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Questione
76
La maledizione
Veniamo ora a considerare la maledizione.
Su questo tema tratteremo quattro argomenti: 1. Se si possa
lecitamente maledire un uomo; 2. Se si possa lecitamente maledire
una creatura irragionevole; 3. Se la maledizione sia peccato mortale;
4. Confronto di questo con altri peccati.
ARTICOLO
1
Se sia lecito maledire qualcuno
SEMBRA che non sia lecito maledire nessuno.
Infatti:
1. Non è lecito trascurare il comando dell'Apostolo, nel quale,
com'egli afferma, parlava Cristo medesimo. Ebbene, egli ha ordinato: "Benedite,
e non vogliate maledire". Dunque non è lecito maledire nessuno.
2. Tutti son tenuti a benedire Dio, secondo l'esortazione della
Scrittura: "Figli degli uomini, benedite il Signore". Ora, da una
stessa bocca, come dice S. Giacomo, non può procedere la benedizione
di Dio e la maledizione dell'uomo. Quindi a nessuno è lecito maledire una persona.
3. Chi maledice una persona mostra di desiderarne il male di
colpa, o di pena: poiché la maledizione si riduce a un'imprecazione.
Ora, non è lecito desiderare il male di nessuno: anzi bisogna
pregare per tutti che siano liberati dal male. Dunque nessuno può
lecitamente maledire.
4. Il diavolo per la sua ostinazione è immerso più d'ogni altro nel male.
Eppure a nessuno è lecito maledire né il diavolo, né se stesso;
poiché sta scritto: "Quando l'empio maledice il diavolo,
maledice l'anima sua". A più forte ragione, quindi, è proibito maledire un
uomo.
5. Commentando quel passo dei Numeri,
"Come maledirò io chi
da Dio non è maledetto?", la Glossa spiega: "Non ci può essere
una causa giusta di maledire, quando s'ignora l'affetto di chi
commette la colpa". Ma nessuno può conoscere l'affetto di un altro: e
neppure conosce se è maledetto da Dio. Perciò a nessuno è lecito
maledire un uomo.
IN CONTRARIO: Nel Deuteronomio si legge:
"Maledetto chi non
sta attaccato ai comandamenti di questa legge". E anche di Eliseo
si legge che maledisse i fanciulli che lo deridevano.
RISPONDO: Maledire equivale a dire del male. Ora, una cosa si
può dire in tre modi. Primo, sotto forma di enunciato: come
quando ci si esprime col modo indicativo. E allora maledire non
è che riferire il male del prossimo: e ciò rientra nella detrazione.
Infatti i detrattori sono anche denominati maldicenti. - Secondo,
come causa determinante di ciò che si dice. E questo spetta in maniera
primaria e principale a Dio, il quale produsse tutto con la
sua parola, secondo l'espressione del Salmo: "Egli disse, e le cose
furon fatte". Secondariamente spetta agli uomini, i quali coi
loro ordini muovono altri a compiere qualche cosa. E per questo
furono stabiliti i verbi al modo imperativo. - Terzo, le parole
possono esprimere il desiderio di quanto si dice. E per questo servono
i verbi di modo ottativo.
Perciò, lasciando da parte il primo tipo di maledizione, che si
limita all'enunciazione del male, vanno considerati gli altri due.
E qui bisogna ricordare che fare e volere una data cosa vanno
sempre di pari passo quanto a bontà e malizia, come sopra abbiamo spiegato.
Perciò in questi due tipi di maledizione, imperativo e ottativo,
il lecito e l'illecito seguono la stessa sorte. Se uno
infatti comanda o desidera il male altrui in quanto male, avendo
di mira quasi il male stesso, allora la maledizione è illecita nell'uno
e nell'altro senso. E questa propriamente parlando è la vera
maledizione. - Se invece uno comanda o desidera il male altrui
sotto l'aspetto di bene, allora la maledizione è lecita. E non avremo
una maledizione in senso assoluto, ma relativo: poiché l'intenzione
principale di chi la pronunzia non è il male, ma il bene.
Ora, si può proferire il male sotto aspetto di bene in tono imperativo
od ottativo in due maniere. Primo sotto l'aspetto di cosa
giusta. E in tal senso il giudice lecitamente maledice colui al
quale comanda d'infliggere la giusta pena. E così la Chiesa maledice
coloro che meritano l'anatema; e i Profeti talora imprecano
il male ai peccatori, quasi conformando la loro volontà
alla divina giustizia (sebbene codeste imprecazioni si possano spiegare
anche come predizioni). - Talora invece il male vien proferito sotto
l'aspetto di bene utile: come quando uno desidera una malattia
o una contrarietà a un peccatore, o perché si ravveda, o almeno
perché cessi di nuocere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'Apostolo proibisce la vera maledizione,
che ha di mira il male.
2. Lo stesso si dica per la seconda difficoltà.
3. Desiderare del male a una persona sotto l'aspetto di bene non
è incompatibile con l'affetto col quale le si desidera espressamente
il bene, ma ha un'affinità con esso.
4. Nel diavolo bisogna distinguere la natura e la colpa. La natura è buona,
e viene da Dio: e non è lecito maledirla. La colpa
invece merita maledizione, secondo le parole di Giobbe: "La maledicano
quelli che maledicono il giorno". Ora, quando un peccatore
maledice il diavolo per la sua colpa, per lo stesso motivo
giudica se stesso degno di maledizione. E in tal senso si può dire
che maledice la propria anima.
5. Sebbene l'affetto di chi pecca non si possa conoscere direttamente,
si può percepire da certi peccati esterni, per cui va inflitta una pena.
Parimenti, sebbene non si possa sapere chi
sarà oggetto della maledizione di Dio nella riprovazione finale,
tuttavia si può sapere chi lo è per il reato di colpe presenti.
ARTICOLO
2
Se sia lecito maledire una creatura priva di ragione
SEMBRA che non sia lecito maledire una creatura priva di ragione.
Infatti:
1. La maledizione è lecita specialmente in quanto implica un castigo.
Ma una creatura irragionevole non è capace né di delitto
né di castigo. Dunque non è lecito maledirla.
2. Nelle creature prive di ragione si riscontra soltanto la natura,
prodotta da Dio. Ora, questa non si può maledire neppure
nel diavolo, come abbiamo spiegato. Perciò in nessun modo si
può maledire una creatura priva di ragione.
3. Le creature prive di ragione, o sono consistenti, come i corpi,
p. es.; o sono transeunti, come il tempo. Ma, a detta di S. Gregorio, "se
una cosa manca di consistenza è inutile maledirla, ed è peccaminoso
se ha consistenza". Quindi in nessun caso è lecito
maledire una creatura irragionevole.
IN CONTRARIO: Il Signore, come narra S. Matteo, maledisse un
albero di fichi; e "Giobbe maledisse il giorno della sua nascita".
RISPONDO: Benedizione e maledizione propriamente appartengono
a un essere il quale può avere una buona o una cattiva sorte,
cioè a una creatura ragionevole. Invece la buona o la cattiva
sorte si attribuisce agli esseri privi di ragione per il loro rapporto
con la creatura razionale, cui sono ordinati. Ora, essi vengono
ordinati a codesta creatura in diverse maniere. Primo, come sostentamento:
poiché mediante le creature prive di ragione si soddisfa
alle necessità dell'uomo. E per questo il Signore disse: "Maledetta
la terra del tuo lavoro"; poiché l'uomo sarebbe stato punito
con la sua sterilità. E in questo stesso motivo trovano spiegazione
le altre parole della Scrittura: "Benedetti i tuoi granai",
e "maledetto il tuo granaio". E in tal senso Davide, stando all'esegesi
di S. Gregorio, maledisse i monti di Gelboe. - Secondo,
la creatura priva di ragione può essere ordinata a quella ragionevole
come figura simbolica. E sotto quest'aspetto il Signore
maledisse l'albero di fichi, che simboleggiava il giudaismo. - Terzo,
le creature prive di ragione sono ordinate a quelle ragionevoli
come cornice cronologica o spaziale. E in tal senso Giobbe
maledisse il giorno della sua nascita, per il peccato originale che
si contrae col nascere, e per le sue tristi conseguenze. Così può
pensarsi che Davide abbia maledetto i monti di Gelboe: cioè per
la strage del popolo che su di essi era stata compiuta.
Al contrario, maledire le cose prive di ragione in quanto son
creature di Dio è un peccato di bestemmia. - Maledirle poi per se
stesse è cosa inutile e vana: e quindi è illecito.
Sono così risolte anche le difficoltà.
ARTICOLO
3
Se maledire sia peccato mortale
SEMBRA che maledire non sia peccato mortale.
Infatti:
1. S. Agostino enumera la maledizione tra i peccati leggeri.
Ora, codesti peccati sono veniali. Dunque la maledizione non è un peccato
mortale, ma veniale.
2. Quanto deriva da leggeri moti di passione non è peccato mortale.
Ma talora la maledizione deriva da leggeri moti di passione.
Quindi la maledizione non è peccato mortale.
3. È più grave fare che dire del male. Ora il malfare non sempre
è peccato mortale. Molto meno quindi lo sarà il maledire.
IN CONTRARIO: Dal regno di Dio non esclude che il peccato mortale.
Ora, la maledizione esclude dal regno di Dio, stando alle
parole di S. Paolo: "Né i maledici, né i rapinatori erediteranno
il regno di Dio". Dunque la maledizione è peccato mortale.
RISPONDO: La maledizione di cui ora parliamo è quella che
consiste nell'augurare del male a qualcuno in modo imperativo
od ottativo. Ora, volere o promuovere col comando il male altrui
per se stesso è incompatibile con la carità, con la quale amiamo
il prossimo volendo il suo bene. Perciò, vista nel suo genere, la
maledizione è peccato mortale. E tanto più grave, quanto più
siamo tenuti ad amare e a rispettare la persona che malediciamo.
Infatti nel Levitico si legge: "Chi maledirà il padre o la madre
venga messo a morte".
Capita però che la maledizione sia peccato veniale, o per la
non gravità del male che viene augurato; oppure per il vero sentimento
di chi proferisce le parole di maledizione per un lieve
moto di passione, per gioco, o per qualche altro moto imprevisto;
poiché specialmente i peccati di lingua vanno giudicati,
come sopra abbiamo detto, dall'affetto che li ispira.
Sono così risolte anche le difficoltà.
ARTICOLO
4
Se la maledizione sia un peccato più grave della maldicenza
SEMBRA che la maledizione sia un peccato più grave della maldicenza.
Infatti:
1. La maledizione si presenta come una bestemmia, com'è evidente
nella lettera di S. Giuda, dove si dice che "quando l'arcangelo
Michele disputando altercava col diavolo per il corpo di Mosè,
non ardì di pronunziare una sentenza di bestemmia". E qui bestemmia,
come spiega la Glossa, sta per maledizione. Ora, la
bestemmia è un peccato più grave della maldicenza, o detrazione.
Dunque la maledizione è più grave della maldicenza.
2. Come sopra abbiamo visto, l'omicidio è più grave della maldicenza.
Ma la maledizione, stando alle parole del Crisostomo,
sta alla pari con l'omicidio: "Quando tu dici a Dio: "Maledici
costui, sprofonda la sua casa, distruggi tutti i suoi beni", non
ti differenzi in nulla dall'omicida". Perciò la maledizione è più
grave della maldicenza.
3. La causa di un fatto vale più del segno che lo esprime.
Ebbene, chi maledice causa il male col comandarlo: mentre chi fa
della maldicenza esprime soltanto un male già esistente. Quindi
pecca più gravemente chi maledice che il maldicente.
IN CONTRARIO: La maldicenza mai può esser buona. Invece la
maledizione può essere buona e cattiva, come sopra abbiamo visto.
Dunque la maldicenza è più grave della maledizione.
RISPONDO: Come abbiamo spiegato nella Prima Parte, il male
è di due specie, cioè di colpa o di pena. Ora, il male colpa, come
si disse, è quello peggiore. E quindi addossare al prossimo codesto
male è peggio che addossargli il male pena: purché venga espresso
nello stesso modo. Ebbene, è proprio dell'insolente, del mormoratore,
del maldicente e anche del derisore addossare al prossimo
il male colpa: invece è proprio di chi maledice, addossargli il
male pena, non già il male colpa, se non sotto l'aspetto di castigo.
Però il modo di esprimerlo è diverso. Infatti i quattro peccati
ricordati esprimono il male colpa soltanto enunziandolo; invece
con la maledizione il male pena viene espresso come un comando,
o un desiderio. Ebbene, l'enunciazione stessa della colpa è peccato,
poiché questo fatto infligge sempre un danno al prossimo.
Ora, a parità di condizioni, è più grave infliggere un danno che
desiderarlo. Perciò ordinariamente la maldicenza è un peccato
più grave della semplice maledizione che esprime un desiderio.
Invece la maledizione che si esprime sotto forma di comando,
avendo l'aspetto di causa, può essere più grave della maldicenza,
se vuole infliggere un danno più grave della denigrazione della
fama; o più leggero se codesto male è minore.
Ciò va inteso considerando gli elementi essenziali e costitutivi
di codesti peccati. Perché si potrebbero considerare altri elementi
accidentali, capaci di accrescerne o di diminuirne la gravità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La maledizione di una creatura
in quanto creatura ricade su Dio, e quindi indirettamente ha
natura di bestemmia: ma non è così, se una creatura è maledetta
per le sue colpe. E lo stesso vale per la maldicenza.
2. Come abbiamo spiegato, un certo tipo di maledizione include
il desiderio del male altrui. Perciò se chi maledice vuole l'uccisione
del prossimo, quanto al desiderio non differisce dall'omicida.
Però differisce da lui, in quanto l'atto esterno aggiunge qualche
cosa alla (semplice) volizione.
3. Il terzo argomento vale per la maledizione che implica un comando.
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