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Questione 92
La visione dell'essenza divina da parte dei beati
Rimane ora da esaminare quanto riguarda i beati dopo il giudizio finale.
Primo, la loro visione dell'essenza divina, in cui principalmente consiste
la loro beatitudine; secondo, la loro beatitudine e le loro mansioni;
terzo, il loro atteggiamento verso i dannati;
quarto, le doti incluse nella loro beatitudine; quinto, le aureole
con le quali tale beatitudine verrà decorata.
Sul primo argomento si pongono tre quesiti: 1. Se i santi vedranno
Dio per essenza; 2. Se lo vedranno con gli occhi del corpo;
3. Se nel vedere Dio vedranno tutto quanto vede Dio stesso.
ARTICOLO 1
Se l'intelletto umano possa giungere a vedere Dio per essenza
(4
Sent., d. 49, q. 2, a. 1)
SEMBRA che l'intelletto umano non possa giungere a vedere Dio per essenza. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge:
"Dio non l'ha mai visto nessuno".
E il Crisostomo spiega che neppure gli spiriti celesti, ossia neppure
i Cherubini e i Serafini, hanno mai potuto vederlo così com'è.
Ora, agli uomini non è promessa che l'uguaglianza con gli angeli: "Saranno
come gli angeli di Dio in cielo".
Dunque neppure i santi in paradiso vedranno Dio per essenza.
2. Dionigi così argomenta nel De Divinis Nominibus.
La conoscenza non ha altro oggetto che le cose esistenti.
Ma ogni esistente è finito: essendo in qualche genere determinato.
Perciò, Dio essendo infinito, è "sopra tutte le cose esistenti".
Quindi egli non è oggetto di conoscenza, ma supera ogni conoscenza.
3. Nel De Mystica Theologia Dionigi dimostra che il modo più perfetto
in cui la nostra intelligenza può unirsi a Dio sta nell'unirsi a lui
come a uno sconosciuto. Invece quanto è visto per essenza non è sconosciuto.
Dunque è impossibile che il nostro intelletto possa vedere Dio per essenza.
4. Scrivendo al monaco Caio, Dionigi afferma che
"le tenebre
che coprono Dio", da lui denominate "sovrabbondanza di luce",
"oscurano ogni lume e si nascondono a ogni conoscenza: e se uno vedendo Dio
intende quello che vede, non vede lui, ma qualcuno dei suoi effetti".
Perciò nessun intelletto creato potrà vedere Dio per essenza.
5. A Ieroteo inoltre egli scrive:
"Dio rimane invisibile per l'eccesso
del suo splendore". Ma il suo splendore come sorpassa l'intelligenza
dell'uomo viatore, sorpassa anche quella dell'uomo che ha raggiunto la patria.
Dio quindi, come è invisibile sulla terra sarà invisibile anche nella patria beata.
6. L'oggetto intelligibile, essendo la perfezione dell'intelletto,
esige proporzione tra intelligibile e intelletto come tra l'oggetto
visibile e la vista. Ora, non si scorge nessuna possibile proporzione
tra l'intelletto nostro e l'essenza divina: perché sono distanti all'infinito.
Perciò il nostro intelletto non può giungere a vedere l'essenza divina.
7. È più lontano Dio dal nostro intelletto che un oggetto intelligibile
creato dal senso. Ma il senso in nessun modo può giungere a vedere una creatura
spirituale. Dunque neppure il nostro intelletto potrà giungere a vedere l'essenza di Dio.
8. L'intelletto ogni qual volta intende attualmente un oggetto esige di
assumere come forma l'immagine della cosa conosciuta, forma che diviene
come il principio di quell'atto intellettivo determinato rispetto a quell'oggetto,
come il calore è principio del riscaldamento. Perciò il nostro intelletto per intendere
Dio dovrebbe essere attuato da un'immagine che informi l'intelletto stesso.
Ora, questa non può essere la stessa essenza divina, perché tra forma e soggetto
informato c'è unità di essere; e la divina essenza differisce dal nostro intelletto
e nell'essenza e nell'essere. Dunque è necessario che la forma informante il nostro intelletto
nell'intendere Dio sia un'immagine, o somiglianza che Dio imprime nella nostra intelligenza.
Ma codesta somiglianza, essendo qualche cosa di creato, non può condurre a conoscere Dio se non
come un effetto rispetto alla sua causa. Dunque è impossibile che il nostro intelletto veda Dio,
se non mediante i suoi effetti. Ma la visione di Dio dai suoi effetti non è visione di Dio
per essenza. Quindi il nostro intelletto non potrà vedere Dio per essenza.
9. L'essenza divina è distante dal nostro intendimento più di
qualsiasi angelo o intelligenza (creata). Eppure, come dice Avicenna,
la presenza di un'intelligenza angelica nel nostro intelletto
non implica che la sua essenza sia nell'intelletto (perché allora
la nostra conoscenza di tali intelligenze sarebbe una sostanza e
non un accidente): ma implica che una specie impressa, o immagine dell'intelligenza
suddetta, si trovi nel nostro intelletto.
Perciò neppure Dio è nel nostro intelletto: cosicché per essere conosciuto da noi è
indispensabile una sua immagine in esso. Ma codesta immagine non può portare l'intelletto
a conoscere l'essenza divina; perché distandone infinitamente degenererebbe in
una specie intenzionale diversa, molto peggio che se l'immagine
del bianco degenerasse nell'immagine del nero. Perciò, come
colui nella cui vista il bianco si cambia in nero per l'indisposizione
dell'organo non si può dire che veda il bianco, così il nostro intelletto,
che conosce Dio solo mediante codesta immagine impressa, non potrà vedere Dio per essenza.
10.
"Negli esseri separati dalla materia c'è identità tra chi
intende e l'oggetto conosciuto", come spiega Aristotele. Ora,
Dio è la realtà più lontana dalla materia. Perciò, non potendo
l'intelletto creato giungere ad essere l'essenza increata, è impossibile
che il nostro intelletto veda Dio per essenza.
11. Di tutto ciò che si vede per essenza si conosce la quiddità.
Invece di Dio il nostro intelletto non è in grado di vedere "che
cosa è", ma solo "ciò che non è", come si esprimono Dionigi e il
Damasceno. Dunque il nostro intelletto non può vedere Dio per essenza.
12.
"Ogni infinito in quanto infinito è sconosciuto". Ora, Dio
è infinito in tutti i modi. Perciò è del tutto sconosciuto. Quindi
non può essere conosciuto per essenza da un intelletto creato.
13. S. Agostino afferma:
"Dio è nella sua natura invisibile".
Ma le cose che appartengono a Dio per natura non possono essere
diversamente. Dunque è impossibile che egli possa essere visto per essenza.
14. Tutto ciò che
appare diverso da quello che è, non è
visto così com'è. Ora, in Dio il modo di essere non è il modo di
esser visto dai santi nella patria beata: infatti egli è secondo
il proprio modo di essere, mentre è visto dai santi secondo il
loro modo di conoscere. Perciò egli non è visto dai santi secondo
il proprio modo di essere. E quindi non è visto per essenza.
15. Ciò che è visto attraverso un mezzo non è visto per essenza.
Ma nella patria Dio sarà visto attraverso un mezzo, che è la luce della gloria,
come è espresso dalle parole del Salmista: "Nella tua luce vedremo la luce".
Dunque egli non sarà visto per essenza.
16. Nella patria beata Dio sarà visto
"faccia a faccia", come
dice S. Paolo. Ora, l'uomo che vediamo faccia a faccia lo vediamo
mediante una sua immagine eidetica. Perciò in patria vedremo
Dio mediante un'immagine. E quindi non per essenza.
IN CONTRARIO: 1. S. Paolo afferma:
"Ora vediamo oscuramente
come in uno specchio, ma allora vedremo faccia a faccia".
Ma quel che vediamo faccia a faccia è visto per essenza.
Dunque nella patria Dio dai santi sarà visto per essenza.
2. Sta scritto:
"Quando apparirà saremo simili a lui, e lo vedremo così
come egli è".
Quindi Dio lo vedremo per essenza.
3. A proposito di quel testo paolino,
"Quando avrà consegnato
il regno a Dio Padre", la Glossa spiega: "Là", ossia nella patria,
"sarà vista
l'essenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: il che sarà concesso
solo ai puri di cuore, e costituisce la beatitudine suprema".
Perciò i beati vedranno Dio per essenza.
4. Nel Vangelo si legge:
"Se uno mi ama, sarà amato dal Padre mio,
e anch'io lo amerò e gli manifesterò me stesso". Ora, quello che viene
manifestato è visto per essenza.
Dunque Dio in patria sarà visto dai santi per essenza.
5. Nel commentare le parole dell'Esodo:
"Nessun uomo mi vedrà e poi rimarrà vivo",
S. Gregorio respinge l'opinione di coloro i quali affermavano che "nella regione
della beatitudine sarà possibile vedere Dio nella sua chiarezza, ma non nella sua
natura", perché "la sua chiarezza altro non è che la sua
natura".
Ma la natura di Dio non è che la sua essenza. Quindi egli sarà visto per essenza.
6. È assolutamente impossibile che venga frustrato il desiderio dei santi.
Ma è comune desiderio dei santi vedere Dio per essenza;
infatti nell'Esodo si legge: "Mostrami la tua gloria"; nei Salmi:
"Mostraci il tuo volto e saremo salvi"; e nel Vangelo: "Mostraci il Padre
e ci basta". Dunque i santi vedranno Dio per essenza.
RISPONDO: Come noi, in conformità con la fede, affermiamo che
l'ultimo fine della vita umana è la visione di Dio, così i filosofi,
hanno affermato che l'ultima felicità dell'uomo è intendere le
sostanze separate, nel loro essere, dalla materia. Perciò nella
questione presente si riscontrano le stesse difficoltà e varietà di
opinioni, sia presso i filosofi che presso i teologi. Ebbene, alcuni
filosofi pensarono che il nostro intelletto possibile non possa mai
giungere a intendere le sostanze separate: tale è l'affermazione di Alfarabi
al termine della sua Etica; sebbene altrove dica il contrario,
come riferisce Averroè. Parimenti alcuni teologi ritennero che l'intelletto
umano non possa mai giungere a vedere Dio per essenza.
Gli uni e gli altri furono spinti a questo dalla distanza
esistente tra l'intelletto nostro e l'essenza divina, o le altre sostanze separate.
"L'intelletto in atto", essendo infatti in qualche modo un'unica cosa con
"l'intelligibile
in atto", sembra difficile che un intelletto creato diventi in qualche modo l'essenza increata.
Di qui le parole del Crisostomo: "In che modo un essere creato vedrà
l'increato?". - La difficoltà
è anche maggiore per coloro che ritengono l'intelletto possibile soggetto alla generazione
e alla corruzione, quale facoltà dipendente dal corpo, non solo rispetto alla visione
dell'essenza divina, ma rispetto alla visione di qualsiasi sostanza separata.
Quest'ultima opinione però è del tutto insostenibile. Primo, perché incompatibile
con i testi della sacra Scrittura, come notava già S. Agostino. - Secondo,
perché essendo l'intellezione l'operazione più propria e specifica dell'uomo, è necessario che
in base ad essa ne venga determinata la beatitudine, quando cioè l'intellezione
raggiunge in lui la perfezione. Ora, poiché la perfezione
di chi intende sia in quanto tale l'oggetto stesso intelligibile, se
nella sua operazione intellettiva più perfetta l'uomo non giungesse
a vedere l'essenza divina, ma un altro oggetto, bisognerebbe
dire che a rendere beato l'uomo sia codesto oggetto e non Dio.
E poiché l'ultima perfezione di ogni essere consiste nel ricongiungersi
al proprio principio, ne segue che principio efficiente
dell'uomo sia stato non Dio, ma un altro essere.
Cosa questa assurda per noi. Così pure è assurda per i filosofi i quali
ritengono che le nostre anime emanino dalle sostanze separate,
delle quali in fine possiamo avere l'intellezione. Perciò secondo
noi (credenti) è necessario ammettere che il nostro intelletto finalmente
giungerà a vedere l'essenza divina; e secondo i filosofi giungerà
a vedere l'essenza delle sostanze separate.
Rimane ora da indagare come ciò possa essere. Alcuni infatti,
come Alfarabi ed Avampace affermano che dal momento che il nostro intelletto
intende tutto ciò che è intelligibile, deve giungere a vedere
l'essenza delle sostanze separate. E per dimostrarlo usano due argomentazioni.
La prima parte dal fatto che, come la natura specifica non viene suddivisa
nei diversi individui, se non in quanto viene a combinarsi con i principi individuanti,
così la forma percepita intellettualmente dall'uomo non è diversa in me e in te,
se non in quanto è legata alle diverse forme immaginative (di ciascuno).
Perciò quando l'intelletto astrae la forma intelligibile dalle forme immaginative,
non rimane che la quiddità intellettiva astratta, la quale è una e identica per tutti
i soggetti dotati d'intelligenza. Tale è la quiddità delle sostanze separate.
Quando perciò il nostro intelletto raggiunge il massimo di astrazione
per qualsiasi quiddità intelligibile, viene a intendere per ciò stesso
la quiddità della sostanza separata che è simile ad essa. - La seconda
argomentazione insiste nel sottolineare che il nostro intelletto è fatto
per astrarre la quiddità da tutti gli esseri intelligibili che la possiedono.
Se dunque la quiddità che esso astrae da questo singolare che la possiede è già
una quiddità in se stessa, nell'intenderla non si fa che percepire la quiddità
di una sostanza separata dotata di tale modo di essere: poiché le sostanze separate
sono quiddità sussistenti prive di quiddità.
Infatti, come dice Avicenna, "la quiddità di ciò che è semplice è il semplice
stesso".
Se invece la quiddità astratta da questo particolare essere sensibile è una quiddità
dotata di quiddità, l'intelletto è fatto per astrarla. E allora, siccome non si può
procedere all'infinito, si dovrà giungere a una quiddità priva di quiddità,
mediante la quale si viene a intendere la quiddità separata.
Ma queste spiegazioni non sembrano sufficienti. Primo, perché
la quiddità delle sostanze materiali che l'intelletto astrae non ha
la stessa natura delle quiddità delle sostanze separate. E per
il fatto che il nostro intelletto astrae le quiddità delle cose materiali
e le conosce, non ne segue che conosca la quiddità di una
sostanza separata, e soprattutto dell'essenza divina, che ha una
natura del tutto diversa da qualsiasi quiddità creata. - Secondo,
dato anche che avessero in comune una stessa natura, tuttavia
conoscendo la quiddità di una cosa composta non si verrebbe a
conoscere la quiddità di una sostanza separata, se non secondo
il genere remotissimo che è la sostanza. Ora, tale conoscenza è
imperfetta, se non si giunge ai dati propri di quel dato oggetto:
chi infatti conosce l'uomo solo in quanto animale, lo conosce solo
in modo parziale e potenziale, e molto meno lo conoscerebbe se
ne conoscesse solo la sua natura di sostanza. Perciò conoscere
Dio o le altre sostanze separate in tal modo, non significa vedere
l'essenza divina, o la quiddità delle sostanze separate: ma significa
conoscerli dagli effetti, e quasi "in uno specchio".
Ecco perché Avicenna ha escogitato un'altra via per intendere
le sostanze separate: queste cioè sarebbero conosciute intellettualmente
da noi mediante intenzioni o idee che rispecchiano la
loro quiddità, e che sono immagini di esse, non astratte, perché
si tratta di realtà in se stesse immateriali, ma impresse dalle
sostanze stesse nelle nostre anime.
Ma anche questa spiegazione non ci sembra sufficiente per giungere alla
visione di Dio, di cui ci stiamo interessando. È infatti
evidente che "tutto ciò che si riceve è ricevuto alla maniera del
recipiente".
Perciò la somiglianza dell'essenza divina che viene
impressa nel nostro intelletto, sarà adeguata alla maniera del
nostro intelletto. Ora, quest'ultima è inadeguata alla ricezione
perfetta della somiglianza divina. D'altra parte questa inadeguatezza
può dipendere da tutti quei motivi che possono provocare
una dissomiglianza. La somiglianza prima di tutto è inadeguata
quando la forma viene partecipata secondo l'identica natura della
specie, ma non secondo il medesimo grado di perfezione: la somiglianza
nella bianchezza, p. es., è inadeguata in un soggetto dotato di poca bianchezza
rispetto a quello che è molto bianco.
Si ha poi una inadeguatezza anche maggiore, quando non si raggiunge l'identica
natura specifica, ma solo quella generica; cioè come la somiglianza esistente
tra colui che ha il colore del limone e chi ha il colore bianco.
C'è finalmente un grado sommo di inadeguatezza, quando l'identità generica è raggiunta
solo secondo un'analogia: ossia come c'è somiglianza tra la bianchezza e l'uomo
per il fatto che entrambi sono enti. Ebbene, in quest'ultimo
modo è inadeguata qualsiasi somiglianza che si riscontra nella
creatura rispetto all'essenza divina. Ora, la vista per conoscere
il bianco è necessario che riceva la somiglianza, o immagine del
bianco secondo la natura specifica del bianco (sebbene non secondo
l'identico modo di essere, poiché la forma nel senso ha un modo
di essere diverso da quello esistente nelle cose fuori del soggetto);
se infatti si producesse nell'occhio la forma del giallo, non si
potrebbe dire che l'occhio vede la bianchezza. Parimenti, affinché
l'intelletto possa intendere una quiddità, bisogna che si produca
in esso una somiglianza dell'identica natura specifica: sebbene
il modo di essere non sia identico. Infatti la forma esistente nell'intelletto
o nel senso è principio di conoscenza non secondo il
medesimo modo di essere, ma secondo la natura o ragione, che
codesta forma ha in comune con la realtà esterna. È quindi evidente
che attraverso nessuna immagine ricevuta in un intelletto
creato Dio può essere conosciuto in modo da potersi vedere immediatamente
la sua essenza. Ecco perché alcuni, pur ammettendo che Dio è visibile
in codesto modo, hanno affermato che si avrà la visione non dell'essenza divina,
ma di un fulgore o di un raggio della medesima. Quindi neppure questo basta per la
visione di Dio di cui stiamo trattando.
Perciò si deve accettare un'altra spiegazione,
escogitata anche da alcuni filosofi, quali Alessandro (di Afrodisia) ed Averroè.
Posto che in qualsiasi cognizione è necessaria una forma mediante
la quale l'oggetto viene conosciuto o visto, codesta forma, con
la quale l'intelletto è in grado di vedere le sostanze separate, non
è certamente la quiddità che l'intelletto astrae dalle cose composte,
come diceva la prima opinione; e neppure è un'impronta lasciata
nell'intelletto nostro dalla sostanza separata, come diceva la seconda;
ma è la stessa sostanza separata che viene a unirsi
al nostro intelletto come forma, in modo che essa sia insieme
l'oggetto e il mezzo col quale si compie codesta intellezione.
Checché ne sia delle altre sostanze separate, tuttavia noi dobbiamo
accettare tale spiegazione nel caso della visione di Dio per essenza:
perché, se il nostro intelletto venisse informato con qualsiasi altra
forma, non potrebbe giungere con essa a percepire l'essenza divina.
Questo però non deve intendersi nel senso che l'essenza divina
diventi realmente la forma propria del nostro intelletto; oppure
nel senso che l'unione di essa col nostro intelletto costituisca
un'unica realtà in senso assoluto, come avviene nel mondo fisico
per l'unione tra materia e forma. Poiché, ogni qualvolta due cose
di cui l'una è più perfetta dell'altra vengono ricevute nel medesimo supposito,
il loro rapporto, cioè la relazione tra la più perfetta e la meno perfetta, è
come il rapporto tra materia e forma. Luce e colore, p. es., vengono ricevuti
insieme in un corpo diafano: ebbene, la luce sta al colore come la forma sta alla materia.
Analogamente, quando nell'anima vengono insieme ricevute la luce intellettuale
e l'essenza stessa di Dio che inabita in essa, sebbene secondo gradi diversi,
l'essenza divina sta all'intelletto come la forma sta alla materia.
E che ciò basti a ché l'intelletto mediante l'essenza divina sia
in grado di vedere codesta essenza medesima, si può spiegare nel
modo seguente. Come dalla materia e da una forma di ordine
fisico in forza della quale un corpo riceve l'esistenza, risulta una realtà unica
in senso assoluto, così dalla forma con cui l'intelletto conosce
e l'intelletto medesimo risulta una realtà unica
come atto conoscitivo. Ora, nel mondo fisico una realtà per sé
sussistente non può esser forma di una materia, se codesta realtà
è già composta di materia: perché è impossibile che la materia
sia forma di un qualsiasi essere. Se invece la realtà per sé sussistente è forma
soltanto, niente impedisce che possa diventare forma di qualche materia,
ed elemento costitutivo di un composto, come è evidente nel caso dell'anima umana.
Ebbene, nell'intellezione si deve considerare come materia l'intelletto stesso in
potenza, come forma la specie intelligibile, e l'intelletto in atto
sarà allora come il loro composto. Se quindi esiste una realtà
per sé sussistente, la quale non abbia in se stessa niente all'infuori
di quanto in essa è intelligibile, tale realtà potrà fungere da forma
mediante la quale si ha l'intellezione. Ora, ogni cosa è intelligibile
per quanto è in atto, non per quanto in essa c'è di potenzialità,
come spiega Aristotele: segno di ciò è il fatto che la
forma intelligibile va astratta dalla materia e da tutte le proprietà
della materia. Perciò l'essenza divina, essendo puro atto,
potrà essere la forma con la quale l'intelletto compie l'intellezione.
E questa sarà appunto la visione beatifica. Ecco perché il Maestro afferma
nelle Sentenze, che l'unione tra l'anima e il corpo è un'"analogia
dell'unione beata in cui lo spirito si unirà a Dio".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo evangelico, come
nota S. Agostino, può essere spiegato in tre modi. Primo, in maniera
da escludere la visione corporea, con la quale nessuno ha
mai visto Dio, o vedrà nella sua essenza. - Secondo, in modo da
escludere la visione intellettiva di Dio per essenza, da parte di
coloro che vivono questa vita mortale. - Terzo, in modo da escludere
la visione di comprensione da parte di un intelletto creato.
Ed è così che lo interpreta il Crisostomo. Egli infatti aggiunge: "Per conoscenza
qui" l'Evangelista "intende tutta quella percezione e comprensione
certissima che il Padre ha del Figlio". E questo è il senso inteso dall'Evangelista,
il quale aggiunge: "L'unigenito che è nel seno del Padre...";
volendo così dimostrare dalla visione comprensiva ed esauriente, che il Figlio è Dio.
2. Dio, come con la sua essenza infinita sorpassa tutte le cose
esistenti che hanno un essere determinato, così con la sua conoscenza sorpassa
qualsiasi cognizione. Perciò tra la conoscenza di Dio e la sua cognizione
c'è lo stesso rapporto che c'è tra la nostra conoscenza e gli enti creati.
Ora, alla conoscenza concorrono due cose: il soggetto conoscente e il mezzo
col quale conosce. Ebbene, la visione con la quale vedremo Dio per essenza quanto
al mezzo conoscitivo è identica a quella con la quale Dio vede se stesso:
poiché come egli vede se stesso mediante la propria essenza,
così lo vedremo anche noi. Ma quanto al soggetto conoscitivo c'è la differenza
che passa tra l'intelletto divino e il nostro.
Nell'atto conoscitivo però ciò che si conosce dipende dalla forma
mediante la quale si conosce, poiché è mediante la forma o immagine della pietra
che vediamo la pietra; l'efficacia invece di codesto
atto dipende dalla virtù del soggetto conoscente, cosicché
chi ha una vista più acuta vede più distintamente. Perciò nella
visione suddetta noi vedremo ciò che Dio vede, cioè la sua essenza,
però non la vedremo con la medesima efficacia.
3. In quel testo Dionigi parla della conoscenza che di Dio noi
abbiamo nella vita presente mediante una qualche immagine
creata, di cui il nostro intelletto si serve per conoscerlo. Ora,
come nota S. Agostino, Dio sfugge a qualsiasi immagine del nostro
intelletto: perché qualunque immagine questo concepisca, non
può questa raggiungere l'intima natura dell'essenza divina. Perciò
Dio non può essere alla portata del nostro intelletto: ma il modo
più perfetto di conoscerlo nello stato presente sta nel conoscere
che egli è superiore a tutto ciò che l'intelletto nostro è capace
di concepire; cosicché ci uniamo a lui come a uno sconosciuto.
Ma nella patria beata vedremo Dio mediante la forma che è la
sua stessa essenza, e ci uniremo a lui come a uno che si conosce.
4. Secondo l'espressione evangelica,
"Dio è luce". Il lume
invece è piuttosto il riflesso della luce su di un soggetto illuminato.
E poiché l'essenza divina è d'altro genere rispetto a qualsiasi
sua immagine impressa nell'intelletto, Dionigi afferma che "le tenebre divine
oscurano ogni lume": questo perché l'essenza divina, che egli denomina
tenebra per l'eccesso del suo splendore, rimane inevidente attraverso
l'immagine che può riceverne l'intelletto nostro.
Di qui segue che "si nasconde a ogni cognizione".
Perciò chiunque nel vedere Dio concepisce mentalmente qualche
cosa, questo qualcosa non è Dio, ma uno degli effetti di Dio.
5. Sebbene lo splendore di Dio sorpassi ogni immagine che informa
attualmente l'intelletto, non sorpassa però l'essenza stessa
di Dio, che nella patria beata avrà la funzione di forma per il
nostro intelletto. Ecco perché, sebbene adesso codesta essenza
sia invisibile, allora sarà visibile.
6. Anche se tra finito e infinito non ci può essere proporzione,
perché l'eccedenza dell'infinito sul finito non è determinata,
tuttavia può esserci tra loro proporzionalità, che è una somiglianza
tra proporzioni: infatti come il finito sta a qualche cosa di finito,
così l'infinito sta all'infinito. Ora, perché una cosa sia totalmente
conosciuta talora si richiede che ci sia proporzione tra conoscente
e conosciuto: perché la virtù del soggetto conoscente dev'essere
adeguata alla conoscibilità dell'oggetto; e l'uguaglianza è appunto
una proporzione. Talora invece la conoscibilità dell'oggetto è
proporzionata alla virtù del soggetto conoscente, come quando
noi conosciamo Dio; o al contrario come quando Dio conosce le creature.
In tal caso non è necessario che ci sia proporzione tra
conoscente e conosciuto, ma basta una proporzionalità: in modo
cioè che il soggetto conoscente stia alla capacità di conoscere,
come il soggetto conoscibile sta alla sua capacità di essere conosciuto.
E tale proporzionalità è sufficiente perché l'infinito sia
conosciuto dal finito, e viceversa.
Oppure si può rispondere
che il termine proporzione secondo la sua accezione originaria
indica il rapporto di una quantità all'altra, secondo un determinato scarto
o una determinata adeguazione; ma in seguito è passato a indicare un rapporto
qualsiasi esistente tra una cosa e un'altra. In tal senso si dice, p. es.,
che la materia deve essere proporzionata alla forma. Ebbene, in
tal senso niente impedisce che il nostro intelletto, sebbene finito,
possa dirsi proporzionato alla visione dell'essenza divina: non però
ad averne la comprensione, data la sua immensità.
7. Ci sono due tipi di somiglianza e di lontananza. La prima
basata sull'affinità di natura. E in base a questa è più lontano
Dio dall'intelletto creato di quanto un intelligibile creato non sia
lontano dal senso. - La seconda è basata su di una proporzionalità.
E allora si riscontra il contrario: perché il senso non ha
nessuna proporzione a conoscere un oggetto immateriale, mentre
l'intelletto è proporzionato a conoscere qualunque realtà immateriale.
Ed è questa affinità che si richiede per conoscere, e non la prima:
poiché è evidente che nell'intendere la pietra l'intelletto
non diviene simile alla pietra secondo il suo essere fisico.
Del resto anche la vista percepisce sia il miele che il fiele di colore
rossiccio, mentre non può percepire il primo come dolce; questo
perché rispetto alla vista il colore del fiele è più affine al miele,
di quanto la dolcezza del miele non sia affine al miele stesso.
8. Nella visione di Dio per essenza l'essenza divina stessa sarà
come la forma, o l'immagine mediante la quale l'intelletto compirà
il proprio atto. Né per questo tale forma verrà a costituire
con l'intelletto un unico essere in senso assoluto: ma saranno
un'unica cosa con esso solo rispetto all'atto d'intellezione.
9. In questo non possiamo accettare l'affermazione di Avicenna
perché anche altri filosofi ne respingono l'opinione. A meno che
non si voglia dire che Avicenna intendeva parlare della conoscenza
delle sostanze separate, che si ha mediante gli abiti delle scienze
speculative, ricavandole dalle immagini di altre cose. Ecco perché
si serve di questo argomento per dimostrare che il sapere in noi
non è sostanza, ma accidente.
Dopo tutto però l'essenza divina, pur essendo più lontana dal
nostro intelletto, secondo la sua propria natura, che la sostanza
dell'angelo, tuttavia è superiore a questa quanto a intelligibilità:
perché è atto puro, senza nessuna mescolanza di potenzialità,
il che non si riscontra nelle altre sostanze separate. Né la cognizione
in cui vedremo Dio per essenza sarà un accidente da parte dell'oggetto
che vedremo; ma solo da parte dell'atto del soggetto conoscente, il quale non sarà
la sostanza stessa né del conoscente né del suo oggetto d'intellezione.
10. Una sostanza separata dalla materia ha l'intellezione di sé
e delle altre cose: e in tutti e due i casi si riscontra la verità dell'affermazione
riferita. Infatti l'essenza delle sostanze separate,
essendo per se stessa intelligibile in atto, perché separata dalla materia,
è evidente che quando codeste sostanze intendono se stesse,
c'è identità perfetta tra il soggetto intellettivo e il suo oggetto:
perché esse non intendono mediante un'idea astratta da
loro, così come intendiamo noi le cose materiali. Questo perciò
sembra il significato di quel testo del Filosofo.
In quanto poi esse intendono le altre cose l'oggetto intelligibile
in atto è identico con l'intelligenza in atto, in quanto la forma
dell'oggetto concepito diventa la forma dell'intelligenza nella sua
attualità, ma ciò non nel senso che sia l'essenza medesima dell'intelletto,
come nota Avicenna; poiché l'essenza dell'intelletto rimane unica
sotto due forme nell'intendere successivamente due cose,
esattamente come la materia prima rimane unica sotto le
diverse forme (successive). Ecco perché Averroè in questo paragona
l'intelletto possibile alla materia prima. Quindi non segue
in nessuna maniera che il nostro intelletto nel vedere Dio debba
diventare l'essenza divina: ma che l'essenza divina sarà per esso
come la sua perfezione e la sua forma.
11. I testi cui si accenna, e tutti gli altri consimili, vanno
riferiti alla conoscenza che abbiamo di Dio nella vita presente,
per le ragioni già esposte.
12. L'infinito in senso privativo è in quanto tale sconosciuto:
poiché una cosa è detta infinita in tal senso per l'eliminazione di
ciò che le dà completezza e quindi conoscibilità. Cosicché codesto
infinito si riduce alla materia soggetta alla privazione, come spiega
Aristotele. - Ma l'infinito in senso negativo va concepito mediante
eliminazione di ogni materia coartante: perché anche la
forma viene in qualche modo delimitata dalla materia. Ecco
perché questo infinito di suo è sommamente conoscibile. E Dio
è un infinito di questo genere.
13. S. Agostino parla della visibilità corporale, che non potrà
mai essere attribuita a Dio. Ciò è evidente dal testo che precede: "Nessuno
ha mai visto Dio nella maniera che vediamo e denominiamo le cose visibili;
egli è per natura invisibile come è incorruttibile".
Però come per natura egli è sommamente ente, così di suo è sommamente
intelligibile: ma che talora non sia conosciuto da noi dipende
dalla nostra incapacità. Il fatto quindi che egli venga visto da noi dopo un periodo
d'invisibilità dipende da una mutazione non da parte sua, ma da parte nostra.
14. Nella patria beata Dio sarà visto dai santi
"così com'è",
se l'espressione si riferisce al modo di essere dell'oggetto visto:
infatti egli sarà visto dai santi in possesso del modo di essere che possiede.
Se invece il modo di essere viene riferito all'intensità del soggetto conoscente,
allora egli non sarà visto così com'è: perché l'efficacia dell'intelletto
creato non sarà tanta quanta è l'efficacia dell'essenza divina nella sua intelligibilità.
15. Nella visione sia corporale che intellettuale si riscontrano tre tipi di mezzo.
Il primo è il mezzo sotto la cui luce si vede. E questo è quello che prepara la vista
a vedere in generale, senza determinare la vista a uno speciale oggetto: ossia
svolge le funzioni che la luce materiale assolve nella visione corporale,
e la luce dell'intelletto agente nei riguardi dell'intelletto possibile. - Il secondo
mezzo è quello mediante il quale si vede, e questo è la
forma o immagine visiva con la quale i due tipi di vista vengono
determinati a uno speciale oggetto: mediante l'immagine della
pietra, p. es., uno è determinato a conoscere la pietra. - Il terzo
tipo è il mezzo nel quale si vede una data cosa. E questo è quel
dato mediante la cui percezione la vista è condotta a conoscere
un'altra cosa: guardando uno specchio, p. es., uno giunge a conoscere
le cose in esso rappresentate, oppure da una sua immagine
uno è portato a conoscere la cosa rappresentata. In tal senso
appunto l'intelletto attraverso la conoscenza degli effetti raggiunge
la causa, o viceversa.
Ebbene, nella patria beata non avremo il terzo tipo di mezzo,
col quale si conosce Dio mediante le specie intenzionali delle altre
cose, come lo conosciamo adesso mediante la ragione che appunto
lo conosce come "in uno specchio". - E neppure ci sarà il secondo: poiché
sarà mediante l'essenza divina stessa che il nostro intelletto vedrà Dio. - Ma allora
ci sarà solo il primo tipo di mezzo, il quale eleverà il nostro intelletto in modo da potersi
unire alla sostanza increata nel modo che abbiamo detto. Ma per codesto mezzo
la conoscenza non si dice mediata: perché esso non s'interpone tra il soggetto conoscente
e l'oggetto, ma è quello che dà al soggetto la capacità di conoscere.
16. Delle creature corporali non si dice che vengono viste immediatamente,
se non quando viene a unirsi con la vista quanto in esse può unirsi con essa.
Esse però non possono unirsi così con la loro essenza, a motivo della loro materialità.
Perciò allora sono visti immediatamente, quando la loro immagine eidetica
viene a congiungersi con l'intelletto. Dio invece può unirsi all'intelletto
mediante la propria essenza. Egli quindi non viene visto immediatamente,
se la sua essenza non si unisce all'intelletto.
E solo tale visione immediata può dirsi "faccia a faccia".
Inoltre l'immagine di una cosa corporea viene ricevuta nella
vista secondo la natura specifica che ha nella realtà, sia pure secondo
un diverso modo di essere: perciò codesta immagine porta direttamente
a conoscere quella data cosa. Invece nessuna immagine è in grado di portare
la nostra intelligenza a una simile cognizione di Dio,
come risulta da quanto abbiamo detto. Perciò il paragone non regge.
ARTICOLO 2
Se i santi dopo la resurrezione vedranno Dio con gli occhi del corpo
(4
Sent., d. 49, q. 2, a. 2)
SEMBRA che
i santi dopo la resurrezione vedranno Dio con gli occhi del corpo. Infatti:
1. L'occhio glorificato avrà una virtù superiore a quella di qualsiasi occhio
non glorificato. Ora, il santo Giobbe vide Dio
con i suoi occhi: "Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti
vedono". Perciò a maggior ragione potrà
vedere Dio per essenza l'occhio glorificato.
2. Sempre nel Libro di Giobbe si legge:
"Nella mia carne vedrò Dio,
mio Salvatore". È chiaro quindi che nella patria Dio sarà
visto con gli occhi del corpo.
3. S. Agostino così si esprime a proposito della vista degli occhi
glorificati: "La potenza di quegli occhi sarà ben più forte, non da
vedere con l'acutezza maggiore che alcuni attribuiscono ai serpenti
e alle aquile, poiché per quanto acuta sia la vista di codesti
animali, essi non possono vedere altro che i corpi, ma in modo da
vedere le cose incorporee". Ora, ogni potenza conoscitiva adatta
per vedere le cose incorporee può essere elevata a vedere Dio.
Dunque gli occhi glorificati potranno vedere Dio.
4. La distanza tra le cose corporee e quelle incorporee è identica
reciprocamente. Ma l'occhio incorporeo può vedere le cose
corporee. Dunque l'occhio corporeo può vedere
le cose incorporee. Di qui l'identica conclusione.
5. S. Gregorio a proposito di quel testo di Giobbe,
"Stava là ritto uno di cui non riconobbi l'aspetto, ecc.", afferma: "L'uomo, che avrebbe dovuto
diventare spirituale anche nella carne, se avesse osservato il precetto,
peccando divenne carnale anche con l'anima".
Ma per il fatto che è diventato carnale con l'anima, come il santo spiega,
"egli
pensa solo le cose che riceve nell'anima dalle immagini di realtà corporee".
Quando perciò egli, secondo la promessa fatta agli eletti, diventerà spirituale
anche col corpo, potrà vedere anche con la carne le cose spirituali.
Dunque si torna alle conclusioni precedenti.
6. L'uomo può essere reso felice soltanto da Dio. Egli però
lo diventerà non solo nell'anima, ma anche nel corpo. Dunque
egli potrà vedere Dio non solo con l'intelletto, ma anche col corpo.
7. Dio come sarà presente con la sua essenza nell'intelletto, lo
sarà pure nel senso: perché egli "sarà tutto in tutte le cose",
come dice S. Paolo. Ora, egli dall'intelletto sarà visto per il fatto
che la sua essenza viene a congiungersi con esso. Dunque potrà
esser visto anche dal senso.
IN CONTRARIO: 1. S. Ambrogio afferma:
"Non si cerca Dio con gli occhi del corpo,
non lo si abbraccia con la vista, né si può afferrare col tatto".
Dunque Dio non sarà visto da nessuno dei sensi del corpo.
2. S. Girolamo insegna:
"Gli occhi del corpo non solo non possono
percepire la divinità del Padre, ma neppure quella del Figlio e dello Spirito Santo;
lo possiedono invece gli occhi della mente di cui sta scritto: "Beati i
puri di cuore"".
3. Il medesimo Santo ha pure affermato:
"Una realtà incorporea non è vista
con gli occhi del corpo". Ora, Dio è sommamente incorporeo. Dunque, ecc.
4. S. Agostino spiega:
""Dio non l'ha mai visto nessuno",
o in questa vita così com'egli è; oppure nella vita angelicale nel
modo che sono visibili le realtà che vediamo con la vista del corpo".
Ma angelicale è denominata la vita beata in cui vivranno i risuscitati. Dunque, ecc.
5.
"L'uomo", scrive S. Agostino, "si dice fatto a immagine e somiglianza di Dio,
perché è in grado di vedere Dio". Ma l'uomo è a immagine di Dio
secondo l'anima e non secondo il corpo.
Dunque egli vedrà Dio con l'anima e non col corpo.
RISPONDO: Una cosa può esser vista dai sensi del corpo in
due maniere: per se e per accidens. Viene percepito per se ciò
che è in grado d'imprimere un'eccitazione nel senso corporeo.
Ora, una cosa può produrre per se tale impressione o sul senso
come tale, o su questo o quell'altro senso particolare. Ebbene,
ciò che produce per se l'impressione sul senso è il sensibile proprio:
tale è, p. es., il colore rispetto alla vista, e il suono rispetto all'udito. - Però
siccome il senso in quanto tale si serve di un organo corporeo,
è impossibile che vi sia in esso la ricezione di qualche cosa se non corporalmente:
poiché "tutto ciò che si riceve viene ricevuto secondo la natura del
ricevente".
Perciò tutte le cose sensibili producono un'impressione nel senso come tale secondo
la loro estensione o grandezza. Ecco perché l'estensione e tutto ciò che l'accompagna,
come il moto, la quiete, il numero, ecc., sono denominati sensibili comuni,
ma sempre sensibili per se. - Viene sentito invece per accidens ciò che non
produce un'impressione sul senso, né in generale come senso, né in quanto è questo
senso particolare, ma è unito a quanto per se lascia un'impressione sul senso: tali
sono "Socrate", "il figlio di Diaris", "un amico" e altre cose del genere
che direttamente e in genere sono conosciuti dall'intelletto, e in particolare
sono conosciuti dalla cogitativa nell'uomo e dall'aestimativa negli altri animali.
Codeste cose si dice che il senso esterno le sente quando da ciò che è oggetto diretto
della sensazione, la facoltà chiamata a conoscerle direttamente le afferra
immediatamente senza dubbi e senza procedimenti discorsivi: vediamo così, p. es.,
che uno vive dal fatto che parla. Invece quando le cose vanno diversamente, non si dice
che un dato senso vede, neppure per accidens.
Dico dunque che Dio in nessun modo può
esser visto con la vista del corpo, né sentito con altri sensi, come visibile per se,
né qui in vita, né in patria. Perché se al senso si toglie ciò che gli appartiene come senso,
non sarà più senso: e così se alla vista si toglie ciò che la vista è come vista,
non avremo più la vista. Perciò siccome il senso come tale percepisce l'estensione, e la
vista come senso particolare percepisce il colore, è impossibile che la vista percepisca
quanto non è né colore né estensione, a meno che non si parli di senso per equivocazione.
Ma poiché la vista e i sensi saranno specificamente identici nei corpi gloriosi,
non sarà possibile che il senso veda l'essenza come un oggetto visibile per se.
La vedrà invece come visibile per accidens, perché da una parte
la vista del corpo vedrà tanta gloria di Dio nei corpi specialmente gloriosi,
e soprattutto nel corpo di Cristo; e dall'altra
l'intelletto vedrà tanto chiaramente Dio da percepirlo nelle cose
viste corporalmente, come nel fatto del parlare si percepisce
la vita. Sebbene infatti allora il nostro intelletto non veda Dio
dalle creature, tuttavia lo scorgerà anche nelle creature viste
corporalmente. E di questa visione di Dio dalle cose corporee
parla S. Agostino al termine del De Civitate Dei, com'è evidente
per chi esamina le sue parole: "È assai credibile che allora noi
vedremo i corpi del nuovo cielo e della nuova terra, in modo da
scorgervi Dio dovunque presente, e da percepirlo con tutta chiarezza
nell'atto di guidare tutto l'universo materiale; non già come adesso "intendiamo
le cose invisibili di Dio dalle cose che egli ha fatto"; ma come
quando nel guardare gli uomini non già crediamo, bensì subito vediamo che essi
vivono".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quelle parole di Giobbe si riferiscono
agli occhi dello spirito, cui l'Apostolo allude in quell'espressione: "Abbiate
illuminati gli occhi del vostro cuore".
2. L'affermazione riferita va intesa non nel senso che vedremo Dio con gli occhi
del corpo; ma che vedremo Dio tornando ad esistere nel nostro corpo.
3. S. Agostino con quelle parole si esprime condizionalmente e in tono di ricerca.
Il che è evidente da quanto precede: "Saranno quindi di una virtù ben diversa,
se con essi vedremo quelle nature incorporee"; poi continua: "La
potenza
ecc.";
e finalmente conclude con le parole da noi riferite sopra.
4. Qualsiasi cognizione si compie mediante una qualche astrazione
dalla materia.
Perciò più una forma corporea è astratta dalla materia, più è un principio conoscitivo.
Ecco perché una forma che ha tutta la sua esistenza nella materia in nessun modo
è principio di cognizione; nel senso ciò si riscontra in qualche modo,
in quanto viene a separarsi dalla materia; e nel nostro intelletto si riscontra
anche di più. Per questo un occhio spirituale, dal quale viene rimosso ogni impedimento
per conoscere, è in grado di vedere la realtà materiale. Ma da ciò non segue che
un occhio corporeo, in cui c'è una mancanza di capacità conoscitiva nella misura
in cui è materiale, possa conoscere perfettamente degli oggetti conoscibili incorporei.
5. Sebbene l'anima diventata carnale non possa pensare che le cose ricevute dai sensi,
tuttavia le pensa in maniera immateriale. Così è indispensabile che la vista apprenda
in maniera corporea tutto quello che vede. Ecco perché questa non può conoscere le cose
che non si possono percepire corporalmente.
6. La beatitudine è la perfezione dell'uomo in quanto uomo.
E poiché l'uomo non è tale in forza del corpo, bensì in forza dell'anima,
mentre il corpo rientra nell'essenza dell'uomo in quanto è reso
perfetto dall'anima, la beatitudine dell'uomo non
consiste principalmente che in un atto dell'anima e da essa deriva
al corpo come per una certa ridondanza, com'è evidente da quanto
abbiamo già detto. Tuttavia ci sarà una certa felicità anche per
il nostro corpo, dal fatto che vedrà Dio nelle creature sensibili,
specialmente nel corpo di Cristo.
7. L'intelletto ha la capacità di percepire le cose
spirituali,
non così invece la vista corporale. Perciò l'intelletto potrà conoscere
l'essenza divina a lui presente ed unita, non così la vista corporale.
ARTICOLO 3
Se i santi nel vedere Dio per essenza vedano tutto quello che Dio vede in se stesso
(4
Sent., d. 49, q. 2, a. 5)
SEMBRA che i santi nel vedere Dio per essenza vedano tutto quello che Dio
vede in se stesso. Infatti:
1. Come S. Isidoro insegna,
"gli angeli nel Verbo di Dio conoscono
tutte le cose prima che vengano compiute". Ma i santi, come dice il Vangelo,
"saranno
uguali agli angeli". Dunque anche i santi nel vedere Dio vedranno tutte le cose.
2. S. Gregorio scrive:
"Poiché allora tutti vedranno Dio con l'identica chiarezza,
che cosa non sapranno nel conoscere chi sa tutto?".
Ora, egli parla così dei beati che vedono Dio per essenza.
Perciò chi vede Dio per essenza conosce ogni cosa.
3. Come nota Aristotele,
"quando un intelletto conosce le cose più grandi
meglio ancora può intendere le più piccole".
Ora, Dio è l'intelligibile massimo. Egli perciò aumenta al sommo
la virtù dell'intelletto nel conoscere. Perciò l'intelletto che vede
lui intende ogni cosa.
4. L'intelletto non trova ostacolo a intendere una cosa, se non in quanto
quest'ultima è superiore a lui. Ma nessuna creatura è superiore all'intelletto
che vede Dio, poiché, come dice S. Gregorio, "per l'anima che vede Dio
diventa angusta qualsiasi creatura". Dunque coloro che vedono Dio per essenza
conoscono tutte le cose.
5. Ogni potenza passiva che non passa all'atto è imperfetta.
Ora, nell'intelletto possibile dell'anima umana c'è come una potenza passiva
a conoscere tutte le cose: perché l'intelletto possibile "è quello fatto
per diventare ogni cosa", come si esprime Aristotele.
Se quindi in quella beatitudine esso non conoscesse
tutte le cose, rimarrebbe imperfetto. Il che è assurdo.
6. Chi vede uno specchio vede le cose che risultano in esso.
Ma nel Verbo di Dio risultano come in uno specchio tutte le cose:
perché egli è la ragione e l'archetipo d'ogni cosa. Dunque i santi
che vedono il Verbo per essenza, vedono tutte le creature.
7. Nei Proverbi si legge che
"i giusti vedranno colmati i loro desideri". Ora, i santi desiderano conoscere tutte le cose: perché
"tutti
gli uomini per natura desiderano di conoscere", e d'altronde la natura
non viene distrutta dalla gloria. Perciò Dio concederà loro di
conoscere tutte le cose.
8. L'ignoranza è una delle penalità della vita presente.
Ma la gloria toglierà ai santi ogni penalità. Quindi anche qualsiasi
ignoranza. Dunque essi conosceranno ogni cosa.
9. La beatitudine dei santi sarà prima nell'anima che nel corpo.
Ma i corpi dei santi verranno trasformati nella gloria a somiglianza
del corpo di Cristo, come insegna S. Paolo. Perciò anche le anime
saranno perfette a somiglianza dell'anima di Cristo.
Ora, l'anima di Cristo vedrà nel Verbo tutte le cose.
Quindi tutte le anime dei santi vedranno nel Verbo tutte le cose.
10. L'intelletto al pari del senso conosce tutto ciò di cui riceve la forma.
Ma l'essenza di Dio esprime qualsiasi cosa meglio di qualunque altra immagine
di essa. Siccome quindi in quella visione beata l'essenza divina diviene quasi
la forma del nostro intelletto, è chiaro che i santi nel vedere Dio vedono tutte
le cose.
11. Averroè afferma che se l'intelletto agente fosse la forma dell'intelletto
possibile, noi conosceremmo ogni cosa. Ora, l'essenza divina rappresenta
tutte le cose ben più chiaramente dell'intelletto agente.
Dunque l'intelletto che vede Dio per essenza conosce tutte le cose.
12. Gli angeli inferiori vengono adesso illuminati da quelli
superiori circa le cose che ignorano, perché non conoscono ogni cosa.
Ma dopo il giorno del giudizio gli angeli non avranno più queste illuminazioni;
perché allora, come dice la Glossa, "cesserà ogni superiorità". Perciò anche
gli angeli inferiori conosceranno tutte le cose. E per la stessa ragione le conosceranno
tutti gli altri santi che vedranno Dio per essenza.
IN CONTRARIO: 1. Come insegna Dionigi, gli angeli superiori purgano gli inferiori
"della
loro nescienza". Ma gli angeli inferiori vedono anch'essi l'essenza divina.
Dunque un angelo che vede l'essenza di Dio può non sapere qualche cosa. Ora, le anime
non vedranno Dio più perfettamente degli angeli. Quindi non è necessario che
nel vedere Dio le anime vedano tutte le cose.
2. Cristo soltanto
"possiede lo Spirito senza misura", come si esprime S. Giovanni.
Ebbene a Cristo spetta di conoscere ogni cosa nel Verbo in quanto possiede
lo Spirito senza misura; infatti l'Evangelista aggiunge: "Il Padre ha riposto
tutto nelle sue mani". Dunque a nessun altro all'infuori di Cristo
spetta di conoscere nel Verbo tutte le cose.
3. Quanto più perfettamente si conosce un principio, tanto
più numerosi sono gli effetti che di lui si conoscono. Ma alcuni di
coloro che per essenza vedono Dio, il quale è causa di tutte le
cose, lo conoscono più perfettamente di altri. Quindi alcuni conoscono
più cose di altri. Perciò non tutti conosceranno ogni cosa.
RISPONDO: Dio nel vedere la propria essenza conosce tutte le cose che sono,
che saranno, o che furono: e ciò si dice che egli lo conosce "di scienza
visiva",
perché a somiglianza della vista corporale conosce queste cose come presenti.
Inoltre egli conosce, nel vedere la propria essenza, tutte le cose che può compiere,
sebbene non le abbia fatte e non le farà mai: altrimenti egli non conoscerebbe
perfettamente la propria potenza. Una data potenza infatti non si può conoscere,
se non si conoscono gli oggetti di essa. E questo si dice che egli
lo conosce "per scienza di semplice intelligenza".
Ora, è impossibile che l'intelletto creato nel vedere l'essenza
divina conosca tutte le cose che Dio può fare. Poiché quanto più
perfettamente si conosce un principio, tante più cose si conoscono in esso:
in un principio dimostrativo, p. es., colui che ha un ingegno più
perspicace vede un numero maggiore di conclusioni che colui il quale è d'ingegno
più limitato. Perciò, siccome la grandezza della potenza divina è pari
alle cose di cui è capace, se un intelletto vedesse nell'essenza divina tutto
quello che Dio può fare, la misura della sua perfezione nell'intendere sarebbe
identica alla grandezza della potenza divina nel produrre gli effetti:
e così avrebbe la comprensione dell'essenza divina. Il che è impossibile
per qualsiasi intelletto creato.
Invece tutte le cose che Dio conosce di scienza visiva,
un solo intelletto creato, cioè l'anima di Cristo, può conoscerle nel Verbo.
Ma circa gli altri ammessi a vedere l'essenza divina ci sono due
opinioni. Alcuni infatti dicono che tutti nel vedere Dio per essenza vedranno
tutte le cose che Dio vede di scienza visiva. - Ma questo è incompatibile con
le affermazioni dei Santi Dottori, i quali affermano che gli angeli non conoscono
alcune cose; e tuttavia è certo, secondo la fede, che essi vedono tutti Dio per essenza.
Ecco perché altri sostengono che i beati, ad eccezione di
Cristo,
pur vedendo Dio per essenza, non vedono tutto ciò che Dio vede,
appunto perché non hanno la comprensione della sua essenza.
Infatti non è necessario che chi conosce una causa ne conosca
tutti gli effetti, a meno che non ne abbia la comprensione: il che
non compete a un intelletto creato. Perciò nel vedere Dio per
essenza ognuno vedrà tante più cose, quanto più chiaramente
vedrà l'essenza divina. Ecco perché uno potrà istruire un altro. E così la scienza degli angeli e quella delle anime sante
potrà accrescersi fino al giorno del giudizio: come le altre qualità
che rientrano nel premio accidentale. Ma dopo non ci sarà aumento: perché avremo
allora lo stato definitivo di tutte le cose.
E in tale stato sarà possibile che tutti conoscano tutte le cose che
Dio conosce con la sua scienza visionis o visiva.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'affermazione di S. Isidoro,
secondo cui "gli angeli nel Verbo di Dio conoscono tutte le cose
prima che avvengano", non si può riferire alle cose che Dio
conosce con la scienza di semplice intelligenza, perché queste non
verranno mai compiute; ma va riferita solo alle cose che Dio
conosce di scienza visiva. Anzi a proposito di queste egli dice
che non tutti gli angeli le conoscono tutte, ma forse alcuni.
E anche quelli che le conoscono non le conoscono tutte perfettamente.
Infatti in ciascuna cosa si possono considerare molteplici
ragioni intelligibili, quali appunto le diverse sue proprietà e le
relazioni con le altre cose; ed è possibile che due individui pur
conoscendo insieme l'identica cosa, l'uno percepisca più ragioni
dell'altro, e che l'uno quindi le riceva dall'altro. Ecco perché
Dionigi afferma che gli angeli inferiori apprendono da quelli superiori
le ragioni conoscibili delle cose. Perciò anche gli angeli che
conoscono tutte le creature non è detto che scorgano in esse tutto
ciò che può essere conosciuto.
2. Le parole di S. Gregorio dimostrano che in quella visione
beata l'essenza divina, in cui Dio vede tutte le cose e di cui noi ci
serviremo per vedere, è sufficiente per vedere ogni cosa. Ma il fatto
che non si vedono tutte dipende dalla limitazione dell'intelletto
creato, incapace di comprendere l'essenza divina.
3. L'intelletto creato non vede l'essenza divina secondo la capacità di Dio,
ma secondo la capacità propria, che è finita. Perciò dalla visione
suddetta non segue che la sua efficacia nel conoscere venga ampliata
all'infinito, così da poter conoscere tutte le cose.
4. La mancanza di conoscenza può dipendere non solo dalla
superiorità eccessiva del conoscibile sull'intelletto, ma anche dal
fatto che all'intelletto non viene a unirsi la ragione o forma dell'oggetto
intelligibile: la vista, p. es., può non vedere la pietra per il fatto
che l'immagine della pietra non è in essa. Ora, sebbene all'intelletto
che vede Dio sia unita l'essenza divina, tuttavia non gli viene unita
quale ragione di tutte le cose, ma solo di alcune: e tanto queste saranno
più numerose, quanto più completa è l'intuizione che uno ha dell'essenza divina.
5. Quando una potenza passiva, perfettibile mediante oggetti vari tra loro ordinati,
viene perfezionata dalla sua ultima perfezione, non può dirsi imperfetta,
anche se certe predisposizioni precedenti sono venute a mancare. Ebbene, ogni conoscenza
con la quale viene a perfezionarsi l'intelletto creato è ordinata in definitiva
alla conoscenza di Dio. Perciò chi vede Dio per essenza, anche se non conoscesse altro,
avrebbe l'intelligenza in stato di perfezione. Né questa è più perfetta per il fatto che vede
altre cose oltre Dio, se non in quanto vede lui più perfettamente. Di qui le parole
di S. Agostino: "Infelice l'uomo che conosce tutte quelle cose", cioè le
creature, "senza conoscere te (Signore). Beato invece chi conosce te,
anche se non conosce tutte quelle cose. Chi poi conosce te e loro,
non è più felice per quelle, ma è felice e beato solo per te".
6. Lo specchio suddetto è dotato di volontà: perciò come si mostra
a chi vuole, così mostra in sé quello che vuole. La cosa è
diversa per uno specchio materiale, il quale non ha la facoltà di
mostrarsi e di non mostrarsi.
Oppure si può rispondere che in uno specchio
materiale tanto le cose quanto lo specchio vengono percepiti nella loro propria
forma: sebbene lo specchio sia visto mediante la forma o immagine
ricevuta direttamente da esso, mentre la pietra ivi riflessa viene
vista mediante la sua immagine risultante in un'altra cosa.
Perciò è identica la ragione o forma eidetica per l'uno e per l'altro.
Ma nello specchio increato le cose sono viste mediante l'immagine dello
specchio medesimo, come l'effetto è visto mediante l'immagine della causa
e viceversa. Quindi non segue che chiunque contempla lo specchio eterno
veda tutto ciò che in esso risulta. Infatti non è necessario che chi vede la causa
veda tutti i suoi effetti, a meno che non ne abbia la comprensione.
7. Il desiderio dei santi di conoscere tutte le cose sarà colmato
per il solo fatto che vedranno Dio; come il loro desiderio di possedere
ogni bene sarà colmato col fatto che possederanno Dio.
Dio infatti come sazia la volontà in quanto possiede la perfetta
bontà, cosicché il suo possesso assicura in qualche modo il possesso
di tutti i beni; così la visione di lui sazierà l'intelligenza,
secondo le parole evangeliche: "Signore, mostraci il Padre e ci basta".
8. Ignoranza in senso proprio implica privazione, e quindi penalità;
infatti così intesa l'ignoranza è non sapere cose che si dovrebbero sapere,
o che è necessario conoscere. Ebbene, nella patria non mancherà nulla di tutto questo.
Talora invece l'ignoranza sta a indicare qualsiasi nescienza.
E in tal senso gli angeli e i santi ignoreranno certe cose nella patria;
infatti Dionigi afferma che gli angeli vengono purificati dalla "nescienza".
Ma in questo senso l'ignoranza non è una penalità, bensì solo una deficienza.
E non è detto che ogni deficienza del genere sia eliminata dalla gloria:
allora infatti si potrebbe dire che c'è una deficienza in S. Lino
papa per il fatto che non ha raggiunto la gloria di S. Pietro.
9. Il nostro corpo sarà reso conforme al corpo di Cristo nella
gloria per somiglianza, non già in perfetta uguaglianza: sarà infatti
splendente allo stesso modo ma non nello stesso grado che "il corpo di
Cristo".
Così l'anima nostra avrà la gloria a somiglianza dell'anima di Cristo,
ma non alla pari di lui. Così pure avrà la scienza come l'anima di Cristo:
però non con la stessa misura, così da conoscere ogni cosa come l'anima di Cristo.
10. L'essenza divina, pur essendo la ragione o archetipo di tutte le cose conoscibili,
tuttavia non si unisce a ciascun intelletto creato quale ragione o archetipo di esse.
Perciò l'argomento non regge.
11. L'intelletto agente è la forma proporzionata all'intelletto possibile,
come la potenza della materia è proporzionata alla virtù della causa
agente naturale: cosicché tutto quello che è nella potenza passiva
della materia o dell'intelletto possibile è nella potenza attiva dell'intelletto
agente o delle cause agenti naturali. Ecco perché se l'intelletto agente diventasse
la forma dell'intelletto possibile, l'intelletto possibile verrebbe necessariamente
a conoscere tutte le cose alle quali si estende la virtù dell'intelletto agente.
Ma l'essenza divina non è in tal modo forma proporzionata per il nostro intelletto.
Perciò il paragone non regge.
12. Niente impedisce di affermare che dopo il giorno del giudizio,
quando la gloria degli uomini e degli angeli sarà del tutto
completa, tutti i beati conosceranno tutto quello che Dio conosce
con la scienza visiva: però non nel senso che tutti vedano proprio
tutto nell'essenza divina. Ma allora l'anima di Cristo vedrà in
essa pienamente ogni cosa, come già la vede adesso: gli altri invece
vedranno più o meno cose secondo il grado della loro visione di
Dio. Cosicché l'anima di Cristo illuminerà tutte le altre circa le
cose loro nascoste che egli vede nel Verbo: ecco perché nell'Apocalisse
si legge, che "lo splendore di Dio illuminerà la città dei
beati, e l'Agnello ne sarà la lucerna". In modo analogo i
santi superiori illumineranno gli inferiori: non già mediante una
nuova illuminazione, così da accrescere la scienza: ma mediante
un certo prolungamento dell'illuminazione precedente, come si
riscontra nel sole che appena calato continua a illuminare l'aria.
Ecco perché Daniele afferma, che "coloro i quali istruiscono molti
alla giustizia, risplenderanno come stelle nell'eternità senza fine".
Si dice poi che allora verrà a cessare ogni superiorità degli ordini
angelici, rispetto ai ministeri che attualmente essi esercitano
ordinatamente verso di noi, come risulta dalla Glossa citata.
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