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Questione
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Coloro su cui si può esercitare il potere delle chiavi
Passiamo ora a trattare di coloro su cui può esercitarsi il potere
delle chiavi.
Sull'argomento si pongono tre quesiti: 1. Se il sacerdote possa
esercitare il potere delle chiavi su qualsiasi uomo; 2. Se sempre
possa assolvere i propri sudditi; 3. Se possa esercitare il potere
delle chiavi sui propri superiori.
ARTICOLO
1
Se il sacerdote possa esercitare il potere delle chiavi su qualsiasi uomo
(4
Sent., d. 19, q. 1, a. 3, qc. 1)
(Per
la valida assoluzione dei peccati si richiede che il
ministro, oltre alla potestà di ordine, abbia la
facoltà di esercitarla sui fedeli ai quali imparte
l'assoluzione (Codice di Diritto Canonico, can. 966)).
SEMBRA che il sacerdote possa esercitare il potere delle chiavi
su qualsiasi uomo. Infatti:
1. Nel sacerdote il potere delle chiavi deriva dall'autorità conferita
dal Signore con quelle parole: "Ricevete lo Spirito Santo: a
coloro ai quali rimetterete i peccati saranno rimessi". Ora, là si
parla genericamente di tutti. Perciò chi ha il potere delle chiavi
può usarne su qualsiasi persona.
2. La chiave materiale che apre una serratura, apre anche tutte
le altre dello stesso stampo. Ma tutti i peccati di qualsiasi uomo
costituiscono l'identico ostacolo rispetto all'entrata del cielo. Se
quindi un sacerdote col suo potere delle chiavi è in grado di assolvere
un uomo, è in grado di assolvere qualsiasi altro.
3. Il sacerdozio del nuovo Testamento è più perfetto di quello
antico. Ma il sacerdote dell'antico Testamento poteva usare il suo
potere di discernere "tra lebbra e lebbra" indifferentemente su
tutti. Perciò a maggior ragione può usare il suo potere su tutti
il sacerdote cristiano.
IN CONTRARIO: 1. Nei Canoni si legge:
"A nessun sacerdote è permesso assolvere od obbligare il parrocchiano di un altro". Dunque non è vero che qualsiasi sacerdote può assolvere chiunque.
2. Nel tribunale spirituale ci deve essere più ordine che in quello
civile. Ma nei tribunali civili un giudice qualsiasi non è in grado
di giudicare chiunque. Perciò, essendo l'esercizio delle chiavi una
specie di giudizio, il sacerdote col potere che gli spetta non può
giudicare chiunque.
RISPONDO: Le azioni che vanno esercitate su soggetti singoli
non competono a tutti nello stesso modo. Perciò come dopo aver
consultato i precetti comuni della medicina, bisogna interpellare
il medico, il quale li applica a dovere ai singoli infermi, così in
qualsiasi ordinamento gerarchico, oltre colui che presenta i precetti
universali della legge, devono esserci gli incaricati che li applichino
ai singoli individui. Ecco perché nella gerarchia celeste
sotto le potestà, che presiedono universalmente, ci sono i principati,
che comandano le singole regioni, e sotto di essi ci sono gli angeli
deputati alla custodia dei singoli uomini, come è stato spiegato
in precedenza. Lo stesso dev'essere nella gerarchia della Chiesa
militante. A una persona spetta la giurisdizione indistintamente
su tutti; e sotto di essa devono esserci gli altri che hanno un potere
distinto sui vari fedeli. E poiché l'uso delle chiavi richiede
un certo potere di giurisdizione, per cui chi deve sperimentarlo
diventi materia propria di codesto atto; colui che ha un potere
universale su tutti può esercitare su tutti il potere delle chiavi;
coloro invece che sotto di lui hanno ricevuto un potere distinto,
non possono usare il potere delle chiavi su chiunque, ma solo su
quelli che sono loro toccati in sorte; salvo i casi di necessità, in
cui i sacramenti non vanno negati a nessuno.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per assolvere dal peccato si
richiedono due poteri: di ordine e di giurisdizione. Il primo è
uguale in tutti i sacerdoti, non così il secondo. Perciò quel brano
evangelico dove il Signore conferisce in blocco a tutti gli Apostoli
il potere di rimettere i peccati, deve riferirsi al potere che accompagna
l'ordine sacro. Infatti codeste parole sono ripetute ai sacerdoti
nella loro ordinazione. Invece a S. Pietro fu dato singolarmente
il potere di rimettere i peccati, per indicare che egli ha il
potere di giurisdizione sopra tutti gli altri. Ora, il potere di ordine
di suo si estende a tutti i penitenti: ecco perché il Signore disse
indistintamente: "A coloro ai quali rimetterete i peccati"; volle
però che l'esercizio di codesto potere fosse subordinato al potere
conferito a Pietro secondo la sua stessa istituzione.
2. Anche una chiave materiale non può aprire che la propria
serratura: né una virtù attiva può agire che sulla propria materia.
Ora, una persona diventa materia propria del potere di ordine
mediante la giurisdizione. Dunque uno non può esercitare il potere
delle chiavi su chi è esente dalla sua giurisdizione.
3. Il popolo d'Israele era un popolo solo,
ed aveva un unico
tempio. Perciò non si richiedevano distinzioni di giurisdizione
come nella Chiesa, in cui vengono riuniti nazioni e popoli diversi.
ARTICOLO
2
Se il sacerdote possa sempre assolvere i propri sudditi
(4
Sent., d. 19, q. 1, a. 3, qc. 2)
(Se
qualcuno dirà che i vescovi non hanno il diritto di
riservarsi dei casi, se non in ciò che riguarda la
disciplina esterna e che, quindi, la riserva dei casi
non impedisce che il sacerdote possa assolvere
validamente dai casi riservati, sia anatema (Concilio di
Trento, Canoni sul sacramento della penitenza, can.
11)).
SEMBRA che non sempre il sacerdote possa assolvere i propri sudditi. Infatti:
1. Come dice S. Agostino,
"nessuno deve esercitare l'ufficio di
sacerdote, se non è immune da quei peccati che giudica negli altri".
Ma talora capita che il sacerdote sia partecipe del peccato commesso
dal proprio suddito: nel caso, p. es., in cui abbia peccato
con una donna sua suddita. Perciò sembra che non sempre egli
possa esercitare il potere delle chiavi sui propri sudditi.
2. Per il potere delle chiavi uno viene guarito da tutte le sue
miserie. Talora però qualche peccato implica un'irregolarità, o
una scomunica da cui un semplice sacerdote non può assolvere.
Dunque costui non può esercitare il potere delle chiavi su coloro
che sono irretiti in codeste censure.
3. Il potere giudiziario del nostro sacerdozio è prefigurato da
quello dell'antico sacerdozio. Ora, ai giudici inferiori l'antica Legge
non permetteva di giudicare ogni cosa, ma rimandava ai giudici
superiori, come si legge nell'Esodo: "Se nascerà qualche questione
tra voi, ecc.". Dunque neppure il sacerdote può assolvere i propri
sudditi dai peccati gravi, ma deve ricorrere al proprio superiore.
IN CONTRARIO: 1.
"A chi si affida ciò che è principale si affida
anche l'accessorio". Ebbene, ai sacerdoti viene affidato il compito
di amministrare ai loro sudditi l'Eucarestia, cui è ordinata l'assoluzione
da qualsiasi peccato. Dunque il sacerdote, per il potere
delle chiavi, è in grado di assolvere da tutti i peccati.
2. La grazia, per quanto piccola, cancella qualsiasi peccato. Ma
il sacerdote dispensa i sacramenti con i quali viene data la grazia.
Quindi, per il potere delle chiavi, il sacerdote può assolvere da tutti i peccati.
RISPONDO: Il potere di ordine come tale si estende alla remissione
di tutti i peccati: ma poiché per l'esercizio di questo potere
si richiede la giurisdizione, che discende gerarchicamente dai superiori
agli inferiori, un superiore può riservarsi dei casi in cui non
lascia il giudizio all'inferiore. Altrimenti qualsiasi semplice sacerdote
munito di giurisdizione è in grado di assolvere.
Ebbene sono cinque i casi in cui il semplice sacerdote deve rinviare
il penitente a un prelato superiore. Primo, quando si tratta
d'imporre la penitenza solenne; perché ministro proprio di essa
è il vescovo. - Secondo, quando si tratta di scomunicati che non
possono essere assolti da un sacerdote ordinario. - Terzo, quando
il penitente ha contratto un'irregolarità la cui dispensa è riservata
al superiore. - Quarto, quando si tratta di incendiari. - Quinto,
quando in una diocesi c'è la consuetudine di riservare al vescovo
i delitti enormi per incutere timore. La consuetudine infatti in
codesti casi dà o toglie la giurisdizione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In tale caso né il sacerdote
dovrebbe ascoltare la confessione della donna sua complice, rinviandola a un altro confessore; né costei dovrebbe confessarsi da lui,
ma chiedere il permesso di andare da un altro; oppure dovrebbe
ricorrere a un prelato superiore, se il complice negasse il permesso.
E ciò sia per il pericolo che per la menomazione della (salutare)
vergogna. - Tuttavia se il complice l'assolvesse, sarebbe assolta.
Infatti le parole di S. Agostino, secondo le quali il sacerdote non
deve essere infetto degli stessi peccati, valgono per la liceità non
per la validità del sacramento.
2. La penitenza libera da tutte le menomazioni della colpa, ma
non da tutte quelle della pena: poiché anche dopo aver fatto
penitenza per l'omicidio, uno rimane colpito di irregolarità. Perciò
il sacerdote può assolvere dalla colpa, ma per togliere la pena deve
rinviare al superiore, a meno che non si tratti di scomunica, perché
in tal caso l'assoluzione da questa deve precedere l'assoluzione dei
peccati; fino a che infatti uno è scomunicato non può ricevere nessun
sacramento della Chiesa.
3. L'argomento è valido per quei casi in cui i superiori si
riservano la giurisdizione.
ARTICOLO
3
Se si possa esercitare il potere delle chiavi sul proprio superiore
(4
Sent., d. 19, q. 1, a. 3, qc. 3)
SEMBRA che uno non possa esercitare il potere delle chiavi sul
proprio superiore. Infatti:
1. Qualsiasi atto sacramentale richiede la propria materia. Ora,
materia propria per l'esercizio del potere delle chiavi sono i sudditi,
come sopra abbiamo visto. Dunque il sacerdote non può
esercitare il potere delle chiavi in chi non è suddito.
2. La Chiesa militante deve imitare quella trionfante. Ma nella
Chiesa del cielo nessun angelo inferiore purifica, illumina e perfeziona
mai un angelo superiore. Ugualmente quindi nessun sacerdote
inferiore può compiere una funzione gerarchica come l'assoluzione
su di un superiore.
3. Il giudizio di coscienza deve essere più ordinato del giudizio
in foro esterno. Ma in foro esterno l'inferiore non può né scomunicare
né assolvere un superiore. Dunque non può farlo neppure
in foro penitenziale.
IN CONTRARIO: 1. Anche il prelato superiore
"è circondato d'infermità",
e può cadere anch'egli in peccato. Ma rimedio contro
il peccato è il potere delle chiavi. Perciò, non potendo egli usarlo
su se stesso, perché non può essere insieme giudice e reo, è evidente
che un inferiore può esercitare su di lui il potere delle chiavi.
2. L'assoluzione che viene data col potere delle chiavi, è ordinata
alla comunione eucaristica. Ma l'inferiore può distribuire l'Eucarestia
al superiore, se questi lo chieda. Dunque egli può esercitare
su di lui anche il potere delle chiavi, se il superiore gli si sottopone.
RISPONDO: Il potere delle chiavi di per sé, come abbiamo già
detto, si estende a tutti: ma che un sacerdote non possa esercitarlo
su qualcuno dipende dal fatto che codesto potere è stato limitato
ad alcuni in particolare. Perciò colui che l'ha limitato può estenderlo
su chi vuole. Ecco perché questi può concedere codesto
potere anche su se stesso: sebbene egli non possa esercitare su
di sé il potere delle chiavi, richiedendo codesto potere come materia
un suddito, e quindi un'altra persona, perché nessuno può essere
suddito di se stesso.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene il vescovo che viene
assolto dal semplice sacerdote sia a lui superiore in senso assoluto,
è però inferiore in quanto a lui si sottomette come peccatore.
2. Negli angeli non può capitare, come tra gli uomini, nessun
difetto per cui i superiori debbano sottomettersi agli inferiori. Perciò
il paragone non regge.
3. Il giudizio in foro esterno è secondo gli uomini: ma il giudizio
di confessione è secondo Dio, presso il quale uno diventa inferiore
per il fatto che pecca, però senza pregiudizio per le gerarchie umane.
Perciò nel giudizio in foro esterno come uno non può dare
contro se stesso una sentenza di scomunica, così non può darne
l'incarico ad altri, né scomunicare se stesso. Invece nel foro della
coscienza può incaricare un altro della propria assoluzione, che egli
non può applicarsi da sé.
Oppure si può rispondere che l'assoluzione in foro sacramentale
deriva principalmente dal potere delle chiavi, e indirettamente
soltanto dalla giurisdizione. La scomunica invece deriva in tutto
e per tutto dalla giurisdizione. Ora, per il potere di ordine tutti
i sacerdoti sono uguali, non così quanto per quello di giurisdizione.
Quindi il paragone non regge.
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