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Questione
81
La
religione
Ed eccoci a trattare di ciascuna di codeste virtù, per quanto lo
esige il nostro programma. Primo, della virtù di religione; secondo,
della pietà; terzo, dell'osservanza; quarto, della gratitudine;
quinto, della vendetta; sesto, della veracità; settimo, dell'amicizia;
ottavo, della liberalità; nono, dell'epicheia. Delle altre virtù ricordate
nella questione precedente abbiamo già parlato: in parte nel
trattato sulla carità, e cioè della concordia e virtù affini; e in parte
in questo trattato sulla giustizia, p. es., della buona commutazione
e dell'innocenza. Della virtù invece che prepara buone leggi abbiamo
parlato nel trattato sulla prudenza.
Nella virtù di religione dobbiamo studiare distintamente tre cose:
primo, la religione in se stessa; secondo, i suoi atti; terzo, i vizi contrari.
Sul primo argomento si propongono otto quesiti: 1. Se la religione
si limiti ai soli rapporti con Dio; 2. Se la religione sia una
virtù; 3. Se la religione sia una virtù unica; 4. Se sia una virtù
specificamente distinta; 5. Se sia una virtù teologale ; 6. Se sia da
preferirsi alle altre virtù morali; 7. Se la religione abbia atti esterni;
8. Se la religione si identifichi con la santità.
ARTICOLO
1
Se la religione si limiti a ordinare i rapporti dell'uomo con Dio
SEMBRA che la religione non si limiti a ordinare i rapporti dell'uomo
con Dio. Infatti:
1. S. Giacomo ha scritto:
"La religione pura e immacolata agli
occhi di Dio e del Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove
nelle loro tribolazioni e conservarsi puro da questo mondo". Ma
visitare gli orfani e le vedove sono atti che dicono ordine al prossimo;
e il "conservarsi puro da questo mondo" si riferisce all'ordine
che l'uomo deve avere in se stesso. Dunque la religione non
si limita a ordinare i rapporti con Dio.
2. S. Agostino insegna:
"Secondo l'uso volgare latino, non solo
tra gli ignoranti, ma anche tra le persone fini e istruite, si parla
di religioso ossequio verso i consanguinei, gli affini e i vicini. Perciò
con queste parole non si può evitare l'ambiguità quando si tratta
del culto divino, in modo da poter dire che la religione non è altro
che il culto di Dio". Perciò la religione non s'intende solo in ordine
a Dio, ma anche in ordine al prossimo.
3. La religione include la latria. Ora, a detta di S. Agostino,
"la
latria significa servitù". Dobbiamo però essere servi non soltanto
di Dio, ma anche del prossimo, secondo le parole di S. Paolo: "Procurate
per mezzo della carità di essere servi gli uni degli altri". - Dunque
la religione implica ordine anche verso il prossimo.
4. Alla religione appartiene il culto. Ora, non si coltiva soltanto
Dio, ma anche il prossimo, secondo l'espressione di Catone: "Abbi
cura (cole) dei genitori". Perciò la religione non ordina soltanto
a Dio, ma anche al prossimo.
5. Tutti coloro che sono
sulla via della salvezza vivono sottomessi
a Dio. Ora, non tutti quelli che sono sulla via della salvezza vengono
denominati religiosi, ma solo quelle persone che si sono obbligate
a certi voti e a certe osservanze, sottomettendosi a determinati
uomini. Dunque la religione non implica una sottomissione dell'uomo a Dio.
IN CONTRARIO: Cicerone insegna, che
"la religione è la virtù che
offre a una natura di ordine superiore, che chiamiamo divina, i doveri
di culto".
RISPONDO: Come scrive S. Isidoro nelle sue Etimologie,
"a detta
di Cicerone, religioso, da religione, è colui che torna spesso a trattare
e come a rileggere le cose relative al culto di Dio". Cosicché
religione par che derivi da relegere, cioè dal ripetere cose attinenti
al culto; poiché codeste cose vanno considerate di frequente, secondo
le parole della Scrittura: "Pensa a lui in tutti i tuoi passi". -
Tuttavia religione si può anche far derivare, come fa S. Agostino,
dal fatto che "siamo tenuti a rieleggere Dio, che con la negligenza
avevamo abbandonato". - Oppure si può far derivare da religare,
cioè da legare strettamente; infatti S. Agostino scriveva: "La religione
ci leghi all'unico onnipotente Dio".
Ebbene, sia che religione derivi dalla frequente considerazione,
oppure da una rinnovata elezione, o da un rinnovato legame, questa
virtù propriamente dice ordine a Dio. Egli infatti è colui al
quale principalmente dobbiamo legarci come a un principio indefettibile;
e verso cui dobbiamo dirigere di continuo la nostra elezione,
come ad ultimo fine; è colui che perdiamo con la negligenza
del peccato, e che dobbiamo ricuperare credendo e prestando la nostra fede.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La religione ha due serie di atti.
Alcuni propri ed immediati, che vengono emessi direttamente, e
che ordinano l'uomo a Dio soltanto: come il sacrificio, l'adorazione
e altre cose del genere. Altri invece li produce mediante le virtù
cui essa comanda, ordinandoli all'onore di Dio: poiché la virtù che
ha per oggetto il fine comanda alle virtù che hanno per oggetto i
mezzi ad esso ordinati. Ecco perché "visitare gli orfani e le vedove
nelle loro tribolazioni", che è un atto di misericordia, è considerato
come un atto di religione; parimente "conservarsi puro da
questo mondo" appartiene alla religione come atto imperato, mentre
come atto elicito appartiene alla temperanza o ad altre virtù di questo genere.
2. Si parla di religione per i doveri relativi ai consanguinei per
estensione del termine: non già in senso proprio. Infatti S. Agostino
poco prima del testo riferito aveva scritto: "In senso stretto religione
non indica un culto qualsiasi, ma il culto di Dio".
3. Il concetto di servo è correlativo a quello di padrone; dove,
quindi, c'è una forma speciale di dominio, deve esserci anche una
speciale forma di servitù. Ora, è evidente che a Dio il dominio è
dovuto sotto un aspetto del tutto singolare; e cioè per il fatto che
egli è creatore di tutte le cose, e ha una preminenza assoluta su
tutti gli esseri. - Ecco perché a lui si deve una forma speciale
di servitù, che i greci chiamano latria. Questa perciò appartiene
propriamente alla religione.
4. Parliamo di culto nei riguardi di quegli uomini cui prestiamo
con assiduità onore e ricordo. Anzi diciamo di coltivare persino le
cose che ci sono soggette: così i contadini coltivano i campi, e gli
abitanti coltivano i luoghi in cui hanno la loro dimora. Siccome
però a Dio, primo principio di tutti gli esseri, si deve un onore specialissimo,
a lui va anche tributato un culto particolare, che i greci,
come ricorda S. Agostino, chiamano eusebia o teosebia.
5. Sebbene possano chiamarsi religiosi tutti quelli che onorano
Dio, son detti religiosi in modo speciale coloro che dedicano tutta
la loro vita al culto di Dio, astenendosi dalle occupazioni del
mondo; al modo stesso che son chiamati contemplativi non quelli
che contemplano, ma coloro che dedicano tutta la vita alla contemplazione.
Del resto i religiosi non si sottomettono a un uomo
in quanto tale, ma in ordine a Dio, conforme alle parole dell'Apostolo: "Mi avete
accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù".
ARTICOLO
2
Se la religione sia una virtù
SEMBRA che la religione non sia una virtù. Infatti:
1. Alla religione spetta prestare riverenza verso Dio. Ma riverire
è atto del timore, che è un dono, come sopra abbiamo visto. Dunque
la religione non è una virtù, ma un dono.
2. La virtù dipende sempre da una libera volizione: infatti viene
definita "un abito elettivo", o volontario. Invece alla religione,
come sopra abbiamo detto, appartiene la latria, che implica una
certa servitù. Dunque la religione non è un abito virtuoso.
3. Come insegna Aristotele, le attitudini virtuose sono in noi per
natura: infatti gli atti propri delle virtù derivano dal dettame
della ragione naturale. La religione invece ha il compito di "offrire
alla natura divina delle cerimonie". E le cerimonie, come sopra
abbiamo notato, non derivano dal dettame della ragione naturale.
Perciò la religione non è una virtù.
IN CONTRARIO: La religione viene elencata tra le altre virtù, com'è
evidente da quanto abbiamo detto.
RISPONDO: Secondo le spiegazioni date,
"la virtù è quella disposizione
che rende buono chi la possiede e l'atto che egli compie".
Si deve perciò concludere che qualsiasi atto buono appartiene a
una virtù. Ora, è evidente che rendere a qualcuno quanto gli si
deve ha natura di bene: poiché il fatto che uno rende a un'altra
persona ciò che le deve determina e in qualche modo ordina la proporzione
conveniente verso di essa. D'altra parte l'ordine è un elemento
essenziale del bene, come il modo e la specie, secondo l'insegnamento
di S. Agostino. Perciò, siccome alla religione spetta
rendere l'onore dovuto a qualcuno, e precisamente a Dio, è chiaro
che la religione è una virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sentire riverenza verso Dio è un
atto del dono del timore. Ma compiere delle cose per riverenza verso
Dio spetta alla religione. Da ciò non segue che la religione si identifica
col dono del timore, ma che essa è ordinata al dono come a
un dato principale. Infatti, come sopra abbiamo detto, i doni sono
superiori alle virtù morali.
2. Un servo può compiere anche volontariamente le prestazioni
che deve al suo padrone; "facendo così di necessità virtù", col
rendere volontariamente quanto deve. Parimente può essere un
atto di virtù prestare a Dio la servitù a lui dovuta, in quanto un
uomo lo fa volontariamente.
3.
Il dettame della ragione naturale arriva a stabilire che l'uomo
deve fare qualche cosa per riverenza verso Dio: ma che debba fare
questa cosa o quell'altra non lo dice il dettame della ragione naturale,
bensì la determinazione della legge divina od umana.
ARTICOLO
3
Se la religione sia un'unica virtù
SEMBRA che la religione non sia un'unica virtù. Infatti:
1. Abbiamo visto che dalla religione siamo ordinati a Dio. Ora,
in Dio si riscontrano tre Persone: inoltre ci sono in lui molti attributi
che differiscono tra loro almeno per una distinzione di ragione.
Ma basta una diversa ragione di oggetto per distinguere tra
loro delle virtù, stando alle cose già dette. Perciò la religione non è
una virtù unica.
2. L'unità di una virtù si riscontra nell'unità del suo atto: poiché
gli abiti si distinguono secondo gli atti. Ma gli atti di religione
son molti: culto, servizio, voto, preghiera, sacrificio e molte altre
cose di questo genere. Dunque la religione non è un'unica virtù.
3. L'adorare appartiene alla religione. Ma una è la ragione per
cui si adorano le immagini, e un'altra quella per cui si adora Dio
stesso. E siccome la diversità delle ragioni distingue le virtù, è
chiaro che la religione non è una virtù unica.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Un solo Dio, una sola fede". Ma la
vera religione protesta la fede di un unico Dio. Dunque la religione
è un'unica virtù.
RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, gli abiti si distinguono secondo
la diversa ragione del loro oggetto. Ora, la religione ha il
compito di prestare riverenza all'unico Dio, secondo un'unica ragione,
cioè in quanto primo principio della creazione e del governo
dell'universo. Nella Scrittura infatti si legge: "Se sono io il Padre,
dov'è il mio onore?". Poiché spetta al padre procreare e governare.
Perciò è evidente che la religione è un'unica virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le tre Persone divine sono un unico
principio della creazione e del governo dell'universo: esse perciò
vengono venerate da un'unica virtù di religione. Parimente, le diverse
nozioni degli attributi si fondano nella nozione di primo
principio: poiché Dio produce e governa tutte le cose con la sapienza,
la volontà e la potenza della sua bontà. E quindi la religione è
un'unica virtù.
2. L'uomo con un medesimo atto serve Dio ed esercita un culto
verso di lui: poiché il culto mira all'eccellenza di Dio, cui si deve
riverenza; mentre la servitù mira alla sottomissione dell'uomo, il
quale, per la sua condizione, è tenuto a prestare riverenza a Dio.
Ora, tutti gli atti attribuiti alla religione si riducono a questi due:
poiché con essi l'uomo protesta da un lato l'eccellenza divina e
dall'altro la propria sottomissione a Dio, o presentandogli qualche
cosa, o usando le cose di Dio.
3. Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate
in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato.
Ora, il moto che si volge all'immagine in quanto immagine non
si ferma su di essa, ma tende all'oggetto che essa rappresenta. Dal
fatto, quindi, che si presta un culto religioso alle immagini del
Cristo, non si ha una diversità di latria, o di religione.
ARTICOLO 4
Se la religione sia una virtù specificamente distinta dalle altre
SEMBRA che la religione non sia una virtù specificamente distinta
dalle altre. Infatti:
1. S. Agostino scrive:
"È un vero sacrificio qualsiasi opera compiuta
da noi per unirci a Dio in una santa società". Ma il sacrificio
rientra nella religione. Dunque qualsiasi atto di virtù appartiene
alla religione. Quindi questa non è una speciale virtù.
2. L'Apostolo ammonisce:
"Fate tutto per la gloria di Dio".
Ora, alla religione spetta di fare delle cose per riverenza verso Dio,
come sopra abbiamo detto. Perciò la religione non è una virtù speciale.
3. La carità con la quale si ama Dio non è una virtù distinta
dalla carità con cui si ama il prossimo. Ma a detta di Aristotele, "essere onorati non è lontano dall'essere
amati". Perciò la religione,
con la quale si onora Dio, non è una virtù specificamente
distinta dall'osservanza, dalla dulia, o dalla pietà, con le quali si
onora il prossimo. Essa dunque non è una speciale virtù.
IN CONTRARIO: La religione viene elencata tra le parti della giustizia,
distinta dalle altre.
RISPONDO: Dove si riscontra una ragione speciale di bene ci deve
essere una speciale virtù, poiché la virtù è ordinata al bene. Ora,
il bene cui è ordinata la religione è quello di rendere a Dio l'onore
a lui dovuto. Ma l'onore si deve a una persona a motivo della sua
eccellenza. Ebbene, a Dio compete un'eccellenza del tutto singolare:
poiché trascende tutti gli esseri all'infinito, sotto ogni riguardo.
Perciò a lui si deve un onore speciale. Del resto anche nei rapporti
umani vediamo che sono dovuti onori diversi secondo le diverse
eccellenze delle persone: altro è l'onore per il padre, altro quello
per il re, e così via. Dunque è evidente che la religione è una virtù
specificamente distinta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Qualsiasi atto di virtù può dirsi
un sacrificio, in quanto è ordinato all'onore di Dio. Perciò non ne
segue che la religione sia una virtù generale, ma che comanda a
tutte le altre virtù, come sopra abbiamo detto.
2. Tutte le cose in quanto sono compiute a gloria di Dio appartengono
alla religione, non perché questa le compie, ma perché le
comanda. La religione compie direttamente quelle opere che per la
loro natura sono un ossequio a Dio.
3. L'oggetto dell'amore è il bene: oggetto invece dell'onore, o
venerazione, è l'eccellenza. Ora, la bontà di Dio può anche essere
comunicata a una creatura, non così l'eccellenza della sua bontà.
Ecco perché la carità, con la quale si ama Dio, non è una virtù
distinta dalla carità con la quale si ama il prossimo: invece la
religione con cui si onora Dio è distinta dalle virtù con le quali
viene onorato il prossimo.
ARTICOLO 5
Se la religione sia una virtù teologale
SEMBRA che la religione sia una virtù teologale. Infatti:
1. S. Agostino insegna, che
"Dio viene onorato con la fede, la
speranza e la carità", che sono virtù teologali. Ma "onorare Dio"
appartiene alla religione. Dunque la religione è una virtù teologale.
2. Si dice teologale quella virtù che ha Dio per oggetto. Ora la
religione ha Dio per oggetto: poiché, come abbiamo visto, si limita
a ordinare l'uomo a Dio. Quindi la religione è una virtù teologale.
3. Qualsiasi virtù, stando alle cose già dette, o è teologale, o intellettuale,
o morale. Ma è evidente che la religione non è una
virtù intellettuale: poiché la sua perfezione non consiste nella considerazione
della verità. Così pure non è una delle virtù morali,
cui spetta di tenere il giusto mezzo tra il meno e il superfluo, non
essendo possibile che uno ecceda nel culto verso Dio, stando alle
parole dell'Ecclesiastico: "Benedicendo il Signore, esaltatelo quanto
potete: perché è maggiore d'ogni lode". Dunque rimane che è una
virtù teologale.
IN CONTRARIO: La religione è enumerata tra le parti della giustizia,
che è virtù morale.
RISPONDO: La religione, come abbiamo detto, è la virtù che offre
a Dio il culto che gli è dovuto. Perciò nella religione si devono tener
presenti due cose. Primo, ciò che si offre, ossia il culto: e questo
costituisce la materia, o l'oggetto della religione. Secondo, colui al
quale si offre, e cioè Dio. Ora, gli atti di culto non hanno Dio
per oggetto, come quando col credere in Dio raggiungiamo Dio
stesso (e per questo sopra abbiamo detto che Dio è oggetto della
fede, sia perché crediamo Dio, sia perché crediamo a Dio): si
presta invece il debito culto a Dio in quanto certi atti, con i quali
Dio viene onorato, i sacrifici, p. es., vengono fatti in ossequio a
Dio. Perciò è evidente che della virtù di religione Dio non è l'oggetto,
ma il fine. E quindi la religione non è una virtù teologale,
avente per oggetto l'ultimo fine: ma una virtù morale, avente per
oggetto i mezzi ordinati al fine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le facoltà, o le virtù che si applicano
al fine comandano sempre le potenze, o le virtù che si applicano
ai mezzi relativi a codesto fine, Ora, le virtù teologali, cioè la
fede, la speranza e la carità nei loro atti si applicano a Dio come
al proprio oggetto. Ecco perché causano col comando gli atti della
virtù di religione, la quale compie degli atti in ordine a Dio. Ed ecco
perché S. Agostino insegna che "Dio si onora con la fede, la speranza
e la carità".
2. La religione ordina l'uomo a Dio, considerato però non come
oggetto, ma come fine.
3. La religione non è una virtù né teologale, né intellettuale, ma
morale, essendo una parte della giustizia. E in essa il giusto mezzo
non viene stabilito tra opposte passioni, ma per una certa uguaglianza
tra operazioni indirizzate a Dio. Non si tratta però di
un'uguaglianza assoluta, perché a Dio non si può offrire quanto
gli è dovuto: ma in rapporto alle capacità dell'uomo e all'accettazione di Dio.
Ora, nelle cose attinenti al culto divino ci può essere
un eccesso, non per la quantità, ma per altre circostanze: p. es.,
perché il culto divino viene prestato a chi non si deve, o quando
non si deve, o secondo altre circostanze indebite.
ARTICOLO 6
Se la religione sia superiore alle altre virtù morali
SEMBRA che la religione non sia superiore alle altre virtù morali.
Infatti:
1. La perfezione di una virtù morale consiste nel raggiungere il
giusto mezzo, come fa rilevare Aristotele. Ma la religione non arriva
a raggiungere il giusto mezzo: poiché non rende a Dio secondo una
perfetta uguaglianza. Dunque la religione non è superiore alle
altre virtù morali.
2. Nelle prestazioni fatte a favore degli uomini, un atto tanto
più è lodevole quanto più è compiuto a favore dei più indigenti;
di qui le parole di Isaia: "Spezza il tuo pane con chi ha fame". Ora,
Dio non ha affatto bisogno di ciò che noi gli offriamo, secondo
l'espressione dei Salmi: "Ho detto: Il mio Dio sei tu, perché dei
beni miei non hai bisogno". Perciò la religione è meno lodevole
delle altre virtù con le quali si aiutano gli uomini.
3. Più una cosa si fa per necessità, tanto meno è lodevole, stando
a quelle parole di S. Paolo: "Se io predico il Vangelo non ne ho
gloria: è per me una necessità il farlo". Ma dove c'è un maggior
debito c'è anche una maggiore necessità. Perciò, siccome è un dovere
strettissimo per l'uomo prestare il culto a Dio, è chiaro che la
religione è la meno lodevole delle virtù umane.
IN CONTRARIO: Nella Scrittura i comandamenti attinenti alla religione
sono messi al primo posto, come principali. Ora, l'ordine
dei precetti corrisponde all'ordine delle virtù: poiché i precetti
della legge hanno per oggetto gli atti virtuosi. Dunque la religione
è la prima tra le virtù morali.
RISPONDO: Le cose che sono ordinate a un fine mutuano la bontà
dal loro ordine al fine: perciò quanto più sono prossime al fine,
tanto sono migliori. Ora, le virtù morali, come sopra abbiamo detto,
hanno per oggetto cose che sono ordinate a Dio come a loro fine.
Ma la religione si avvicina a Dio più strettamente che le altre virtù
morali: perché compie degli atti che in modo diretto e immediato
sono ordinati all'onore di Dio. Perciò la religione è superiore a
tutte le altre virtù morali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La lode della virtù sta nel volere
e non nel potere. Quindi l'incapacità a raggiungere l'uguaglianza
del giusto mezzo, per non potere, non diminuisce la lode della virtù,
se non interviene una deficienza volontaria.
2. Tra le prestazioni che si fanno per l'utilità altrui è più lodevole
quella che si fa a favore dei più indigenti: perché appunto è
più utile. Ma a Dio non si offre nulla per la sua utilità; bensì per
la sua gloria, e per utilità nostra.
3. La necessità toglie la gloria delle opere supererogatorie; ma
non esclude il merito della virtù, se c'è la volontà. Perciò l'argomento
non regge.
ARTICOLO
7
Se il culto di latria abbia degli atti esterni
SEMBRA che il culto di latria non abbia atti esterni. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge:
"Dio è spirito, e quelli che l'adorano lo
devono adorare in spirito e verità". Ma gli atti esterni non appartengono
allo spirito, bensì al corpo. Dunque la religione, cui appartiene
l'adorazione, non ha atti esterni, ma solo interni.
2. Fine della religione è di rendere a Dio riverenza ed onore. Ma
rendere a una persona superiore gli omaggi che si offrono agli
inferiori è una irriverenza. Quindi, siccome ciò che l'uomo offre con
gli atti del corpo sembra ordinato a soddisfare l'indigenza di altri
uomini, o a riverire creature inferiori, non pare che codesti atti
si possano usare per rendere onore a Dio.
3. S. Agostino loda Seneca per aver ripreso alcuni i quali offrivano
agli idoli cose che si è soliti offrire agli uomini: poiché ad
esseri immortali non si addicono le cose proprie dei mortali. Ma
queste meno che mai si addicono al vero Dio, il quale "è superiore
a tutti gli dei". Dunque è riprovevole che si renda un culto a Dio
con atti del corpo. Quindi la religione non ammette atti corporali.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Il mio cuore e la mia carne esultano
verso il Dio vivente". Ora, come gli atti interni appartengono al
cuore, così quelli esterni appartengono alle membra della nostra
carne. Dunque Dio deve essere onorato nel culto non solo con atti
interni, ma anche con atti esterni.
RISPONDO: Prestiamo a Dio riverenza ed onore non per lui stesso,
che in sé è così pieno di gloria, che nessuna creatura può aggiungergli
nulla, ma per noi: poiché mediante la riverenza e l'onore
che prestiamo a Dio la nostra mente a lui si sottomette, raggiungendo così
la propria perfezione. Infatti ogni essere raggiunge la
perfezione per il fatto che si subordina a una realtà superiore: il
corpo, p. es., per il fatto che è vivificato dall'anima, e l'aria perché è
illuminata dal sole. Ora, l'anima umana per unirsi a Dio ha
bisogno di essere guidata dalle cose sensibili: poiché, come dice
l'Apostolo, "le perfezioni divine invisibili, comprendendosi dalle
cose fatte, si rendono visibili". Perciò nel culto divino è necessario
servirsi di cose materiali come di segni, mediante i quali
l'anima umana venga eccitata alle azioni spirituali che la uniscono
a Dio. La religione, quindi, abbraccia atti interni, che sono principali
ed essenziali per la religione; e atti esterni, che sono secondari
e ordinati a quelli interni.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore in quel testo si riferisce
a ciò che è principale e direttamente richiesto nel culto divino.
2. Queste cose esterne non vengono offerte a Dio, come se egli ne
avesse bisogno; poiché sta scritto: "Mangerò io forse carne di tori,
o berrò sangue di montoni?". Ma vengono offerti a Dio come segni
degli atti interni spirituali, che egli accetta per se stessi. Ecco perché
S. Agostino ha scritto: "Il sacrificio visibile è un sacramento,
cioè un segno sacro del sacrificio invisibile".
3. Gli idolatri son biasimati per il fatto che offrivano agli idoli
doni adatti per gli uomini, non come segni per eccitarli ad azioni
spirituali, ma come fossero graditi per se stessi. E specialmente
perché si trattava di cose vane e turpi.
ARTICOLO
8
Se la religione si identifichi con la santità
SEMBRA che la religione non si identifichi con la santità. Infatti:
1. La religione è una virtù speciale, come abbiamo dimostrato.
Invece la santità è virtù generale: poiché, a detta di Andronico, "è una virtù che rende fedeli e osservanti di quanto è giusto nei
riguardi di Dio". Dunque la santità non si identifica con la religione.
2. La santità, a quanto pare, implica l'idea di purezza, infatti
Dionigi insegna, che "la santità è una purezza del tutto immacolata
e perfetta, libera da ogni sozzura". Ora, la purezza rientra
piuttosto nella temperanza, la quale esclude tutte le turpitudini
della carne. Quindi, siccome la religione appartiene alla giustizia,
è chiaro che la santità non si identifica con la religione.
3. Cose che si contrappongono come parti di una divisione non
possono identificarsi. Ma in una delle enumerazioni ricordate delle
parti della giustizia la santità è divisa dalla religione. Dunque
santità e religione non si identificano.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Serviamo il Signore nella santità e
nella giustizia". Ma servire Dio appartiene alla religione, come
sopra abbiamo notato. Quindi la religione si identifica con la santità.
RISPONDO: Il termine santità implica due cose. Prima di tutto purezza:
a codesto significato accenna il termine greco,
infatti αγιος significa senza terra.
In secondo luogo implica stabilità: infatti
presso gli antichi si denominavano sante le norme difese dalle
leggi, così da non potersi violare; e una cosa si dice sancita per
il fatto che è stabilita dalla legge. Anche presso i latini però il termine
santo può ridursi a indicare purezza: interpretando santo
come "sanguine tinctus" (spruzzato di sangue); "poiché in antico
coloro che volevano purificarsi venivano spruzzati col sangue
delle vittime", come scrive S. Isidoro nelle Etimologie.
Entrambi i significati permettono di attribuire la santità a quanto
si applica al culto di Dio: cosicché non soltanto le persone, ma anche
il tempio, le suppellettili, e ogni altra cosa del genere sono
santificati per il fatto che vengono adibiti al culto di Dio. Infatti
perché la mente si applichi a Dio è necessaria la purezza. Poiché
la mente umana viene insozzata quando si immerge nelle cose inferiori:
come si inquina qualsiasi cosa mescolandosi con elementi
più vili: l'argento, p. es., quando si mescola col piombo. Ora, è
necessario che la mente umana si astragga dalle cose inferiori,
per potersi unire alla realtà suprema. Perciò l'anima non può applicarsi
a Dio senza purezza. Di qui le parole di S. Paolo: "Cercate
sempre la pace con tutti, e la santità, senza la quale nessuno
vedrà Dio". - Perché un'anima si applichi a Dio si richiede inoltre
la stabilità. Infatti essa si deve applicare a lui come al suo
ultimo fine e al suo primo principio: ebbene, queste due cose devono
essere immobili al massimo, secondo le parole dell'Apostolo: "Io son
persuaso che né morte né vita potrà separarmi dalla carità di Dio".
Perciò la
santità è la disposizione con la quale l'anima umana
applica a Dio se stessa e i propri atti. Essa quindi non differisce
dalla religione in maniera essenziale, ma per una distinzione di
ragione. Infatti si parla di religione per gli atti che si riferiscono
al servizio di Dio, specialmente per quelli attinenti al culto, come
sacrifici, offerte e altre cose del genere: si parla invece di santità
non solo per codeste cose, ma per tutti gli atti delle altre virtù che
l'uomo riferisce a Dio, o per quelle opere buone con le quali si dispone
al culto di Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La santità è essenzialmente una
virtù specificamente distinta; e da questo lato si identifica sostanzialmente
con la religione. Presenta però una certa universalità in quanto
ordina a Dio gli atti di tutte le virtù: cioè come la
giustizia legale, che è una virtù generale in quanto ordina gli atti
di tutte le virtù al bene comune.
2. La temperanza produce la purezza: essa però non ha l'aspetto
di santità, se non in quanto si riferisce a Dio. Ecco perché S. Agostino
parlando della stessa verginità affermava, che "essa viene
onorata non perché è verginità, ma perché è dedicata a Dio".
3. La santità è distinta dalla religione per la differenza che abbiamo
detto: non si tratta però di una differenza reale, ma di ragione.
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