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Questione
1
Convenienza
dell'incarnazione
Sul mistero dell'incarnazione abbiamo da considerare tre cose:
la sua convenienza, il modo d'unione proprio del Verbo incarnato,
le conseguenze di quest'unione.
Sulla convenienza dell'incarnazione si pongono sei
quesiti: 1. Se era conveniente che Dio s'incarnasse; 2. Se ciò fosse
necessario per la redenzione del genere umano; 3. Se Dio si sarebbe
incarnato nel caso che l'uomo non avesse peccato; 4. Se Dio si
sia incarnato più per togliere il peccato originale che quello
attuale; 5. Se era conveniente che s'incarnasse agli inizi del mondo;
6. Se l'incarnazione dovesse essere differita alla fine del mondo.
ARTICOLO
1
Se era conveniente che Dio s'incarnasse
SEMBRA che l'incarnazione di Dio non fosse conveniente. Infatti:
1. Essendo Dio dall'eternità lo stesso bene per essenza, è cosa
ottima che rimanga quello che da sempre è stato. Ma Dio è
sempre stato assolutamente immateriale. Sarebbe stato dunque
convenientissimo che egli non si fosse unito alla carne. Perciò
l'incarnazione divina non era conveniente.
2. Stanno male insieme cose tra loro infinitamente distanti,
come combinare insieme in una pittura la faccia d'uomo con
un occipite di cavallo. Ma Dio e carne distano all'infinito: Dio
è semplicissimo, la carne invece composta, specie quella umana.
Era dunque sconveniente che Dio si unisse alla carne umana.
3. Tanto ci corre tra un corpo e lo spirito purissimo quanto
tra il peccato e la somma bontà. Ma sarebbe stato del tutto
sconveniente che Dio, bontà suprema, assumesse il peccato. Non era
dunque conveniente che il sommo spirito increato assumesse un
corpo.
4. Non si può costringere in minimi termini chi supera le grandi
misure, né può dedicarsi a piccoli compiti chi è impegnato in
quelli più grandi. Dunque non va bene, usando le parole di
Volusiano a S. Agostino, "che nel corpicciuolo di un bimbo in fasce
si nasconda colui al quale non basta l'universo; che abbandoni
i suoi cieli il grande Sovrano, e riduca a un solo minuscolo corpo
il governo di tutto l'universo".
IN CONTRARIO: È convenientissimo che le cose visibili mostrino
le cose divine invisibili; per questo fine infatti il mondo è stato
creato, come asserisce l'Apostolo: "Le invisibili perfezioni di
Dio appaiono chiare dalle opere sue". Ma il mistero
dell'incarnazione, dice il Damasceno, "rivela insieme la bontà, la sapienza,
la giustizia, la potenza di Dio: la bontà, perché non sdegnò la
debolezza della sua creatura; la giustizia, perché fece sconfiggere
il demonio dallo stesso che ne era stato vinto e non a forza strappò
l'uomo dalla morte; la sapienza, perché trovò il saldo più
generoso per il debito più insolvibile; l'infinita potenza, perché non
c'è nulla di più grande di un Dio fatto uomo". Era dunque
conveniente che Dio si incarnasse.
RISPONDO: A ciascuna cosa si addice quello che è secondo la
sua natura; all'uomo, per es., ragionare, perché è per sua natura
ragionevole. Ma la natura di Dio è la bontà stessa, come spiega
Dionigi. Perciò si addice a Dio tutto quello che è proprio della
bontà.
Ora, la bontà tende a comunicarsi, osserva Dionigi.
Di conseguenza alla somma bontà si addice di comunicarsi alla creatura
in modo sommo. Ciò avviene precisamente quando Dio "unisce
a sé una natura creata così intimamente che una sola persona
risulti di tre elementi: Verbo, anima, carne", come si esprime
S. Agostino. È chiaro dunque che l'incarnazione di Dio era
conveniente.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Il mistero dell'incarnazione
non si è attuato per un qualche cambiamento nell'eterna
condizione di Dio, ma in quanto egli in maniera nuova si unì a una
creatura o meglio unì a sé la creatura. Ora, non disdice che una
creatura, mutevole di per se stessa, non si mantenga sempre nel
medesimo stato. Perciò come essa, non esistendo prima, fu
prodotta nell'essere, così non era sconveniente che venisse unita a
Dio dopo che non lo era mai stata.
2. L'unione con Dio in unità di persona non si addiceva alla
carne umana in forza della sua natura, perché oltrepassava il
suo ordine. Si addiceva tuttavia a Dio, per l'infinita eccellenza
della sua bontà, che unisse a sé codesta carne per la nostra
salvezza.
3. Ogni differenza che distanzia le creature dal Creatore è stata
stabilita dalla sapienza di Dio e ordinata alla manifestazione della
sua bontà: infatti Dio, non creato, non mutevole, non corporeo,
produsse le creature mutevoli e materiali in funzione della sua
bontà; ugualmente le pene furono introdotte dalla giustizia di
Dio per la sua gloria. Al contrario le colpe si commettono con
l'abbandono delle norme della sapienza divina e dell'ordine della
divina bontà. Perciò Dio poteva assumere convenientemente una
natura creata, mutevole, corporea e passibile; non così il male
della colpa.
4. Rispondiamo con le stesse parole di S. Agostino a Volusiano:
"La dottrina cristiana non insegna che Dio, calandosi nella carne
umana, abbia abbandonato o perduto il governo dell'universo,
oppure che l'abbia come ristretto in quel minuscolo corpo: questa
è immaginazione di uomini capaci di pensare solo a livello della
materia. Dio è grande non per mole, ma per la sua potenza;
perciò la sua grandezza raccogliendosi nelle piccole cose non ne
sente disagio. Come il nostro fugace parlare viene ascoltato in
un medesimo istante da molti e arriva a ciascuno per intero, così
non è incredibile che il Verbo divino, non fugace, sia
contemporaneamente tutto e dovunque". Quindi nessun inconveniente
deriva dall'incarnazione di Dio.
ARTICOLO
2
Se l'incarnazione del Verbo di Dio fosse necessaria
per la redenzione del genere umano
SEMBRA che non fosse necessaria l'incarnazione del Verbo di
Dio per la redenzione del genere umano. Infatti:
1. Il Verbo divino, essendo perfetto Dio, come vedemmo nella
Prima Parte, non acquistò alcuna virtù dal corpo che assunse.
Se dunque il Verbo divino riparò la nostra natura incarnandosi,
l'avrebbe potuta riparare anche senza prendere un corpo.
2. Per la redenzione della natura umana, caduta a causa del
peccato, si richiedeva soltanto che l'uomo soddisfacesse per il
peccato. Dio infatti non deve esigere dall'uomo l'impossibile; ed
essendo più incline a compatire che a punire, come imputò
all'uomo l'atto del peccato, gli dovrebbe ascrivere a distruzione
del peccato l'atto contrario. Non era dunque necessaria, per
redimere la natura umana, l'incarnazione del Verbo di Dio.
3. La salvezza dell'uomo dipende principalmente dal suo rispetto
verso Dio, come ricorda la S. Scrittura: "Se io sono il Signore,
dov'è il rispetto a me dovuto? Se io sono il Padre, dov'è il mio onore?". Ma il rispetto di Dio nasce negli uomini alla
considerazione della sua assoluta trascendenza e della sua lontananza
dalla sensibilità umana; si legge infatti nei Salmi: "Eccelso su
tutte le genti è il Signore e al di sopra dei cieli la sua gloria". "Chi è come il Signore, Dio
nostro?". Che Dio dunque si faccia
simile a noi assumendo la nostra carne non sembra che giovi alla
salvezza umana.
IN CONTRARIO: Alla salvezza umana è necessario ciò che libera
dalla perdizione il genere umano. Ma con il mistero
dell'incarnazione divina si ottiene proprio questo, come dichiara il Vangelo:
"Dio ha tanto amato il mondo che ha sacrificato il suo Figlio
unigenito, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma abbia la
vita eterna". Dunque per la salvezza umana era necessario che
Dio s'incarnasse.
RISPONDO: A un fine può essere necessario un mezzo in due
modi: o così che senza di esso non si possa ottenere il fine, com'è
necessario il cibo alla conservazione della vita umana; o così che
il mezzo agevoli il raggiungimento del fine, com'è necessario un
cavallo per un viaggio. Ebbene l'incarnazione di Dio non era
necessaria per la redenzione della natura umana nel primo modo,
potendo Dio redimerci con la sua onnipotenza in molte altre
maniere. L'incarnazione era invece necessaria per la redenzione
umana nel secondo modo. Di qui le parole di S. Agostino: "Dimostriamo
che a Dio non mancavano altri mezzi, perché tutto sottostà
ugualmente al suo potere; ma non ne ebbe un altro più
conveniente per sanare la nostra miseria".
Tale convenienza può rilevarsi rispetto all'avanzamento
dell'uomo nel bene. Primo, quanto alla fede, che acquista maggiore
sicurezza dal credere alla parola immediata di Dio in persona.
Perciò S. Agostino afferma: "Perché l'uomo con più fiducia
accedesse alla verità, la Verità stessa, il Figlio di Dio, col farsi uomo
gettò le fondamenta della fede". - Secondo, quanto alla
speranza, che nell'incarnazione trova il suo stimolo più efficace: "Nulla", dice S. Agostino,
"era tanto necessario a infonderci
speranza quanto la dimostrazione del grande amore che Dio ci
porta. Ma quale segno poteva essere più chiaro di questo, che
la degnazione del Figlio di Dio a unirsi con la nostra natura?". - Terzo, quanto
alla carità, che nell'incarnazione trova il suo
massimo incentivo. Di qui le parole di S. Agostino: "Qual altro
fine più grande ha la venuta del Signore se non la manifestazione
dell'amore di Dio per noi?". E conclude: "Se poteva costarci
di amare, che almeno non ci costi riamare". - Quarto, rispetto
al ben operare, in cui con l'incarnazione Dio stesso si è fatto nostro
modello. "Avevamo l'obbligo", spiega S. Agostino, "non di
seguire l'uomo che si vedeva, ma Dio che non era visibile. Perciò,
per dare all'uomo di poter vedere chi doveva seguire, Dio si fece
uomo". - Quinto, quanto alla piena partecipazione della divinità,
che è la vera beatitudine dell'uomo e il fine della sua vita.
Tale piena partecipazione ci viene conferita per l'umanità di
Cristo: infatti "Dio si è fatto uomo, perché l'uomo diventasse
Dio", scrive S. Agostino.
Altrettanto utile era l'incarnazione per allontanare l'uomo dal
male. Primo, perché persuade l'uomo a non stimare il diavolo,
primo artefice del peccato, al di sopra di se stesso e a non
prestargli ossequio. Per questo avverte S. Agostino: "Poiché la
natura umana poté essere unita a Dio così intimamente da
divenire con lui una sola persona, non osino quei superbi spiriti
maligni anteporsi all'uomo vantandosi della propria incorporeità". - Secondo,
l'incarnazione c'insegna quanto sia grande la dignità
della natura umana, affinché non la macchiamo peccando. "Dio
ci ha mostrato quale eminente posto abbia tra le cose create la
natura umana, apparendo tra gli uomini come vero uomo", afferma
S. Agostino. E il papa S. Leone ammonisce: "Riconosci,
o cristiano, la tua dignità e, fatto partecipe della natura divina,
non tornare all'antica miseria con un'indegna condotta". - Terzo,
per distogliere l'uomo dalla presunzione "viene esaltata in Cristo
uomo la grazia divina, non preceduta da merito alcuno", come
si esprime S. Agostino. - Quarto, perché, per dirla col medesimo
Santo, "una così grande umiltà di Dio è in grado di riprendere
e di guarire la superbia dell'uomo, che costituisce l'impedimento
più grave per la sua adesione a Dio". - Quinto, l'incarnazione
giovò a liberare l'uomo dalla servitù. Ciò doveva avvenire, dice
S. Agostino, "in modo che il diavolo fosse vinto dall'uomo Cristo
Gesù"; e si attuò mediante la soddisfazione offerta da Gesù per
noi. Un puro uomo infatti non avrebbe potuto soddisfare per
tutto il genere umano; Dio d'altra parte non doveva soddisfare;
era quindi necessario che Gesù Cristo fosse Dio e uomo. Di qui
le parole di S. Leone papa: "La potenza assume la debolezza,
la maestà l'abiezione; perché in corrispondenza dei nostri bisogni
un solo e medesimo mediatore tra Dio e gli uomini potesse morire
e risorgere per attributi diversi. Se infatti non fosse vero Dio,
non potrebbe rimediare al nostro bisogno; se non fosse vero uomo,
non sarebbe per noi un esempio".
Ci sono poi moltissimi altri vantaggi derivati dall'incarnazione
al di sopra della comprensibilità umana.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. L'obiezione si fonda sul primo
modo di necessità, quella cioè di un mezzo senza il quale non
si può ottenere l'effetto.
2. Una soddisfazione può dirsi
sufficiente in due modi. Primo,
in maniera perfetta, in quanto è "condegna", ossia compensa
degnamente o adeguatamente la colpa commessa. In tal senso
non poteva essere sufficiente la soddisfazione d'un puro uomo,
perché tutta la natura umana era stata corrotta dal peccato, né
il merito di una o più persone poteva compensare alla pari il
danno di tutta la natura. Inoltre, poiché il peccato commesso
contro Dio acquista una certa infinità dalla infinità della maestà
divina: l'offesa infatti è tanto più grande, quanto più grande è
la persona verso cui si manca; era necessario per una
soddisfazione adeguata che l'azione del riparatore avesse un'efficacia
infinita, quale è appunto l'azione di un uomo-Dio.
Secondo, può dirsi sufficiente una soddisfazione in maniera
imperfetta, ossia relativamente all'accettazione da parte di chi
se ne contenta, anche se non è adeguata. In tal senso può essere
sufficiente la soddisfazione d'un puro uomo. Tuttavia, poiché
ogni cosa imperfetta presuppone la perfezione corrispondente su
cui si regge, è dalla soddisfazione di Cristo che prende efficacia
la soddisfazione d'ogni puro uomo.
3. Dio assumendo la carne non ha sminuito la propria maestà
e quindi ciò non deroga al rispetto che gli è dovuto. Anzi questo
cresce per la maggiore conoscenza che abbiamo di lui; poiché
con il fatto stesso che ha voluto avvicinarsi a noi assumendo la
carne, ci ha portati a conoscerlo di più.
ARTICOLO
3
Se Dio si sarebbe ugualmente incarnato nel caso che l'uomo
non avesse peccato
SEMBRA che,
se l'uomo non avesse peccato, Dio si sarebbe incarnato
lo stesso. Infatti:
1. Rimane l'effetto, se rimane la causa. Ma nell'incarnazione
di Cristo, come dice S. Agostino, oltre la liberazione dal peccato, "sono da considerarsi molte altre
cause", quelle di cui abbiamo
già fatto cenno. Dunque anche se l'uomo non avesse peccato,
Dio si sarebbe incarnato.
2. Ci si aspetta dall'onnipotenza divina che porti a compimento
le sue opere e che si manifesti in qualche effetto infinito.
Ma nessuna pura creatura può dirsi effetto infinito, limitata com'è
nell'essenza. In realtà solo nell'opera dell'incarnazione si
manifesta un effetto infinito della potenza divina, che ha congiunto cose distanti tra loro
all'infinito, facendo sì che l'uomo diventasse
Dio. Nella medesima opera inoltre l'universo sembra raggiungere
la sua perfezione, in quanto l'ultima creatura, l'uomo, viene
congiunta con il primo principio, Dio. Dunque anche se l'uomo non
avesse peccato, Dio si sarebbe incarnato.
3. La natura umana non è stata resa dal peccato più capace
di grazia. Eppure dopo il peccato essa è stata in grado di
ricevere la grazia dell'unione, che è la massima grazia. Dunque
sarebbe stata capace di questa grazia, anche se l'uomo non avesse
peccato. Né Dio avrebbe negato alla natura umana un bene di
cui era capace. Dio quindi si sarebbe incarnato, anche se l'uomo
non avesse peccato.
4. La predestinazione divina è eterna. Ma di Cristo S. Paolo
dice che "è stato predestinato qual Figlio di Dio in manifestazioni
di potenza". Perciò anche prima del peccato era necessario che
per adempiere la predestinazione divina il Figlio di Dio
s'incarnasse.
5. Il mistero dell'incarnazione fu rivelato al primo uomo, come
risulta dalle sue parole: "Ecco, questo è un osso delle mie ossa, ecc.", relative al matrimonio, che l'Apostolo considera
"grande
mistero rispetto ai rapporti tra Cristo e la Chiesa". Ma l'uomo
non poteva conoscere in precedenza la propria caduta, per la
stessa ragione che non lo poteva l'angelo, come dimostra S. Agostino.
Dunque Dio si sarebbe incarnato, anche se l'uomo non
avesse peccato.
IN CONTRARIO: S. Agostino spiegando le parole evangeliche,
"Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era
perduto", dichiara: "Se l'uomo non avesse peccato, il Figlio
dell'uomo non sarebbe venuto". Inoltre a commento delle parole
di S. Paolo, "Cristo venne nel mondo a salvare i peccatori", la
Glossa aggiunge: "Nessun motivo ebbe di venire tra noi Cristo
Signore, se non quello di salvare i peccatori. Togli le malattie,
togli le ferite e non c'è più bisogno di medicina".
RISPONDO: Ci sono in proposito opinioni opposte. Alcuni dicono
che il Figlio di Dio si sarebbe incarnato, anche se l'uomo non avesse
peccato. Altri invece affermano il contrario. Quest'ultima opinione
pare che sia da preferirsi. Le cose infatti che dipendono
dalla sola volontà di Dio, al di sopra di tutto ciò che è dovuto
alle creature, non possono esserci note se non attraverso la Sacra
Scrittura, nella quale la volontà divina viene manifestata. Perciò,
siccome nella Sacra Scrittura il motivo dell'incarnazione viene
sempre desunto dal peccato del primo uomo, è meglio dire che
l'opera dell'incarnazione è stata disposta da Dio a rimedio del
peccato, di modo che, non esistendo il peccato, non ci sarebbe
stata l'incarnazione. La potenza di Dio però non è coartata
entro questi termini: Dio infatti avrebbe potuto incarnarsi, anche
se non ci fosse stato il peccato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Tutti gli altri motivi assegnati all'incarnazione rientrano tra i rimedi del peccato. L'uomo
infatti, se non avesse peccato, sarebbe stato illuminato dalla luce
della sapienza divina e perfezionato da Dio nella rettitudine della
santità, per l'acquisto di ogni conoscenza necessaria. Ma, poiché,
abbandonando Dio era sceso alle cose materiali, fu opportuno che
Dio, assunta la carne, tramite anche le cose materiali, gli offrisse
il mezzo di salvarsi. Ecco perché commentando le parole
evangeliche, "il Verbo si fece carne" S. Agostino annota: "La carne
ti aveva accecato, la carne ti risana. Cristo venne precisamente
per estinguere nella carne i vizi della carne".
2. L'infinita potenza di Dio si
manifesta già nel modo di
produrre le cose dal nulla. - Al compimento poi dell'universo basta
che le cose create siano ordinate a Dio naturalmente come a loro
fine. Che invece una creatura venga unita a Dio in unità di
persona oltrepassa i limiti della perfezione naturale.
3. Si possono riscontrare nella natura umana due capacità.
La prima al livello della sua potenza naturale. E tale capacità
viene sempre soddisfatta da Dio, che provvede a ciascuna cosa
secondo le capacità naturali. La seconda al livello della potenza
divina, cui ogni creatura obbedisce al primo cenno. A quest'ordine
appartiene la capacità umana di cui si parla nell'obiezione.
Ora, Dio non asseconda sempre tale capacità della creatura,
altrimenti egli non potrebbe fare nelle cose se non quello che fa, e ciò
è falso, come si è visto nella Prima Parte.
Che poi la natura umana dopo il peccato sia stata innalzata più
di prima non c'è nessuna incongruenza: Dio infatti permette il
male per trarne un bene maggiore. Di qui le parole di S. Paolo: "Dove abbondò il peccato,
lì anche sovrabbondò la
grazia". E
nella benedizione del Cero pasquale si canta: "O fortunata colpa,
che meritò di avere tale e tanto Redentore!".
4. La predestinazione presuppone la previsione del futuro. Dio
quindi, come predestina che la salvezza di una determinata
persona si abbia a compiere per le preghiere di altri, così pure
predestinò l'incarnazione a rimedio del peccato umano.
5. Niente impedisce che si riveli un effetto a chi non ha avuto
la rivelazione della causa. Poté dunque il mistero
dell'incarnazione essere rivelato al primo uomo, senza che egli fosse
consapevole della sua futura caduta: poiché non sempre chi conosce un
effetto, conosce anche la causa.
ARTICOLO 4
Se Dio si sia incarnato più per rimediare ai peccati attuali
che al peccato originale
SEMBRA che Dio si sia incarnato più per rimediare ai peccati
attuali che al peccato originale. Infatti:
1. Un peccato quanto più è grave, tanto più ostacola la salvezza
umana, per la quale Dio si è incarnato. Ma il peccato attuale è
più grave del peccato originale: a questo infatti è annessa una
pena minima, come dice S. Agostino. L'incarnazione di Cristo è
perciò ordinata principalmente a cancellare i peccati attuali.
2. Il peccato originale non merita
la pena del senso, ma solo
la pena del danno, come si è visto nella Seconda Parte. Ora, per
la soddisfazione dei peccati Cristo è venuto a soffrire la pena del
senso sulla croce e non la pena del danno; mai infatti gli mancò
la visione o beatitudine divina. Venne dunque a togliere più il
peccato attuale che quello originale.
3. Il Crisostomo osserva che
"un servo fedele è propenso a
considerare come personali i benefici comuni che il suo padrone
ha concesso a tutti: S. Paolo infatti, quasi parlasse soltanto di
sé, scrive: "Mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me"".
Ma i peccati nostri personali sono quelli attuali, perché l'originale
è peccato comune. Dobbiamo dunque avere la pia convinzione
che Dio sia venuto principalmente per i peccati attuali.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"Ecco l'agnello di Dio,
ecco colui che toglie il peccato del mondo".
RISPONDO: È certo che Cristo venne in questo mondo a
distruggere non solo il peccato originale, ma anche tutti i peccati che
si sono aggiunti in seguito: non che tutti siano cancellati (e ciò
per colpa degli uomini che non aderiscono a Cristo, secondo le
parole del Vangelo: "La luce è venuta nel mondo e gli uomini
hanno preferito le tenebre alla luce"), ma egli fece quanto bastava
alla loro cancellazione. Perciò S. Paolo dice: "Non come il fallo
è il dono: infatti da un sol fallo è provocato il giudizio di
condanna, mentre il dono è assoluzione da molti peccati".
Tuttavia quanto più grande è un peccato, tanto più la sua
distruzione ha motivato la venuta di Cristo. Ora, una cosa può
dirsi grande in due modi. Primo, intensivamente: più grande è,
per es., la bianchezza che è più intensa. E in tal senso il peccato
attuale è più grande del peccato originale, essendo più volontario,
come si è detto nella Seconda Parte. - Secondo, una cosa può
dirsi grande in estensione: così una bianchezza più grande è
quella che occupa una superficie maggiore. In tal senso il
peccato originale che contagia tutto il genere umano è più grande
di qualsiasi peccato attuale, che è proprio di una persona. E sotto
quest'aspetto è vero che Cristo è venuto principalmente a togliere
il peccato originale, perché "il bene sociale è più divino del bene
individuale", come si esprime Aristotele.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. L'argomentazione si basa
sulla grandezza intensiva del peccato.
2.
Al peccato originale la pena del senso non è riservata nella
sanzione futura; ma vanno ad esso attribuite le pene sensibili
che noi soffriamo in questa vita, come la fame, la sete, la morte
e simili. Perciò Cristo a riparare compiutamente il peccato
originale volle soffrire il dolore sensibile, per consumare in se stesso
la morte e le altre sofferenze.
3. Come spiega nello stesso passo il Crisostomo, l'Apostolo
diceva quelle parole "non per restringere gli amplissimi benefici
di Cristo diffusi sul mondo, ma per indicare che Cristo si era
sacrificato per lui come per tutti. Che importa infatti se anche gli
altri sono stati beneficati, quando i benefici prestati a te sono così integri e perfetti, come se a nessun
altro ne fosse stato concesso qualcosa?". Dover dunque attribuire a sé i benefici di Cristo
non significa dover negare che siano stati fatti agli altri. Perciò
non si esclude che egli sia venuto più per distruggere il peccato
di tutta la natura che i peccati personali. Ma quel peccato
comune è stato curato in ciascuno tanto perfettamente, quanto
sarebbe stato curato in uno solo. - Del resto a motivo del vincolo
della carità ciascuno deve sentire come fatto a se stesso ciò che
è stato fatto per tutti.
ARTICOLO 5
Se era conveniente che Dio s'incarnasse agli inizi
del genere umano
SEMBRA che l'incarnazione divina sarebbe stata conveniente
agli inizi del genere umano. Infatti:
1. L'opera dell'incarnazione proviene dall'immensità della carità
divina, conforme al testo di S. Paolo: "Dio, che è ricco di
misericordia, per l'infinito amore che ci portava, essendo noi morti per
le nostre colpe, ci ha convivificati in Cristo". Ma la carità non
tarda a soccorrere l'amico che è nel bisogno, come raccomanda la
S. Scrittura: "Non dire al tuo amico: Va, torna domani e ti
darò, se la cosa gliela puoi dare subito". Dio dunque non
doveva differire l'opera dell'incarnazione, ma soccorrere con essa
il genere umano subito agli inizi.
2. S. Paolo scrive:
"Cristo venne in questo mondo a salvare
i peccatori". Ma se ne sarebbero salvati di più, se Dio si fosse
incarnato agl'inizi del genere umano, perché moltissimi nel volgere
dei secoli perirono nei loro peccati ignorando Dio. Quindi
sarebbe stato più conveniente che Dio si fosse incarnato agli inizi
del genere umano.
3. Il piano della grazia non è meno ordinato del piano della
natura. Ma "la natura parte dalla perfezione", come dice Boezio.
Quindi il piano della grazia doveva essere perfetto fin da principio.
Ora, la perfezione della grazia si ha nell'opera dell'incarnazione,
secondo le parole: "il Verbo si fece carne", seguite dalle altre:
"pieno di grazia e di verità". Cristo dunque avrebbe dovuto
incarnarsi agli inizi dell'umanità.
IN CONTRARIO: Commentando le parole di S. Paolo:
"Ma
quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio fatto
da donna", la Glossa afferma che "la pienezza dei tempi è il tempo
prestabilito da Dio Padre in cui mandare il suo Figlio". Ora,
Dio ha stabilito tutto con sapienza. Perciò egli si è incarnato
nel tempo più opportuno. Dunque non sarebbe stato conveniente
che Dio si incarnasse ai primordi dell'umanità.
RISPONDO: Poiché l'incarnazione è ordinata principalmente alla
riparazione della natura umana con la distruzione del peccato,
è chiaro che non sarebbe stata conveniente l'incarnazione divina
ai primordi dell'umanità prima del peccato, perché la medicina
si somministra solo agli ammalati. Perciò il Signore stesso dice: "Del medico non hanno bisogno i sani, ma i malati, e io non
sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori".
Ma neppure subito dopo il peccato sarebbe stato conveniente
che Dio s'incarnasse. Primo, per la natura del peccato dell'uomo,
che proveniva dalla superbia: perciò l'uomo doveva essere
liberato in modo che, umiliato, riconoscesse d'aver bisogno d'un
liberatore. Ecco perché la Glossa spiegando le parole di S. Paolo, "promulgata per mezzo di angeli in mano d'un mediatore", dice:
"Molto sapientemente fu disposto che dopo la caduta dell'uomo
non fosse mandato sull'istante il Figlio di Dio. Prima infatti Dio
lasciò l'uomo in balia della sua libertà sotto la legge di natura,
perché conoscesse così le forze della propria natura. Fallendo
nella prova, gli fu data la Legge. Con questa il male peggiorò,
non per difetto della Legge, ma per la corruzione della natura;
affinché, conosciuta la propria insufficienza, invocasse il medico
e cercasse il soccorso della grazia".
Secondo, per l'ordinato progresso nel bene, che esige di
procedere dall'imperfetto al perfetto. Per questo dice l'Apostolo: "Non è prima l'elemento spirituale ma l'animale, lo spirituale
viene dopo. Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il
secondo uomo è dal cielo e celeste".
Terzo, per la dignità stessa del Verbo Incarnato. Infatti sulle
parole "quando venne la pienezza dei tempi", la Glossa osserva: "Quanto più grande era il giudice venturo, tanto più lunga serie
di messaggeri lo doveva precedere".
Quarto, perché il fervore della fede non si intiepidisse per la
lunghezza del tempo. Poiché verso la fine del mondo "si raffredderà
la carità di molti" e il Signore stesso domanda: "Quando
il Figlio dell'uomo verrà, troverà ancora fede sulla terra?".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. La carità non indugia a soccorrere
l'amico, tuttavia sceglie il momento più opportuno per
le circostanze e per le persone. Se un medico desse a un infermo
la medicina subito all'inizio della malattia, otterrebbe di meno,
oppure lo danneggerebbe più che aiutarlo. Perciò anche il Signore
non somministrò subito all'umanità il rimedio dell'incarnazione,
perché non lo disprezzasse per superbia, non avendo ancora preso
coscienza della propria infermità.
2. All'obiezione S. Agostino diede in un primo tempo la seguente
risposta: "Cristo volle apparire tra gli uomini e predicare la sua
dottrina quando e dove sapeva che sarebbero vissuti i futuri
credenti. Nei tempi infatti e nei luoghi dove il suo Vangelo non è
stato predicato egli prevedeva che alla sua parola tutti sarebbero
stati tanto increduli quanto lo furono non tutti ma molti tra
coloro che lo udirono in persona, i quali non vollero credere in
lui neppur vedendolo risuscitare dei morti".
Ma in seguito lo stesso Santo così scrisse, riprovando questa
soluzione: "Possiamo forse dire che i cittadini di Tiro e di
Sidone si sarebbero rifiutati di credere con tali miracoli, o che
non avrebbero creduto se si fossero compiuti tra loro, quando il
Signore medesimo attesta che avrebbero fatto penitenza con grande
umiltà, se quei segni dei divini interventi fossero stati fatti in
mezzo a loro?".
"Perciò", egli conclude,
"si deve affermare con l'Apostolo
che ciò "non dipende né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio
che usa misericordia". Dio, tra quanti previde che avrebbero
prestato fede ai suoi miracoli, se fossero stati compiuti presso di
essi, soccorse quelli che volle e non soccorse altri, di cui dispose
diversamente nella sua predestinazione con atto occulto ma giusto.
Cosicché dobbiamo credere e riscontrare senza esitazione la sua
misericordia in coloro che vengono liberati e la sua giustizia in
coloro che vengono puniti".
3. In cose diverse tra loro è vero che il perfetto viene prima
dell'imperfetto in ordine di tempo e di natura, perché è il
perfetto che porta le altre cose alla perfezione; ma in una
medesima cosa ciò che è imperfetto precede il perfetto in ordine di
tempo, sebbene lo segua in ordine di natura. Così dunque
l'imperfezione della natura umana è preceduta dall'eterna perfezione
di Dio, ma precede il raggiungimento della propria perfezione,
che consiste nella sua unione con lui.
ARTICOLO
6
Se l'incarnazione dovesse essere differita alla fine del mondo
SEMBRA che
l'incarnazione dovesse essere differita alla fine del
mondo. Infatti:
1. Nei Salmi si legge:
"La mia vecchiaia (sarà ricolma) di misericordia", e la Glossa per vecchiaia intende
"gli ultimi tempi".
Ma principalmente il tempo dell'incarnazione è tempo di
misericordia, secondo l'espressione del Salmista: "È venuto il tempo
della sua misericordia". L'incarnazione dunque doveva essere
differita alla fine del mondo.
2. In una stessa cosa come si è detto, la perfezione è posteriore
all'imperfezione in ordine di tempo. Perciò quello che è
assolutamente perfetto, dev'essere temporalmente ultimo. Ma la suprema
perfezione della natura umana si ha nell'unione con il Verbo, perché "in Cristo piacque al Padre che abitasse ogni pienezza della
divinità", come dice l'Apostolo. L'incarnazione dunque doveva essere
rimandata alla fine del mondo.
3. Non conviene fare in due volte ciò
che può esser fatto in
una volta sola. Ma alla salvezza della natura umana poteva
bastare una sola venuta di Cristo: quella che sarà alla fine del
mondo. Dunque non era necessario che venisse prima con
l'incarnazione. Quindi questa venuta doveva essere rinviata alla fine
del mondo.
IN CONTRARIO: Il profeta Abacuc aveva detto:
"Nel mezzo
degli anni renderai manifesta, o Signore, l'opera tua". Dunque
il mistero dell'incarnazione per cui Dio si manifestò al mondo,
non doveva essere rimandato alla fine dei tempi.
RISPONDO: Come non sarebbe stato opportuno che Dio s'incarnasse
agli inizi del mondo, così non sarebbe stato conveniente
che l'incarnazione fosse ritardata alla fine. Ciò risulta evidente
(da due cose): primo, dall'unione della natura divina con la natura
umana. Come infatti abbiamo detto, l'imperfezione precede nel
tempo la perfezione in quella realtà che da imperfetta diviene
perfetta; invece nel soggetto che è causa efficiente della
perfezione il perfetto precede cronologicamente l'imperfetto. Ora,
nell'incarnazione queste due realtà s'incontrano. Poiché in essa la
natura umana fu elevata alla suprema perfezione; e per questo
non conveniva che l'incarnazione avvenisse agli albori del genere
umano. D'altra parte il Verbo incarnato è causa efficiente della
perfezione umana, come si legge nel Vangelo: "Dalla pienezza
di lui tutti abbiamo ricevuto"; e per questo non doveva
l'incarnazione essere procrastinata alla fine del mondo. Invece la
perfezione della gloria, cui dev'essere condotta la natura umana dal
Verbo incarnato, avverrà alla fine del mondo.
Secondo, dagli effetti della salvezza umana. Come infatti dice
S. Agostino, "è a discrezione di chi dona scegliere quando e quanto
vuol donare. Perciò (Dio) venne quando stimò necessario
soccorrere l'uomo e la sua opera ben accetta. Mentre un certo languore
del genere umano aveva cominciato a cancellare tra gli uomini la
conoscenza di Dio e a corrompere i costumi, si degnò Dio di
chiamare Abramo, perché in lui si avesse l'esempio di un
rinnovamento nella religione e nella morale. E poiché il culto divino
era ancora troppo trascurato, diede per mezzo di Mosè la legge scritta.
Avendola però le genti disprezzata con il rifiuto di assoggettarvisi,
e non avendola messa in pratica neppure quelli che l'avevano
accolta, mosso da misericordia, il Signore mandò il suo Figlio, perché,
concesso a tutti gli uomini il perdono dei peccati, li offrisse
santificati a Dio Padre". Se però questo rimedio fosse stato rimandato
alla fine del mondo, sarebbe sparita del tutto dalla terra la
conoscenza di Dio, il suo culto e l'onestà dei costumi.
Terzo, per il fatto che la dilazione non sarebbe stata conveniente
a manifestare la potenza di Dio, la quale invece ha così salvato
gli uomini in molte maniere: non solo con la fede del Cristo
venturo, ma anche con la fede del Cristo presente e del Cristo già
venuto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Quella Glossa parla della
misericordia che conduce alla gloria. Se tuttavia si riferisse alla
misericordia dimostrata verso l'umanità con l'incarnazione di
Cristo, bisognerebbe notare con S. Agostino che l'incarnazione si
può equiparare alla giovinezza dell'umanità "per il vigore e il
fervore della fede, operante nella carità", e alla sua vecchiaia o
sesta età "per il numero delle epoche, essendo venuto il Cristo nella
sesta età del genere umano". E "sebbene nel corpo gioventù e
senilità non possano essere contemporanee, lo possono essere però
nell'anima: la giovinezza per la prontezza, la vecchiaia per la ponderazione". Perciò S. Agostino in un passo afferma, che
"la
venuta dal cielo del Maestro, la cui imitazione portasse l'umanità
alla perfezione morale, non era conveniente se non nell'età della giovinezza", mentre in altro passo dice che il Cristo è venuto
nella sesta età, ossia nella vecchiaia del genere umano.
2. L'incarnazione va considerata non soltanto come termine
di sviluppo dall'imperfetto al perfetto, ma anche come causa di
perfezione nella natura umana, secondo le spiegazioni date.
3. Rispondiamo con il commento del Crisostomo alle parole
evangeliche, "Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per
giudicare il mondo": "Due sono le venute di Cristo: la prima a
rimettere i peccati, la seconda a giudicare. Se non avesse fatto
così, tutti si sarebbero ugualmente perduti, perché tutti hanno
peccato e sono privi della gloria di Dio". È chiaro dunque che
egli non doveva rimandare la sua venuta misericordiosa alla fine
del mondo.
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