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Questione
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La beatitudine dei santi e le loro mansioni
Passiamo ora
a considerare la beatitudine dei santi e le loro
mansioni.
Sull'argomento si pongono tre quesiti: 1. Se la beatitudine
dei santi debba essere maggiore dopo il giudizio (finale); 2. Se i
gradi di beatitudine siano denominati mansioni; 3. Se le diverse
mansioni si distinguano secondo i gradi di carità.
ARTICOLO
1
Se la beatitudine dei santi sarà maggiore prima o dopo il giudizio
(4
Sent., d. 49, q. 1, a. 4, qc. 1)
SEMBRA che la beatitudine dei santi dopo il giudizio non debba
essere maggiore di prima. Infatti:
1. Più una cosa si approssima alla somiglianza con Dio, più
perfettamente partecipa la beatitudine. Ora, l'anima è più simile
a Dio separata dal corpo, di quando è unita con esso. Perciò la
sua beatitudine è maggiore prima di riassumere il corpo che dopo.
2. Una virtù è più potente unita che frazionata. Ebbene,
l'anima disincarnata è più unita di quanto non lo sia nello stato
di unione col corpo. Cosicché la sua virtù è maggiore nell'operare.
E quindi partecipa più perfettamente la beatitudine, che consiste
in un'operazione.
3. La beatitudine consiste in un atto dell'intelletto speculativo.
Ma l'intelletto nel suo atto non si serve di un organo corporeo: cosicché
la riassunzione del corpo non farà sì che l'anima
possa intendere più perfettamente. Dunque la beatitudine dell'anima
non sarà maggiore dopo la resurrezione.
4. Niente può essere maggiore dell'infinito: perciò la somma
dell'infinito con una realtà finita non è maggiore dell'infinito
stesso. Ora, l'anima beata prima di riprendere il proprio corpo
gode di un bene infinito, cioè di Dio; e dopo la resurrezione del
corpo non avrà altro godimento, se non forse quello della gloria
del corpo, che è un bene finito. Perciò il suo godimento di queste
due cose dopo la resurrezione del corpo non sarà maggiore di
quello antecedente.
IN CONTRARIO: 1. A proposito di quelle parole dell'Apocalisse,
"Vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono
immolati a causa della parola di Dio", la Glossa afferma:
"Attualmente
le anime dei santi stanno sotto, cioè in una dignità
inferiore a quella che avranno in futuro". Dunque dopo il giudizio
la loro beatitudine sarà più grande.
2. Ai buoni viene concessa in premio la beatitudine come ai
cattivi lo stato di miseria. Ma dopo la resurrezione dei corpi la
miseria dei malvagi sarà maggiore di prima: perché saranno
puniti non solo nell'anima, bensì anche nel corpo. Perciò la beatitudine
dei santi sarà maggiore dopo la resurrezione dei corpi.
RISPONDO: Che la beatitudine dei santi dopo la resurrezione
aumenti in estensione è evidente: perché allora essa non sarà
solo nell'anima, ma anche nel corpo. Però la stessa beatitudine
dell'anima avrà un aumento in estensione: poiché l'anima non godrà solo del proprio bene, bensì anche di quello del corpo.
Anzi si può dire che la beatitudine dell'anima stessa
aumenterà
in intensità. Infatti il corpo dell'uomo può essere considerato
sotto due punti di vista: primo, in quanto è perfettibile da parte
dell'anima; secondo, in quanto si trova in esso qualche cosa che
ostacola l'anima nelle sue operazioni, non lasciandosi in tutto
perfezionare dall'anima. Considerandola dal primo punto di vista
l'unione del corpo con l'anima apporta all'anima una perfezione.
Poiché ogni parte è imperfetta e viene completata nel suo tutto:
cosicché il tutto sta alla parte come la forma sta alla materia.
Perciò anche l'anima è più perfetta nel suo essere naturale quando
è nel tutto, cioè nell'uomo composto attualmente di anima e corpo,
di quando ne è separata. Ma considerata dal secondo punto di
vista, l'unione del corpo impedisce la perfezione dell'anima; di
qui le parole della Sapienza: "Il corpo che si corrompe aggrava l'anima". Se quindi dal corpo si elimina tutto ciò per cui resiste
all'azione dell'anima, l'anima sarà in senso assoluto più perfetta
esistendo in codesto corpo, che separata da esso. Orbene, quanto
più una cosa è perfetta nell'essere, tanto è in grado di agire più
perfettamente. Perciò l'agire dell'anima unita a un tale corpo
sarà più perfetto di quello dell'anima separata. Ma tale è appunto
il corpo glorioso, che sarà in tutto sottomesso allo spirito. Consistendo
dunque la beatitudine in un'operazione, la beatitudine
dell'anima sarà più perfetta dopo la riassunzione del corpo che
prima: infatti come l'anima separata dal corpo corruttibile può
agire con più perfezione di quando è ad esso congiunta, così dopo
il ricongiungimento col corpo glorioso il suo operare sarà più perfetto
di quando ne era separata. Ora, ogni essere imperfetto desidera
la propria perfezione. Dunque l'anima separata brama naturalmente
di ricongiungersi al corpo. E per codesta brama, che
procede da uno stato d'imperfezione, la sua operazione con la
quale tende verso Dio è meno intensa. Ecco perché S. Agostino
afferma, che "dal desiderio del corpo l'anima viene ritardata nel
suo tendere totalmente verso il sommo bene". (I tomisti sono unanimi nel
ritenere che nella sua maturità S. Tommaso abbia
ripudiato questa conclusione. In I-II, q. 4, a. 5
scrive: "con la riassunzione dei corpi
la beatitudine non crescerà in intensità, ma in estensione").
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'anima è più simile a Dio
quando è unita al corpo glorioso che quando è separata, poiché
con tale unione ha un essere più perfetto: infatti più una cosa è
perfetta, più è simile a Dio. Il cuore, p. es., la cui perfezione di
vita consiste nel moto, è più simile a Dio quando si muove che
quando si ferma, sebbene Dio non si muova mai.
2. Una virtù che per sua natura è fatta per essere nella materia,
è più potente esistendo nella materia che stando separata da
essa: sebbene assolutamente parlando una virtù separata dalla
materia abbia una potenza maggiore.
3. Sebbene nell'atto d'intendere l'anima non si serva del corpo,
tuttavia la perfezione del corpo in qualche modo coopererà alla
perfezione dell'atto intellettivo, in quanto per l'unione del suo
corpo glorioso l'anima sarà naturalmente più perfetta, e quindi
più efficace nell'operare. In tal modo il bene stesso del corpo
coopererà strumentalmente all'operazione in cui consiste la beatitudine:
analogamente a quanto dice il Filosofo a proposito dei
beni esterni, che strumentalmente cooperano alla felicità della
vita (presente).
4. Sebbene l'aggiunta del finito all'infinito non dia un'entità
maggiore tuttavia dà un più: perché finito e infinito sono due,
mentre l'infinito di per sé è una cosa sola. Ebbene, l'estensione
del godimento non riceve un aumento, ma un più. Perciò il godimento
aumenterà in estensione rispetto al solo godimento di Dio,
perché avrà per oggetto Dio e la gloria del corpo. - Inoltre la
gloria del corpo farà crescere anche in intensità il godimento di
Dio, in quanto coopererà alla perfezione di quegli atti con i quali
l'anima si volge verso Dio: più infatti l'operazione connaturale è
perfetta, più intenso è il piacere, come spiega Aristotele.
ARTICOLO
2
Se i gradi di beatitudine debbano denominarsi mansioni
(4
Sent., d. 49, q. 1, a. 4, qc. 3)
SEMBRA che
i gradi di beatitudine non si debbono denominare
mansioni. Infatti:
1. La beatitudine implica l'idea di premio. Ora, mansione non
accenna affatto all'idea di premio. Dunque i diversi gradi di
beatitudine non devono dirsi mansioni.
2. Mansione sembra significare una sede locale. Ma il luogo
dal quale i santi saranno resi felici non è di ordine corporale, bensì
spirituale, e cioè Dio, il quale è uno. Perciò non esiste che una
sola mansione. Quindi i diversi gradi di beatitudine non devono
denominarsi mansioni.
3. Uomini di meriti diversi, come ci saranno nella patria beata ci sono
anche attualmente in purgatorio, e un tempo ci furono nel limbo
dei Patriarchi. Ma in purgatorio e nel limbo non si riscontrano diversità
di mansioni. Dunque non ci dovranno essere neppure in patria.
IN CONTRARIO: 1. Sta scritto:
"Nella casa di mio Padre ci sono
molte mansioni": e S. Agostino spiega che si tratta delle varie
gradazioni di premi.
2. In ogni città c'è un'ordinata distinzione di mansioni. Ora,
la patria celeste è paragonata a una città, com'è evidente nell'Apocalisse.
Dunque in essa si devono distinguere diverse mansioni,
secondo i diversi gradi di beatitudine.
RISPONDO: Il moto locale essendo, come dice il Filosofo, il
primo di tutti i moti, il termine moto come quello di distanza e
di altre cose del genere è derivato dal moto locale a tutti gli altri
tipi di movimento. Ora, il fine o termine del moto locale è il
luogo in cui una cosa si ferma e si conserva dopo averlo raggiunto.
Perciò in qualsiasi moto il quietarsi di esso nel suo termine
lo denominiamo collocamento o mansione. Ecco perché,
avendo usato il termine moto anche per gli atti dell'appetito e
della volontà, il conseguimento del fine del moto stesso affettivo
viene denominato sede permanente, ossia mansione, ovvero collocamento
nel fine. Ecco perché i diversi gradi nel conseguimento
del fine ultimo vengono denominati "mansioni diverse": cosicché
l'unica casa sta a indicare la comune e universale beatitudine da
parte dell'oggetto; mentre la pluralità delle mansioni indica le
differenze che nella beatitudine si riscontrano da parte dei beati.
Parimente anche negli esseri corporei vediamo che identico è il
luogo in alto verso il quale tendono tutti i corpi leggeri, ma ciascuno
di essi ci arriva più o meno vicino secondo la propria levità;
e quindi ci sono varie mansioni o sedimentazioni secondo la differente
leggerezza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Mansione implica l'idea di
fine o termine: e di conseguenza implica quella di premio, che è
il fine del merito.
2. Sebbene sia unico il luogo di ordine spirituale, tuttavia sono
diversi i gradi di approssimazione ad esso. E in base a questi si
hanno diverse mansioni.
3. Coloro che furono nel limbo, o che adesso sono in purgatorio
non hanno ancora raggiunto il loro termine finale. Ecco perché,
sia in purgatorio che nel limbo non c'è distinzione di mansioni,
ma questa c'è solo in paradiso e all'inferno, che sono il termine
rispettivo dei buoni e dei cattivi.
ARTICOLO
3
Se le diverse mansioni si distinguano secondo i gradi di carità
(4
Sent., d. 49, q. 1, a. 4, qc. 4)
SEMBRA che le diverse mansioni non si distinguano secondo i
diversi gradi di carità. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge:
"Diede a ciascuno secondo la propria virtù". Ora, la virtù propria di ciascuno è la sua capacità naturale.
Perciò i doni della grazia e della gloria vengono distribuiti
secondo i diversi gradi della virtù naturale.
2. Il Salmista afferma:
"Tu ricompenserai ciascuno secondo le
sue opere". Ora, quello che viene dato in ricompensa è la misura
della beatitudine. Dunque i gradi della beatitudine saranno secondo
la diversità delle opere, e non secondo il diverso grado di carità.
3. Il premio è dovuto all'atto e non all'abito: ecco perché, a
detta di Aristotele, "non sono coronati i più forti, ma i lottatori";
e S. Paolo afferma: "Non sarà coronato se non chi avrà combattuto
secondo le regole". Ma la beatitudine è un premio. Quindi
i diversi gradi della beatitudine saranno secondo il diverso valore
delle opere compiute, e non secondo il grado di carità.
IN CONTRARIO: 1. Più uno è unito a Dio, più è felice o beato.
Ma la misura dell'unione con Dio è secondo la misura della carità.
Dunque secondo la differenza di carità ci sarà anche diversità di beatitudine.
2. Come il grado
positivo sta al positivo corrispondente,
così il comparativo sta al comparativo corrispondente.
Ebbene avere la beatitudine segue dall'avere la carità. Perciò
avere maggiore beatitudine segue dall'avere maggiore carità.
RISPONDO: Due sono i principi distintivi delle mansioni o gradi
della beatitudine: prossimo e remoto. Principio prossimo è la
diversa disposizione esistente nei beati, dalla quale dipendono
in tutti le diversità di perfezione nell'atto in cui consiste la beatitudine.
Ma il principio remoto è il merito, col quale hanno conseguito
tale beatitudine.
Ebbene in base al primo vengono tra loro distinte le mansioni
secondo la carità esistente in patria: la quale, quanto sarà più
perfetta, tanto renderà chi la possiede più capace della luce divina,
e pari alla sua grandezza sarà la perfezione della visione di Dio.
In base al secondo invece vengono distinte le mansioni in proporzione
alla carità esistente nella vita terrena. Infatti i nostri
atti non sono meritori per la sostanza stessa dell'atto, bensì per
il solo abito della virtù da cui sono informati. Ma la capacità
di meritare in tutte le virtù deriva dalla carità, che ha per oggetto
il fine medesimo. Perciò la diversità nel meritare risale interamente
al diverso grado di carità. Ecco perché la carità della vita
presente distinguerà le varie mansioni secondo il merito.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù di cui parla quel testo
non è la sola capacità naturale, ma la capacità naturale unita allo
sforzo di conseguire la grazia. E allora, la virtù così concepita è
come la disposizione materiale alla misura della grazia e della
gloria: ma la carità costituisce formalmente l'elemento completivo
del merito alla gloria. Perciò la distinzione di gradi nella gloria
si desume dai gradi della carità più che dai gradi della virtù suddetta.
2. Le opere non meritano la retribuzione della gloria, se non
in quanto sono informate dalla carità. Perciò i diversi gradi di
gloria saranno secondo i diversi gradi di carità.
3. Sebbene l'abito della carità, o di ogni altra virtù non sia
il merito cui è dovuto il premio, è tuttavia il principio e la ragione
unica per cui si merita nell'atto. Ecco perché i premi si distinguono
in base alle sue diversità. - Tuttavia dal genere stesso dell'atto
può dipendere un certo grado nel meritare, non già rispetto
al premio essenziale, che è il godimento di Dio, ma rispetto ad
alcuni premi accidentali che sono il godimento di qualche bene creato.
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