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Questione
4
Il tempo della contrizione
Passiamo quindi a esaminare il tempo della contrizione.
Sull'argomento si pongono tre quesiti: 1. Se il tempo della contrizione
duri tutta la vita presente; 2. Se sia opportuno dolersi
di continuo dei peccati; 3. Se dopo la vita presente le anime possano
avere la contrizione dei peccati.
ARTICOLO
1
Se il tempo della contrizione duri tutta la vita presente
(4
Sent., d. 17, q. 2, a. 4, qc. 1)
SEMBRA che il tempo della contrizione non duri tutta la vita
presente. Infatti:
1. Il peccato commesso condanna al dolore come condanna alla
vergogna. Ma la vergogna per il peccato non dura tutta la vita: poiché,
come dice S. Ambrogio, "non ha di che vergognarsi chi
ha conseguito il perdono del suo peccato". Quindi neppure la
contrizione, che è il dolore dei peccati.
2. S. Giovanni afferma, che
"la carità perfetta estromette il
timore, perché il timore implica pena". Ora, anche il dolore
implica pena. Dunque nello stato di carità perfetta non può
durare la contrizione.
3. Del passato non può esserci dolore, che a rigore è del male
presente, se non in quanto qualche cosa del male passato perdura
attualmente. Ma talora si giunge in questa vita a un tale stato
in cui non resta nulla dei peccati commessi: né la disposizione, né
la colpa, che qualsiasi reato. Quindi non occorre più sentirne dolore.
4. S. Paolo dichiara, che
"per coloro che amano Dio tutto coopera
al bene"; anche i peccati, aggiunge la Glossa. Perciò non
è necessario, dopo la remissione dei peccati, dolersi di essi.
5. La contrizione è una parte della penitenza assieme alla soddisfazione.
Ora, la soddisfazione non è richiesta di continuo.
Quindi neppure la contrizione.
IN CONTRARIO: 1. S. Agostino scrive, che
"dove termina il
dolore, vien meno la penitenza: e dove manca la penitenza non
rimane nulla del perdono". Poiché, dunque, bisogna non perdere
il perdono ottenuto, è necessario dolersi continuamente del peccato.
2. Nell'Ecclesiastico si legge:
"Circa il peccato espiato non essere
senza timore". Dunque l'uomo deve sempre pentirsi per ottenere
la remissione dei peccati.
RISPONDO: Nella contrizione si riscontrano due tipi di dolore:
il primo, proprio della ragione, è la detestazione del peccato commesso;
il secondo, proprio della parte sensitiva, deriva dal precedente.
Ebbene, la contrizione deve durare tutto il tempo della
vita presente secondo l'uno e l'altro dolore. Infatti finché uno
è nella vita presente è costretto a detestare gli ostacoli che impediscono
o ritardano il suo cammino verso la meta. E poiché il
corso della nostra vita verso Dio viene ritardato dalle colpe passate,
perché il tempo concesso per percorrerlo non può essere ricuperato; è necessario
che per tutto il tempo della vita presente
rimanga lo stato di contrizione come detestazione del peccato.
Lo stesso si dica per il dolore sensibile, che è assunto dalla volontà
come un castigo. L'uomo infatti avendo col peccato meritato una
pena eterna, per l'offesa contro l'eterno Dio, deve per lo meno
conservarne il dolore "nella sua eternità di uomo", ossia per tutto
il corso della vita, quando la pena eterna gli viene commutata
in pena temporale. Ecco perché Ugo di S. Vittore afferma che
Dio, sciogliendo l'uomo dalla colpa e dalla pena eterna, lo lega
nel vincolo della perpetua detestazione del peccato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La vergogna è legata al peccato
solo in quanto esso implica turpitudine. Ecco perché una
volta rimessa la colpa non c'è più posto per la vergogna. Rimane
invece sempre posto per il dolore, il quale si riferisce alla colpa
non solo per la sua turpitudine, ma anche per quanto ha di nocivo.
2. Il timore servile che la carità estromette è incompatibile con
la carità a motivo della sua servilità, che si riferisce alla pena.
Ma il dolore della contrizione è causato dalla carità, come sopra
abbiamo visto. Dunque il paragone non regge.
3. Sebbene con la penitenza il peccatore torni in possesso della
grazia precedente e diventi immune dal reato della pena, tuttavia
non ritorna mai alla pristina dignità dell'innocenza. Ecco perché
rimane sempre in lui qualche cosa dei peccati commessi.
4. Come non si deve
"fare il male perché ne venga un bene", così
non si deve godere del male perché da esso, per l'influsso
della divina provvidenza, occasionalmente ne viene un bene, poiché
di quei beni i peccati non sono stati causa, ma piuttosto impedimento. È la
divina provvidenza invece a causarli: e quindi di
essa l'uomo deve godere, mentre deve addolorarsi del male.
5. La soddisfazione si riferisce alla pena determinata che deve
essere imposta per i peccati. Quindi essa può aver termine, così
da non richiedere ulteriore soddisfazione. Tale pena però va proporzionata
alla colpa soprattutto sotto l'aspetto di conversione
(alla creatura), per il quale è limitata; il dolore della contrizione
invece si riferisce alla colpa sotto l'aspetto di aversione, per il quale
il peccato ha una certa infinità. Ecco perché la vera contrizione
deve durare sempre. E non c'è nessun inconveniente che essa
rimanga mentre la soddisfazione viene a cessare.
ARTICOLO
2
Se sia bene dolersi continuamente dei peccati
(4
Sent., d. 17, q. 2, a. 4, qc. 2)
SEMBRA che non sia bene dolersi continuamente dei peccati.
Infatti:
1. Talvolta è opportuno gioire, come risulta dall'esortazione
paolina: "Godete sempre nel Signore", a cui la Glossa aggiunge,
che "è necessario godere". Ma gioire e addolorarsi simultaneamente
non è possibile. Quindi non è opportuno dolersi sempre
dei peccati.
2. Quanto di suo è cattivo e repellente non si deve praticare,
se non nella misura che è necessario come rimedio di un'infermità:
il che è evidente per la cauterizzazione e l'amputazione. Ora, la
tristezza di suo è cattiva; infatti l'Ecclesiastico raccomanda: "Caccia
lungi da te la tristezza", e aggiunge il motivo: "Poiché molti
ha ucciso la tristezza e non c'è utilità in essa". E ciò è ribadito
espressamente anche da Aristotele. Quindi dei peccati non ci si
deve affliggere più di quanto è sufficiente a cancellarli. Ma subito
dopo il primo atto di contrizione il peccato viene cancellato. Dunque
non è bene dolersene ulteriormente.
3. S. Bernardo ha scritto:
"Il dolore è buono, se non è continuo:
perché bisogna mescolare il miele con l'assenzio". Perciò
sembra che non sia bene avere un dolore continuo.
IN CONTRARIO: 1. S. Agostino raccomanda:
"Il penitente si
dolga sempre, e goda del suo dolore".
2. È bene continuare sempre, per quanto è possibile, quegli atti
in cui consiste la beatitudine. Ma tale è il dolore dei peccati, come
risulta dal Vangelo: "Beati coloro che piangono". Quindi è bene
prolungare il dolore per quanto è possibile.
RISPONDO: Una delle caratteristiche riconosciute degli atti di
virtù sta nel fatto che in essi non può riscontrarsi né eccesso né
difetto, come spiega Aristotele. Perciò, la contrizione, essendo un
atto della virtù di penitenza quale dispiacere dell'appetito razionale,
non può ammettere un eccesso, né d'intensità, né di durata:
se non nel caso in cui codesto atto di virtù venga a impedire l'atto
di un'altra virtù più necessaria in un dato momento. Quindi per
quanto uno possa insistere nell'atto di codesto dispiacere, sarà
sempre la cosa migliore: purché egli compia a suo tempo gli atti
delle altre virtù quando sono richiesti.
Le passioni invece possono essere o esagerate, o insufficienti,
sia per l'intensità che per la durata. Ecco perché la passione del
dolore provocata della volontà, come deve essere moderatamente
intensa, così deve essere moderatamente duratura: perché se
durasse troppo, l'uomo cadrebbe nella disperazione, nella pusillanimità
e in altri vizi di questo genere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il dolore della contrizione
impedisce la gioia mondana: non però la gioia di Dio, poiché essa
ha per oggetto anche codesto dolore.
2. L'Ecclesiastico parla della tristezza mondana. E il Filosofo
parla della passione della tristezza, di cui bisogna servirsi con
moderazione, come richiede il fine per cui ce ne serviamo.
3. S. Bernardo parla del dolore in quanto è una passione.
ARTICOLO
3
Se le anime abbiano la contrizione dei loro peccati
anche dopo la vita presente
(4
Sent., d. 17, q. 2, a. 4, qc. 3)
SEMBRA che anche dopo la vita presente le anime abbiano la
contrizione dei loro peccati. Infatti:
1. L'amore di carità causa il dispiacere dei peccati. Ma dopo
la vita presente rimane la carità in certe anime, sia come atto che
come abito; poiché, come dice S. Paolo, "la carità non avrà mai fine". Perciò rimane il dispiacere dei peccati commessi, che è
l'essenziale della contrizione.
2. Ci si deve
affliggere più della colpa che della pena. Ora, nel
purgatorio le anime sono afflitte e per la pena sensibile e per la
dilazione della gloria. Molto più dunque si affliggono delle colpe
da loro commesse.
3. La pena del purgatorio è satisfattoria per il peccato. Ma la
soddisfazione deve la sua efficacia alla contrizione. Quindi la
contrizione rimane anche dopo questa vita.
IN CONTRARIO: 1. La contrizione è parte del sacramento della
penitenza. Ma i sacramenti dopo la vita presente non rimangono.
Dunque neppure la contrizione.
2. La contrizione può essere così grande da cancellare sia la
colpa che la pena. Se quindi nel purgatorio le anime potessero
avere la contrizione, potrebbero conseguire con la contrizione il
condono della pena, ed esser liberate del tutto dalla pena sensibile:
il che è falso.
RISPONDO: Nella contrizione vanno considerate tre cose: la
prima è il genere cui la contrizione appartiene, ed è il dolore; la
seconda è la forma, essendo essa un atto di virtù informato dalla
grazia; la terza è l'efficacia della contrizione, essendo essa un atto
meritorio, sacramentale e in qualche modo satisfattorio. Le anime
quindi che dopo la vita presente sono nella patria beata non possono
avere la contrizione, perché prive del dolore per la pienezza
della gioia. Quelle che si trovano all'inferno mancano di contrizione:
perché, pur avendo il dolore, non hanno la grazia che lo
informi. Coloro invece che sono in purgatorio hanno il dolore dei
peccati informato dalla grazia, ma esso non è meritorio, non essendo
costoro in stato di merito. - Al contrario è nella vita
presente che si possono riscontrare tutte e tre queste cose.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La carità non causa questo
dolore, se non in quelli che son capaci di dolore. Ora, la pienezza
della gioia toglie ai beati ogni capacità di addolorarsi. Quindi,
sebbene essi abbiano la carità, tuttavia mancano di contrizione.
2. Nel purgatorio le anime si affliggono dei peccati: ma codesto
dolore non è la contrizione, poiché non ne ha l'efficacia.
3. La pena sofferta dalle anime del purgatorio propriamente
non può dirsi satisfattoria, poiché la soddisfazione richiede un atto
meritorio, ma può dirsi soddisfazione in senso lato quale accettazione
della pena meritata.
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