Il Santo Rosario
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Questione 78

Il peccato d'usura

Veniamo ora a trattare del peccato di usura, che si commette nei prestiti.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se sia peccato percepire l'usura, cioè un compenso per il denaro prestato; 2. Se sia lecito ricavare qualsiasi altro vantaggio per ricompensa di un prestito; 3. Se uno sia tenuto a restituire ciò che ha guadagnato giustamente col denaro prestato ad usura; 4. Se sia lecito prendere a prestito del denaro ad usura.

ARTICOLO 1

Se sia peccato percepire l'usura per il denaro prestato

SEMBRA che percepire l'usura per il denaro prestato non sia peccato. Infatti:
1. Nessuno può peccare seguendo l'esempio di Cristo. Ora, il Signore così parla di se stesso: "Io, al mio ritorno, l'avrei ritirato coi frutti", il denaro prestato. Dunque non è peccato percepire l'usura per il prestito del denaro.
2. Nei Salmi si dice che "la legge del Signore è senza macchia", perché proibisce qualsiasi peccato. Ma nella legge divina si concede una certa usura; poiché sta scritto: "Non presterai ad interesse a un tuo fratello né denaro, né alimenti, né altre cose; allo straniero sì". Di più, altrove questo viene promesso come premio per l'osservanza della legge: "Tu darai ad usura a molti popoli; mentre tu non riceverai prestiti da nessuno". Quindi percepire l'usura non è peccato.
3. Nei rapporti umani la giustizia viene determinata dalle leggi civili. Ma queste concedono di percepire l'usura. Dunque non è cosa illecita.
4. La trasgressione di un consiglio non costituisce peccato. Ora le parole: "Date in prestito senza speranza di ricambio", le troviamo tra gli altri consigli evangelici. Dunque percepire l'usura non è peccato.
5. Non sembra possa essere intrinsecamente peccaminoso ricevere un compenso per una cosa che non si è tenuti a fare. Ora, non in tutti i casi chi ha il denaro è tenuto a prestarlo. Quindi in certi casi uno può ricevere un compenso per il prestito fatto.
6. L'argento coniato e quello trasformato in arredi sono della stessa specie. Ora, è lecito ricevere un compenso per gli arredi d'argento dati a prestito. Dunque è lecito anche riceverlo per il prestito dell'argento coniato. Perciò l'usura per se stessa non è peccato.
7. Chiunque può percepire lecitamente una cosa, data volontariamente dal proprietario. Ora, chi riceve un prestito dà volontariamente l'usura, o l'interesse. Dunque chi presta può percepirla lecitamente.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Se avrai prestato del denaro a qualche povero del mio popolo che abita con te, non lo tormenterai come un esattore, né l'opprimerai con le usure".

RISPONDO: Percepire l'usura, o interesse, per il denaro prestato è per se stesso un'ingiustizia: poiché si vende così una cosa inesistente, determinando una sperequazione che è in contrasto con la giustizia. Per averne l'evidenza si deve considerare che ci sono delle cose il cui uso consiste nel loro consumo: tali sono, p. es., il vino che consumiamo usandolo per bere, e il grano che consumiamo usandolo per mangiare. Perciò in codeste cose l'uso non si deve computare come distinto dalle cose stesse, ché la concessione dell'uso implica la concessione della cosa. E quindi per tali cose il prestito determina un passaggio di proprietà. Perciò se uno volesse vendere il vino separatamente dall'uso del vino, venderebbe due volte la stessa cosa, oppure venderebbe un'entità inesistente. È chiaro, quindi, che commetterebbe un peccato d'ingiustizia. Per lo stesso motivo commette un'ingiustizia chi presta il vino, o il grano chiedendo due compensi, cioè la restituzione della merce equivalente, e in più il prezzo dell'uso, denominato usura.
Ci sono invece altre cose il cui uso non consiste nel loro consumo: l'uso della casa, p. es., consiste nell'abitarla, non già nel distruggerla. Perciò in questi casi si può concedere l'una, o l'altra delle due cose: uno può concedere a un altro la proprietà della casa, riservandosene l'uso per un certo tempo; o viceversa uno può concedere l'uso, conservandone la proprietà. Ecco perché si può percepire un compenso per l'uso della casa, ed esigere la restituzione della casa stessa; il che è evidente nei contratti di conduzione e di locazione.
Ora il denaro, come insegna il Filosofo, è stato inventato principalmente per facilitare gli scambi: quindi l'uso proprio e principale del denaro è il consumo, o la spesa che di esso si fa negli scambi. Perciò di suo è illecito percepire un compenso per l'uso del denaro prestato, cioè per l'usura. Quindi, l'uomo come è tenuto a restituire le altre cose ingiustamente acquistate, così è tenuto a farlo per il denaro ricevuto come usura, o interesse.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo usura è presa in senso traslato per l'aumento dei beni spirituali, aumento che Dio esige perché vuole il nostro continuo progresso nei doni da lui ricevuti. E questo a vantaggio non suo, ma nostro.
2. Agli ebrei fu proibito di percepire l'usura "dai loro fratelli", cioè dagli ebrei. E questo ci fa comprendere che percepire l'usura da un uomo qualsiasi è intrinsecamente peccaminoso. Infatti noi dobbiamo considerare ogni uomo "come prossimo e fratello", specialmente dopo l'instaurazione della legge evangelica, aperta a tutta l'umanità. Ecco perché nella Scrittura si elogiano senza restrizioni, "chi il suo denaro non dà ad usura", e "chi non esigerà usura e interessi". Ma agli ebrei fu concesso di percepire l'usura dagli stranieri, non come cosa lecita, bensì come una permissione per evitare un male maggiore: e cioè perché, spinti dall'avarizia cui erano dediti a detta del profeta Isaia, non l'esigessero dagli ebrei stessi, adoratori di Dio. - Invece la promessa riferita: "Tu darai ad usura a molti popoli", va intesa in senso lato per prestito; cioè nel senso di quel passo dell'Ecclesiastico: "Molti non danno ad usura", vale a dire "non danno a prestito", "non per cattiveria (ma per paura di restare sacrificati)". Perciò agli ebrei vien promesso in quel testo abbondanza di ricchezze, da cui proviene che possano prestare ad altri.
3. Le leggi umane lasciano impuniti dei peccati per la condizione degli uomini imperfetti, presso i quali si comprometterebbero molti vantaggi, se venissero rigorosamente puniti tutti i peccati. Perciò le leggi umane permettono l'usura, non perché la ritengono secondo giustizia, ma per non impedire i vantaggi di molti. Difatti anche nel diritto civile si legge: "Le cose consuntibili con l'uso non sono suscettibili di usufrutto né secondo il diritto naturale, né secondo il diritto civile". E ancora: "Il Senato non ha ammesso l'usufrutto, o interesse di codeste cose, né poteva farlo; ma ne ha fissato i termini", nel concedere l'usura. Anche il Filosofo, seguendo la ragione naturale, afferma che "l'acquisto del denaro mediante l'usura è quello più estraneo alla natura".
4. Non sempre si è tenuti a dare in prestito: ecco perché ciò rientra nei consigli. Ma rientra nell'ambito dei precetti non cercare un guadagno dal prestito. - Oppure può considerarsi un consiglio rispetto alle massime dei Farisei, i quali pensavano che in certi casi l'usura fosse lecita: e cioè come può dirsi consiglio l'amore dei nemici. - Oppure in quel testo si condanna non la speranza relativa al guadagno dell'usura, ma la speranza riposta nell'uomo. Infatti non dobbiamo dare a prestito o fare qualsiasi altro bene sperando nell'uomo, ma per la speranza in Dio.
5. Chi non è tenuto a prestare può percepire una ricompensa del suo gesto: ma non deve esigere di più. Ora, egli viene ricompensato con perfetta uguaglianza, con la restituzione di quanto aveva prestato. Perciò, se esigesse di più per l'usufrutto di una cosa che non ha altro uso all'infuori del suo consumo, esigerebbe un compenso per una cosa inesistente. Si avrebbe quindi una richiesta ingiusta.
6. L'uso principale degli arredi d'argento non è il loro consumo: perciò si può vendere lecitamente codesto uso, conservandone la proprietà. Invece l'uso principale delle monete d'argento è la loro spesa negli acquisti. Perciò non è lecito vendere l'uso del denaro dato a prestito, e insieme pretenderne la restituzione.
Si deve però notare che, come uso secondario, gli arredi d'argento possono avere quello di moneta di scambio. In tal caso non è lecito venderne l'uso. Parimenti ci può essere un uso secondario delle monete d'argento: prestarle, p. es., come campioni di raffronto, o in sostituzione di un pegno. Ebbene, codesto è un uso del denaro che può essere venduto.
7. Chi dà l'interesse o l'usura dà volontariamente non già in senso assoluto, ma costretto dalla necessità: cioè perché costretto a prendere denaro a prestito, che l'offerente non vuol concedere senza l'usura.

ARTICOLO 2

Se per il denaro prestato uno possa richiedere qualche altro vantaggio

SEMBRA che per il denaro prestato uno possa richiedere qualche altro vantaggio. Infatti:
1. Chiunque può lecitamente provvedere alla propria indennità. Ma nel prestare il denaro spesso ci si espone a un danno. Perciò è lecito richiedere e persino esigere, oltre il denaro prestato, un compenso per il danno affrontato.
2. A detta del Filosofo, per un dovere di onestà ciascuno è tenuto a "ricompensare in qualche modo chi gli ha fatto un favore". Ora, chi presta il denaro a chi si trova in necessità offre un favore: e quindi si esige un ringraziamento. Perciò chi lo riceve ha il dovere naturale di ricompensare in qualche modo. Ora, non sembra possa essere illecito obbligarsi a un dovere cui si è tenuti per legge naturale. Dunque non è illecito se uno, nel prestare ad altri del denaro, esiga l'obbligazione di un compenso.
3. La Glossa nel commento a quel passo di Isaia: "Beato chi scuote dalle mani ogni donativo", spiega che ci sono donativi di mano, ma ce ne sono anche di lingua e di servizio. Ora, da chi ha avuto in prestito il denaro, uno può lecitamente ricevere lodi e servizi. Dunque può riceverne, per lo stesso motivo, qualsiasi altro donativo.
4. Identico appare il rapporto tra prestito e prestito con quello esistente tra offerta e offerta. Ma percepire del denaro per l'offerta di altro denaro è cosa lecita. Perciò, per il denaro prestato, è lecito ricevere il compenso di un prestito dal mutuatario.
5. Aliena di più il denaro chi ne trasferisce il dominio col prestito, che colui il quale l'affida a un mercante o a un artigiano. Eppure percepire un guadagno dal denaro affidato a un mercante o a un artigiano è cosa lecita. Quindi è lecito anche percepire un guadagno dal denaro prestato.
6. Per il denaro prestato uno può ricevere un pegno il cui uso si potrebbe anche vendere: come quando si pignora un campo, o una casa d'abitazione. Perciò è lecito ricevere un guadagno dal denaro prestato.
7. Talora capita che, a motivo di un prestito, uno venda più cara una cosa, o compri a meno la roba altrui, oppure aumenti il prezzo per il ritardo del pagamento, o lo diminuisca perché pagata in contanti: ma in tutte queste cose è evidente un compenso per il prestito del denaro. Ora, tutto ciò non sembra chiaramente illecito. Dunque è lecito attendere e persino esigere un compenso per il denaro prestato.

IN CONTRARIO: Tra le altre cose richieste dalla Scrittura per un uomo giusto troviamo la seguente: "Non esigerà usura ed interessi".

RISPONDO: Come insegna il Filosofo, è da considerarsi denaro tutto ciò che "si può valutare a prezzo di denaro". Perciò come pecca contro la giustizia chi, per il denaro prestato, o per altre cose di consumo, riceve dei soldi per un patto tacito o espresso, secondo che abbiamo dimostrato; così incorre in un peccato consimile chi per un patto tacito o espresso percepisce altre cose che si possano valutare in denaro. Se però uno riceve di codeste cose senza esigerle, e senza obbligazioni tacite o espresse, ma come dono gratuito, allora non pecca: poiché anche prima di prestare il denaro egli poteva ricevere doni gratuiti, e il fatto di aver concesso un prestito non l'ha messo in condizioni più sfavorevoli. - È lecito inoltre ricevere ricompense che non si misurano col denaro: come la benevolenza e l'amore di chi ha avuto il prestito, e altre cose del genere.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi concede il mutuo può, senza peccato, stabilire nei patti col mutuatario un compenso per il danno, privandolo di qualche cosa di quanto dovrebbe avere: infatti questo non è vendere l'uso del denaro, ma evitare il danno. E può darsi che chi riceve il prestito eviti così un danno maggiore di quello incorso dal mutuante: perciò il mutuatario ricompensa il danno altrui a proprio vantaggio. - Ma non si può nei patti fissare una ricompensa per il danno dovuto al fatto che con quel denaro uno non può guadagnare: egli infatti non ha il diritto di vendere ciò che ancora non ha e che in più modi potrebbe venirgli a mancare.
2. Il compenso di un beneficio si può avere in due modi. Primo, per dovere di giustizia: dovere al quale uno può essere obbligato con un patto preciso. E codesto debito si misura dalla grandezza del beneficio ricevuto. Perciò chi ha ricevuto un prestito in denaro, o in altre cose di consumo, non è tenuto a dare di più di quanto ha ricevuto in prestito. E quindi sarebbe contro giustizia, se venisse obbligato a rendere di più. - Secondo, uno è tenuto a ricompensare il beneficio ricevuto per un dovere di amicizia: e in questo si considera più l'affetto col quale uno ha beneficato, che la grandezza di ciò che ha fatto. E codesto dovere esula da un'obbligazione civile, la quale impone una necessità, che distrugge la spontaneità del compenso.
3. Se uno per il denaro prestato attenda od esiga, come per l'obbligazione di un patto tacito o espresso, il compenso di una prestazione di servizio o di lingua, è come se attendesse o esigesse un donativo: poiché son tutte cose che si possono valutare in denaro, com'è evidente nel caso dei salariati, che prestano l'opera loro con la mano o con la lingua. Se invece le prestazioni suddette non vengono date per obbligo, ma per benevolenza, la quale non è valutabile in denaro, allora è lecito riceverle, esigerle e attenderle.
4. Il denaro non si può vendere a un prezzo superiore a quello del denaro prestato, e che deve essere restituito: e in questo non c'è da esigere e da attendere altro che la benevolenza, la quale non è valutabile in denaro, e da cui può derivare in seguito un prestito spontaneo. Ma l'obbligo di un prestito successivo è inammissibile: poiché anche codesto obbligo si può valutare in denaro. Perciò è lecito scambiarsi dei prestiti reciprocamente: ma non è lecito obbligare il mutuatario a un prestito successivo.
5. Chi presta il denaro cede il dominio di esso a chi lo riceve. Cosicché costui lo detiene a suo rischio, ed è tenuto a restituirlo integralmente. Perciò il mutuante non deve da lui esigere di più. Invece chi consegna il proprio denaro a un mercante o a un artigiano facendo società con essi, non cede loro il dominio, ma il denaro rimane di sua proprietà; cosicché è a suo rischio l'uso che ne fa il mercante, o l'artigiano. Ecco perché egli può pretendere parte del guadagno, come di roba sua.
6. Se uno per il denaro avuto in prestito dà in pegno una cosa il cui uso può essere valutato in moneta, il mutuante nella restituzione è tenuto a computarne l'uso. Altrimenti, se pretendesse l'uso gratuito di quella cosa come un sovrappiù, sarebbe come se, da usuraio, ricevesse del denaro in prestito: a meno che non si trattasse di cose che si è soliti cedere agli amici senza compenso, come il prestito di un libro.
7. Se uno pretende di vendere la sua merce a un prezzo maggiorato per rifarsi sul compratore della dilazione del pagamento, commette un'usura evidente: poiché codesta dilazione di pagamento ha natura di prestito; e quindi tutto ciò che si esige oltre il prezzo giusto a motivo della dilazione è come la paga di un prestito, e questo è precisamente usura o interesse. - Parimenti, se un compratore volesse comprare a un prezzo inferiore a quello giusto, per aver anticipato il denaro prima di avere la merce, commetterebbe un peccato di usura: poiché anche codesto anticipo ha l'aspetto di un prestito, il cui compenso sta nella diminuzione del prezzo. - Se invece chi vende diminuisce spontaneamente il vero prezzo per aver prima il denaro, allora non c'è un peccato di usura.

ARTICOLO 3

Se uno sia tenuto a restituire tutto il guadagno fatto con l'usura

SEMBRA che uno sia tenuto a restituire tutto il guadagno fatto con l'usura. Infatti:
1. L'Apostolo scrive: "Se santa è la radice, lo sono anche i rami". Quindi, per lo stesso motivo, se la radice è infetta, son tali anche i rami. Ma la radice fu usuraia. Dunque è usuraio tutto ciò che con essa venne acquistato. Perciò si è tenuti a restituire tutto.
2. Nelle Decretali si legge: "I possessi che sono stati comprati con interessi usurai devono esser venduti, e il loro prezzo dev'esser restituito a coloro cui furono estorti". Per lo stesso motivo, quindi, dev'esser restituito tutto ciò che viene acquistato con i denari dell'usura.
3. Gli acquisti che uno fa col denaro dell'usura sono a lui dovuti in forza del denaro sborsato. Dunque egli non ha su di essi un diritto maggiore di quello che ha sul denaro sborsato. Ma il denaro dell'usura era tenuto a restituirlo. Dunque è tenuto a restituire anche gli acquisti fatti con esso.

IN CONTRARIO: Chiunque può ritenere lecitamente i beni legittimamente acquistati. Ma gli acquisti che si fanno col denaro dell'usura spesso son fatti in maniera legittima. Dunque uno può ritenerli lecitamente.

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, ci sono dei beni il cui uso consiste nel loro consumo, i quali a norma del diritto non ammettono l'usufrutto. Perciò se con l'usura furono estorti beni di tal genere, come denaro, grano, vino e altre cose consimili, uno è tenuto solo a restituire quanto ha preso: poiché gli acquisti fatti con codesti beni non è frutto delle cose, ma dell'industria umana. A meno che con la sottrazione di codeste cose l'altro non sia stato danneggiato con qualche perdita dei suoi beni: allora infatti uno sarebbe tenuto a riparare i danni.
Ci sono invece dei beni il cui uso non consiste nel loro consumo: e codesti beni, come case, campi, ecc., ammettono l'usufrutto. Se uno quindi con l'usura ha estorto una casa o un campo, non solo è tenuto a restituire la casa, o il campo, ma anche i frutti percepiti da essi: poiché essi son frutto dei beni altrui, e quindi son dovuti al loro proprietario.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La radice (nell'albero) non fa soltanto da materia, come il denaro dell'usuraio (negli acquisti); ma fa anche da causa efficiente, in quanto somministra il nutrimento. Perciò il paragone non regge.
2. Le proprietà comprate con le usure non appartengono ai mutuatari cui appartenevano le usure, ma a coloro che le hanno acquistate. Tuttavia esse restano obbligate verso codesti mutuatari, come tutti gli altri beni dell'usuraio. Perciò la legge non comanda che codeste proprietà vengano assegnate a coloro che hanno sborsato gli interessi, poiché potrebbero anche valere più degli interessi versati; ma vien disposto che siano vendute e venga restituito il ricavato, evidentemente secondo il valore dell'usura percepita.
3. L'acquisto fatto col denaro dell'usura è dovuto all'acquirente in forza del denaro offerto quale causa strumentale; ma quale causa principale gli è dovuto in forza della sua industria personale. Ecco perché egli ha maggior diritto sulla cosa acquistata che sul denaro adoperato proveniente dall'usura.

ARTICOLO 4

Se sia lecito prendere denaro in prestito ad usura

SEMBRA che non sia lecito prendere denaro in prestito ad usura. Infatti:
1. L'Apostolo insegna, che "è degno di morte non solo chi fa il peccato, ma anche coloro che consentono con chi lo fa". Ora, chi si fa prestare del denaro a interesse consente con l'usuraio nel suo peccato, e gli offre l'occasione di peccare. Dunque pecca anche lui.
2. Per nessun vantaggio temporale uno può offrire a un altro occasione di peccare: questo infatti costituisce lo scandalo attivo, il quale è sempre peccato, come sopra abbiamo spiegato. Ma chi chiede prestiti a un usuraio offre a lui occasione di peccare. Perciò per nessun vantaggio temporale uno può essere scusato.
3. In certi casi la necessità di depositare il proprio denaro presso un usuraio non è minore di quella di riceverne da lui. Ora, depositare il denaro presso un usuraio sembra assolutamente illecito: come sarebbe illecito consegnare una spada a un pazzo, affidare una vergine a un lussurioso, o del cibo a un goloso. Quindi neppure è lecito ricevere prestiti da un usuraio.

IN CONTRARIO: A detta del Filosofo, chi soffre un'ingiustizia non pecca: infatti la giustizia, com'egli spiega, non consiste in un giusto mezzo tra due eccessi. Ma l'usuraio pecca in quanto con l'interesse fa un'ingiustizia contro chi riceve il mutuo. Dunque chi riceve il mutuo ad usura non pecca.

RISPONDO: In nessun modo può esser lecito indurre un uomo a peccare, è lecito però servirsi del peccato altrui per il bene: poiché Dio stesso si serve di tutti i peccati per un fine buono; infatti, come insegna S. Agostino, da qualsiasi male egli sa trarre un bene. Scrivendo, perciò, a Publicola il quale gli aveva chiesto se fosse lecito servirsi del giuramento di chi giura per i falsi dei, peccando così in modo patente col prestar loro un culto a Dio dovuto, il Santo precisava che "chi si serve del giuramento di coloro che giurano per i falsi dei, servendosene non per il male, ma per il bene, si associa non al loro peccato, consistente nel giurare per i demoni, ma alla loro intenzione buona di rispettare il giuramento". Se invece uno li spingesse a giurare per i falsi dei, allora farebbe peccato.
Lo stesso si dica per l'argomento presente, e cioè che mai può esser lecito indurre una persona a prestare ad usura: tuttavia ricevere un prestito in questo modo, da chi è già disposto a farlo ed esercita l'usura, è lecito per un bene qualsiasi, e cioè per far fronte alla necessità propria o a quella di altri. Del resto anche a colui che incappa nei briganti, per evitare la morte, è lecito svelare i beni in suo possesso; sull'esempio di quei dieci uomini i quali dissero a Ismaele: "Non ci ammazzare; perché abbiamo un tesoro nel campo".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi chiede un prestito ad usura non consente al peccato dell'usuraio, ma si serve di esso. E non si compiace della riscossione degli interessi ma del mutuo, che è una cosa buona.
2. Chi prende denaro ad usura non offre all'usuraio occasione di riscuotere l'usura, ma di fare un prestito: invece l'usuraio, per la malizia del suo cuore, ne prende l'occasione per peccare. Perciò c'è da parte sua uno scandalo passivo: ma non c'è uno scandalo attivo da parte del mutuatario. E per codesto scandalo passivo uno non è tenuto a desistere dalla richiesta, se ha bisogno del mutuo: poiché codesto scandalo passivo non deriva da fragilità o ignoranza, ma da malizia.
3. Se uno affidasse il proprio denaro a un usuraio il quale non ne avesse altro per esercitare l'usura, oppure glielo affidasse con l'intenzione di farlo guadagnare con l'usura, offrirebbe a lui materia di peccato. E quindi egli stesso sarebbe complice della colpa. Se invece uno, per maggior sicurezza, affida il proprio denaro a un usuraio, il quale ha altri mezzi per esercitare l'usura, allora non pecca, ma si serve di un peccatore per un fine buono.