Il Santo Rosario
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Questione 88

Il voto

Rimane ora da parlare del voto, col quale si promette a Dio qualche cosa.
Su questo tema tratteremo dodici argomenti: 1. Che cosa sia il voto; 2. Che cosa possa essere materia di voto; 3. L'obbligazione dei voti; 4. La loro utilità; 5. A quale virtù appartengano; 6. Se sia più meritorio compiere una cosa per voto, o senza voto; 7. La solennità dei voti; 8. Se possano fare dei voti quelli che sono sottoposti all'autorità di altri; 9. Se i fanciulli si possano obbligare con voto a entrare nella vita religiosa; 10. Se un voto sia dispensabile, o commutabile; 11. Se si possa dispensare il voto solenne di castità; 12. Se per la dispensa dei voti si debba ricorrere all'autorità dei superiori.

ARTICOLO 1

Se il voto consista in un semplice proposito della volontà

SEMBRA che il voto consista in un semplice proposito della volontà. Infatti:
1. Secondo alcuni il voto è "il concepimento di un buon proposito, confermato dalla deliberazione dell'animo, col quale uno si obbliga di fronte a Dio a fare, o a non fare una cosa". Ma concepire un buon proposito, con gli atteggiamenti connessi, può ridursi a un semplice moto della volontà. Dunque il voto consiste nel semplice proposito della volontà.
2. La stessa parola voto pare che derivi da volontà: infatti le cose che uno fa volontariamente si dice che le compie secondo i suoi voti. Ma il proposito è un atto della volontà: mentre la promessa è un atto della ragione. Dunque il voto consiste in un semplice atto della volontà.
3. Il Signore ha detto: "Chiunque mette mano all'aratro e poi si volta indietro, non è adatto per il regno di Dio". Ora, uno mette mano all'aratro per il fatto che ha il proposito di fare il bene. Dunque se guarda indietro, desistendo dal buon proposito, non è adatto per il regno di Dio. Perciò uno è obbligato dinanzi a Dio per il solo proposito, anche se non ha fatto nessuna promessa. E quindi il voto consiste nel solo proposito della volontà.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Se hai fatto un voto a Dio non indugiare a soddisfarlo; poiché a lui dispiace una promessa stolta e infedele". Dunque far voto è promettere, e il voto è una promessa.

RISPONDO: Il voto implica l'obbligo di fare, o di omettere qualche cosa. Ora, ci si obbliga a qualche cosa verso un uomo mediante la promessa, che è un atto della ragione, la quale ha il compito di ordinare: infatti come col comando e con la preghiera uno ordina, per così dire, quello che gli altri devon fare a lui, così con la promessa ordina quello che lui deve fare per altri. La promessa, però, che si fa a un uomo non può farsi senza parole, o altri segni esterni. A Dio invece si può fare la promessa col solo pensiero interiore: poiché, come dice la Scrittura, "gli uomini guardano alle apparenze, ma Dio guarda il cuore". Tuttavia talora ci si esprime con parole esterne, o per eccitarci alla devozione, come abbiamo detto a proposito della preghiera, oppure per avere gli altri come testimoni, e per astenersi dal mancare al voto non solo per il timore di Dio, ma anche per rispetto verso gli uomini. La promessa però deriva dal proposito di fare una cosa. E il proposito preesige una deliberazione: essendo un atto di volontà deliberata. Perciò per il voto si richiedono necessariamente tre cose: primo, la deliberazione; secondo, il proposito della volontà; terzo, la promessa, che ne è il costitutivo. Talora però vi si aggiungono altre due cose come elementi corroboranti: la formulazione orale, di cui si parla in quel testo dei Salmi: "Renderò a te i miei voti, che han proferito le mie labbra"; e la testimonianza degli altri. Perciò il Maestro (delle Sentenze) afferma che il voto è "la dichiarazione di una promessa spontanea, da farsi a Dio e riguardante le cose di Dio"; sebbene la dichiarazione possa ridursi propriamente alla formulazione interiore.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il compimento di un buon proposito non viene confermato dalla deliberazione dell'animo, se non mediante la promessa che accompagna la deliberazione.
2. È la volontà che muove la ragione a promettere qualche cosa su quanto si estende il suo dominio. Ecco perché il voto prende nome dal volere, come dal suo primo movente.
3. Chi mette mano all'aratro già fa qualche cosa. Invece chi propone soltanto ancora non fa nulla. Ma quando uno promette incomincia di già a disporsi ad agire, sebbene ancora non compia quello che promette: come colui il quale mettendo mano all'aratro, sebbene ancora non ari, tuttavia già mette mano all'opera.

ARTICOLO 2

Se il voto debba farsi sempre di un bene migliore

SEMBRA che il voto non debba farsi sempre di un bene migliore. Infatti:
1. Un bene migliore è un bene supererogatorio. Ma il voto non si fa soltanto di atti supererogatori, bensì anche di atti richiesti per la salvezza. Infatti, come nota la Glossa, "nel battesimo l'uomo fa voto di rinunziare al demonio con le sue pompe, e di custodire la fede". Inoltre Giacobbe fece voto "di avere il Signore come Dio": che è la cosa più indispensabile per la salvezza. Dunque i voti non si fanno soltanto di un bene migliore.
2. Jefte è inserito nel catalogo dei Santi, secondo S. Paolo. Eppure egli per un voto uccise la figlia innocente. E poiché l'uccisione di un innocente non è un bene migliore, bensì cosa per se stessa illecita, è chiaro che si può far voto non soltanto di un bene migliore, ma anche di cose illecite.
3. Ciò che ridonda a detrimento di una persona, o non ha utilità alcuna, non è certo un bene maggiore. Eppure talora si fa voto di veglie e di digiuni esagerati, che risultano pericolosi per la persona. E altre volte si fa voto di cose indifferenti che non servono a nulla. Perciò non sempre il voto è di un bene migliore.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Se ti astieni dal far voti, non ci sarà peccato per te".

RISPONDO: Il voto, come abbiamo detto, è una promessa fatta a Dio. Ora, la promessa ha per oggetto quanto si fa a favore di qualcuno volontariamente. Infatti non sarebbe una promessa, ma una minaccia, se uno dichiarasse di voler agire contro qualcuno. Così pure sarebbe insensata la promessa, se uno promette una cosa che l'interessato non gradisce. Dal momento, quindi, che tutti i peccati sono contro Dio, e che Dio gradisce soltanto le azioni virtuose, è chiaro che non si deve far voto di nessun atto illecito, e indifferente, ma solo di atti virtuosi.
E poiché il voto implica una promessa volontaria, mentre la necessità esclude la volontarietà, ciò che è necessario in modo assoluto in nessun modo può essere materia di voto: infatti sarebbe stolto chi facesse voto di morire, o di non volare. - Quanto invece ha una necessità non assoluta, ma in ordine al fine, e cioè per il fatto che è indispensabile per la salvezza, è materia di voto in quanto viene compiuto volontariamente, non già in quanto è una cosa necessaria. Quanto finalmente è immune dalla necessità, sia assoluta, che in ordine al fine, è cosa del tutto volontaria. E questo a tutto rigore è materia di voto. Ora, tutto questo si dice che è un bene maggiore in rapporto al bene che è universalmente richiesto per la salvezza eterna. Perciò il voto, propriamente parlando, ha per oggetto un bene migliore.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Rinunziare alle attrattive del demonio e custodire la fede di Cristo sono oggetto dei voti battesimali, perché son cose fatte volontariamente, sebbene siano indispensabili per la salvezza.
Lo stesso possiamo dire del voto di Giacobbe. Sebbene l'espressione si possa spiegare nel senso che Giacobbe fece voto di avere il Signore come Dio con un culto speciale, a cui non era tenuto: e cioè obbligandosi alle decime e alle altre cose alle quali si accenna subito dopo.
2. Ci sono delle cose che son buone in tutte le occorrenze: e queste sono gli atti virtuosi e tutte le altre cose che possono essere direttamente materia di voto. - Altre, al contrario, sono cattive in tutti i casi: tali sono le azioni per se stesse peccaminose. E queste non possono mai essere materia di voto. - Invece ce ne sono alcune che considerate in se stesse sono buone, e sotto quest'aspetto possono essere materia di voto; ma possono avere delle cattive conseguenze, e in tal caso non vanno osservate. Così capitò nel voto di Jefte, il quale, come narra la Scrittura, "fece voto al Signore, dicendo: Se mi darai nelle mani i figli di Ammon, il primo che uscirà e mi verrà incontro alle porte della mia casa quando ritornerò vincitore, l'offrirò in olocausto al Signore". Ora, questo poteva avere una cattiva conseguenza, qualora gli fosse venuto incontro un animale non sacrificabile, come un asino o un uomo: il che precisamente accadde. Ecco perché S. Girolamo afferma, che Jefte "nel fare il voto fu stolto", perché mancò di discernimento, "e nell'osservarlo fu empio". La Scrittura però fa precedere al fatto queste parole: "Fu investito dallo Spirito del Signore"; poiché la fede e la devozione che lo spinsero al voto venivano dallo Spirito Santo. Ed è posto nel catalogo dei Santi, sia per la vittoria ottenuta, sia perché è probabile che si sia pentito di quella iniquità, la quale però prefigurava un bene futuro.
3. La macerazione del proprio corpo fatta, p. es., con veglie e digiuni, non è accetta a Dio se non in quanto è un'azione virtuosa: e questo esige che sia fatta con la debita discrezione, in modo da frenare la concupiscenza, senza gravare troppo la natura. Così concepite codeste penitenze possono essere materia di voto. Ecco perché l'Apostolo, dopo aver esortato, "a offrire i nostri corpi come ostia vivente, santa, gradevole a Dio", aggiunge: "il vostro culto ragionevole". - Ma siccome l'uomo sbaglia facilmente nel giudicare dei propri atti, codesti voti è meglio che siano osservati o tralasciati secondo l'arbitrio dei superiori. Se poi uno dall'osservanza di un voto del genere sente un incomodo grave ed evidente, senza poter ricorrere al superiore, non deve osservarlo. I voti invece che hanno per oggetto cose vane e inutili sono piuttosto da disprezzarsi che da osservarsi.

ARTICOLO 3

Se sia obbligatoria l'osservanza di qualsiasi voto

SEMBRA che non di tutti i voti sia obbligatoria l'osservanza. Infatti.
1. Dell'opera di un uomo ha più bisogno un altro uomo che Dio, il quale "non ha bisogno dei nostri beni". Ora, la semplice promessa fatta a un uomo non obbliga, stando alle disposizioni della legge umana: e ciò sembra che sia stato stabilito per la mutabilità dell'umano volere. Molto meno, dunque, obbliga la semplice promessa fatta a Dio, e che chiamiamo voto.
2. Nessuno è tenuto all'impossibile. Ma talora quanto uno ha votato diventa per lui impossibile, o perché dipende dall'altrui arbitrio, come quando uno fa voto di entrare in un monastero i cui monaci non vogliono riceverlo; oppure perché si incorre un difetto, come la donna che avendo fatto voto di verginità si lascia poi corrompere, o come chi avendo fatto voto di dare del danaro, per disgrazia lo perde. Perciò il voto non sempre è obbligatorio.
3. Ciò che uno è tenuto a pagare, è tenuto a pagarlo subito. Invece nessuno è tenuto a soddisfare subito ai propri voti: specialmente quando uno s'impegna per il futuro. Dunque il voto non sempre è obbligatorio.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Quando hai fatto voto a Dio, non tardare a compierlo. Molto meglio è non far voto, che farlo e poi non adempierlo".

RISPONDO: La fedeltà esige che l'uomo adempia le sue promesse; di qui le parole di S. Agostino: "La fedeltà deve il suo nome al fatto che si compie ciò che si è detto". Ora, l'uomo è tenuto alla fedeltà specialmente verso Dio, sia per la sua sovranità, che per i benefici ricevuti. Perciò l'uomo ha un obbligo strettissimo di adempiere i voti fatti a Dio: essendo ciò richiesto dalla fedeltà cui si è tenuti nei riguardi di Dio; poiché la violazione del voto è una specie d'infedeltà. Infatti Salomone assegna questo motivo all'obbligo di soddisfare il voto, poiché "dispiace a Dio la promessa infedele".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per l'onestà uno è tenuto verso un'altra persona a qualsiasi promessa: e questo è un obbligo di legge naturale. Ma per l'obbligo di fronte alla legge civile ci vogliono certi altri requisiti. Ora, sebbene Dio non abbia bisogno dei nostri beni, noi gli siamo obbligati nel modo più stretto. Ecco perché il voto a lui fatto è sommamente obbligatorio.
2. Se quanto uno ha promesso con voto diviene impossibile per una causa qualunque, egli deve fare quanto sta in lui: che abbia almeno la volontà disposta a fare quello che può. Quindi uno che ha fatto voto di entrare in un dato monastero, deve fare di tutto per esservi ricevuto. E se era sua intenzione principale di obbligarsi a entrare in religione, e secondariamente fece la scelta di quell'istituto o di quella casa determinata, come più adatti per lui, se non può essere ricevuto là, è tenuto a entrare in un altro istituto. Se invece principalmente ha inteso di obbligarsi a quel dato istituto, o a quella casa, per una stima particolare verso di essi, allora se non viene accettato, non è tenuto a entrare in un'altra religione.
Se poi uno viene a trovarsi nell'impossibilità di adempiere il voto per propria colpa, è tenuto anche a far penitenza di essa. Così una donna la quale, dopo aver fatto il voto di verginità, si lascia corrompere, non solo deve osservare quello che è in suo potere, cioè la continenza perpetua, ma deve anche far penitenza del suo peccato.
3. L'obbligazione del voto è causata dall'intenzione e dalla volontà propria, come si legge del Deuteronomio: "Quello che una volta è uscito dalle tue labbra, lo devi mantenere, e fare come hai promesso al Signore Dio tuo, come di tua volontà e di tua bocca hai detto". Se quindi chi ha fatto il voto aveva intenzione e volontà di obbligarsi ad adempierlo subito, subito è tenuto a scioglierlo. Se invece intendeva rimandare a un dato tempo, e a certe condizioni, non è tenuto a scioglierlo subito. Però egli non deve tardare oltre il tempo fissato, poiché nello stesso testo sacro si legge: "Quando avrai fatto un voto al Signore Dio tuo, non indugiare ad adempierlo, perché il Signore Dio tuo te ne chiederà conto; e, se avrai indugiato, ti sarà ascritto a peccato".

ARTICOLO 4

Se sia opportuno fare dei voti

SEMBRA che far voti non sia cosa opportuna. Infatti:
1. A nessuno può giovare privarsi di un bene che Iddio gli ha concesso. Ma uno dei massimi beni concessi all'uomo da Dio è la libertà, di cui ci si priva con la necessità imposta dal voto. Dunque non è opportuno per l'uomo far voto di qualche cosa.
2. Nessuno deve esporsi a pericoli. Ma chi fa un voto si espone a un pericolo: poiché quanto poteva trascurare prima del voto, senza pericolo, ora diviene pericoloso. Da qui le parole di S. Agostino ad Armentario e a Paolina: "Per il fatto che hai emesso il voto, ormai ti sei legato, e non ti è lecito fare diversamente. Se non farai quello che hai promesso, non sarai più nelle condizioni in cui saresti rimasto, se non avessi fatto quel voto. Allora saresti stato meno grande, non già meno buono. Ora invece saresti tanto più miserabile, Dio non voglia, mancando di fedeltà al Signore, quanto saresti più felice adempiendo la promessa". Dunque far voti non è opportuno.
3. L'Apostolo ha scritto: "Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo". Ora, né di Cristo né degli Apostoli si legge che abbiano fatto dei voti. Perciò far voti non è una cosa raccomandabile.

IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge: "Fate voti al Signore Dio nostro, e adempiteli".

RISPONDO: Il voto, come abbiamo visto, è una promessa fatta a Dio. Ora, il motivo per cui si promette una cosa a Dio è diverso da quello per cui si promette a un uomo. All'uomo infatti si promette qualche cosa a sua utilità, ed è per lui vantaggioso e il dono, e la certezza medesima che gli diamo di riceverlo in seguito. Ma la promessa che facciamo a Dio non ha di mira il vantaggio suo, bensì il nostro. Ecco perché S. Agostino nella lettera citata diceva: "Egli è un creditore benevolo non già bisognoso: il quale non arricchisce per il saldo dei suoi crediti, ma che fa arricchire in sé coloro che saldano". E come ciò che diamo a Dio non è vantaggioso per lui, bensì per noi, poiché "quanto gli si rende viene rifuso al debitore", secondo l'espressione di S. Agostino; così la promessa stessa con la quale a Dio facciamo un voto risulta utile non a lui, il quale non ha bisogno della nostra assicurazione, ma a noi; poiché con i voti determiniamo immutabilmente la nostra volontà a cose che è meritorio compiere. Dunque far voti è una cosa giovevole.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come non sminuisce la libertà il non poter peccare, così non la sminuisce la necessità di un volere determinato al bene: il che è evidente nel caso di Dio e dei beati. E tale appunto è la necessità creata dal voto, che ha una certa somiglianza con la confermazione nel bene propria dei beati. Ecco perché S. Agostino afferma che "è una felice necessità quella che costringe al meglio".
2. Quando il pericolo nasce direttamente dal fare una cosa, allora non è opportuno farla: p. es., passare un fiume per un ponte pericolante; ma se il pericolo nasce dal fatto che uno manca di compiere quella data cosa, questa non cessa perciò di essere vantaggiosa. Montare a cavallo, p. es., è vantaggioso, sebbene ci sia il pericolo di cadere da cavallo. Altrimenti bisognerebbe desistere da tutte le opere buone, che per un evento qualsiasi indirettamente possono presentare dei pericoli. Di qui le parole della Scrittura: "Chi bada al vento non semina, e chi osserva le nuvole non miete". Ora, per chi fa un voto il pericolo non viene dal voto stesso, ma dalla colpa dell'interessato, il quale muta il suo volere trasgredendolo. Perciò S. Agostino esorta: "Non ti pentire di aver fatto il voto. Anzi rallegrati perché ormai non ti è più lecito fare quello che ti sarebbe stato lecito a tuo danno".
3. Per Cristo di suo non era opportuno far voti. Sia perché era Dio, sia perché in quanto uomo aveva la volontà già determinata al bene, quale comprensore. Sebbene in maniera simbolica, stando a una Glossa, il salmista dica, parlando in suo nome: "Scioglierò i miei voti dinanzi a quei che lo temono"; però egli qui parla per il suo (mistico) corpo, che è la Chiesa. - Gli Apostoli invece bisogna pensare che abbiano fatto i voti relativi allo stato di perfezione, quando seguirono Cristo "dopo aver abbandonato ogni cosa".

ARTICOLO 5

Se il voto sia un atto di latria, cioè di religione

SEMBRA che il voto non sia un atto di latria, cioè di religione. Infatti:
1. Qualsiasi atto virtuoso può essere materia di voto. Ma promettere una cosa e il farla sembrano appartenere a una medesima virtù. Dunque il voto può appartenere a qualsiasi virtù, e non precisamente alla virtù di religione.
2. Secondo Cicerone codesta virtù ha il compito di "offrire a Dio culto e cerimonie". Ora, chi fa un voto ancora non offre nulla a Dio, ma solo promette. Perciò il voto non è un atto di religione.
3. Il culto della religione non può indirizzarsi che a Dio. Ma i voti non si fanno solo a Dio, bensì anche ai santi e ai prelati, cui i religiosi fanno voto di obbedienza con la loro professione. Quindi il voto non è un atto di religione.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Gli presteranno culto con sacrifici e offerte, e faranno voti al Signore e li adempiranno". Ma prestar culto a Dio è proprio della religione, o latria. Dunque il voto è un atto di religione.

RISPONDO: Come sopra abbiamo spiegato, qualsiasi azione virtuosa può appartenere alla religione, o latria, quale atto imperato, per il fatto che viene ordinata in ossequio a Dio, fine proprio di codesta virtù. Ora, ordinare certi atti al proprio fine appartiene alla virtù che comanda, non a quelle comandate. Perciò l'ordinazione degli atti di qualsiasi virtù a servizio di Dio è atto proprio della religione. Ma da quanto abbiamo detto è evidente che il voto è una promessa fatta a Dio: e la promessa non è altro che un indirizzare le cose promesse a colui al quale si promettono. Dunque il voto è un ordinare le cose di cui uno fa voto al culto, ovvero all'ossequio verso Dio. Perciò è evidente che far voto è un atto di latria, ossia di religione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le cose che sono materia di voto talora son atti di altre virtù, come digiunare e osservare la castità; talora invece sono atti di religione, come offrire sacrifici, o pregare. Tuttavia la promessa fatta a Dio, sia degli uni che degli altri, appartiene alla religione, per il motivo già detto. Perciò è evidente che ci son dei voti i quali appartengono alla religione solo a motivo della promessa fatta a Dio, il che è essenziale nel voto: e ci son voti che le appartengono anche per le cose promesse.
2. Chi promette, in quanto si obbliga a dare, già dà in qualche modo: come si usa dire che vien prodotta una cosa quando ne viene prodotta la causa; poiché l'effetto è già virtualmente nella sua causa. Ecco perché non si ringrazia soltanto chi dà, ma anche chi promette.
3. Il voto si fa soltanto a Dio, però la promessa si può fare anche a un uomo: ma la stessa promessa di un bene fatta a un uomo può essere materia di voto, in quanto si tratta di un'azione virtuosa. Così va inteso il voto che uno fa ai santi, o al suo prelato: cioè nel senso che la promessa fatta ai santi o ai prelati è materialmente oggetto di voto, poiché si fa voto a Dio di adempiere quanto si promette ai santi, o ai prelati.

ARTICOLO 6

Se sia più lodevole e meritorio fare una cosa, senza il voto, o col voto

SEMBRA che sia più lodevole e meritorio fare una cosa senza il voto che col voto. Infatti:
1. S. Prospero afferma: "Dobbiamo fare astinenza e digiunare così da non sottoporci alla necessità di farlo: affinché non ci capiti di farlo non già con devozione, ma contro voglia". Ora, chi emette il voto di digiunare si sottopone alla necessità di farlo. Perciò sarebbe meglio che digiunasse, senza farne il voto.
2. L'Apostolo così scrive ai Corinzi: "Ciascuno (dia) secondo che destinò nel suo cuore, non con rincrescimento, né per forza; poiché ilare donatore ama il Signore". Ma ci son di quelli che fanno con rincrescimento o tristezza le cose che hanno promesso con voto: e ciò pare che sia dovuto alla necessità imposta dal voto, poiché "la necessità è rattristante", come si esprime Aristotele. Perciò è meglio fare una cosa senza il voto che col voto.
3. Il voto è necessario a ben determinare la volontà a quanto si promette, come sopra abbiamo detto. Ma la volontà non può essere meglio determinata a fare una cosa che facendola realmente. Perciò fare una cosa col voto non è meglio che farla senza voto.

IN CONTRARIO: Nel commentare l'esortazione del Salmista, "Fate voti e adempiteli", la Glossa afferma: "Far voti è consigliato alla volontà". Ma il consiglio si dà soltanto di un bene migliore. Perciò è cosa migliore compiere un'azione per un voto fatto, che farla senza il voto: poiché chi la fa senza il voto ottempera a un consiglio soltanto, cioè a quello di compierla; mentre chi la fa col voto osserva due consigli, e cioè quello di far voti e quello di adempierli.

RISPONDO: Compiere un'azione col voto è cosa migliore e più meritoria che compierla senza voto, per tre motivi. Primo, perché fare un voto è, come abbiamo visto, un atto di latria, che è la prima delle virtù morali. E l'atto di una virtù superiore è migliore e più meritorio. E quindi gli atti di una virtù inferiore sono migliori e più meritori per il fatto che vengono comandati da una virtù superiore, di cui diventano così altrettante operazioni: in tal modo gli atti di fede e di speranza diventano migliori, se vengono comandati dalla carità. Perciò gli atti delle altre virtù morali, come p. es., il digiunare, che è un atto dell'astinenza, e l'osservare la continenza, che è un atto della castità, sono migliori e più meritori se compiuti per voto; perché così appartengono al culto divino, come altrettanti sacrifici fatti a Dio. Ecco perché S. Agostino insegna, che "la verginità stessa è onorata non perché è la verginità, ma perché è consacrata a Dio, ed è alimentata e custodita dalla continenza dettata dalla pietà".
Secondo, chi fa voto di qualche cosa e poi la compie sottomette se stesso a Dio più di chi la compie soltanto. Egli infatti si sottomette a Dio non solo per l'atto, ma per la stessa facoltà, poiché in seguito non può fare diversamente: chi, p. es., desse a un uomo un albero assieme ai suoi frutti, darebbe di più di chi desse soltanto i frutti, come scrive S. Anselmo. Ed ecco perché si ringraziano, come abbiamo detto, anche coloro che promettono.
Terzo, perché col voto la volontà si determina al bene stabilmente. Ora, come il Filosofo insegna, fare una cosa con la volontà confermata nel bene è un elemento che rientra nella perfezione della virtù: come del resto l'ostinazione della volontà aggrava la colpa, e ne fa un peccato contro lo Spirito Santo, come sopra abbiamo visto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La frase di S. Prospero va riferita alla necessità di coazione, che causa un atto involontario ed elimina la devozione. A ragione perciò egli dice: "Affinché non ci capiti di farlo non già con devozione, ma contro voglia". Invece la necessità del voto dipende dall'immutabilità del volere: e quindi il voto rafforza la volontà e accresce la devozione. Perciò l'argomento non regge.
2. La necessità dovuta alla costrizione, essendo contraria alla volontà, causa tristezza, come nota il Filosofo. Ma la necessità imposta dal voto non causa tristezza bensì gioia in coloro che sono ben disposti, poiché rafforza la volontà. Di qui le parole di S. Agostino ad Armentario e Paolina: "Non ti pentire di aver fatto il voto: anzi rallegrati perché ormai non ti è più lecito fare quello che sarebbe stato lecito a tuo danno".
Tuttavia se l'opera promessa in sé considerata dovesse risultare penosa e contraria alla volontà dopo il voto, pur restando fermo il volere di adempierlo, l'atto sarebbe ancora più meritorio che se fosse compiuto senza il voto: poiché l'adempimento di un voto è un atto di religione, la quale è una virtù superiore all'astinenza, cui appartiene l'atto del digiunare.
3. Chi compie una cosa, senza averne fatto voto, ha il volere determinato rispetto all'atto singolo che compie, e al momento di compierlo: ma il suo volere non rimane ben determinato per il futuro, come quello di chi ha fatto un voto, obbligando la propria volontà a compiere una data cosa, sia prima di fare quell'atto singolo, sia forse a ripeterlo più volte.

ARTICOLO 7

Se i voti diventino solenni con il conferimento degli ordini sacri, e la professione di una regola determinata

SEMBRA che i voti non diventino solenni con il conferimento degli ordini sacri e la professione di una regola determinata. Infatti:
1. Come abbiamo già visto, il voto è una promessa fatta a Dio. Ora, le cose che si compiono esteriormente, e che danno solennità all'atto, non interessano Dio, ma gli uomini. Esse quindi sono elementi accidentali del voto. Perciò solennità di tal genere non possono essere condizioni proprie del voto.
2. Un elemento che incide sulla struttura di un genere di cose deve potersi attribuire a tutta la serie di cui esso si compone. Ora, molte sono le opere che possono essere materia di voto e che tuttavia non riguardano né l'ordine sacro, né una regola determinata: p. es., il voto di fare un pellegrinaggio. Dunque la solennità relativa al conferimento degli ordini sacri e alla professione di una regola determinata non incide sulla natura del voto.
3. Dire voto solenne è come dire voto pubblico. Ma in pubblico si possono fare molti altri voti, oltre quello che si emette nel ricevere gli ordini sacri e nel professare una data regola. Anzi questi ultimi possono farsi anche in forma privata. Perciò codesti voti non sono gli unici voti solenni.

IN CONTRARIO: Questi voti soltanto impediscono il matrimonio e dirimono il matrimonio già contratto; e ciò è effetto dei voti solenni, come vedremo nella Terza Parte.

RISPONDO: Ciascuna cosa riceve la solennità che la sua natura richiede: altra infatti è la solennità riservata al giuramento delle nuove reclute della milizia, consistente in schieramenti e apparati di cavalli, di armi e di soldati; e altra è la solennità delle nozze, che consiste nell'apparato degli sposi e nel convegno dei loro familiari. Ora, il voto è una promessa fatta a Dio. Perciò la solennità dei voti va riscontrata in qualche cosa di spirituale riguardante Dio: e cioè in una spirituale benedizione, o consacrazione, che per istituzione apostolica viene impartita nella professione di una regola determinata, e che a detta di Dionigi viene immediatamente dopo il conferimento degli ordini sacri.
E la ragione di ciò sta nel fatto che le solennità non vengono accordate, se non quando uno si dedica totalmente a un dato compito: così non si hanno le solennità delle nozze se non nella celebrazione del matrimonio, quando ciascuno dei coniugi consegna all'altro il dominio sul proprio corpo. Parimente, si ha la solennità del voto quando uno col ricevere gli ordini sacri viene applicato al ministero sacro; oppure quando, con la professione di una regola determinata, entra nello stato di perfezione mediante la rinunzia al mondo e alla propria volontà.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La solennità di cui parliamo non riguarda soltanto gli uomini, ma Dio, in quanto implica una consacrazione o una benedizione spirituale, di cui Dio è causa, anche se l'uomo funge da ministro; poiché sta scritto: "Invocheranno il mio nome sui figli d'Israele, ed io li benedirò". Per questo i voti solenni hanno presso Dio un'obbligatorietà più grave dei voti semplici; e pecca più gravemente chi li trasgredisce. - L'affermazione poi, che "il voto semplice non obbliga presso Dio meno di quello solenne", va intesa nel senso che i trasgressori sia dell'uno che dell'altro peccano mortalmente.
2. La solennità viene riservata per consuetudine non ad azioni singole, ma all'ingresso in un nuovo stato, come sopra abbiamo detto. Perciò quando oggetto del voto sono azioni particolari, come un pellegrinaggio o un digiuno, a codesto voto non va attribuita nessuna solennità: ma questa va riservata al voto col quale uno si dedica totalmente al ministero ovvero al servizio di Dio; il quale voto, nella sua universalità, abbraccia molte opere particolari.
3. Per il fatto che sono emessi in pubblico i voti possono avere una certa solennità umana; non già quella spirituale e divina, come i voti ricordati, anche se emessi dinanzi a poche persone. Perciò una cosa sono i voti pubblici e un'altra i voti solenni.

ARTICOLO 8

Se le persone sottoposte al potere di altri siano impedite dal far voti

SEMBRA che le persone sottoposte al potere di altri non siano impedite dal far voti. Infatti:
1. Un vincolo minore deve cedere a un vincolo superiore. Ora, l'obbligo per cui una persona è sottoposta a un uomo è un vincolo inferiore al voto, per cui essa si obbliga verso Dio. Perciò coloro che sono sottoposti all'altrui potere non sono impediti dal far voti.
2. I figli sono soggetti al potere del padre. Eppure essi possono professare in una data religione anche contro la volontà dei genitori. Dunque uno non è impedito dal far voti per il fatto che è sottoposto all'altrui potere.
3. Fare è più che promettere. Ma i religiosi sottoposti al potere dei loro prelati possono, senza permesso, fare determinate cose: e cioè dire dei Salmi, o fare delle astinenze. A maggior ragione, quindi, essi possono promettere a Dio codeste cose facendone voto.
4. Chiunque faccia quello che non può fare, commette peccato. Ora, i sottoposti nel far voti non peccano: poiché non c'è mai stata una proibizione del genere. Dunque secondo il diritto essi possono fare dei voti.

IN CONTRARIO: Nei Numeri viene comandato che, "se una donna ha fatto voto di qualche cosa, e vive tuttora in casa del padre in età di fanciulla", non è tenuta al voto, se suo padre non vi consente. E lo stesso si dice per la donna sposata. Quindi per gli stessi motivi neppure le altre persone soggette all'altrui potere possono obbligarsi con voto.

RISPONDO: Il voto, come abbiamo detto, è una promessa fatta a Dio. Ora, nessuno può obbligarsi stabilmente a una cosa che è soggetta al potere di un altro, ma solo a quanto ricade in suo potere. Ma chi è sottoposto a un altro, rispetto alle cose in cui è sottoposto non ha facoltà di fare ciò che vuole, ma dipende dal volere altrui. Quindi non può obbligarsi stabilmente con un voto a cose in cui dipende da un altro, senza il consenso del proprio superiore.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come sopra abbiamo visto, la promessa che si fa a Dio non può avere per oggetto che atti virtuosi. Ma che un uomo offra a Dio cose che appartengono a un altro è un atto contrario alla virtù, come sopra abbiamo notato. Perciò non può sussistere il voto, quando un sottoposto promette ciò che ricade sotto il dominio di un altro, a meno che non lo faccia condizionandolo al suo consenso.
2. Giunto agli anni della pubertà un uomo di libera condizione può disporre di se stesso nelle cose che riguardano la sua persona: e quindi con voto può obbligarsi alla vita religiosa, o a contrarre matrimonio. Ma egli non può disporre liberamente dell'economia domestica. E quindi in questo campo non può far voti, valevoli senza il consenso paterno. - Lo schiavo invece, essendo sotto il dominio del padrone anche per le azioni strettamente personali, non può obbligarsi con voto alla vita religiosa, con la quale verrebbe a sottrarsi al dominio del padrone.
3. Il religioso dipende nell'operare dal suo prelato, secondo le norme di una data regola. Perciò anche se momentaneamente egli può fare altre cose, quando non viene occupato dal suo superiore, non può avere nessuna stabilità un voto da lui fatto, senza il consenso del superiore: perché non c'è un momento in cui non possa essere dal superiore impiegato in qualche cosa. Così non è valevole il voto di una figliuola di famiglia senza l'approvazione del padre; né quello della moglie, senza l'assenso del marito.
4. Sebbene il voto di coloro che sono sottoposti all'altrui potere non sia valevole, senza l'approvazione dei loro superiori, essi tuttavia non peccano facendo il voto: poiché in codesto atto è sottintesa la condizione richiesta, e cioè se sarà gradito ai superiori, o non vi faranno opposizione.

ARTICOLO 9

Se i fanciulli possano obbligarsi con voto a entrare in religione

SEMBRA che i fanciulli non possano obbligarsi con voto a entrare in religione. Infatti:
1. Richiedendosi per il voto la deliberazione dell'animo, far voti appartiene solo a coloro che hanno l'uso di ragione. Ma questo manca nei fanciulli, come nei dementi e nei pazzi furiosi. Perciò, come non possono obbligarsi a un voto dementi e pazzi furiosi, così è evidente che non possono obbligarsi con voto a entrare in religione i fanciulli.
2. Ciò che viene fatto legittimamente da una persona non può essere invalidato da un'altra. Invece il voto di entrare in religione fatto da un fanciullo o da una bambina prima della pubertà può essere revocato dai genitori; o dal tutore, secondo i canoni. Dunque un fanciullo, o una fanciulla prima di quattordici anni non può fare dei voti validi.
3. Secondo la Regola di S. Benedetto e le norme di Innocenzo IV, a coloro che entrano in religione si concede un anno di esperimento, affinché la prova preceda sempre l'obbligo del voto. Perciò non è lecito che i fanciulli si leghino alla religione prima dell'anno di prova.

IN CONTRARIO: Ciò che è fatto abusivamente è invalido, anche se non è revocato da nessuno. Invece secondo i canoni il voto fatto da una bambina prima degli anni della pubertà è valido, se entro un anno non viene revocato dai genitori. Dunque i fanciulli possono lecitamente e validamente obbligarsi a entrare in religione anche prima della pubertà.

RISPONDO: Come abbiamo già notato, il voto è di due specie: cioè semplice e solenne. E poiché la solennità del voto consiste in una benedizione, e consacrazione spirituale amministrata dalla Chiesa, la solennità dei voti dipende dalle disposizioni di quest'ultima. Il voto semplice invece riceve la sua efficacia dalla deliberazione dell'animo, con la quale uno intende obbligarsi. Che poi tale obbligazione non abbia valore può capitare per due motivi. Primo, per una menomazione dell'uso di ragione, come avviene nei deficienti, i quali non possono obbligarsi a nulla nei loro eccessi di follia. Secondo, perché chi fa il voto è sottoposto al potere di altri, come sopra abbiamo visto. Ora, nei fanciulli che non hanno raggiunto gli anni della pubertà si trovano riunite queste due cose: poiché ordinariamente non hanno il pieno uso della ragione, e per natura sono soggetti alla cura dei genitori, o dei tutori che ne fanno le veci. Perciò i loro voti sono inefficaci per due motivi. - La natura però non è sottoposta alle leggi umane, e quindi capitano dei fanciulli, sebbene pochi, nei quali l'uso di ragione è anticipato, e per questo si dice che son capaci di malizia. Ma non per questo essi sono esenti dalla cura dei genitori, la quale segue la legge umana che si adatta ai casi più frequenti.
Perciò si deve concludere che se il ragazzo, o la bambina, prima della pubertà è privo dell'uso di ragione, in nessun modo può obbligarsi con voto a qualche cosa. Se invece ha raggiunto l'uso della ragione, per quanto dipende da lui, può obbligarsi; ma il suo voto può essere invalidato dai genitori, ai quali rimane soggetto. Ma per quanto sia capace di malizia, prima della pubertà non può obbligarsi con i voti solenni alla vita religiosa, per le leggi della Chiesa, le quali stanno ai casi più frequenti. - Invece dopo gli anni della pubertà i ragazzi possono legarsi alla vita religiosa, sia con i voti semplici che con i voti solenni, indipendentemente dalla volontà dei genitori.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento addotto vale per i fanciulli che non hanno ancora raggiunto l'uso di ragione: i loro voti infatti sono invalidi, come abbiamo spiegato.
2. I voti di coloro che sono sotto il potere di altri, sono legati a una condizione e cioè valgono a patto che non siano invalidati dai superiori; e questa condizione li rende leciti, come abbiamo visto, e anche validi, se la condizione regge.
3. L'ultimo argomento vale per i voti solenni, che vengono fatti con la professione.

ARTICOLO 10

Se il voto possa essere dispensato

SEMBRA che il voto non si possa dispensare. Infatti:
1. Commutare un voto è meno che dispensarlo. Eppure il voto non si può commutare; poiché sta scritto: "Se uno avrà fatto voto di un animale che può essere immolato al Signore, ormai esso è cosa santa, e non può essere cambiato né in meglio né in peggio". Dunque meno che mai un voto si potrà dispensare.

2. Nelle norme di legge naturale e nei precetti di Dio non si può avere la dispensa da un uomo: specialmente poi nei precetti della prima tavola, che sono ordinati direttamente all'amore di Dio, fine ultimo dei precetti. Ma l'adempimento dei voti è una norma di legge naturale, nonché un precetto della legge divina, com'è evidente da quanto abbiamo spiegato; e appartiene ai precetti della prima tavola, essendo un atto di latria. Perciò i voti non si possono dispensare.
3. L'obbligo del voto si fonda sul dovere di fedeltà che l'uomo ha verso Dio, come sopra abbiamo detto. Ma in questo nessuno può dispensare. Dunque neppure dal voto.

IN CONTRARIO: Ciò che emana dalla volontà collettiva si presenta come più stabile di quanto emana dalla volontà di una persona singola. Ora, un uomo può dispensare le leggi, che devono la loro forza alla volontà collettiva. Perciò è evidente che egli può dispensare anche i voti.

RISPONDO: La dispensa di un voto va concepita come le dispense che si concedono nell'osservanza di una legge. Ora, la legge come sopra abbiamo visto, vien data in considerazione di quanto è bene nella maggior parte dei casi: ma siccome capitano dei casi in cui ciò non è bene, è necessario che qualcuno possa determinare, in quel caso particolare, che la legge non va osservata. E questo propriamente significa dispensare una legge: poiché la dispensa si presenta come una distribuzione fatta a misura, o come l'applicazione di un dato universale ai soggetti che abbraccia, e in tal senso si dice che uno dispensa il cibo ai membri di una famiglia.
Parimente, colui che fa un voto in qualche modo impone a se stesso una legge, obbligandosi a qualche cosa che nella maggior parte dei casi è un bene. Ma in certi casi può capitare che ciò si risolva in un male, e in qualche cosa d'inutile e d'incompatibile con un bene maggiore: il che distrugge le condizioni essenziali, da noi sopra indicate, perché una cosa sia materia di voto. Perciò in questi casi è necessario poter determinare che il voto non va osservato. E se viene determinato che un voto non va osservato assolutamente, si ha la dispensa del voto. Se invece viene imposta qualche altra cosa in sostituzione di quanto si doveva compiere, si ha la commutazione. Perciò la commutazione è meno della dispensa del voto. Tuttavia l'una e l'altra facoltà è rimessa all'autorità della Chiesa.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'animale atto all'immolazione, dal momento che veniva votato a Dio, era considerato sacro, perché destinato al culto: e questo era il motivo per cui non si poteva commutare; come del resto anche ora non si può commutare in meglio o in peggio una cosa votata e già consacrata, p. es., un calice o un edificio. Invece un animale che non si poteva sacrificare, perché non atto all'immolazione, si poteva e si doveva redimere, secondo le prescrizioni della legge. E anche adesso si possono commutare i voti, se non c'è stata consacrazione.
2. Come per legge naturale e per legge divina un uomo è tenuto ad adempiere il voto, così per codeste leggi è tenuto ad ubbidire alla legge e ai comandi dei superiori. E anche quando uno vien dispensato da una legge umana, ciò non si fa per non ubbidire a codesta legge, il che sarebbe contro la legge di natura e i precetti di Dio; ma si fa perché quanto era legge, non sia più legge in questo caso particolare. Così quando per l'autorità di un superiore si dispensa un voto, avviene che quanto era oggetto di voto non ricada più sotto il voto; poiché vien determinato, nel caso, che quella non è materia adatta per il voto. Perciò quando un prelato della Chiesa dispensa un voto, non dispensa il precetto di diritto naturale o divino: ma solo determina meglio quanto cadeva sotto l'obbligazione di una deliberazione umana, la quale non era in grado di prevedere tutte le circostanze.
3. La fedeltà verso Dio non esige che uno col suo voto faccia quello che è intrinsecamente male, o una cosa inutile, oppure incompatibile con un bene superiore: e a questo appunto provvede la dispensa. Perciò la dispensa del voto non è in contrasto con la fedeltà a Dio dovuta.

ARTICOLO 11

Se il voto solenne di castità possa essere dispensato

SEMBRA che il voto solenne di castità possa essere dispensato. Infatti:
1. Uno dei motivi per la dispensa di un voto si ha, come abbiamo detto, nell'ipotesi che sia di ostacolo a un bene superiore. Ora, il voto di castità, anche se solenne, può essere di ostacolo a un bene più grande. Infatti "il bene comune è più divino del bene di un individuo". Ma può capitare che la continenza di una persona impedisca il bene di tutta una collettività, quando col matrimonio di persone che han fatto voto di castità si potrebbe assicurare la pace alla patria. Dunque è evidente che il voto solenne di castità si può dispensare.
2. La religione è una virtù più nobile della castità. Ma se uno fa voto di compiere qualche atto di latria, come offrire un sacrificio a Dio, può essere dispensato. A maggior ragione, quindi, si può essere dispensati dal voto di castità.
3. L'osservanza del voto di castità può risolversi in un pericolo per la persona, come l'osservanza del voto di astinenza. Ma il voto di fare astinenza può essere dispensato, se costituisce un pericolo per la salute fisica di chi l'ha fatto. Dunque per lo stesso motivo uno può essere dispensato dal voto di castità.
4. La professione religiosa, da cui i voti ricevono la loro solennità, abbraccia sia il voto di castità, sia quelli di povertà e di obbedienza. Ora, nei voti di povertà e di obbedienza si può dispensare: com'è evidente nel caso di coloro che vengono assunti all'episcopato dopo la professione. È chiaro, quindi, che anche il voto solenne di castità può essere dispensato.

IN CONTRARIO: 1. Sta scritto: "Non c'è peso che valga un'anima casta".
2. Nelle Decretali si legge: "La rinunzia alla proprietà, come la custodia della castità, è così connessa con la regola monastica, che contro di essa non può dispensare neppure il Sommo Pontefice".

RISPONDO: Nel voto solenne di castità si possono considerare tre cose: primo, la materia del voto, e cioè la continenza stessa; secondo, la perpetuità del voto, per cui uno si obbliga all'osservanza perpetua della castità; terzo, la solennità del voto. Ci sono, dunque, alcuni i quali dicono che il voto solenne è indispensabile a motivo della castità medesima, la quale non ammette comparazioni, come dice il testo citato dalla Scrittura. E la ragione di ciò alcuni la trovano nel fatto che mediante la castità l'uomo trionfa del suo nemico domestico: oppure nel fatto che mediante la castità l'uomo si modella perfettamente su Cristo nella purezza dell'anima e del corpo. - Ma questo non persuade. Poiché i beni dell'anima, come la contemplazione e la preghiera, sono molto superiori ai beni del corpo; e ci rendono più simili a Dio: e tuttavia si può essere dispensati dal voto di pregare e di contemplare. Perciò il motivo dell'impossibilità di dispensare il voto di castità non si può trovare nella considerazione della sola dignità della continenza. Specialmente se pensiamo che l'Apostolo esorta alla castità in vista della contemplazione, notando che "la donna non sposata pensa alle cose di Dio". Ora, il fine è sempre superiore ai mezzi.
Perciò altri danno come motivo dell'indispensabilità suddetta la perpetuità e l'universalità di questo voto. Essi dicono infatti che il voto di castità non si può tralasciare che con atti del tutto contrari: il che non è lecito in nessun voto. - Ma ciò è falso in maniera patente. Poiché come usare la copula carnale è contrario alla castità, così mangiare carne o bere vino è contrario all'astinenza da codesti cibi o bevande: eppure in codesti voti si dispensa.
Ecco perché alcuni pensano che il voto solenne di castità si possa dispensare per una utilità o necessità pubblica: com'è evidente nell'esempio adottato della paciflcazione dei popoli mediante un contratto di matrimonio.
Ma poiché la decretale sopra citata dice espressamente che il Sommo Pontefice non può concedere a un monaco la dispensa dalla castità, si deve rispondere diversamente: ricordando, come abbiamo fatto sopra, e come è detto nel Levitico, che le cose una volta consacrate al Signore, non possono essere adibite ad altri usi. Ora, un prelato della Chiesa non può fare che quanto è stato consacrato perda la sua consacrazione, anche se si tratta di cose inanimate: così un calice consacrato non cessa di essere consacrato, se rimane intero. Perciò meno che mai un prelato può far sì che un uomo consacrato a Dio per tutta la vita cessi di essere consacrato. Ebbene, la solennità dei voti consiste appunto in una consacrazione o benedizione di chi li emette, come sopra abbiamo detto. E quindi non è possibile che un prelato della Chiesa faccia sì che un professo solenne cessi dalla sua consacrazione, oppure che chi è sacerdote cessi dall'essere sacerdote: sebbene il prelato per certi motivi possa proibire l'esercizio dell'ordine. Per lo stesso motivo, il Papa non può fare che uno il quale abbia professato in una religione non sia religioso: sebbene alcuni giuristi per ignoranza dicano il contrario.
Perciò bisogna vedere se la castità sia connessa essenzialmente con la solennità del voto: perché se non è connessa essenzialmente, può rimanere la solennità della consacrazione, senza l'obbligo della continenza; il che è impossibile, se è connessa con quanto costituisce il voto solenne.
L'obbligo della continenza, invero, non è connesso con l'ordine sacro in maniera essenziale, ma per una disposizione della Chiesa. E quindi la Chiesa potrebbe dispensare dal voto di castità reso solenne dal conferimento dell'ordine sacro. - Ma l'obbligo della continenza è essenziale per lo stato religioso, col quale si rinunzia al secolo, per dedicarsi totalmente al servizio di Dio; e ciò è incompatibile col matrimonio, nel quale incombe la necessità di provvedere alla moglie, alla prole, alla famiglia e a tutte le cose che per questo si richiedono. Ecco perché l'Apostolo scriveva, che "chi è sposato pensa alle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e resta diviso". Infatti il termine monaco deriva (da μονος uno, cioè) dall'unità, in opposizione alla divisione suddetta. Perciò nei voti resi solenni dalla professione religiosa la Chiesa non può dispensare; e la decretale ne dà la ragione, dicendo che "la castità è connessa con la regola monastica".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ai pericoli che incombono sulle cose umane si deve provvedere con le cose umane: non già degradando le cose divine ad usi umani. Ora, coloro che hanno professato una religione sono morti al mondo e vivono per Dio. Essi quindi per nessun motivo devono essere ricondotti alla vita umana.
2. Il voto temporaneo di castità può essere dispensato, come il voto temporaneo di dedicarsi alla preghiera e all'astinenza. Ma l'indispensabilità del voto di castità reso solenne dalla professione non dipende dalla natura degli atti relativi, bensì dal fatto che questi diventano atti di latria con la professione religiosa.
3. Il vitto è ordinato direttamente alla conservazione della persona: e quindi l'astinenza può diventare direttamente un pericolo personale. Ecco perché il voto dell'astinenza può essere dispensato. Ma il coito non è ordinato direttamente alla conservazione della persona, bensì a quella della specie. Quindi l'astenersi da esso non costituisce un pericolo personale. E se lo fosse in maniera indiretta, si potrebbe provvedere diversamente: cioè con l'astinenza, o con altri rimedi corporali.
4. Il religioso che è fatto vescovo, come non è dispensato dal voto di castità, così non lo è neppure da quello di povertà: poiché egli non deve amministrare i beni come cose proprie, ma come beni comuni della Chiesa. Parimente non è dispensato dal voto di obbedienza, ma solo per accidens non è tenuto a ubbidire, se non ha un superiore; lo stesso vale per l'abate di un monastero, che pure non è sciolto dal voto di obbedienza.
5. Il testo dell'Ecclesiastico, riportato nell'argomento in contrario, va spiegato nel senso che né la fecondità della carne, né altri beni materiali sono da paragonarsi alla continenza, la quale è posta tra i beni dell'anima, come insegna S. Agostino. Ecco perché si dice espressamente: "un'anima casta", e non "una carne casta".

ARTICOLO 12

Se per commutare, o dispensare i voti si richieda l'autorità di un superiore ecclesiastico

SEMBRA che per commutare, o per dispensare i voti non si richieda l'autorità di un superiore ecclesiastico. Infatti:
1. Uno può entrare in religione senza ricorrere all'autorità del suo superiore ecclesiastico. Ora, con l'entrata in religione si viene dispensati da tutti i voti fatti nel secolo, compreso quello di andare in Terra Santa. Dunque la commutazione, o la dispensa dei voti si può avere senza l'autorità dei superiori ecclesiastici.
2. La dispensa di un voto consiste nel determinare quando nei singoli casi il voto non dev'essere osservato. Ma se il prelato determina malamente, l'interessato non sembra per questo dispensato dal voto: poiché nessun prelato può dispensare dal precetto divino che impone l'adempimento dei voti, come sopra abbiamo notato. Parimente, se uno di propria autorità determina giustamente che un voto non va osservato, non pare che vi sia tenuto: poiché il voto, come abbiamo visto sopra, non obbliga nel caso in cui porta a delle cattive conseguenze. Perciò la dispensa dei voti non richiede l'autorità di un superiore ecclesiastico.
3. Se la dispensa dei voti fosse una facoltà dei superiori ecclesiastici, tutti costoro potrebbero esercitarla ugualmente. Ma non tutti hanno la facoltà di dispensare da qualsiasi voto. Dunque la facoltà di dispensare i voti non appartiene ai superiori ecclesiastici.

IN CONTRARIO: Il voto, come la legge, obbliga a compiere determinate cose. Ora, per dispensare dai precetti della legge si richiede l'autorità dei superiori, come sopra abbiamo dimostrato. Dunque per lo stesso motivo essa si richiede anche per la dispensa dei voti.

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, il voto è una promessa fatta a Dio di qualche cosa che egli gradisce. Ma il gradimento dipende dall'arbitrio di colui al quale è fatta la promessa. Ora, il superiore nella Chiesa fa le veci di Dio. Ecco perché nella commutazione e nella dispensa dei voti si richiede l'autorità dei superiori ecclesiastici, che in persona di Dio determinano che cosa gli è gradito, secondo le parole di S. Paolo: "Anch'io ho usato indulgenza a vostro favore in persona di Cristo". E intenzionalmente è detto "a vostro favore"; poiché ogni dispensa che si richiede all'autorità ecclesiastica dev'essere concessa per dare onore a Cristo, nel cui nome si dà la dispensa, oppure per utilità della Chiesa che è il corpo (mistico) di lui.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli altri voti riguardano tutti delle opere particolari: invece nella religione l'uomo consacra a Dio tutta la vita. Ora, le cose particolari sono incluse nell'universale. Ecco perché nelle Decretali si legge, che "non si considera reo di violazione di un voto colui che cambia un servizio temporaneo nella perpetua osservanza della vita religiosa". Costui poi, entrando in religione, non è tenuto ad adempiere i voti fatti nel secolo, relativi a digiuni, preghiere, o altre cose del genere: perché entrando in religione è morto alla vita precedente; e anche perché le osservanze particolari non quadrano con la vita regolare; inoltre il peso di quest'ultima è già abbastanza grave per un uomo, e quindi non è necessario aggiungere altro.
2. Alcuni hanno affermato che i prelati possono dispensare i voti a capriccio, poiché qualsiasi voto è implicitamente condizionato alla volontà del superiore ecclesiastico; cioè come nei voti dei dipendenti, ossia dei figli e degli schiavi, di cui abbiamo già parlato, e nei quali va sottintesa la condizione: "se è contento o non farà opposizione, il babbo, o il padrone". E in tal caso un suddito potrebbe trascurare il voto, senza rimorsi di coscienza, ogni qual volta il superiore lo volesse.
Ma codesta tesi si fonda sul falso. Poiché il potere spirituale del prelato, il quale non è padrone ma amministratore, essendo dato, a detta di S. Paolo, "per edificare e non per distruggere", come non dà al superiore ecclesiastico la facoltà di comandare ciò che dispiace a Dio, cioè i peccati, così non dà facoltà di proibire cose che per se stesse a Dio sono accette, cioè le opere virtuose. E quindi uno può farne voto incondizionatamente.
Tuttavia spetta al superiore ecclesiastico giudicare quello che è più virtuoso e più accetto a Dio. Ecco perché nei casi evidenti la dispensa (abusiva) del prelato non scuserebbe dalla colpa: p. es., se il prelato dispensasse uno dal voto di entrare in religione, senza una causa apparente che lo impedisca. Se invece ci fosse una causa apparente, che per lo meno può lasciare in dubbio la cosa, si può stare al giudizio del superiore ecclesiastico che dà la dispensa o la commutazione. Invece uno non può rimettersi al proprio giudizio, poiché egli non fa le veci di Dio: salvo il caso in cui la cosa promessa col voto risultasse manifestamente illecita, e non ci fosse il modo di ricorrere al superiore.
3. Il Sommo Pontefice, per il fatto che in tutto fa le veci di Cristo nella Chiesa intera, ha la pienezza dei poteri nel dispensare da tutti i voti dispensabili. Invece ai prelati inferiori la facoltà di dispensare è accordata per quei voti che si fanno ordinariamente e che di frequente han bisogno di dispense, in modo che gli uomini facilmente possano trovare a chi ricorrere: tali sono i voti di pellegrinaggi, di digiuni, e simili. Invece i voti più importanti, come il voto di (perpetua) castità e del pellegrinaggio in Terra Santa sono riservati al Sommo Pontefice.