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Questione
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Le parti potenziali della giustizia
Veniamo ora a parlare delle parti potenziali della giustizia, cioè
delle virtù annesse. Sull'argomento vedremo in primo luogo quali
virtù siano annesse alla giustizia; e in secondo luogo studieremo
ciascuna di codeste virtù.
ARTICOLO
UNICO
Se siano ben elencate le virtù annesse alla giustizia
SEMBRA che non siano ben elencate le virtù annesse alla giustizia.
Infatti:
1. Cicerone ne enumera sei, e cioè: la religione, la pietà,
la gratitudine, la vendetta, l'osservanza, la veracità. Ora, la vendetta è
una specie della giustizia commutativa, la quale, come sopra abbiamo
spiegato, ha il compito di vendicare le ingiustizie subite.
Perciò essa non si doveva elencare tra le virtù annesse alla giustizia.
2. Macrobio poi ne enumera sette, e cioè: l'innocenza, l'amicizia,
la concordia, la pietà, la religione, l'affetto, l'umanità; e di
queste alcune sono state dimenticate da Cicerone. Dunque questi
nell'enumerare le virtù annesse alla giustizia non è esauriente.
3. Altri autori determinano cinque parti della giustizia: l'obbedienza
verso i superiori, la disciplina verso gli inferiori, l'uguaglianza
verso gli uguali, la fede e la veracità verso tutti. Ora, di
queste parti Cicerone ricorda solo la veracità. Perciò la sua enumerazione
non è esauriente.
4. Il peripatetico Andronico enumera nove virtù connesse con
la giustizia: liberalità, benignità, vendetta, buon discernimento,
eugnomosys, eusebia, eucarestia. Ma di esse Cicerone evidentemente
non ricorda che la vendetta. Quindi la sua enumerazione è insufficiente.
5. Aristotele ricollega alla giustizia anche l'epicheia, che non
viene ricordata in nessuno degli elenchi riportati. Dunque le virtù
annesse alla giustizia non sono enumerate in modo esauriente.
RISPONDO: Perché una virtù sia annessa a una virtù principale
si richiedono due cose: primo, che essa convenga in qualche cosa con
la virtù principale; secondo, che in qualche cosa si scosti dalla
perfetta nozione di essa. E poiché la giustizia, come sopra abbiamo
detto, è rivolta verso gli altri, tutte le virtù che mirano al bene altrui
possono riallacciarsi alla giustizia a motivo di codesta convenienza.
Ma la nozione di giustizia, come abbiamo già dimostrato, esige che
si renda ad altri quanto loro si deve con perfetta uguaglianza. Ecco
perché una virtù che mira al bene altrui può scostarsi in due modi
dalla nozione di giustizia: primo, in quanto non raggiunge l'uguaglianza;
secondo in quanto non raggiunge la natura di cosa dovuta.
Ci sono infatti delle virtù che rendono ad altri cose loro dovute,
ma non possono renderle con uguaglianza. Vediamo in primo luogo
che quanto l'uomo rende a Dio è cosa dovuta: ma non può essere
cosa adeguata, in modo da rendere ciò che si deve; poiché sta
scritto: "Che renderò io al Signore per tutti i benefici che mi ha
elargito?". Perciò da questo lato alla giustizia si aggiunge la religione,
"la quale", secondo le parole di Cicerone,
"rende a una natura
d'ordine superiore, che chiamiamo divina, i doveri di culto". - Secondo,
non è possibile ricompensare con vera uguaglianza ciò
che si deve ai genitori, come spiega il Filosofo. E così alla giustizia
si aggiunge la pietà, "la quale", come si esprime Cicerone, "presta
servizi e cure diligenti ai consanguinei e ai benemeriti della patria". - Terzo,
l'uomo non è in grado di ricompensare adeguatamente
la virtù, come il Filosofo dimostra. E sotto quest'aspetto alla
giustizia si riallaccia l'osservanza, "mediante la quale", come dice
Cicerone, "le persone eminenti vengono circondate di deferenza e di onore".
Quanto poi alle deficienze che si riscontrano nel raggiungere la
nozione esatta di cosa dovuta, e quindi di giustizia, si possono distinguere
due tipi di doveri, cioè morale e legale: infatti il Filosofo
nell'Etica distingue in base ad essi due tipi di giustizia. È cosa
legalmente dovuta quanto si è tenuti a rendere per legge: e codesto
dovere è soddisfatto propriamente dalla giustizia, che è una virtù
principale. Ma ci sono dei doveri morali che uno è tenuto a soddisfare
per il decoro della virtù. E poiché ciò che si deve impone necessità,
codesti doveri presentano due gradi. Ce ne sono di quelli
così necessari, che senza di essi non è possibile conservare l'onestà
del costume: e questi sono maggiori sotto l'aspetto di cose dovute.
Codesti doveri si possono considerare dal lato di chi deve: e allora
risulta il dovere di mostrarsi come si è. E da questo lato si ricollega
alla giustizia la veracità, "mediante la quale", come si esprime
Cicerone, "si dichiarano senza alterazioni le cose che sono, quelle
che furono, e quelle che saranno". - Essi però si possono anche
considerare dal lato di coloro cui sono dovuti, e cioè come ricompensa
di ciò che costoro han fatto. Se si tratta del bene, allora alla
giustizia si ricollega la gratitudine, "la quale", a detta di
Cicerone, "implica la volontà di ricompensare un altro, ricordando le
attenzioni della sua amicizia". - Se invece si tratta del male, allora
alla giustizia si ricollega la vendetta, "che mira a reprimere",
come scrive Cicerone, "le violenze, le ingiurie e ogni oscura
macchinazione, in atteggiamento di difesa e di rivalsa".
Ci sono poi altri doveri che son necessari solo per un'onestà
superiore, senza essere indispensabili per l'onestà del costume. E codesti
doveri sono soddisfatti dalla liberalità, dall'affabilità, o dall'amicizia,
e da altre virtù del genere. Virtù che Cicerone trascura
nella sua enumerazione, perché l'aspetto di cosa dovuta ha in esse poco rilievo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La vendetta fatta dai pubblici poteri
per una sentenza del giudice rientra nella giustizia commutativa.
Invece la vendetta che uno fa di propria iniziativa, non però
contro le leggi, oppure quella che uno reclama dal giudice, appartiene
a una virtù annessa alla giustizia.
2. Pare che Macrobio abbia voluto riferirsi alle due parti integranti
della giustizia, evitare il male e fare il bene, attribuendo l'innocenza
alla prima e le altre sei cose alla seconda. Due di queste
sembrano da riferirsi agli uguali, e cioè: l'amicizia alle relazioni
esterne, e la concordia alle disposizioni interiori. Due riguardano
i superiori: la pietà verso i genitori, e la religione verso Dio. Due
finalmente si riferiscono agli inferiori, e cioè: l'affetto, o compiacenza
verso il loro bene; e l'umanità, che consiste nel soccorrere
le loro deficienze. Scrive infatti S. Isidoro, che una persona è "umana in quanto ha amore e compassione verso l'uomo: quindi
l'umanità si denomina dall'aiuto che noi ci diamo scambievolmente". - In questo
caso il termine di amicizia, è preso per
indicare le relazioni esterne come fa il Filosofo nel libro IV dell'Etica.
Amicizia però si può anche prendere in senso proprio per indicare
l'affetto, come ne parla il Filosofo nell'VIII e nel IX libro dell'Etica.
E allora all'amicizia appartengono tre cose: la benevolenza,
che Macrobio chiama affetto; la concordia, e la beneficenza,
o umanità. - Cicerone non ha ricordato tutte queste virtù, perché
in esse l'aspetto di cosa dovuta è troppo attenuato, come sopra abbiamo detto.
3. L'obbedienza è inclusa nell'osservanza, ricordata da Cicerone:
infatti alle persone superiori si deve l'omaggio del rispetto e
dell'obbedienza. - La fedeltà, "che consiste nel fare ciò che si è detto",
è inclusa nella veracità, quanto all'adempimento delle promesse.
Però il termine, come vedremo, è più esteso. - La disciplina invece
non implica un dovere stretto: poiché uno non è obbligato al suo
inferiore in quanto tale (tuttavia si può essere obbligati da un superiore
a provvedere agli inferiori, secondo l'accenno evangelico
al "servo fedele e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi
familiari"). Ecco perché Cicerone non ne parla. Essa però potrebbe
rientrare nell'umanità, di cui parla Macrobio. - Invece l'uguaglianza
rientra nell'epicheia, o nell'amicizia.
4. Nell'enumerazione di Andronico ci sono degli elementi che
appartengono alla giustizia vera e propria: la retta commutazione,
che a suo dire è "l'abitudine di rispettare l'equità nelle commutazioni",
alla giustizia particolare; e la legislativa, che egli considera "la scienza dei rapporti fra cittadini in ordine al bene
comune",
alla giustizia legale, relativamente ai doveri ordinari. Relativamente
invece ai doveri occorrenti in casi particolari fuori delle leggi
ordinarie, si ha l'eugnomosys, cioè la buona gnome, che, come sopra
abbiamo detto nel trattato della prudenza, ha il compito di
dirigere in codesti casi. Ecco perché egli la chiama "una giustificazione
volontaria": poiché in questi casi uno custodisce di proprio
arbitrio ciò che è giusto, e non per una legge scritta. Ma queste
due cose quanto alla direzione appartengono alla prudenza,
mentre appartengono alla giustizia quanto all'esecuzione. - Eusebia
poi equivale a buon culto, e quindi si identifica con la religione.
Perciò di essa egli afferma che è "la scienza del servizio di Dio"
(e parla così alla maniera di Socrate, il quale affermava che "tutte
le virtù sono scienze"). A questa virtù si riduce anche la santità,
come vedremo. - L'eucarestia invece equivale alla gratitudine di
cui parla Cicerone: così si dica per la vendetta. - La benignità
sembra coincidere con l'affetto, di cui parla Macrobio. Infatti S. Isidoro
insegna, che "è benigno l'uomo disposto a fare spontaneamente
del bene, e dolce nell'esprimersi". E Andronico stesso scrive,
che "la benignità è l'abitudine a beneficare volontariamente". - Finalmente
la liberalità si riduce all'umanità.
5. L'epicheia non si riallaccia alla giustizia particolare, ma a
quella legale. E sembra identificarsi con l'eugnomosys.
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