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Questione
97
La
tentazione di Dio
Passiamo ora a trattare dei vizi opposti alla virtù di religione
per difetto, i quali presentano un'opposizione diretta alla religiosità: cosicché si possono raccogliere sotto il nome di
irreligiosità. Nel loro numero troviamo tutto ciò che si riduce al disprezzo,
o a una mancanza di riverenza verso Dio e le cose sante. Perciò
in primo luogo parleremo dei peccati che consistono in dirette
irriverenze verso Dio; e in secondo luogo di quelli che consistono
in irriverenze verso le cose sante. Nella prima serie dovremo affrontare successivamente la presunzione di tentare
Dio; e lo spergiuro con il quale si usa senza rispetto il suo nome.
Sul primo argomento tratteremo quattro problemi: 1. In che
cosa consista la tentazione di Dio; 2. Se sia peccato; 3. A quale
virtù si contrapponga; 4. Confronto tra questo e gli altri peccati.
ARTICOLO
1
Se la tentazione di Dio consista nel compiere delle cose
contando unicamente sulla sua potenza
SEMBRA che la tentazione di Dio non consista nel compiere delle
cose contando unicamente sulla potenza di lui. Infatti:
1. Dio può essere tentato dall'uomo, esattamente come può essere
tentato l'uomo da Dio, o da altri uomini, o dal demonio. Ora,
non è vero che ogni qual volta l'uomo è tentato c'è qualcuno il
quale conta sulla sua potenza, per ottenere un dato effetto. Perciò
neppure tentare Dio significa contare unicamente sulla potenza divina.
2. Tutti coloro che compiono miracoli, invocando il nome di
Dio, contano di ottenerlo unicamente dalla potenza di Dio. Se
quindi in ciò consistesse la tentazione di Dio, tutti quelli che
compiono miracoli tenterebbero Dio.
3. È proprio dello stato di perfezione riporre ogni speranza in
Dio, trascurando ogni soccorso umano. Ecco perché a commento
di quelle parole evangeliche, "Non prendete nulla per il viaggio",
S. Ambrogio ha scritto: "Dalle parole evangeliche viene indicato
quale debba essere l'araldo del regno di Dio: non cerchi l'appoggio
di aiuti mondani, ma contando fermamente sulla fede, si
persuada che quanto meno cerca quegli aiuti, tanto meglio può riuscire". E S. Agata diceva:
"Al mio corpo non ho mai applicato
una medicina materiale; ma ho il Signore mio Gesù Cristo,
il quale con la sola parola tutto risana". Ma la tentazione di
Dio non può consistere in un fatto che rientra nella perfezione.
Dunque la tentazione non consiste nel compiere di queste cose
in cui si conta unicamente sull'aiuto di Dio.
IN CONTRARIO: Fa notare S. Agostino, che
"Cristo, non permettendo
che la rabbia dei suoi nemici, pur insegnando egli e confutandoli
pubblicamente, potesse fargli nulla, dava una prova della
sua divina potenza; al contrario, fuggendo e nascondendosi, ha
voluto dare un esempio all'infermità umana, perché non osi tentare Dio,
quando ha la possibilità di compiere qualche cosa per
sfuggire ciò che bisogna temere". Dal che si arguisce che si ha
la tentazione di Dio quando uno trascura di compiere quello che
può, per evitare dei pericoli, contando unicamente sull'aiuto divino.
RISPONDO: Tentare propriamente è mettere qualcuno alla prova.
Ma si può mettere alla prova una persona con le parole e con i
fatti. Con le parole, per provare se conosce quello che domandiamo,
o se possa o voglia compierlo. Con i fatti, quando con
quello che facciamo ne esploriamo la prudenza, il volere, oppure
le capacità. - Le due cose suddette, però, si possono fare in due
modi. Primo, apertamente: quando uno si presenta apertamente
quale tentatore, come fece Sansone nel proporre degli enigmi ai
filistei. Secondo, in maniera insidiosa ed occulta: come i farisei
che tentavano il Cristo. - Altra distinzione: talora la tentazione
è espressa; p. es., quando con le parole o con i fatti si intende
mettere alla prova qualcuno. Talora invece la tentazione risulta
interpretativa: cioè quando uno, sebbene non intenda mettere
altri alla prova, tuttavia agisce e parla in maniera che le sue
azioni e le sue parole non sembrano ordinate ad altro che a questo.
È dunque in tal senso che l'uomo tenta Dio, talora con le parole
e talora con i fatti. Con le parole noi parliamo a Dio quando preghiamo.
Perciò uno tenta espressamente Dio con la preghiera
quando chiede qualche cosa per conoscerne la scienza, il potere,
o il volere. - E si tenta espressamente Dio con i fatti quando con
le azioni che compie uno intende mettere alla prova la potenza,
la bontà, o la sapienza di Dio. - Invece si tenta Dio in maniera
quasi interpretativa, quando uno, senza voler mettere la Divinità
alla prova, tuttavia chiede o compie delle cose che non hanno
altro scopo che di esplorarne il potere, la bontà, o la conoscenza.
Quando uno, p. es., fa correre il cavallo per sfuggire ai nemici,
non lo fa per provarne la velocità: ma se fa correre il cavallo
senza nessuno scopo, ciò si riduce a mettere la sua velocità alla
prova; e lo stesso si dica di ogni altra cosa. Perciò, quando uno
per necessità o per un'utilità si affida all'aiuto di Dio nelle sue
preghiere o nel suo agire, questo non è tentare Dio; poiché sta
scritto: "Non sapendo quello che dobbiamo fare, non ci resta altro
che dirigere a te i nostri occhi". Quando invece ci si comporta
così senza necessità e senza scopo, ciò equivale a tentare Dio.
Ecco perché a commento di quelle parole della Scrittura: "Non
tenterai il Signore Dio tuo", la Glossa afferma: "Tenta Dio colui
il quale, pur avendo la possibilità di agire, senza motivo si espone
al pericolo, per provare se Dio sia capace di liberarlo".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche l'uomo talora viene tentato
con i fatti, per vedere se possa, sappia o voglia in codesti casi
prestare aiuto, o mettere ostacolo.
2. I santi nel compiere i miracoli con le loro preghiere, son mossi
da qualche scopo o da qualche necessità a chiedere l'intervento
della potenza divina.
3. I predicatori del regno di Dio trascurano i sussidi temporali
per gravi motivi e necessità, e cioè per attendere più speditamente
alla parola di Dio. Perciò nel contare unicamente su Dio
essi non lo tentano. Lo tenterebbero invece, se abbandonassero
i soccorsi umani senza motivo o necessità. Perciò S. Agostino
ha scritto, che "S. Paolo fuggì non perché non credeva in Dio:
ma per non tentare Dio, rifiutandosi di fuggire quando poteva farlo".
Quanto poi a S. Agata, essa doveva avere sperimentato la divina
benevolenza, o non soffrendo le infermità, che esigono la
medicina corporale, oppure provandone l'immediata guarigione
da parte di Dio.
ARTICOLO
2
Se tentare Dio sia peccato
SEMBRA che tentare Dio non sia peccato. Infatti:
1. Dio non può comandare dei peccati. Ora, egli comanda che
gli uomini lo mettano alla prova, e quindi che lo tentino; poiché
sta scritto: "Portate tutte le decime nel mio granaio, e fate che
vi sia cibo nella mia casa; e con ciò mettetemi alla prova, dice
il Signore, se non aprirò per voi le cateratte del cielo". Dunque
tentare Dio non è peccato.
2. Si può tentare una persona, sia facendo la prova della sua
scienza, o della sua potenza, sia sperimentandone la bontà, o il
volere. Ma sperimentare la bontà o il volere di Dio è cosa lecita;
poiché nei Salmi si legge: "Gustate e vedete com'è soave il Signore".
E S. Paolo così scriveva ai Romani: "Affinché possiate
provare qual è la volontà di Dio, ciò che è bene e gradevole e perfetto". Perciò tentare Dio non è peccato.
3. Nessuno viene rimproverato nella Scrittura perché si rifiuta
di peccare, ma piuttosto perché commette peccato. Ora, il re Acaz
viene rimproverato perché al Signore il quale gli aveva detto: "Chiedi un segno dal Signore tuo
Dio", rispose: "Non chiederò
e non tenterò il Signore". Si legge infatti in Isaia: "È forse poco
per voi essere dispettosi con gli uomini, che fate indispettire anche
il mio Dio?". - Inoltre di Abramo si legge che a proposito
della terza promessa chiese al Signore: "Da qual segno potrò
io conoscere di essere per possederla?". Anche Gedeone chiese al
Signore un segno della vittoria promessa. Eppure essi non vengono
rimproverati per questo. Dunque tentare Dio non è peccato.
IN CONTRARIO: Ciò è proibito dalla legge di Dio. Così infatti si
esprime il Deuteronomio: "Non tenterai il Signore Dio tuo".
RISPONDO: Tentare, come abbiamo detto sopra è mettere alla
prova. Ora, nessuno fa la prova di cose di cui ha la certezza.
Perciò tentare deriva sempre dall'ignoranza o dal dubbio esistenti,
o in chi tenta, come quando uno prova una cosa per conoscerne
le qualità; oppure dal dubbio esistente in altre persone,
come quando si mette alla prova qualcuno per persuadere gli
altri, come fa Dio nel tentare noi uomini. Ora, ignorare e dubitare
delle perfezioni divine è peccato. Dunque è evidente che tentare Dio,
per riscontrarne personalmente la potenza, è peccato.
Se invece uno mette alla prova quanto riguarda le perfezioni
divine, non per riscontrarle personalmente, ma per darne la dimostrazione
ad altri, allora non è tentare Dio, esistendo una necessità
proporzionata, o una pia utilità, e tutte le altre condizioni
richieste. In tal senso gli Apostoli pregarono il Signore di compiere
prodigi nel nome di Gesù Cristo, perché la virtù di Cristo
venisse manifestata agli increduli.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il pagamento delle decime era
prescritto dalla legge, come sopra abbiamo visto. Esso perciò era
necessario per l'obbligatorietà del precetto, ed era utile per il motivo
accennato, "affinché ci fosse cibo nella casa di Dio". Perciò
nel dare le decime gli ebrei non tentavano Dio. Le parole poi
che seguono, "mettetemi alla prova", non vanno intese in senso
causale, come se si dovessero pagar le decime, per provare "se
Dio non avrebbe aperto per loro le cateratte del cielo"; ma in
senso consequenziale, perché se avessero pagato le decime, avrebbero
provato per esperienza propria i benefici di Dio.
2. La conoscenza della bontà e del volere di Dio può essere di
due generi. Il primo è di ordine speculativo. E in tal senso non
è lecito dubitare né sperimentare, se la volontà di Dio è buona,
o se Dio è soave. - Il secondo tipo della nostra conoscenza della
bontà o della volontà divina è di ordine affettivo o sperimentale,
e si ha quando uno prova in se stesso il gusto della dolcezza divina
e la compiacenza della volontà di Dio: come Dionigi dice di
Ieroteo, il quale "apprese le cose divine per averle sentite". È
appunto in questo senso che siamo esortati a sperimentare il volere
di Dio e a gustarne la soavità.
3. Dio voleva dare un segno al re Acaz non per lui soltanto, ma
per l'ammaestramento di tutto il popolo. Perciò egli viene rimproverato
quale inciampo per la salvezza di tutti, per il fatto che
non volle chiedere quel segno. D'altra parte chiedendolo non
avrebbe tentato Dio, sia perché l'avrebbe fatto per comando di
lui, sia perché la cosa interessava il vantaggio di tutti. - Abramo
invece chiese un segno per ispirazione divina, e quindi non fece
peccato. - Gedeone invece pare che l'abbia chiesto per mancanza
di fede, e quindi non si può scusare dal peccato, come nota in
proposito la Glossa. - Così peccò anche Zaccaria, quando disse
all'angelo: "Donde conoscerò io questo?". Infatti per la sua incredulità
egli fu persino punito.
Si noti però che si può chiedere a Dio un segno in due maniere.
Primo, per esplorare il suo potere, o la verità della sua parola.
E questo di suo costituisce una tentazione di Dio. - Secondo, per
conoscere quale sia il volere di Dio a proposito di un'azione da
compiere. E allora non c'è affatto codesta tentazione.
ARTICOLO
3
Se la tentazione di Dio si contrapponga alla virtù di religione
SEMBRA che la tentazione di Dio non si contrapponga alla virtù
di religione. Infatti:
1. La tentazione di Dio ha natura di peccato, come sopra abbiamo detto,
perché si dubita di Dio. Ma dubitare sulle cose di
Dio rientra nel peccato di incredulità, il quale si contrappone alla
fede. Dunque la tentazione di Dio si contrappone più alla fede
che alla religione.
2. Sta scritto:
"Prima della preghiera disponi l'anima tua, e
non essere come uno che tenta Dio". E la Glossa Interlineare commenta:
"Costui",
cioè chi tenta Dio, "domanda com'è stato insegnato,
ma non agisce come Dio ha comandato". Ora, questo è
un atto di presunzione, la quale si contrappone alla speranza.
Perciò la tentazione di Dio è un peccato contrario alla speranza.
3. A proposito di quelle parole del Salmo:
"E tentarono Dio nei
loro cuori", la Glossa nota che "tentare Dio è chiedere con inganno: avendo
la semplicità nelle parole, mentre nel cuore c'è
la malizia". Ma l'inganno si contrappone alla virtù della veracità.
Quindi la tentazione di Dio non è il contrapposto della religione,
bensì della veracità.
IN CONTRARIO: Come risulta dalla Glossa riferita, tentare Dio è
pregarlo in maniera sregolata. Ora, pregare nel debito modo è
un atto di religione, come sopra abbiamo visto. Dunque tentare
Dio è un peccato contrario alla virtù di religione.
RISPONDO: Il fine della religione consiste, come sopra abbiamo
notato, nel rendere a Dio l'onore dovuto. Perciò tutti gli atti che
direttamente costituiscono una mancanza di rispetto si contrappongono
alla religione. Ora, è evidente che tentare una persona
è mancarle di rispetto: nessuno infatti osa tentare una persona
di cui conosce con certezza l'eccellenza. Dunque è evidente che
tentare Dio è un peccato contrario alla virtù di religione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come sopra abbiamo detto, è compito
della religione protestare la fede con dei segni di onore e di
rispetto verso Dio. Ecco perché è proprio dell'irreligiosità far sì
che un uomo, per l'incertezza della fede, compia atti d'irriverenza
verso il Signore, tra i quali il tentare Dio. Ed ecco perché tale
tentazione è una specie di irreligiosità.
2. Chi prima della preghiera non prepara la propria anima,
"perdonando se ha qualcosa verso qualcuno", oppure non disponendosi altrimenti alla devozione, non fa quanto sta in lui per
essere esaudito da Dio. Egli perciò implicitamente tenta Dio. E
sebbene codesta tentazione implicita derivi da presunzione o da
indiscrezione, tuttavia l'atto stesso di trattare con presunzione e
senza la debita diligenza le cose che riguardano Dio è un'irriverenza
verso la divinità; poiché sta scritto: "Umiliatevi sotto
la potente mano di Dio"; e altrove: "Abbi cura di comparire
degno di approvazione dinanzi a Dio". Perciò anche codesto modo
di tentare Dio è una specie di irreligiosità.
3. Si dice che uno domanda con inganno, non in rapporto a
Dio, il quale conosce i segreti dei cuori, ma in rapporto agli uomini.
Perciò l'inganno è cosa accidentale nella tentazione di Dio.
E quindi non ne segue che la tentazione suddetta sia direttamente
il contrario della veracità.
ARTICOLO 4
Se la tentazione di Dio sia un peccato più grave della superstizione
SEMBRA che la tentazione di Dio sia un peccato più grave della
superstizione. Infatti:
1. La punizione più grave si dà per un peccato più grave. Ora,
gli Ebrei furono puniti più gravemente per il peccato di aver tentato
Dio che per quello di idolatria, che pure è la forma più grave
di superstizione: poiché per il peccato di idolatria furono uccisi
tremila uomini, come si legge nell'Esodo; mentre per il peccato
di tentazione tutti furono condannati a morire nel deserto, senza
entrare nella terra promessa, come leggiamo nel libro dei Salmi: "Mi tentarono i padri vostri... Sicché giurai nella mia ira: Non
entreranno nel mio riposo". Dunque tentare Dio è un peccato più
grave della superstizione.
2. Un peccato tanto è più grave quanto più è contrario a una
virtù. Ma l'irreligiosità, di cui la tentazione di Dio forma una
specie, contrasta maggiormente con la virtù di religione che la
superstizione, la quale ha una certa somiglianza con essa. Perciò
la tentazione di Dio è un peccato più grave della superstizione.
3.
È un peccato più grave mancare di rispetto ai genitori, che
offrire ad estranei il rispetto dovuto ad essi soltanto. Ora, Dio,
come si esprime il profeta Malachia, dev'essere onorato da noi
come Padre di tutti. Perciò sembra che la tentazione di Dio, con
la quale manchiamo a lui di rispetto, sia un peccato più grave
dell'idolatria, con la quale offriamo a una creatura l'onore a Dio
dovuto.
IN CONTRARIO: A commento di quel passo del Deuteronomio:
"Se
presso di te si troverà, ecc.", la Glossa afferma: "Più di ogni
altra cosa la legge detesta l'errore e l'idolatria; infatti la scelleratezza
più grave è quella di rendere a una creatura gli onori
dovuti al Creatore".
RISPONDO: Un peccato, tra quelli contrari alla virtù di religione,
tanto è più grave quanto più si oppone all'onore di Dio. Ma con
questo onore contrasta meno il dubbio sulla grandezza di Dio che
la certezza contraria. Infatti come è più incredulo chi è ostinato
nell'errore che chi dubita sulla verità della fede, così pecca di
più contro l'onore dovuto a Dio chi col suo agire asserisce un
errore contrario alla divina grandezza di chi invece esprime un
dubbio in proposito. Ebbene, chi fa atti di superstizione asserisce
un errore, come sopra abbiamo spiegato; chi invece tenta Dio
con le parole o con i fatti esprime un dubbio in proposito. Perciò
il peccato di superstizione è più grave del peccato della tentazione
di Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il peccato di idolatria non fu
punito con quel castigo in maniera adeguata, ma il castigo più
grave veniva rimandato all'avvenire, come si legge nella Scrittura: "Io poi,
nel giorno del castigo, punirò anche questa loro
scelleratezza".
2. La superstizione ha una certa somiglianza con la religione
nella materialità dei suoi atti, simili a quelli della religione. Ma
rispetto al fine è più incompatibile con essa della tentazione di
Dio; poiché, come abbiamo visto, è una mancanza più grave di
rispetto.
3. La grandezza di Dio è unica e incomunicabile: ecco perché
attribuire ad altri onori divini equivale ad agire contro l'onore
a Dio dovuto. Diverso invece è il caso dell'onore dovuto ai genitori,
il quale può essere attribuito ad altri senza peccato.
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