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Questione
13
La potenza dell'anima di Cristo
Abbiamo ora da considerare la potenza dell'anima di Cristo.
Su di essa ci chiediamo quattro cose: 1. Se abbia avuto l'onnipotenza
assoluta; 2. Se abbia avuto l'onnipotenza sulle creature
materiali; 3. Se abbia avuto l'onnipotenza sul proprio corpo;
4. Se abbia avuto l'onnipotenza rispetto al compimento della
propria volontà.
ARTICOLO
1
Se l'anima di Cristo abbia avuto l'onnipotenza
SEMBRA che l'anima di Cristo abbia avuto l'onnipotenza. Infatti:
1. S. Ambrogio scrive:
"L'uomo avrebbe ricevuto nel tempo
l'onnipotenza che il Figlio di Dio ha per natura". Ma ciò riguarda
principalmente l'anima che è la parte più nobile dell'uomo. Poiché
dunque il Figlio di Dio ebbe dall'eternità l'onnipotenza, l'anima
di Cristo l'ha ricevuta durante la vita terrena.
2. Com'è infinita la potenza di Dio, così lo è la sua scienza.
Ma l'anima di Cristo ha in qualche modo la scienza di tutte le cose
che Dio conosce, come si è detto sopra. Dunque ne ha pure tutta
la potenza. Quindi è onnipotente.
3. L'anima di Cristo ha ogni specie di scienza. Ma le scienze
si dividono in pratiche e speculative. Dunque delle cose che conosce
speculativamente ha la scienza pratica, cioè le può fare. E così
ha il potere di fare tutte le cose.
IN CONTRARIO: Ciò che è proprio di Dio, non è attribuibile a
nessuna creatura. Ma propria di Dio è l'onnipotenza, secondo
il testo sacro: "Egli è il mio Dio e io lo glorificherò: il suo nome
è l'Onnipotente". Dunque l'anima di Cristo, essendo creatura,
non ha l'onnipotenza.
RISPONDO: Come si è detto sopra, nel mistero dell'incarnazione
l'unione ipostatica è avvenuta in modo da lasciare distinte le nature,
conservando all'una e all'altra quanto hanno di proprio.
Ora, la potenza attiva d'ogni cosa dipende dalla sua forma, che
è principio d'operazione. La forma poi, o è la stessa natura, come
negli esseri semplici, o è l'elemento costitutivo della natura, come
in quelle composte di materia e forma. Perciò la potenza attiva
di ogni ente dipende dalla sua natura. E così dalla natura divina
deriva l'onnipotenza. Perché, essendo la natura divina lo stesso
essere incircoscritto di Dio, come si esprime Dionigi, essa ha conseguentemente
la potenza attiva su tutte le cose che possono essere,
cioè l'onnipotenza, come qualsiasi essere ha la potenza attiva
rispetto a quelle cose a cui si estende la perfezione della sua natura,
p. es., il caldo può riscaldare. Poiché dunque l'anima di Cristo è
parte della natura umana, è impossibile che abbia l'onnipotenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'onnipotenza che il Figlio di
Dio aveva dall'eternità, l'uomo (assunto) l'ha ricevuta nel tempo
in forza dell'unione ipostatica, per la quale come l'uomo (Cristo)
si dice Dio, così si dice onnipotente, non nel senso che tale onnipotenza,
come del resto la sua divinità, sia distinta da quella
del Figlio di Dio, ma nel senso che in lui una stessa è la persona
di Dio e dell'uomo.
2. Non si può parlare, come dicono alcuni, della potenza attiva
alla stessa maniera che della scienza. Infatti la potenza attiva
di una cosa deriva dalla sua natura, perché l'azione si presenta
come scaturita dall'agente. Invece la scienza non deriva sempre
dall'essenza stessa del soggetto, ma può nascere dal conformarsi
del soggetto alle cose conosciute mediante rappresentazioni conoscitive.
Questa però è una risposta insufficiente. Perché se si può conoscere
per mezzo d'immagini ricevute da altri, si può anche agire
per mezzo di forme date da altri: l'acqua e il ferro riscaldano
con il calore comunicato dal fuoco. Non si spiegherebbe dunque
perché l'anima di Cristo, mentre può conoscere tutto con le idee
che Dio le ha infuso di tutte le cose, non possa anche far tutte le
cose con le medesime idee.
C'è quindi da aggiungere che una perfezione, passando da una
natura superiore a una inferiore, diminuisce: il calore, p. es., non
ha nell'acqua la medesima forza che nel fuoco. Poiché dunque
l'anima di Cristo è di natura inferiore a quella divina, le idee delle
cose non conservano nell'anima di Cristo la medesima perfezione
e virtù che hanno nella natura divina. Questo spiega perché la
scienza dell'anima di Cristo è inferiore alla scienza divina, quanto
al modo di conoscere; perché Dio conosce più perfettamente dell'anima
di Cristo, e anche quanto al numero di cose conosciute,
perché l'anima di Cristo non conosce tutte le cose che Dio può
fare e che Dio tuttavia conosce per scienza di semplice intelligenza,
sebbene l'anima di Cristo conosca tutte le cose presenti,
passate e future che Dio conosce per scienza di visione. Similmente
le idee delle cose infuse nell'anima di Cristo non hanno
tutta la virtù divina nell'agire, nel senso cioè di poter fare tutto
ciò che può Dio o di agire alla maniera di Dio che opera con
potenza infinita, di cui la creatura non è capace. Ora, non c'è
cosa che per essere conosciuta in qualche modo richieda una virtù
infinita, sebbene ci sia un modo di conoscere che esige una potenza
infinita; invece ci sono cose che non possono essere fatte
se non da una potenza infinita, quali la creazione e altre opere
simili, come abbiamo visto nella Prima Parte. Perciò l'anima di
Cristo, creatura di potenza limitata, può ben conoscere tutte le
cose, ma non perfettamente; non può invece far tutte le cose,
perché ciò richiede l'onnipotenza. Tra l'altro è chiaro che non
può creare se stessa.
3. L'anima di Cristo aveva scienza pratica e scienza speculativa,
ma non aveva necessariamente la scienza pratica di tutte
quelle cose che conosceva speculativamente. Perché per la scienza
speculativa basta la conformazione del soggetto alla cosa conosciuta,
per la scienza pratica invece si richiede che le idee delle
cose presenti nell'intelligenza siano forme operative. Ora, avere
una forma e comunicarla ad altri è più che averla soltanto, come
risplendere e illuminare è più che risplendere soltanto. Perciò
l'anima di Cristo ha la scienza speculativa della creazione in quanto
sa come Dio crea, ma non ne ha la scienza pratica, perché non ne
ha una conoscenza operativa.
ARTICOLO
2
Se l'anima di Cristo abbia l'onnipotenza così da poter mutare
tutte le cose
SEMBRA che l'anima di Cristo abbia l'onnipotenza nel mutare
tutte le creature. Infatti:
1. Egli stesso afferma:
"Mi è stato dato ogni potere in cielo
e in terra". Ma l'espressione "in cielo e in terra" abbraccia
tutte le creature, come risulta dal testo biblico: "In principio
Dio creò il cielo e la terra". Dunque l'anima di Cristo ha l'onnipotenza
nel mutare tutte le cose.
2. L'anima di Cristo è più perfetta d'ogni creatura. Ma qualsiasi
creatura può sottostare all'influenza di qualche altra creatura;
dice infatti S. Agostino che "come i corpi più materiali e
meno nobili sono mantenuti nell'ordine dai corpi più sottili e
potenti, così tutti i corpi dallo spirito di vita razionale; e lo
spirito razionale disertore e peccatore dallo spirito di vita
razionale pio e giusto". Ora, all'anima di Cristo sottostanno anche gli
stessi spiriti supremi che essa illumina, come scrive Dionigi.
Dunque l'anima di Cristo ha l'onnipotenza nel mutare tutte le cose.
3. L'anima di Cristo aveva nel modo più ampio la grazia dei
miracoli o delle "virtù", come le altre grazie. Ma nella grazia
dei miracoli rientra il cambiamento di qualsiasi creatura, avendo
i miracoli cambiato l'ordine anche dei corpi celesti, come dimostra
Dionigi. Dunque l'anima di Cristo aveva l'onnipotenza nel
mutare tutte le cose.
IN CONTRARIO: Mutare le creature spetta a chi ha il potere di
conservarle. Ma questo compete soltanto a Dio, che secondo la
Scrittura "sostiene tutto con la parola della sua potenza". Dunque
di Dio soltanto è l'onnipotenza nel cambiare le creature.
Essa perciò non spetta all'anima di Cristo.
RISPONDO: Qui sono necessarie due distinzioni. La prima riguarda
le mutazioni delle creature, che sono di tre specie. Ci
sono le mutazioni naturali, che vengono fatte da un agente naturale
secondo l'ordine di natura. Ci sono poi le mutazioni miracolose,
che vengono fatte da un agente soprannaturale al di là
dell'ordine e del corso consueto della natura, come la risuscitazione
dei morti. Ci sono infine le mutazioni che consistono nel
ridurre le cose al nulla.
La seconda distinzione riguarda l'anima di Cristo: essa si può
considerare sotto due punti di vista. Primo sotto l'aspetto della
sua virtù, sia naturale che gratuita. Secondo, in quanto essa è
strumento del Verbo di Dio, cui è unita personalmente.
Se dunque consideriamo l'anima di Cristo nella propria essenza
e virtù, sia di natura che di grazia, essa aveva il potere di produrre
gli effetti che sono di competenza dell'anima, p. es., dirigere
il corpo e gli atti umani, come pure illuminare con la pienezza
della grazia e della scienza tutte le creature razionali inferiori
alla sua perfezione, nel modo che si addice alle creature razionali.
Se invece l'anima di Cristo si considera come strumento congiunto
del Verbo, allora essa aveva la virtù strumentale per ottenere
tutte le mutazioni miracolose che potessero servire al fine
dell'incarnazione, il quale è di "restaurare tutte le cose del cielo
e della terra".
La mutazione poi delle cose che consiste nel loro annientamento,
è parallela alla loro creazione che le produce dal nulla. E come
soltanto Dio può creare, così soltanto Dio può ridurre al nulla
le creature, come solo Dio le conserva nell'essere perché non cadano
nel nulla. Dobbiamo dunque concludere che l'anima di
Cristo non ha l'onnipotenza di mutare tutte le creature.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come spiega S. Girolamo,
"il potere è stato dato a colui che poco prima era stato crocifisso
e sepolto e che poi è risuscitato", cioè a Cristo in quanto uomo.
Ora, ogni potere gli è stato dato in forza dell'unione ipostatica,
che ha reso quell'uomo onnipotente, come si è detto sopra. E
sebbene ciò fosse noto agli angeli prima della risurrezione, divenne
noto a tutti gli uomini solo dopo di essa, come nota Remigio.
Ora, "si usa dire che le cose avvengono, quando si conoscono".
Ecco perché il Signore dopo la risurrezione disse d'aver ricevuto
ogni potere "in cielo e in terra".
2. Sebbene ogni creatura possa essere mutata da un'altra, eccetto
l'angelo supremo, il quale però può essere illuminato dall'anima
di Cristo, tuttavia non tutte le mutazioni possibili nelle
creature sono producibili dalla creatura, perché alcune le può fare
soltanto Dio. Ma tutte le mutazioni che una creatura può produrre
sulle creature, possono essere prodotte anche dall'anima di
Cristo, in quanto strumento del Verbo. Non però in forza della
propria natura e virtù, perché alcune di tali mutazioni non rientrano
nelle capacità dell'anima, né secondo la natura, né secondo
l'ordine della grazia.
3. Come si è detto nella Seconda Parte, la grazia delle virtù o
dei miracoli viene concessa all'anima di qualche santo non così
che tali miracoli vengano compiuti dal suo potere ma dal potere
di Dio. Questa grazia fu data all'anima di Cristo in modo eccellentissimo,
non solo per compiere direttamente i miracoli, ma
per trasmetterla anche ad altri. Si legge pertanto nel Vangelo
che "chiamati a sé i dodici suoi discepoli, diede loro il potere sugli
spiriti immondi per scacciarli e il potere di guarire ogni malattia
e ogni infermità".
ARTICOLO
3
Se l'anima di Cristo abbia avuto l'onnipotenza rispetto al proprio corpo
SEMBRA che l'anima di Cristo abbia avuto l'onnipotenza rispetto
al proprio corpo. Infatti:
1. Il Damasceno scrive che
"tutti i fenomeni naturali sono
stati volontari in Cristo: ebbe fame volontariamente, ebbe sete
volontariamente, ebbe timore volontariamente, morì volontariamente".
Ma Dio si dice onnipotente, perché "ha fatto tutto
quello che ha voluto". Dunque l'anima di Cristo aveva l'onnipotenza
riguardo alle operazioni naturali del proprio corpo.
2. La natura umana era più perfetta in Cristo che in Adamo,
in cui per la giustizia originale che aveva nello stato d'innocenza
il corpo stava completamente sottomesso all'anima, così che nulla
poteva accadere nel corpo contro la volontà dell'anima. Dunque
a maggior ragione l'anima di Cristo aveva l'onnipotenza rispetto
al suo corpo.
3. In forza dell'immaginazione dell'anima il corpo subisce naturalmente
delle alterazioni e tanto più quanto più forte è l'immaginazione,
come abbiamo visto nella Prima Parte. Ma l'anima di
Cristo era perfettissima sia nell'immaginazione che nelle altre facoltà.
Dunque l'anima di Cristo era onnipotente rispetto al proprio corpo.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive che Cristo
"dovette essere
in tutto simile ai fratelli" e specialmente nelle cose riguardanti la
condizione della natura umana. Ma è condizione della natura
umana che la salute del corpo, la sua nutrizione e la sua crescita
non dipendano dal comando della ragione o della volontà, perché
le cose naturali sono soggette solo a Dio, che è autore della natura. Dunque neppure in Cristo c'era tale dipendenza. Perciò l'anima di
Cristo non era onnipotente riguardo al proprio corpo.
RISPONDO: Come si è detto, l'anima di Cristo si può considerare
da due punti di vista. Primo, nella sua propria virtù e natura.
Sotto tale aspetto come non poteva cambiare nelle cose
materiali il corso e l'ordine di natura, così neppure poteva cambiare
nel proprio corpo le leggi naturali, perché l'anima per natura
sua ha con il suo corpo dei rapporti stabili.
Secondo, si può considerare l'anima di Cristo in quanto è strumento
unito ipostaticamente al Verbo di Dio. Sotto tale aspetto
aveva l'onnipotenza su ogni condizione del suo corpo. Ma siccome
la virtù operativa non si attribuisce propriamente allo strumento,
bensì all'agente principale, tale onnipotenza va attribuita
più allo stesso Verbo di Dio che all'anima di Cristo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'affermazione del Damasceno
si deve intendere della volontà divina di Cristo. Perché,
come egli dice in precedenza, "per beneplacito della volontà divina
era concesso alla carne di patire e di operare nel modo che le
è naturale".
2. La giustizia originale di Adamo nello stato d'innocenza non
comportava che l'anima umana potesse mutare il proprio corpo
in qualunque modo, ma che lo potesse conservare senza alcun
danno. Questa facoltà l'avrebbe potuta assumere anche Cristo,
se avesse voluto. Ma essendo tre gli stati dell'umanità: d'innocenza,
di colpa e di gloria, il Cristo, come assunse dello stato di
gloria la comprensione e dello stato d'innocenza l'immunità dal
peccato, così dello stato di colpa prese la necessità di soggiacere
alle penalità della vita presente, come si dirà in seguito.
3. A una forte immaginazione il corpo in alcuni casi obbedisce
naturalmente. P. es., quando si cade da una trave molto elevata
da terra, essendo per natura l'immaginazione principio di moto
locale, come dice Aristotele. Così pure nelle alterazioni provocate
dal caldo e dal freddo e in quelle che ne derivano, perché all'immaginazione
seguono spontaneamente le passioni dell'anima che
agitano il cuore e alterano così tutto il corpo mediante la commozione
degli spiriti. Invece sulle altre condizioni del corpo che non hanno
rapporti naturali con l'immaginazione, questa non influisce
neppure quando è forte: sulla forma, p. es., di una
mano o di un piede o su altre cose simili.
ARTICOLO 4
Se l'anima di Cristo avesse l'onnipotenza nell'attuare la propria volontà
SEMBRA che l'anima di Cristo non avesse l'onnipotenza nell'attuare
la propria volontà. Infatti:
1. Si legge nel Vangelo:
"Entrato in una casa, voleva che
non si sapesse, ma non poté rimanere nascosto". Dunque non
era in grado d'attuare sempre quello che voleva.
2. Il precetto è segno di volontà, come si è visto nella Prima
Parte. Ma il Signore in alcuni casi ha comandato una cosa ed è
avvenuto il contrario: infatti ai ciechi guariti "raccomandò in
tono severo: Badate che nessuno lo sappia; ma essi, appena
usciti, ne diffusero la fama per tutto quel paese". Dunque non
sempre poteva attuare la sua volontà.
3. Non si chiede ad altri ciò che si può fare da
sé. Ma il Signore
pregando chiese al Padre quello che voleva si compisse: infatti
dice il testo sacro che "si recò sul monte a pregare e trascorse
tutta la notte in orazione a Dio". Dunque non poteva attuare
in tutto la propria volontà.
IN CONTRARIO: S. Agostino dichiara:
"È impossibile che non
si compia la volontà del Salvatore; né egli può volere una cosa
che non deve avvenire".
RISPONDO: L'anima di Cristo poteva volere una cosa in due
modi. Primo, per compierla egli stesso. E in tal senso bisogna
dire che poteva tutto ciò che voleva. Perché disdirrebbe alla
sua sapienza la volontà di compiere quanto non sottostava alla
sua volontà.
Secondo, per attuarla mediante la potenza divina, p. es., la
risurrezione del proprio corpo e altri miracoli consimili. E tali
cose non le poteva ottenere per virtù propria, ma solo come strumento
della divinità, secondo le spiegazioni date.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Possiamo rispondere con
S. Agostino che "in quel caso avvenne ciò che Cristo voleva. Si
deve infatti notare che l'episodio si svolse nel territorio dei pagani,
dove non era ancora il tempo di predicare. Ma non accogliere
quanti venivano spontaneamente alla fede, sarebbe stata cattiveria.
Non voleva dunque che i suoi parlassero di lui, voleva però
essere ricercato. E così avvenne".
Oppure la volontà di Cristo non aveva per oggetto una cosa
che egli stesso avrebbe realizzato, ma altri, e allora non cadeva
sotto il potere della sua volontà umana. È il pensiero espresso
nell'Epistola di Papa Agatone, accolta dal VI Concilio Ecumenico: "Com'era
possibile che sulla terra il Creatore e Redentore
di tutte le cose non riuscisse a nascondersi a suo piacere, se ciò
non si riferisce alla sua volontà umana?".
2. Con S. Gregorio Magno possiamo spiegare il silenzio imposto
da Gesù sui suoi miracoli "come esempio dato da lui ai suoi seguaci,
perché anch'essi desiderino che le loro virtù rimangano
occulte ed essi tuttavia splendano ugualmente a profitto spirituale
degli altri". Il suo divieto dunque indicava la sua volontà di sfuggire
la gloria umana, secondo le parole: "Io non cerco la mia gloria".
Voleva però di volontà assoluta, specialmente con volontà divina,
che il miracolo compiuto fosse divulgato per l'utilità degli altri.
3. Cristo pregava sia per gli eventi che dovevano compiersi per
potenza divina, sia per quelli che egli avrebbe compiuto con la
sua volontà umana. Perché la potenza e l'operazione dell'anima
di Cristo dipendevano da Dio, "che produce in noi e il volere e
il fare", come si esprime S. Paolo.
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