|
Questione
10
La scienza beatifica dell'anima di Cristo
Passiamo ora a esaminare ciascuna delle suddette scienze. Ma
poiché della scienza divina si è parlato nella Prima Parte, ora
restano da vedere le altre: primo, la scienza beatifica; secondo,
la scienza infusa; terzo, la scienza acquisita. Però della scienza
beatifica, che consiste nella visione di Dio, molto è stato detto
nella Prima Parte; perciò la trattazione si limita qui ai suoi rapporti
con l'anima di Cristo.
Su questo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se l'anima
di Cristo avesse la comprensione del Verbo, ossia dell'essenza divina;
2. Se nel Verbo avesse la conoscenza di ogni cosa; 3. Se
nel Verbo conoscesse infinite cose; 4. Se vedesse il Verbo, o l'essenza
divina, più chiaramente di qualsiasi altra creatura.
ARTICOLO
1
Se l'anima di Cristo avesse la comprensione totale del Verbo,
o dell'essenza divina
SEMBRA che l'anima di Cristo avesse la comprensione del Verbo,
o dell'essenza divina. Infatti:
1. S. Isidoro dice che
"la Trinità è nota a sé soltanto e all'uomo
assunto". Dunque l'uomo assunto ha in comune con la santa
Trinità la conoscenza che questa ha di se stessa. Ma tale conoscenza è
comprensione. Quindi l'anima di Cristo comprende l'essenza divina.
2. Unirsi a Dio nell'unione ipostatica è più che unirsi a lui nella
visione. Ma secondo S. Giovanni Damasceno, "tutta la divinità
in una delle persone si è unita alla natura umana in Cristo".
Tanto più dunque l'anima di Cristo vede tutta la natura divina.
Perciò l'anima di Cristo comprende l'essenza divina.
3.
"Ciò che compete al Figlio di Dio per natura, compete al
Figlio dell'Uomo per grazia", come dice S. Agostino. Ma comprendere
l'essenza divina spetta al Figlio di Dio per natura. Dunque
spetta per grazia al Figlio dell'Uomo. E così l'anima di Cristo
per grazia ha la comprensione del Verbo.
IN CONTRARIO: S. Agostino dice che
"comprendere è limitare".
Ma l'essenza divina non ha i limiti dell'anima umana e la supera
all'infinito. Dunque l'anima di Cristo non ha la comprensione
del Verbo.
RISPONDO: Come risulta da sopra, le due nature si sono unite
nella persona di Cristo lasciando distinte le proprietà di ciascuna,
cosicché a detta del Damasceno "l'increato rimase increato e il
creato si tenne dentro i limiti della creatura". Ma è impossibile
che una creatura abbia la comprensione totale dell'essenza divina,
come abbiamo spiegato nella Prima Parte, perché l'infinito non
può essere contenuto dal finito. Dunque l'anima di Cristo in
nessun modo ha la comprensione totale dell'essenza divina.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo assunto viene a partecipare
della conoscenza che la Trinità divina ha di se stessa,
non per la comprensione, ma per una conoscenza molto superiore
a quella delle altre creature.
2. Neppure nell'unione personale la natura umana comprende
il Verbo di Dio o l'essenza divina, perché sebbene questa nella
sola persona del Figlio si sia unita tutta alla natura umana, la
divinità però non rimase per così dire tutta circoscritta dalla natura
umana. È quanto esprime S. Agostino scrivendo a Volusiano: "Voglio
che tu lo sappia: la dottrina cristiana non insegna
che Dio calandosi nella carne abbia o perduto il governo dell'universo
o l'abbia come concentrato in quel minuscolo corpo". Parimente
anche l'anima di Cristo vede tutta l'essenza di Dio, ma
non la comprende perché non la vede totalmente, cioè così perfettamente
come è visibile, secondo quello che abbiamo spiegato
nella Prima Parte.
3. La frase di S. Agostino va intesa della grazia dell'unione,
per la quale tutti gli attributi del Figlio di Dio secondo la sua
natura divina si danno al Figlio dell'Uomo per l'identità del supposito.
Allora possiamo dire veramente che il Figlio dell'Uomo
comprende l'essenza divina, non con la sua anima, ma con la
sua natura divina. Sotto questo aspetto si può anche dire che
il Figlio dell'Uomo è Creatore.
ARTICOLO
2
Se l'anima di Cristo conosca nel Verbo tutte le cose
SEMBRA che l'anima di Cristo non conosca nel Verbo tutte le
cose. Infatti:
1. Nel Vangelo Cristo dichiara:
"Di quel giorno nessuno sa:
né gli angeli in cielo, né il Figlio; nessuno, eccetto il Padre".
Egli quindi non conosce tutte le cose nel Verbo.
2. Quanto meglio si conosce un principio, tante più cose si
conoscono in esso. Ma Dio conosce la propria essenza meglio
dell'anima di Cristo. Dunque conosce nel Verbo più cose che
l'anima di Cristo. Quindi l'anima di Cristo non conosce nel Verbo
tutte le cose.
3. La misura di una scienza è data dal numero dei suoi oggetti.
Se dunque l'anima di Cristo conoscesse nel Verbo tutte le cose che
conosce il Verbo, la scienza dell'anima di Cristo uguaglierebbe la
scienza divina, il creato cioè uguaglierebbe l'increato. Il che è
assurdo.
IN CONTRARIO: La Scrittura dichiara:
"Degno è l'Agnello che
è stato ucciso di ricevere la divinità e la scienza" e la Glossa spiega:
"cioè la conoscenza di tutte le cose".
RISPONDO: Nel chiederci se Cristo conosca nel Verbo tutte le
cose dobbiamo precisare due modi d'intendere l'espressione "tutte
le cose". Primo, in senso proprio abbracciando tutte le cose che
in qualunque maniera sono, saranno, furono; le cose fatte, dette,
pensate da chiunque in qualsiasi tempo. Dentro questi limiti
l'anima di Cristo conosce nel Verbo tutte le cose. Infatti ogni
intelletto creato può conoscere nel Verbo, non tutto in senso assoluto,
ma tante più cose quanto più perfettamente vede il Verbo;
a nessuno però dei beati manca la conoscenza nel Verbo delle cose
che lo riguardano. Ora a Cristo e alla sua dignità si riferiscono
in qualche modo tutte le cose, perché "tutto è stato assoggettato
a lui". Inoltre egli, per usare le parole del Vangelo, "è stato
costituito da Dio giudice di tutti, perché è il Figlio dell'Uomo".
Perciò l'anima di Cristo conosce nel Verbo tutte le cose esistenti
di qualunque tempo e anche i pensieri degli uomini di cui è giudice,
secondo l'espressione evangelica: "Sapeva da sé quello che
c'era negli uomini", la quale può riferirsi non solo alla scienza
divina, ma anche alla scienza che la sua anima ha nel Verbo.
Secondo, l'espressione
"tutte le cose" può intendersi in senso
più largo, così da abbracciare non solo tutte le cose che sono in
atto a qualunque epoca, ma anche tutte quelle che sono in potenza
e mai verranno attuate. Di esse poi alcune sono soltanto
in potere di Dio. E queste l'anima di Cristo non le conosce tutte
nel Verbo. Perché ciò equivarrebbe a comprendere tutto quello
che Dio può fare, vale a dire ad avere la piena comprensione della
virtù divina e quindi dell'essenza divina. Ogni virtù infatti si
conosce da ciò che può fare. - Altre invece non sono soltanto in
potere di Dio, ma anche delle creature. E queste l'anima di Cristo
le conosce tutte nel Verbo. Comprende infatti nel Verbo l'essenza
di ogni creatura e quindi la potenza, la virtù e quanto è in
potere delle creature.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ario ed Eunomio riferivano
quelle parole non alla scienza dell'anima che non ammettevano
in Cristo, come si è detto sopra, ma alla scienza divina del Figlio,
che dicevano minore al Padre nella scienza. Il che è inammissibile.
Perché "per mezzo del Verbo di Dio sono state fatte tutte
le cose", afferma il Vangelo, e tra le altre anche i tempi sono
stati fatti tutti per mezzo di lui. Ora, nulla egli può aver fatto
senza conoscenza.
Dice dunque di non sapere il giorno e l'ora del giudizio, nel
senso che non voleva farlo sapere: interrogato infatti dagli Apostoli
su questo, si rifiutò di rivelarlo. Come in senso contrario si
legge nella Bibbia: "Ora conosco che tu temi Dio", cioè "ora
l'ho fatto conoscere". Dice anzi che il Padre lo sa, perché ha
comunicato al Figlio tale conoscenza. Così la stessa precisazione "eccetto il
Padre" fa capire che il Figlio sa, non solo con la
natura divina, ma anche con quella umana. Perché, come argomenta
il Crisostomo, "se a Cristo uomo fu dato di sapere il più,
come cioè debba giudicare, a più forte ragione gli fu dato di
conoscere il meno, il tempo cioè del giudizio".
Origene però attribuisce quelle parole al Cristo (mistico), cioè
al "suo corpo, che è la Chiesa", la quale ignora il tempo in questione. - Altri
poi dicono che deve riferirsi al figlio di Dio adottivo,
non a quello naturale.
2. Dio conosce la propria essenza meglio dell'anima di Cristo,
perché la comprende. Perciò conosce non solo tutte le cose che
sono in atto in qualunque momento, e ciò costituisce la sua scienza
di visione; ma anche tutte le cose che egli può fare, e ciò costituisce
la sua scienza di semplice intelligenza, come si è spiegato
nella Prima Parte. Conosce dunque l'anima di Cristo tutte le
cose che Dio conosce in se stesso per scienza di visione, non
conosce invece tutte le cose che Dio conosce in se stesso per scienza
di semplice intelligenza. E così Dio conosce in se stesso molte
più cose dell'anima di Cristo.
3. La grandezza di una scienza non dipende solo dal numero
delle cose conosciute, ma anche dalla chiarezza della conoscenza.
Dunque, anche se la scienza che l'anima di Cristo ha nel Verbo
uguagliasse per numero di oggetti la scienza di visione che Dio
ha in se stesso, tuttavia quest'ultima la supererebbe all'infinito
per chiarezza di conoscenza. Perché il lume increato dell'intelletto
divino supera infinitamente qualunque lume creato infuso
nell'anima di Cristo, non solo per il modo di conoscere, ma anche
per il numero delle cose conosciute, come si è detto.
ARTICOLO
3
Se l'anima di Cristo possa conoscere nel Verbo infinite cose
SEMBRA che l'anima di Cristo non possa conoscere nel Verbo
infinite cose. Infatti:
1. Che l'infinito sia conosciuto ripugna alla sua definizione
data da Aristotele: "L'infinito è tale grandezza che, per quanto
grande si pensi, ne resta sempre fuori qualcosa". Ora, è impossibile
separare la cosa dalla sua definizione, perché sarebbe come
ammettere la possibilità simultanea di cose contraddittorie. Dunque è
impossibile che l'anima di Cristo conosca infinite cose.
2. La scienza di cose infinite è infinita. Ma la scienza dell'anima
di Cristo non può essere infinita, essendo limitata la sua capacità di
creatura. Dunque l'anima di Cristo non può conoscere cose infinite.
3. Dell'infinito non ci può essere nulla di più grande. Ma nella
scienza divina, assolutamente parlando, ci sono molte più cose
che nella scienza dell'anima di Cristo, come si è detto. Dunque
l'anima di Cristo non conosce infinite cose.
IN CONTRARIO: L'anima di Cristo conosce tutta la propria
potenza e tutte le cose che sono in suo potere. Ma essa può mondare
un'infinità di peccati, secondo l'affermazione evangelica: "Egli è vittima espiatrice dei nostri peccati e non dei nostri soltanto,
ma dei peccati di tutto il mondo". Dunque l'anima di
Cristo conosce infinite cose.
RISPONDO: La scienza ha per oggetto soltanto l'ente, perché
ente e vero sono convertibili. Ma una cosa può dirsi ente in due
maniere: in modo assoluto (simpliciter), cioè ente in atto; e in
modo relativo (secundum quid), cioè ente in potenza. E poiché,
come dice Aristotele, ogni cosa si conosce in quanto è in atto
e non in quanto è in potenza, la scienza ha prima e principalmente
come oggetto l'ente in atto. Secondariamente poi ha per
oggetto l'ente in potenza, che è conoscibile non in se stesso, ma
tramite l'ente in cui si trova in potenza.
Quanto dunque al primo tipo di scienza, l'anima di Cristo non
conosce infinite cose. Perché non esistono in atto infinite cose,
neppure mettendo insieme tutti gli esseri d'ogni specie e tempo,
non dovendo durare all'infinito le cose generabili e corruttibili;
cosicché esistono in numero determinato non solo quelle che non
si generano e non si corrompono, ma anche le altre che si generano
e si corrompono. - Quanto invece al secondo tipo di scienza,
l'anima di Cristo conosce nel Verbo infinite cose. Conosce infatti,
come si è detto, tutte le cose che sono in potere delle creature.
Essendo dunque in potere delle creature infinite cose, egli le conosce
tutte per una specie di scienza di semplice intelligenza e non
per scienza di visione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come si è detto nella Prima
Parte, ci sono due specie d'infinità. La prima di ordine formale.
È l'infinito negativo, cioè la forma o atto non limitato dalla materia
o dal soggetto ricevente. Tale infinito è per se stesso sommamente
conoscibile per la perfezione dell'atto, sebbene non sia comprensibile alla capacità limitata della creatura: così infatti
si dice infinito Dio. L'anima di Cristo conosce, ma non comprende
questo infinito.
L'altra specie è l'infinito di ordine materiale. È l'infinito privativo,
non avendo il soggetto la forma che gli compete. Tale
infinito si riscontra nella quantità. Esso non è per se stesso
oggetto di conoscenza, perché è come materia priva di forma,
come dice Aristotele, mentre ogni conoscenza deriva dalla forma
o dall'atto. Se dunque tale infinito si dovesse conoscere come si
presenta, ne sarebbe impossibile la conoscenza, perché si presenta
per parti, una dietro l'altra, come nota Aristotele. E allora
è vero che, "per quanto grande si pensi", una serie cioè di parti,
"ne resta sempre fuori qualcosa". Ma come le cose materiali
possono essere apprese dall'intelletto in modo immateriale e le
molteplici come se fossero una, così le cose infinite possono essere
apprese dall'intelletto non come infinite, ma per riduzione al finito,
cosicché, pur essendo infinite in se stesse, per l'intelletto
che le conosce sono finite. In questo modo l'anima di Cristo
conosce infinite cose, non passandole una a una, ma raccogliendole
in una superiore unità, p. es., in una creatura la cui potenza abbraccia
infinite cose, e principalmente nel Verbo stesso.
2. Nulla impedisce che una cosa sia infinita sotto un aspetto e
finita sotto un altro: nell'ordine della quantità, p. es., una
superficie infinita per lunghezza e finita per larghezza. E anche gli
uomini, se fossero infiniti di numero, costituirebbero un'infinità
relativa, cioè relativa al numero non all'essenza, perché ogni
essenza rimane sempre limitata dentro i confini della propria
specie. Ciò che invece è assolutamente infinito per la sua essenza, è Dio,
come si è detto nella Prima Parte. Ora, oggetto
proprio dell'intelligenza, come dice Aristotele, è l'essenza, cui
compete la specificazione.
Perciò l'anima di Cristo, essendo dotata di capacità finita,
conosce l'infinito per essenza, cioè Dio, ma non ne ha la comprensione.
L'infinito potenziale invece, che si riscontra nelle
creature, può essere compreso dall'anima di Cristo, perché si presenta
a essa dal lato dell'essenza, che non è infinita. Del resto
anche la nostra intelligenza coglie l'universale, p. es., l'essenza
del genere e della specie, che ha una certa infinità in quanto può
predicarsi d'infiniti individui.
3. Ciò che è infinito sotto tutti gli aspetti non può essere che
uno solo; per cui il Filosofo dice che non ci possono essere più
corpi infiniti, dato che ognuno di essi si estenderebbe in tutte
le direzioni. Se invece si tratta di cose infinite sotto un aspetto
soltanto, potrebbero essere molti gli infiniti di tal genere: molte,
p. es., possono essere le linee di lunghezza infinita tracciate su di
una superficie di larghezza limitata. Poiché dunque l'infinito non
è nelle cose una sostanza ma un accidente, come dice Aristotele,
moltiplicandosi i soggetti di un infinito, si moltiplicano necessariamente le sue proprietà, così da ritrovarsi in tutti i soggetti.
Ora, una proprietà dell'infinito è di non aver nulla più grande
di sé. Perciò se prendiamo una linea infinita, in essa non c'è
nulla di più grande della propria infinità. E parimente in ciascuna
delle altre linee infinite le parti sono infinite. Perciò in ciascuna
di esse non c'è nulla di più grande di tutte le sue parti infinite.
Tuttavia in una seconda e in una terza linea ci sono molte altre
parti, pure infinite. E ciò si riscontra anche nei numeri: i numeri
pari sono infiniti e altrettanto i numeri dispari; nondimeno
pari e dispari insieme sono più dei pari.
Concludendo: dell'infinito in senso assoluto non c'è nulla di
più grande; di un infinito invece che è tale sotto un aspetto
determinato non c'è nulla di più grande sotto quell'aspetto, ma
ci può essere qualcosa di più grande al di fuori di esso. In questo
senso quindi infinite cose sono in potenza delle creature e tuttavia
in potere di Dio ce ne sono più che in potere delle creature. Similmente
l'anima di Cristo conosce per scienza di semplice intelligenza
infinite cose e tuttavia Dio nel medesimo modo ne conosce di più.
ARTICOLO 4
Se l'anima di Cristo veda il Verbo meglio di ogni altra creatura
SEMBRA che l'anima di Cristo non veda il Verbo meglio di ogni
altra creatura. Infatti:
1. La perfezione della conoscenza dipende dal mezzo conoscitivo: così è più
perfetta la conoscenza che si acquista con il sillogismo
dimostrativo di quella che si acquista con il sillogismo dialettico.
Ma i beati vedono tutti il Verbo con immediatezza nella
stessa essenza divina, come si è detto nella Prima Parte. Dunque
l'anima di Cristo non vede il Verbo meglio di ogni altra creatura.
2. La visione non supera in perfezione la potenza visiva. Ma
la potenza dell'anima razionale, e quindi dell'anima di Cristo, è
inferiore alla potenza intellettiva dell'angelo, come spiega Dionigi.
Dunque l'anima di Cristo non vede il Verbo meglio degli angeli.
3. Dio vede il suo Verbo infinitamente meglio dell'anima. Ci
sono dunque infiniti gradi intermedi tra il modo in cui Dio vede
il suo Verbo e il modo in cui lo vede l'anima di Cristo. Non si
può dire perciò che l'anima di Cristo veda il Verbo o l'essenza
divina meglio di ogni altra creatura.
IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma che
"Dio ha costituito Cristo
nei cieli al di sopra di ogni principato, potestà, virtù, dominazione
e di ogni altra cosa che abbia nome non solo nel secolo
presente, ma anche nel futuro". Ora, nella gloria celeste si è
tanto più grandi, quanto meglio si conosce Dio. Dunque l'anima
di Cristo vede Dio meglio di ogni altra creatura.
RISPONDO: La visione dell'essenza divina è resa possibile a
tutti i beati dalla partecipazione del lume di cui è fonte il Verbo
di Dio, poiché sta scritto: "Sorgente di sapienza è il Verbo di Dio
in cielo". Ma l'anima di Cristo, unita ipostaticamente al Verbo,
è a lui più vicina d'ogni altra creatura. Perciò essa riceve la luce
del Verbo che comunica la visione di Dio più di qualsiasi creatura
e quindi vede la prima verità che è l'essenza di Dio meglio delle
altre creature. Ecco perché si legge nel Vangelo: "Abbiamo
visto la sua gloria d'Unigenito del Padre, pieno" non solo "di grazia", ma anche
"di verità".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La perfezione della conoscenza
dipende dal mezzo, per quanto riguarda l'oggetto conosciuto;
ma dipende dalla potenza o dall'abito, per quanto riguarda il
soggetto conoscente. Così avviene che anche tra gli uomini usando
un medesimo mezzo conoscitivo uno coglie meglio d'un altro una
determinata conclusione. Per tale motivo l'anima di Cristo,
essendo inondata di luce più abbondante, conosce l'essenza divina
meglio degli altri beati, sebbene tutti la vedano in se stessa.
2. La visione dell'essenza divina sorpassa la capacità naturale
di qualsiasi creatura, come si è detto nella Prima Parte. Perciò
il grado in essa dipende più dalla grazia, nella quale Cristo eccelle,
che dalla natura per la quale l'angelo è superiore all'uomo.
3. Come non ci può essere una grazia superiore a quella di
Cristo a motivo dell'unione ipostatica, come sopra si è detto,
così non può esserci una visione di Dio più perfetta della sua,
sebbene assolutamente parlando, e cioè in rapporto all'infinita
potenza di Dio, possa darsi una visione superiore.
|