto di quelli che sono
messi alla prova". Ma questi avevano bisogno del suo aiuto specialmente
contro il peccato. Dunque in lui ci fu il peccato.
4. S. Paolo dichiara che
"Dio ha fatto diventare peccato per noi
colui che non conobbe il peccato", cioè Cristo. Ma quello che
Dio opera si compie davvero. In Cristo dunque c'era veramente
il peccato.
5. Come afferma S.
Agostino,
"in Cristo uomo si è presentato
a noi quale modello il Figlio di Dio". Ma l'uomo ha bisogno di
modello non soltanto per vivere rettamente, bensì anche per pentirsi
dei peccati. In Cristo dunque doveva esserci il peccato, perché
pentendosi potesse dare a noi l'esempio della penitenza.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"Chi di voi mi potrà
convincere di peccato?".
RISPONDO: Come si è detto sopra, Cristo assunse i nostri difetti
per soddisfare per noi, per dimostrare la realtà della sua natura
umana e per essere a noi esempio di virtù. E per questi tre motivi
è evidente che non doveva assumere il peccato. Primo, perché
il peccato non contribuisce all'espiazione, anzi ne impedisce l'efficacia,
poiché secondo l'Ecclesiastico, "l'Altissimo non gradisce le
offerte degli empi". Similmente non serve il peccato a dimostrare
la realtà della natura umana, perché il peccato non è essenziale
alla natura umana che ha Dio per autore, ma è stato piuttosto
introdotto contro natura "per la semina del diavolo", come si
esprime il Damasceno. Terzo, non poteva egli, peccando, darci
esempio di virtù, essendo il peccato contrario alla virtù. Per tutto
questo Cristo non assunse in nessun modo la miseria del peccato
né originale né attuale, come dice S. Pietro: "Non ha commesso
peccato e sulla sua bocca non si è trovato inganno".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Come nota il Damasceno, ciò
che si attribuisce a Cristo, talvolta riguarda lui nelle sue proprietà
naturali e ipostatiche, come quando si dice che si è fatto uomo
e che ha patito per noi; altre volte riguarda lui solo come rappresentante
nostro e non gli conviene per nulla in senso proprio.
Per cui la prima delle sette regole di Ticonio, ricordate da S. Agostino,
ha per titolo "il Signore e il suo corpo", perché "Cristo
e la Chiesa si considerano una sola persona". Attesa questa spiegazione,
Cristo pronunzia le parole: "il grido dei miei peccati", a nome
delle sue membra; non già nel senso che in lui stesso che
ne è il capo ci fossero dei peccati.
2. Come spiega S. Agostino, Cristo non era in Adamo e negli
altri Patriarchi alla stessa maniera nostra. Noi infatti eravamo
in Adamo per la ragione seminale e per la materia fecondabile,
perché, egli aggiunge, "distinguendosi nel seme una materia visibile
e una ragione seminale invisibile, ambedue ci vengono da Adamo.
Cristo invece prese dalla carne della Vergine la sostanza visibile
della propria carne, mentre la ragione seminale della sua concezione
non era del seme virile, ma veniva da ben altra causa e molto più alta". Perciò Cristo non era in Adamo per la forza genetica del
seme, ma solo per la materia fecondabile. E quindi Cristo ebbe
da Adamo la natura umana non attivamente, ma solo materialmente;
attivamente invece l'ebbe dallo Spirito Santo; come anche
lo stesso Adamo ebbe il corpo materialmente dal fango della terra
e attivamente da Dio. Cristo dunque non peccò in Adamo, perché
fu in lui soltanto materialmente.
3. Cristo ci è stato d'aiuto espiando per noi con le sue tentazioni
e sofferenze. Il peccato invece non contribuisce all'espiazione, ma
se mai l'impedisce, come si è detto. Non c'era dunque bisogno
che avesse in sé il peccato, ma che ne fosse totalmente immune;
altrimenti la pena da lui subita sarebbe stata dovuta al peccato proprio.
4. Dio
"ha fatto diventare peccato Cristo", non già permettendone
il peccato, ma facendolo vittima del peccato; conforme alle
parole del profeta, secondo le quali i sacerdoti "mangeranno i
peccati del popolo", in quanto a norma della legge mangiavano
le vittime immolate per il peccato. Nello stesso senso si legge in
Isaia: "Il Signore ha posto sopra di lui i peccati di noi tutti",
cioè l'ha consegnato perché fosse vittima dei peccati di tutti gli
uomini.
Oppure si può dire che
"lo fece peccato" nel senso che lo fece "con una carne somigliante a quella del peccato", come dice
S. Paolo. E ciò a motivo del corpo passibile e mortale che assunse.
5. L'esempio lodevole che dà il penitente, non è quello del suo
peccato, ma quello della volontarietà con la quale ne sopporta la
pena. Perciò Cristo ha offerto ai penitenti l'esempio più grande,
subendo volontariamente la pena per i peccati degli altri, senza
alcun peccato suo proprio.
ARTICOLO
2
Se in Cristo ci fosse il fomite del peccato
SEMBRA che in Cristo ci fosse il fomite del peccato. Infatti:
1. Il fomite del peccato e la passibilità o mortalità del corpo
hanno la stessa origine, dipendono cioè dalla perdita della giustizia
originale, che teneva le potenze inferiori sottomesse alla ragione
e il corpo sottomesso all'anima. Ma in Cristo c'era la passibilità
e mortalità del corpo. Dunque c'era in lui anche il fomite del
peccato.
2. Come dice il Damasceno,
"il beneplacito della volontà divina
lasciava alla carne di Cristo di patire e operare conformemente
alla sua natura". Ma è conforme alla natura della carne che essa
brami quanto le piace. Poiché dunque, come spiega la Glossa,
il fomite non è nient'altro che la concupiscenza, in Cristo c'era il
fomite del peccato.
3. Per il fomite
"la carne ha desideri opposti a quelli dello
spirito", come afferma l'Apostolo. Ma lo spirito si dimostra tanto
più forte e più meritevole di premio quanto più trionfa sul nemico,
cioè sulla concupiscenza della carne, poiché S. Paolo scrive: "Non
viene coronato se non chi ha combattuto secondo le regole". Ora,
Cristo aveva uno spirito straordinariamente forte, vittorioso e
meritevole di premio, come di lui dice l'Apocalisse: "Gli fu data
una corona ed egli uscì vincitore per vincere ancora". Dunque
in Cristo il fomite doveva esserci nella maniera più grande.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"Ciò che in lei è nato,
viene dallo Spirito Santo". Ma lo Spirito Santo esclude il peccato
e l'inclinazione al peccato, implicita nel termine fomite. Dunque
in Cristo non c'era il fomite del peccato.
RISPONDO: Come si è detto sopra, Cristo aveva nel modo più
perfetto la grazia e tutte le virtù. Ma la virtù morale, estendendosi
alla parte irrazionale dell'anima, la rende sottomessa alla ragione
e tanto meglio quanto più perfetta è la virtù: così la temperanza
soggioga l'appetito concupiscibile, la fortezza e la mansuetudine
l'appetito irascibile, come si è visto nella Seconda Parte. Ora, il
fomite consiste nell'inclinazione dell'appetito sensitivo a oggetti
che sono contro la ragione. È chiaro perciò che quanto più cresce
in una persona la virtù, tanto più si smorza in lei la violenza del
fomite. Poiché dunque in Cristo la virtù raggiungeva il vertice
più alto, ne segue che in lui non c'era il fomite del peccato; tanto
più che questo difetto non è un mezzo d'espiazione, ma se mai
inclina a ciò che è contrario all'espiazione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le facoltà inferiori dell'appetito
sensitivo sono inclini per natura a obbedire alla ragione, non
così invece le potenze del corpo, gli umori e le facoltà dell'anima
vegetativa, come spiega Aristotele. Perciò la perfetta virtù, che
è rettitudine razionale, non esclude la passibilità del corpo, ma
esclude il fomite del peccato, che consiste nella resistenza dell'appetito
sensitivo alla ragione.
2. Il corpo per sua natura brama ciò che gli piace con l'appetito
sensitivo; ma il corpo dell'uomo che è un animale ragionevole,
sottomette queste sue brame al governo e all'ordine della ragione.
Così il corpo di Cristo con l'appetito sensitivo cercava naturalmente
cibo, bevanda, sonno e cose simili che sono consentite dalla retta
ragione, come risulta dal Damasceno. Ma da questo non segue
che in Cristo ci sia stato il fomite del peccato che è la ricerca del
piacere fuori dell'ordine razionale.
3. Una certa fortezza lo spirito la dimostra resistendo alla
concupiscenza della carne quando gli si oppone, ma esso dimostra
una fortezza maggiore quando la reprime totalmente così da eliminarne
le brame disordinate. Questa era appunto la condizione
di Cristo, il cui spirito aveva raggiunto il sommo grado della fortezza.
E sebbene egli non abbia dovuto sostenere il combattimento
interiore del fomite, subì però la lotta esterna del mondo
e del diavolo, trionfando dei quali meritò la corona della vittoria.
ARTICOLO
3
Se in Cristo ci fosse l'ignoranza
SEMBRA che in Cristo ci fosse l'ignoranza. Infatti:
1. C'era veramente in Cristo quello che gli competeva secondo
la natura umana, anche se non gli competeva secondo la natura
divina, come la passione e la morte. Ma l'ignoranza competeva
a Cristo secondo la natura umana. Infatti il Damasceno afferma
che "assunse una natura ignorante e servile". Dunque in Cristo
c'era veramente l'ignoranza.
2. Ignorante è chi non conosce qualcosa. Ma qualcosa era ignoto
a Cristo, secondo quello che dice l'Apostolo: "Colui che non conobbe
il peccato, Dio lo ha fatto diventare peccato per noi".
Dunque in Cristo c'era l'ignoranza.
3. Isaia afferma:
"Prima che il bambino sappia chiamare padre
e madre, saranno asportate le ricchezze di Damasco". Ma quel
bambino è Cristo. Dunque in Cristo c'era l'ignoranza di qualcosa.
IN CONTRARIO: L'ignoranza non toglie l'ignoranza. Ma Cristo
è venuto a togliere la nostra ignoranza; è venuto infatti "per
illuminare coloro che giacciono nelle tenebre e nell'ombra di morte". Dunque in Cristo non c'era l'ignoranza.
RISPONDO: In Cristo, come c'era la pienezza della grazia e della
virtù, così pure c'era la pienezza d'ogni scienza, secondo le spiegazioni
date. Ma in Cristo, come la pienezza della grazia e della
virtù esclude il fomite del peccato, così la pienezza della scienza
esclude l'ignoranza che si oppone alla scienza. Dunque in Cristo,
come non c'era il fomite del peccato, così non c'era l'ignoranza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La natura assunta da Cristo
si può considerare sotto due punti di vista. Primo, nel suo essere
specifico. È in tal senso che il Damasceno la chiama "ignorante
e servile". E spiega: "La natura dell'uomo è serva di Dio che
l'ha creata ed essa ignora le cose future". - Secondo, può considerarsi
in rapporto alla sua unione con l'ipostasi divina, che le
conferisce la pienezza della scienza e della grazia, secondo l'attestazione
evangelica: "Lo abbiamo visto come Unigenito del Padre,
pieno di grazia e di verità". E in tal senso la natura umana in
Cristo escludeva l'ignoranza.
2. Si dice che Cristo non conobbe il peccato per non averlo
commesso personalmente. Ma lo conosceva nozionalmente.
3. Quel testo d'Isaia parla della scienza umana di Cristo. Dice
infatti: "Prima che il bambino" secondo la natura umana, "sappia
chiamare suo padre", cioè Giuseppe, padre di lui putativamente, "e sua
madre",
Maria, "saranno asportate le ricchezze di Damasco". Ciò non va inteso nel senso che Cristo nella sua umanità
abbia ignorato tali cose, ma "prima che sappia", cioè prima
che egli diventando uomo si formi una scienza umana, "saranno asportate", o in senso letterale
"le ricchezze di Damasco e le spoglie
di Samaria dal re degli Assiri", o in senso figurale "ancor prima
di nascere salverà il suo popolo con la sola invocazione del suo nome" come spiega una Glossa di S. Girolamo.
S. Agostino invece dice che tale profezia si è avverata nell'adorazione
dei Magi. Scrive infatti: "Prima che nella sua carne
umana pronunziasse parole umane, ricevette in dono la potenza
di Damasco, cioè le ricchezze di cui Damasco andava orgogliosa:
ora tra le ricchezze l'oro occupa il primo posto. Le spoglie poi
di Samaria erano i Magi stessi. Perché Samaria rappresenta i popoli
idolatri, essendo il popolo in quella regione passato al culto degli
idoli. Essi dunque erano le prime spoglie che il bambino strappava all'idolatria". Le parole
"prima che il bambino sappia" hanno
allora il senso: "prima che mostri di sapere".
ARTICOLO 4
Se l'anima di Cristo fosse passibile
SEMBRA che l'anima di Cristo non fosse passibile. Infatti:
1. Non si patisce se non da una forza superiore, essendo
"l'agente
superiore al paziente", come osservano S. Agostino e il Filosofo.
Ma nessuna creatura era più nobile dell'anima di Cristo. Dunque
l'anima di Cristo non poteva patire da nessuna creatura. E quindi
non era passibile, perché inutilmente ne avrebbe avuta la capacità
se non avesse poi subito l'azione di nessuna creatura.
2. Cicerone chiama
"specie di malattie" le passioni dell'anima.
Ma nell'anima di Cristo non c'era nessuna infermità, perché questa
suppone il peccato, come risulta dalle parole del salmista: "Risana
l'anima mia, perché ho peccato contro di te". In Cristo dunque
non c'erano le passioni dell'anima.
3. Le passioni dell'anima sono tutt'uno con il fomite del peccato,
tanto che l'Apostolo le chiama "passioni peccaminose". Ma
in Cristo non c'era il fomite del peccato, come abbiamo detto sopra.
Dunque non c'erano in lui le passioni dell'anima. Quindi l'anima
di Cristo non era passibile.
IN CONTRARIO: Il salmista così parla in nome di Cristo:
"Sazia
di mali è l'anima mia", non di peccati, ma, come dice la Glossa,
di mali umani, "cioè di dolori". Dunque l'anima di Cristo era
passibile.
RISPONDO: L'anima unita al corpo può patire in due modi, per
passione corporale e per passione animale o psichica. Per passione
corporale patisce quando il corpo subisce una lesione. Perché,
essendo l'anima forma del corpo, hanno tutti e due un solo essere
e perciò se qualche danno colpisce il corpo, ne risente indirettamente
anche l'anima per l'essere che ha comune con il corpo.
Poiché dunque il corpo di Cristo era passibile e mortale, come si
è visto sopra, era necessario che anche la sua anima fosse passibile
in questo primo modo.
Si dice invece che l'anima patisce di passione animale o psichica,
quando patisce per operazioni che, o sono proprie dell'anima, o
sono più dell'anima che del corpo. Dobbiamo tuttavia precisare
che, sebbene si possano chiamare passioni psichiche anche l'intendere
e il sentire, tuttavia in senso rigoroso, come abbiamo spiegato
nella Seconda Parte, si chiamano passioni dell'anima gli affetti
dell'appetito sensitivo, che c'erano in Cristo come tutte le altre
cose proprie della natura umana. Per cui dice S. Agostino: "Il
Signore, degnandosi di vivere in forma di servo, usò le passioni
alla maniera umana, quando ritenne opportuno. Né tali passioni
erano apparenti in lui che aveva un vero corpo umano e una vera
anima umana".
Bisogna però notare che queste passioni si trovavano in Cristo
in modo diverso dal nostro sotto tre aspetti. Primo, per l'oggetto.
Perché in noi il più delle volte queste passioni si volgono a cose
illecite: ciò che non avveniva in Cristo. - Secondo, per la causa.
Perché tali passioni spesso in noi prevengono il giudizio della
ragione, mentre in Cristo tutti i movimenti dell'appetito sensitivo
nascevano dall'impero della ragione. Dice pertanto S. Agostino
che "per la grazia di una sicurissima libertà Cristo assumeva nel
suo animo queste passioni quando voleva, come quando ha voluto
si è fatto uomo". - Terzo, per l'effetto. Perché in noi a volte tali
passioni non s'arrestano all'appetito sensitivo, ma trascinano la
ragione. Ciò non avveniva in Cristo, perché tutti i moti attinenti
alla carne umana erano così contenuti per sua volontà nell'appetito
sensitivo che la sua ragione non ne veniva minimamente intralciata.
Ecco perché S. Girolamo scrive che "il Signore per dimostrare la realtà
dell'uomo assunto soffrì vera tristezza, ma per
escludere un dominio della passione sul suo animo si dice che "cominciò
a rattristarsi" per una propassione, indicando con la
passione ciò che domina l'animo, cioè la ragione, e con il termine
propassione il sentimento che si sviluppa entro l'appetito sensitivo,
senza sconfinamenti".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'anima di Cristo poteva
impedire l'insorgere delle passioni, specialmente con la sua potenza
divina. Ma si sottometteva liberamente sia alle sofferenze del
corpo che alle passioni dell'anima.
2. Cicerone parla secondo l'opinione degli Stoici, i quali chiamavano
passioni non già tutti i movimenti dell'appetito sensitivo,
ma solo quelli disordinati. Ora, è chiaro che tali passioni in Cristo
non potevano esserci.
3.
"Passioni peccaminose" sono i movimenti dell'appetito sensitivo
tendenti alle cose illecite. E questi in Cristo non potevano
esserci, come non c'era il fomite del peccato.
ARTICOLO 5
Se in Cristo ci fosse vero dolore sensibile
SEMBRA che in Cristo non ci fosse vero dolore sensibile. Infatti:
1. S. Ilario scrive:
"Se morire per Cristo è vivere, come si fa
a pensare che nel mistero della morte egli abbia sofferto, mentre
premia con la vita quelli che muoiono per lui?". E dopo aggiunge: "Dio
Unigenito, senza cessare d'essere Dio, si è fatto vero uomo:
perciò pestato dai colpi, coperto di ferite, caricato di catene, sospeso alla
croce, può ricevere da tutto questo passione, ma non dolore". In Cristo
dunque non c'era vero dolore.
2. Soggiacere alla necessità del dolore è proprio della carne
concepita in peccato. Ma la carne di Cristo non è stata concepita
in peccato, bensì per opera dello Spirito Santo in un seno verginale.
Dunque non soggiaceva alla necessità di patire il dolore.
3. Il gaudio della contemplazione delle cose divine diminuisce
il senso del dolore, per cui anche i martiri nelle loro passioni sopportavano
meglio il dolore considerando l'amore divino. Ma l'anima di Cristo
godeva sommamente della contemplazione di Dio
che vedeva nell'essenza, come si è detto sopra. Dunque non poteva
sentire alcun dolore.
IN CONTRARIO: Isaia scrive:
"Egli ha portato i nostri mali e
ha sofferto i nostri dolori".
RISPONDO: Come risulta dalla Seconda Parte, perché ci sia vero
dolore sensibile, occorre una lesione del corpo e la sensazione di
essa. Ora, il corpo di Cristo poteva subire lesioni, essendo passibile
e mortale, come si è visto sopra. Né gli faceva difetto la sensazione
delle lesioni, avendo l'anima di Cristo perfette tutte le potenze
naturali. Non si può dunque dubitare che in Cristo ci fosse vero dolore.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quei testi e in altri simili
S. Ilario non intende escludere dalla carne di Cristo la realtà del
dolore, ma la necessità. Tanto che dopo le parole citate spiega: "Infatti quando il Signore ebbe fame e sete o piangeva, non simulò
di mangiare, di bere, di piangere; ma per dimostrare la realtà del
suo corpo assunse le abitudini del corpo e le soddisfece alla nostra
maniera. Oppure quando accettava da bere e da mangiare, non
lo faceva per necessità del suo corpo, ma per adattarsi all'uso
comune". E la "necessità" che esclude è quella del peccato, quale
causa prima di quei difetti, come si è detto sopra: cioè la carne
di Cristo non sottostava alla necessità di quei difetti, perché non
c'era in essa il peccato. Per questo soggiunge che Cristo "aveva
un corpo ma di origine singolare, non viziosamente concepito alla
maniera umana, ma fatto dalla sua potenza a somiglianza del
nostro corpo". Quanto però alla causa prossima di quei difetti,
che è la composizione di elementi contrari, la carne di Cristo
soggiaceva alla necessità di essi, come abbiamo già spiegato.
2. La carne concepita in peccato soggiace necessariamente al
dolore non solo in forza dei suoi principi naturali, ma anche in
pena del peccato. Quest'ultima necessità mancava in Cristo e c'era
solo la necessità dei principi naturali.
3. Come si è detto sopra, la divinità di Cristo faceva sì che in
via straordinaria la beatitudine della sua anima non rifluisse nel
corpo, così da togliere la sua passibilità e mortalità. Per lo stesso
motivo il gaudio della contemplazione era così circoscritto nell'anima,
da non discendere nelle facoltà sensitive e non impedire il dolore sensibile.
ARTICOLO 6
Se in Cristo ci fosse la tristezza
SEMBRA che in Cristo non ci fosse la tristezza. Infatti:
1. Isaia dice di Cristo:
"Non sarà triste né turbolento".
2. Nei Proverbi si legge che
"il giusto non si rattrista mai, qualunque
cosa gli accada". E gli Stoici spiegavano questo fatto nel
senso che ci si rattrista soltanto della perdita dei propri beni, e
il giusto considera suoi beni solo la giustizia e la virtù che non
può perdere. Altrimenti il giusto sarebbe in balia della fortuna,
se si rattristasse per la perdita dei beni di fortuna. Ma Cristo, a
detta di Geremia, era sommamente giusto: "Questo è il nome con
cui lo chiameranno: Signore, giustizia nostra". Dunque non c'era
tristezza in lui.
3. Il Filosofo asserisce che ogni tristezza è
"una cosa cattiva
e da fuggirsi". Ma in Cristo non c'era nessuna cosa cattiva o da
fuggirsi. Dunque in Cristo non c'era tristezza.
4. S. Agostino dice che
"la tristezza ha per oggetto le cose che
accadono contro la nostra volontà". Ma Cristo non ha sofferto
nulla contro volontà, poiché sta scritto: "È stato immolato, perché
egli stesso l'ha voluto". Dunque in Cristo non c'era tristezza.
IN CONTRARIO: Attesta il Signore:
"L'anima mia è triste fino
alla morte". E S. Ambrogio scrive: "Soffrì tristezza come uomo:
prese infatti la mia tristezza. E senza esitazione dico tristezza,
perché predico la croce".
RISPONDO: Come si è detto sopra, il gaudio della contemplazione
di Dio per intervento della potenza divina era così circoscritto
nell'anima di Cristo che non giungeva alle facoltà sensitive e non
impediva quindi il dolore sensibile. Ma, come il dolore sensibile,
così anche la tristezza ha sede nell'appetito sensitivo, con una
differenza però quanto al motivo o all'oggetto. Infatti oggetto e
motivo del dolore è una lesione percepita dal tatto, per esempio
una ferita. Invece oggetto e motivo della tristezza è un danno
o un male percepibile interiormente con la ragione o con l'immaginazione,
come si è visto nella Seconda Parte, p. es., la tristezza
d'aver perso la grazia o il denaro.
Ora, l'anima di Cristo poteva percepire interiormente qualcosa
di nocivo per sé, come la passione e la morte, e per gli altri, come
il peccato dei discepoli, o dei Giudei che lo uccidevano. Perciò in
Cristo, come ci poteva essere vero dolore, così ci poteva essere vera
tristezza, diversamente però da noi per quelle tre ragioni già ricordate
parlando della passibilità di Cristo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La tristezza in Cristo va
negata come passione vera, ma non come propassione. Il Vangelo
dice infatti che "cominciò a rattristarsi e ad esser mesto". Ora,
altro è rattristarsi, altro cominciare a rattristarsi, come osserva
S. Girolamo.
2. Come scrive S. Agostino,
"gli Stoici al posto dei tre turbamenti dell'animo", cioè del desiderio, del godimento e del timore,
"ponevano nell'animo del sapiente tre eupatie" o buone passioni,
cioè "la volontà al posto del desiderio, il gaudio al posto del godimento,
la prudenza al posto del timore. Ma non ammettevano
che ci potesse essere qualcosa nell'animo del sapiente al posto della
tristezza, perché essa si sente per un male che è già accaduto e
nessun male, dicono, può accadere al sapiente". E questo perché
giudicavano buono solo ciò che è onesto e che rende buoni, cattivo
solo ciò che è disonesto e che rende cattivi.
Ora, per quanto sia vero che l'onestà è il bene principale dell'uomo
e la disonestà è il suo male principale, perché riguardano
la ragione che è l'elemento primario dell'uomo, tuttavia esistono
dei beni umani secondari che riguardano il corpo stesso o cose
esterne utili al corpo. Dentro questi limiti può nell'animo del
sapiente sorgere la tristezza da parte dell'appetito sensitivo per
la percezione di questi mali, senza però che tale tristezza turbi
la ragione. E in questo senso è vero che "il giusto non si rattrista
mai, qualunque cosa gli accada", perché nessun avvenimento turba
la sua mente. Così la tristezza era in Cristo come propassione,
non come passione.
3. La tristezza è sempre una pena, ma non sempre è una colpa:
lo è soltanto quando nasce da un sentimento disordinato. Per
cui scrive S. Agostino: "Se queste passioni obbediscono alla retta
ragione e vengono adoperate quando e dove occorre, chi oserebbe
chiamarle allora morbose o viziose?".
4. Ciò che per se stesso è contrario alla volontà, può essere
voluto come mezzo per un determinato fine: così una medicina
amara non è voluta di per sé, ma solo in quanto è un mezzo per
guarire. Similmente la morte e la passione di Cristo, considerate
in se stesse, ripugnavano alla volontà e causavano tristezza, ma
come mezzi al fine della redenzione del genere umano erano volontarie.
ARTICOLO
7
Se in Cristo ci fosse il timore
SEMBRA che in Cristo non ci fosse il timore. Infatti:
1. Si legge nei Proverbi:
"Il giusto è senza timore, sicuro come
un leone". Ma Cristo era sommamente giusto. Dunque in Cristo
non c'era alcun timore.
2. Scrive S.
Ilario: "Domando a coloro che pensano diversamente,
se sia ragionevole ammettere la paura di morire in colui che
fugando dagli Apostoli ogni timore di morte li esortò alla gloria
del martirio". Non è dunque ragionevole ammettere in Cristo il timore.
3. Il timore è solo per mali che l'uomo non può evitare. Ma
Cristo poteva evitare e il male della pena che soffrì e il male della
colpa che commettono gli altri. Dunque in Cristo non poteva esserci il timore.
IN CONTRARIO: Il Vangelo attesta che
"Gesù cominciò a sentire
tedio e timore".
RISPONDO: Come la percezione d'un male presente provoca la
tristezza, così la conoscenza d'un male futuro provoca il timore.
Però se il male futuro si prospetta con assoluta certezza, non si ha
più il timore. Perciò dice il Filosofo che c'è timore solo dove c'è
una qualche speranza di scansare il male: quando infatti non c'è
alcuna speranza d'evitarlo, si apprende il male come presente e
allora provoca tristezza piuttosto che timore.
Il timore quindi si presenta sotto due aspetti. Primo, come
ripugnanza naturale dell'appetito sensitivo per il male corporeo,
il quale causa tristezza se il male è presente, e timore se il male
è futuro. Sotto questo aspetto in Cristo c'era il timore, come pure
la tristezza. - Secondo, come incertezza del futuro, quando, p. es.,
di notte ci spaventiamo a sentire qualche rumore di cui ignoriamo
la causa. E sotto questo aspetto in Cristo il timore non c'era, come
afferma il Damasceno.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È detto che il giusto è
"senza timore" nel senso di passione perfetta che distoglie l'uomo dal
bene razionale. Tale timore non c'era in Cristo, ma solo come
propassione. Per questo si dice che "Gesù cominciò a sentire timore
e tedio", nel senso di propassione, come spiega S. Girolamo.
2. S. Ilario esclude da Cristo il timore in quel senso in cui esclude
la tristezza: esclude cioè la necessità di subirlo. Tuttavia, a dimostrare
la realtà della sua natura umana, Cristo assunse volontariamente
sia il timore che la tristezza.
3. Sebbene Cristo potesse con la sua potenza divina evitare i mali
futuri, nondimeno rispetto alla debolezza della sua carne questi
si presentavano inevitabili, o difficilmente evitabili.
ARTICOLO
8
Se in Cristo ci fosse la
meraviglia
SEMBRA che in Cristo non ci fosse la meraviglia. Infatti:
1. Dice il Filosofo che la meraviglia nasce quando s'ignora la
causa di ciò che accade, e perciò la meraviglia suppone l'ignoranza.
Ma in Cristo non c'era ignoranza. Dunque in Cristo non c'era meraviglia.
2. Il Damasceno scrive:
"La meraviglia è timore prodotto da
ciò che colpisce grandemente l'immaginazione", e di conseguenza
il Filosofo afferma che "il magnanimo non si meraviglia di nulla".
Ma Cristo era sommamente magnanimo. Dunque in Cristo non
c'era meraviglia.
3. Nessuno si meraviglia di ciò che è capace di fare. Ma Cristo
era capace delle più grandi cose. Dunque non si meravigliava di nulla.
IN CONTRARIO: Il Vangelo attesta che alle parole del centurione
"Gesù, dopo averle ascoltate, restò meravigliato".
RISPONDO: Propriamente suscita meraviglia una cosa nuova e
insolita. Ora, per Cristo non ci poteva essere niente di nuovo e
d'insolito quanto alla sua scienza divina e neppure quanto alla
scienza umana con la quale conosceva le cose nel Verbo o con idee
infuse. Invece poteva esserci per lui qualcosa di nuovo e d'insolito
rispetto alla scienza sperimentale, a cui ogni giorno si potevano
offrire delle novità. Perciò se parliamo di Cristo secondo la scienza
divina, la scienza beata o la scienza infusa, in lui non c'era meraviglia.
Se invece parliamo di lui secondo la scienza sperimentale,
allora poteva esserci in lui meraviglia. E assunse questo sentimento
a nostra istruzione, per insegnarci che la meraviglia è doverosa,
poiché anch'egli volle sperimentarla. Ecco perché S. Agostino ha
scritto: "La meraviglia del Signore c'insegna il dovere di meravigliarci,
poiché noi abbiamo bisogno anche di questo stimolo.
Sentimenti simili non sono in lui segni di turbamento, ma lezioni
di un maestro".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene Cristo sapesse tutto,
nondimeno alla sua scienza sperimentale potevano capitare delle
novità atte a provocare la meraviglia.
2. Cristo restò meravigliato della fede del centurione, non perché
fosse cosa grande per lui, ma per gli altri.
3. Cristo poteva far tutto con la sua potenza divina, secondo
la quale in lui non poteva esserci meraviglia; ma questa poteva
esserci solo secondo la sua scienza umana sperimentale, come si è detto.
ARTICOLO
9
Se in Cristo ci fosse l'ira
SEMBRA che in Cristo non ci fosse l'ira. Infatti:
1. Dice la Scrittura che
"l'ira dell'uomo non opera la giustizia
di Dio". Ma tutto in Cristo era giustizia di Dio, perché egli stesso
"è diventato per noi giustizia da parte di Dio", secondo S. Paolo.
Dunque in Cristo non c'era l'ira.
2. L'ira si oppone alla mansuetudine, come risulta da Aristotele.
Ma Cristo era mansuetissimo. Dunque in lui non poteva esserci
l'ira.
3. S. Gregorio Magno scrive che
"l'ira prodotta da vizio acceca
l'occhio della mente, l'ira prodotta da zelo lo turba". Ma in Cristo
l'occhio della mente non è stato mai né accecato né turbato. Dunque
in Cristo non ci fu mai l'ira né per vizio né per zelo.
IN CONTRARIO: Il Vangelo afferma che si è compiuto in lui
quello che si legge nella Scrittura: "Lo zelo per la tua casa mi ha
divorato".
RISPONDO: Come si è detto nella Seconda Parte, l'ira è un effetto
della tristezza. Infatti la tristezza suscitata in una persona accende
nella sua sensibilità il desiderio di respingere il male subito da lei
o da altri. L'ira è così una passione composta di tristezza e di
desiderio di vendetta. Ora, abbiamo detto che in Cristo ci poteva
essere la tristezza. Quanto poi al desiderio di vendetta, esso qualche
volta è peccato; quando questa è cercata contro l'ordine della
ragione. Tale ira non poteva esserci in Cristo: si tratta infatti
del vizio dell'ira. Altre volte invece tale desiderio di vendetta
non è peccato, anzi è lodevole, quando per esempio si cerca la
vendetta secondo giustizia. Questa è "l'ira per zelo", di cui S. Agostino
scrive che "è divorato dallo zelo per la casa di Dio, chi
brama di correggere i mali che vede e, non potendolo, li tollera
e soffre". E tale ira poteva essere in Cristo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Gregorio Magno,
l'ira si comporta nell'uomo in due modi. A volte previene la ragione
e la trascina ad agire. Allora è propriamente l'ira che "opera",
perché l'operazione si attribuisce all'agente principale. E in tal
senso è vero che "l'ira dell'uomo non opera la giustizia di Dio".
A volte invece l'ira segue la ragione e le serve da strumento. Allora
l'operazione che è secondo giustizia non si attribuisce all'ira, ma
alla ragione.
2. L'ira che viola l'ordine razionale, si oppone alla mansuetudine,
non già l'ira che è moderata dalla ragione e contenuta nel
giusto mezzo. È proprio la mansuetudine che segna il giusto mezzo dell'ira.
3. In noi secondo l'ordine di natura le potenze dell'anima si
ostacolano a vicenda, nel senso che quanto più intensamente agisce
l'una, tanto più si affievolisce l'operazione dell'altra. Da questo
deriva che l'ira, per quanto moderata dalla ragione, impedisce
sempre un poco la contemplazione dell'anima. Ma in Cristo sotto
la direzione della divinità "ogni potenza aveva la libertà d'agire
secondo la sua natura", senza che l'una impedisse l'altra. Perciò
in lui, come il gaudio della contemplazione della mente non impediva
nella parte inferiore la tristezza e il dolore, così all'inverso
le passioni della parte inferiore non impedivano per nulla l'attività razionale.
ARTICOLO
10
Se Cristo fosse insieme viatore e comprensore
SEMBRA che Cristo non fosse insieme viatore e comprensore.
Infatti:
1. Chi cammina verso la felicità finale, è viatore; chi invece si
riposa nel fine raggiunto, è comprensore. Ma non è possibile che
uno cammini verso la meta e insieme l'abbia già raggiunta. Cristo
dunque non poteva essere insieme viatore e comprensore.
2. Tendere alla beatitudine o raggiungerla non è compito del
corpo, ma dell'anima. Per cui S. Agostino scrive che "alla parte
inferiore, ossia al corpo, non ridonda dall'anima la beatitudine
stessa dell'anima capace di godere e d'intendere". Ma Cristo,
sebbene avesse un corpo passibile, con l'anima tuttavia godeva
pienamente di Dio. Dunque Cristo non era viatore ma comprensore
soltanto.
3. I santi che sono con l'anima in cielo e con il corpo nel sepolcro,
godono nell'anima la beatitudine, sebbene i loro corpi soggiacciano
alla morte, e tuttavia non si dicono viatori ma solo comprensori.
Dunque per lo stesso motivo, sebbene il corpo di Cristo
fosse mortale, poiché però la sua anima godeva di Dio, egli era
semplicemente comprensore e per nulla viatore.
IN CONTRARIO: La Scrittura dice:
"Tu sarai come straniero
sulla terra e come viandante che cerca un giaciglio".
RISPONDO: Si dice viatore chi tende alla beatitudine, comprensore
chi l'ha già raggiunta, secondo l'esortazione di S. Paolo: "Correte in modo da giungere al
premio"; e ancora: "Continuo
a correre per prendere il premio". Ma la beatitudine perfetta
dell'uomo si riferisce all'anima e al corpo, come si è visto nella
Seconda Parte: all'anima per quello che le è proprio e che consiste
nel vedere Dio e nel godere di lui; al corpo in quanto esso "risorgerà
spirituale, pieno di forza, glorioso, immortale", come dice
S. Paolo. Ora, Cristo prima della morte con la sua intelligenza
vedeva Dio perfettamente, e così godeva la beatitudine propria
dell'anima. Ma quanto al resto la beatitudine gli mancava, perché
la sua anima era passibile e il corpo era passibile e mortale, come
risulta dalle cose già dette. Cosicché era comprensore per il possesso
della beatitudine propria dell'anima, e insieme era viatore
perché tendeva a quello che della beatitudine gli mancava.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È impossibile sotto il medesimo
aspetto camminare verso una meta e averla già raggiunta.
Ma non è impossibile sotto aspetti diversi: uno sia p. es. può essere
maestro per le cose che già conosce e discepolo per quelle che non
conosce ancora.
2. La beatitudine principalmente e propriamente riguarda la
parte spirituale dell'anima, ma secondariamente e quasi strumentalmente
si richiedono alla beatitudine i beni del corpo, i quali
secondo il Filosofo concorrono alla beatitudine "come strumenti".
3. Due sono le ragioni per cui non c'è parità tra Cristo e le anime
sante dei defunti. Primo, perché le anime sante non sono passibili
come lo era l'anima di Cristo. Secondo, perché i corpi dei defunti
non fanno nulla per la beatitudine, mentre Cristo con le sofferenze
fisiche tendeva alla beatitudine rispetto alla gloria del suo corpo.
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