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Questione
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L'aspetto del giudice nell'atto di giudicare
Veniamo quindi a considerare l'aspetto del giudice nell'atto di
giudicare.
Sull'argomento si pongono tre quesiti: 1. Se Cristo giudicherà
sotto l'aspetto di uomo; 2. Se apparirà sotto l'aspetto dell'umanità
glorificata; 3. Se sia possibile vedere la divinità senza goderne.
ARTICOLO
1
Se Cristo verrà a giudicare sotto l'aspetto di servo
(4
Sent., d. 48, q. 1, a. 1)
SEMBRA che Cristo non debba venire a giudicare sotto l'aspetto
di servo. Infatti:
1. Il giudizio richiede autorità da parte di colui che giudica.
Ora, Cristo ha autorità sui vivi e sui morti in quanto Dio: è così
infatti che egli è Signore e Creatore di tutte le cose. Quindi egli
giudicherà presentandosi come Dio.
2. Nel giudice si richiede un potere invincibile. Di qui le parole
dell'Ecclesiastico: "Non cercare di diventar giudice, se non hai
la forza di sradicare le ingiustizie". Ora, a Cristo spetta una
virtù invincibile in quanto Dio. Dunque egli giudicherà sotto
l'aspetto della sua divinità.
3. Nel Vangelo si legge:
"Il Padre ha rimesso ogni giudizio
al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre".
Ma al Figlio non è dovuto un onore uguale a quello del Padre
secondo la natura umana. Perciò egli non verrà a giudicare sotto
l'aspetto di uomo.
4. Daniele ha scritto:
"Io guardavo fino a che furono disposti
dei troni, e un Anziano di giorni si assise". Ebbene, i troni stanno
a indicare il potere giudiziario; l'anzianità poi è attribuita a
Dio, come spiega Dionigi, a motivo della sua eternità. Dunque
giudicare spetta al Figlio in quanto è eterno. Perciò non in
quanto uomo.
5. S. Agostino scrive, come riferisce il testo delle Sentenze,
che "per il Verbo di Dio si compie la resurrezione delle anime,
mentre per il Verbo fattosi nella carne Figlio dell'uomo si compie
la resurrezione dei corpi". Ora, il giudizio finale riguarda più
l'anima che il corpo. Perciò giudicare spetta a Cristo più come
Dio che come uomo.
IN CONTRARIO: 1. Sta scritto:
"Gli ha dato il potere di giudicare,
perché è il Figlio dell'uomo".
2. Sta scritto inoltre:
"la tua causa come quella di un empio
fu giudicata"; "da Pilato", aggiunge la Glossa. "Perciò sarai
incaricato del giudizio e della sentenza", "per giudicare con giustizia",
dice ancora la Glossa. Ora, Cristo fu giudicato da Pilato
nella sua natura umana. Dunque egli giudicherà sotto l'aspetto
della sua natura umana.
3. Giudicare spetta a chi ha il diritto di fare le leggi. Ma Cristo
ci ha dato la legge evangelica mostrandosi nella natura umana.
Perciò egli giudicherà secondo codesta natura.
RISPONDO: Giudicare implica un dominio su chi è sottoposto
al giudizio. Di qui le parole di S. Paolo: "Chi sei tu, che giudichi
il servo di un altro?". Ecco perché a Cristo spetta giudicare
in quanto ha un dominio sugli uomini, che saranno i principali
imputati nel giudizio finale. Ora, egli è il Signore nostro
non solo per la creazione: "Signore è Dio stesso, poiché ci ha
fatti lui e non noi stessi"; ma anche per la redenzione, che gli va
attribuita per la sua natura umana, secondo le parole di S. Paolo: "Per questo Cristo è risorto, per dominare sui vivi e sui morti".
Però per il premio della vita eterna non potrebbero bastare i beni
a noi concessi con la creazione, se non fosse sopravvenuto il beneficio
della redenzione, dato l'impedimento frapposto dal peccato
di Adamo. Perciò, siccome il giudizio finale è ordinato a introdurre
certuni nel Regno (dei cieli) e ad escluderne altri, è giusto
che Cristo medesimo presieda codesto giudizio sotto l'aspetto della
sua natura umana, dalla quale si ottiene di essere ammessi al Regno
mediante il beneficio della redenzione. Ecco perché sta scritto che "egli è stato costituito da Dio giudice dei vivi e dei morti". E
poiché con la redenzione del genere umano egli ha restaurato non
solo la natura umana, ma tutto l'universo, in quanto tutta la creazione
ottiene un perfezionamento con la riparazione dell'uomo,
come si esprime S. Paolo, che parla di "pacificazione nel sangue
della sua croce, sia delle cose della terra che di quelle dei cieli";
Cristo con la sua passione ha meritato il dominio e il potere giudiziario
non solo sugli uomini, ma su tutta la creazione, secondo il
testo evangelico: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cristo sotto l'aspetto della
natura divina ha autorità di dominio su tutte le creature per diritto
di creazione. Ma sotto quello della sua natura umana egli
ha l'autorità di dominio meritata con la sua passione: autorità,
quest'ultima quasi secondaria e acquisita. Mentre la prima è
naturale ed eterna.
2. Sebbene in quanto uomo Cristo non abbia per se stesso un
potere invincibile dalla virtù naturale della specie umana, tuttavia
egli per un dono della divinità ha un potere invincibile
anche nella natura umana, per cui "tutte le cose sono soggette
ai suoi piedi", come si esprime S. Paolo. Egli quindi giudicherà
nella natura umana però in forza della propria divinità.
3. Se Cristo fosse stato un puro uomo, non sarebbe stato in
grado di redimere il genere umano. Quindi il fatto che egli ha
potuto con la natura umana redimere il genere umano e così conquistare
la facoltà di giudicare, dimostra in modo evidente che
è Dio, e che va onorato alla pari del Padre, non come uomo, ma
come Dio.
4. Nell'accennata visione di Daniele viene mostrato tutto l'ordine
del potere giudiziario. Esso risiede come nella sua prima
origine in Dio e specialmente nel Padre, che è la fonte di tutta
la divinità. Ecco perché si dice innanzi tutto che "l'Anziano di
giorni si assise". Il potere giudiziario però dal Padre è derivato
nel Figlio, non solo dall'eternità secondo la natura divina, ma
anche nel tempo secondo quella umana, nella quale egli volle meritarlo. Ecco perché in quella visione si aggiunge: "Ecco
venire in mezzo alle nubi del cielo uno dalle sembianze
di Figlio d'uomo, e si avanzò fino all'Anziano di
giorni: e questi gli conferì il potere, l'onore e il regno".
5. S. Agostino afferma tali cose basandosi su una certa appropriazione;
in modo cioè da ridurre gli effetti prodotti da Cristo
nella natura umana a delle cause consimili. E poiché secondo
l'anima noi siamo "a immagine e somiglianza di Dio", mentre
secondo il corpo siamo dell'identica specie di Cristo, le cose che
Cristo ha compiuto nelle nostre anime egli le attribuì alla sua divinità;
mentre quelle che compirà nel nostro corpo le attribuì alla
sua carne. Sebbene la sua carne, in quanto, come dice il Damasceno, è "organo
della divinità", eserciti la sua efficacia anche
sulle nostre anime: e ciò secondo l'affermazione paolina, che "il
suo sangue ha mondato le nostre coscienze dalle opere di morte".
Perciò anche "il Verbo fatto carne" è causa della resurrezione delle
nostre anime. Quindi è giusto che egli anche secondo la natura
umana sia giudice, non solo delle cose corporali, bensì anche di
quelle spirituali.
ARTICOLO
2
Se nel giudizio Cristo apparirà nella sua umanità glorificata
(4
Sent., d. 48, q. 1, a. 2)
SEMBRA che nel
giudizio Cristo non apparirà nella sua umanità
glorificata. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge:
"Guarderanno colui che hanno trafitto"; "poiché", spiega
la Glossa, "egli tornerà con quella carne in cui
è stato crocifisso". Ora, egli fu crocifisso nel suo aspetto d'infermità.
Quindi apparirà nella sua infermità e non nella sua umanità
glorificata.
2. Sta scritto, che
"apparirà in cielo il segno del Figlio dell'uomo",
cioè il segno della croce. E il Crisostomo spiega, che "Cristo nel giudizio non solo mostrerà le cicatrici delle sue piaghe,
ma la sua stessa morte ignominiosa". Perciò è evidente che non
apparirà nella gloria.
3. Nel giudizio Cristo apparirà in modo da poter esser
visto
da tutti. Ma nella sua umanità glorificata egli non potrà esser
visto da tutti, ossia dai buoni e dai cattivi: perché un occhio
non glorificato non è proporzionato a vedere lo splendore di un
corpo glorioso. Dunque Cristo non apparirà nella sua gloria.
4. Quanto è promesso ai giusti come premio non sarà concesso
ai peccatori. Ora, vedere la gloria della santa umanità è stato
promesso ai giusti come premio. "Egli entrerà ed uscirà e troverà
pascolo", dice il Vangelo; e cioè, spiega S. Agostino,
"troverà
di che nutrirsi nella divinità e nell'umanità". E in Isaia si legge:
"Vedremo il re nel suo splendore". Quindi nel giudizio Cristo
non apparirà nel suo aspetto glorioso.
5. Cristo giudicherà sotto l'aspetto in cui fu giudicato. Infatti
la Glossa, a commento delle parole evangeliche, "Così anche
il Figlio glorifica chi vuole", spiega: "Sotto l'aspetto in cui fu
ingiustamente giudicato, giudicherà con giustizia, in modo da
poter esser visto dai malvagi". Ma egli fu giudicato sotto
l'aspetto della sua infermità. Dunque sotto tale aspetto comparirà
anche nel giudizio.
IN CONTRARIO: 1. Nel Vangelo si legge:
"Vedranno il Figlio
dell'Uomo venire sulle nubi con grande potenza e maestà". Ora,
maestà e potenza sono proprietà della gloria. Perciò Cristo apparirà
nel suo aspetto glorioso.
2. Chi giudica dev'essere superiore a quelli che ha da giudicare.
Ma gli eletti che dovranno essere giudicati da Cristo avranno i
corpi gloriosi. A maggior ragione quindi il giudice dovrà apparire
nel suo aspetto glorioso.
3. Come essere giudicato è un segno di infermità, così giudicare
è segno di potenza e di gloria. Ora, nella sua prima venuta, in
cui venne per essere giudicato, Cristo apparve come infermo.
Perciò nella seconda venuta, in cui verrà per giudicare, egli apparirà
nel suo aspetto glorioso.
RISPONDO: Cristo è denominato
"mediatore tra Dio e gli uomini",
sia perché ha soddisfatto per gli uomini e intercede per
essi presso il Padre; sia perché comunica agli uomini le cose del
Padre, secondo le sue parole: "Io ho dato loro la gloria che tu
hai dato a me". Ora, in base a questi due aspetti è giusto che
egli comunichi con entrambe le parti: poiché in quanto è unito
con gli uomini egli fa le veci degli uomini presso il Padre; e in
quanto è in comunione col Padre trasmette agli uomini i doni del
Padre. Perciò, siccome nella sua prima venuta egli venne per
soddisfare per noi presso il Padre, apparve sotto l'aspetto della
nostra infermità. Ma poiché nella seconda venuta verrà per
eseguire sugli uomini la giustizia del Padre, dovrà mostrare la
gloria che egli possiede per la sua intimità col Padre. Perciò
egli apparirà nel suo aspetto glorioso.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Apparirà con la medesima
carne, ma non nelle stesse condizioni.
2. Il segno della croce apparirà nel giudizio, non come indizio
dell'infermità attuale, ma di quella passata: così da mostrare
più che mai giusta la condanna di coloro che avranno disprezzato
tanta misericordia, soprattutto di coloro che ingiustamente hanno perseguitato Cristo. Le cicatrici poi che appariranno nel suo
corpo non implicheranno un'infermità, ma saranno l'indizio della
grande virtù con la quale Cristo trionfò dei nemici mediante la
sua passione. E la sua morte obbrobriosa verrà mostrata non già
presentandola visibilmente, come se la soffrisse allora: ma dalle
cose che allora appariranno, cioè dai segni della passione sofferta,
gli uomini saranno indotti a ricordare quella morte.
3. I corpi gloriosi avranno il potere di mostrarsi o di non mostrarsi
agli occhi non glorificati, come risulta dalle spiegazioni date
in precedenza. Perciò Cristo potrà essere visto da tutti nel
suo aspetto glorioso.
4. Come la gloria di un amico è piacevole, così la gloria e la potenza
di chi è oggetto di odio produce somma tristezza. Quindi
la visione dell'umanità gloriosa di Cristo come sarà un premio
per i giusti, così sarà un supplizio per i nemici di Cristo. Di qui
le parole di Isaia: "Veggano, a loro confusione, coloro che invidiano
il tuo popolo, e il fuoco" dell'invidia "divori i tuoi nemici".
5. Aspetto in quel testo sta a indicare la natura umana, secondo
la quale egli fu giudicato e giudicherà: non già la condizione
di tale natura, che nel giudicante non sarà identica a quella
inferma del giudicato.
ARTICOLO
3
Se i reprobi possano vedere la divinità, senza goderne
(4
Sent., d. 48, q. 1, a. 3)
SEMBRA che la divinità possa esser vista dai reprobi senza godimento. Infatti:
1. È
certo che gli empi conosceranno in modo evidentissimo
che Cristo è Dio. Perciò essi vedranno la sua divinità. E tuttavia
non godranno nel vedere Cristo. Dunque è possibile vedere
la divinità, senza goderne.
2. La perversa volontà degli empi non è più contraria
all'umanità di Cristo di quanto lo sia alla sua divinità. Ora, per essi
vedere l'umanità sarà una pena, come abbiamo spiegato. Molto
più dunque essi saranno rattristati che rallegrati, se vedranno
la sua divinità.
3. Le cose esistenti nell'affetto non seguono necessariamente
quelle esistenti nell'intelligenza. Infatti S. Agostino ha scritto: "L'intelletto precede, mentre l'affetto lo segue con ritardo o per
niente". Ma la vista spetta all'intelletto, e il godimento all'affetto.
Quindi è possibile la vista della divinità, senza il godimento.
4.
"Ciò che si riceve viene ricevuto alla maniera del
ricevente",
e non alla maniera dell'oggetto stesso. Ora, quanto è visto in
qualche modo è ricevuto in chi lo vede. Perciò sebbene la divinità
sia in se stessa sommamente dilettevole, tuttavia vista da
coloro che sono immersi nel dolore non darà diletto bensì maggiore
tristezza.
5. Le cose sensibili stanno ai sensi, come le cose intelligibili
all'intelletto. Ma nelle sensazioni, come nota S. Agostino, capita
che "al palato non sano il pane sia disgustoso, che invece è piacevole
a quello sano". Perciò siccome i dannati hanno l'intelletto
indisposto, è chiaro che la visione della luce increata produce
in essi più pena che gioia.
IN CONTRARIO: 1. Sta scritto:
"Questa è la vita eterna, che
conoscano te, vero Dio"; dalle quali parole risulta che l'essenza
della beatitudine consiste nella visione di Dio. Ma la beatitudine
implica godimento. Dunque non sarà possibile vedere la divinità
senza godimento.
2. L'essenza di Dio è l'essenza della verità. Ma per chiunque
contemplare la verità è un godimento: perché, come dice Aristotele, "tutti
gli uomini per natura desiderano conoscere". Quindi
non si può vedere Dio senza goderne.
3. Se una data visione non è sempre piacevole, capita qualche
volta che sia invece dolorosa. Ma la visione intellettiva non è
mai dolorosa; perché, come nota il Filosofo, "al piacere dell'intellezione
non si contrappone nessuna sofferenza". Perciò, siccome
la divinità non può esser vista che dall'intelletto, è chiaro che la
divinità non è mai visibile senza godimento.
RISPONDO: In ogni cosa appetibile o piacevole possiamo distinguere
due elementi: l'oggetto appetibile o piacevole, e la ragione
della sua appetibilità, o del diletto che in esso si trova. Però,
come fa rilevare Boezio, questo vale per "quanto può avere
qualche cosa in più di ciò che è esso stesso; ma l'essere stesso
non ammette nient'altro fuori che se stesso": cosicché quanto è
appetibile o piacevole può sempre avere qualche aspetto per cui
non è appetibile e piacevole; ma ciò che costituisce la ragione
dell'appetibilità non ha e non può avere niente per cui non sia
piacevole ed appetibile. Le cose dunque che sono piacevoli per
una partecipazione della bontà, che è la ragione dell'appetibilità
e del diletto, è possibile apprenderle senza goderne: ma
colui che è bontà per la sua essenza è impossibile apprenderlo
nella sua essenza senza godimento. Perciò, essendo Dio essenzialmente
la stessa bontà, non è possibile vederlo senza goderne.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli empi conosceranno con
evidenza che Cristo è Dio, non perché ne vedranno la divinità,
bensì per gli indizi evidentissimi della divinità stessa.
2. Vista in se medesima la divinità non può essere odiata da
nessuno, come da nessuno può esser presa in odio la stessa bontà.
Ma si dice che alcuni odiano la divinità per certi suoi effetti: p. es.,
perché compie o comanda cose che sono contrarie alla loro
volontà. Dunque la visione della divinità non può non essere un godimento.
3. Le parole di S. Agostino si riferiscono ai casi in cui ciò che
viene percepito dall'intelletto è una cosa buona per partecipazione
e non per essenza, come lo sono appunto tutte le creature:
cosicché può trovarsi in esse qualche cosa che non muove l'affetto.
Anzi nella vita presente Dio stesso lo conosciamo così
dagli effetti, e l'intelletto non raggiunge l'essenza della sua bontà.
Perciò non è necessario che l'affetto segua l'intelligenza, come
invece la seguirebbe se ne vedesse l'essenza, che è la stessa bontà.
4. Il dolore, o tristezza non è una disposizione, ma una passione.
Ora, ogni passione viene eliminata dal sopravvento di
una causa più forte, che non è in grado di eliminare. Quindi il
dolore dei dannati verrebbe eliminato, se essi vedessero Dio per essenza.
5. La proporzione naturale esistente tra l'organo e l'oggetto
che per natura gli è gradito viene distrutta dall'indisposizione
dell'organo: per questo il piacere viene compromesso. Ma l'indisposizione
che si riscontra nei dannati non elimina la proporzione
naturale con la quale sono ordinati alla bontà di Dio; poiché in
essi rimane per sempre la sua immagine. Perciò il paragone non regge.
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