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Questione
73
La maldicenza
Veniamo così a parlare della detrazione, o maldicenza.
Su questo tema tratteremo quattro argomenti: 1. Che cosa sia
la maldicenza; 2. Se sia peccato mortale; 3. Il confronto di essa
con gli altri peccati; 4. Se si pecchi ascoltando la maldicenza.
ARTICOLO
1
Se la detrazione sia
"una denigrazione della fama altrui
con parole dette di nascosto"
SEMBRA che la detrazione non sia, come alcuni la definiscono,
"una denigrazione della fama altrui con parole dette di
nascosto".
Infatti:
1. Apertamente e di nascosto son circostanze che nel peccato non
costituiscono una specie: per un peccato infatti è indifferente che
sia conosciuto da molti, o da pochi. Ora, ciò che non costituisce la
specie di un peccato non rientra nella sua essenza, e non deve entrare
nella sua definizione. Dunque non è essenziale alla detrazione,
o maldicenza, che sia fatta di nascosto.
2. La fama si concepisce come notorietà pubblica. Perciò per
denigrare la fama di una persona, non bastano le parole dette di
nascosto, ma ci vogliono le parole dette pubblicamente.
3. Detrae chi toglie qualcosa di ciò che si è. Ma spesso si denigra
la fama del prossimo anche senza togliere nulla alla verità:
quando uno, p. es., rivela le colpe vere di un altro. Dunque non
ogni denigrazione della fama è una detrazione.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Se il serpe morde in silenzio, non è da meno
di esso chi sparla in segreto". Dunque la detrazione consiste
nel mordere di nascosto la fama di una persona.
RISPONDO: Come ci sono due modi di danneggiare il prossimo con
le azioni, e cioè apertamente, come nella rapina e in qualsiasi violenza,
e in maniera occulta, come nel furto e nei colpi a tradimento;
così ci sono due modi di danneggiare il prossimo con le parole.
Primo, apertamente con la contumelia, di cui abbiamo già parlato;
secondo, di nascosto con la maldicenza, o detrazione.
Ora, per il fatto che uno parla apertamente contro una persona mostra
di disprezzarla, e quindi la disonora: perciò la contumelia compromette
l'onore di chi ne è l'oggetto. Chi invece parla di nascosto
contro qualcuno, mostra di temerlo non già di disprezzarlo: perciò
direttamente non ne compromette l'onore, ma la fama. Poiché
nel proferire di nascosto codeste parole, per quanto dipende da lui,
spinge chi l'ascolta a formarsi una cattiva opinione dell'interessato.
Infatti chi fa della maldicenza sembra mirare a questo, a
far credere le proprie affermazioni.
Perciò è evidente che la detrazione differisce dalla contumelia
per due motivi. Primo, per il modo in cui son presentate le parole:
poiché chi insulta parla apertamente contro una persona, il
maldicente invece parla di nascosto. Secondo, per il fine desiderato,
cioè per il danno che s'intende arrecare: l'ingiurioso, cioè, colpisce l'onore,
il maldicente la fama.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nelle commutazioni involontarie,
alle quali si riducono tutti i danni arrecati al prossimo con le parole
o con i fatti, le circostanze indicate diversificano la natura
del peccato: poiché, come sopra abbiamo visto, l'involontario per
violenza è diverso dall'involontario per ignoranza.
2. Le parole di detrazione si dicono occulte non in senso assoluto,
ma in rapporto all'interessato: poiché son pronunziate a
sua insaputa e in sua assenza. Invece chi insulta parla in faccia
all'interessato. Perciò si ha una detrazione anche se uno, nell'assenza
dell'interessato, ne parla male dinanzi a molta gente: e si
ha una contumelia se parla così, sia pure davanti lui solo.
Tuttavia, anche dicendo male di una persona assente davanti a una
sola persona, uno ne compromette la fama, non in tutto, ma in parte.
3. Si dice che uno detrae, non perché decurta la verità, ma perché
sminuisce la fama di una persona. E questo a volte si fa direttamente,
e a volte indirettamente. Direttamente si può fare in
quattro maniere: primo, attribuendo al prossimo cose false;
secondo, esagerandone la colpa; terzo, rivelandone i segreti; quarto,
asserendo che il bene che compie viene fatto con cattiva intenzione.
Inoltre si può fare della detrazione indiretta, o negando il bene altrui,
o astenendosi dal parlarne.
ARTICOLO
2
Se la detrazione sia peccato mortale
SEMBRA che la detrazione non sia peccato mortale.
Infatti:
1. Nessun atto di virtù è peccato mortale. Ma svelare un peccato
occulto, che costituisce, come si è detto, la detrazione, è un
atto di virtù: e cioè della carità, quando uno denunzia la colpa
di un fratello per emendarlo; oppure di giustizia, quando uno lo
accusa in tribunale. Dunque la detrazione non è un peccato mortale.
2. A proposito di quel detto dei Proverbi,
"Non t'immischiare
coi detrattori", la Glossa spiega: "È questo un peccato in cui
cade tutto il genere umano". Ora, nessun peccato mortale si riscontra
in tutto il genere umano: perché molti si astengono dal
peccato mortale; ma sono piuttosto i peccati veniali che si riscontrano
in tutti. Perciò la detrazione è peccato veniale.
3. Tra i
"peccati minuti" S. Agostino mette "il fatto di dir
male con grande facilità e temerità", il che rientra nella detrazione.
Quindi la detrazione è peccato veniale.
IN CONTRARIO: S. Paolo scrive:
"Maldicenti, in odio a Dio";
aggiunta questa che, a detta della Glossa, è fatta "affinché questo
peccato non si consideri leggero perché si riduce a delle parole".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, specialmente i peccati di lingua
si devono giudicare dalle intenzioni. Ora, la detrazione, o maldicenza, è
ordinata a denigrare la fama del prossimo. Perciò propriamente
fa della maldicenza chi parla di una persona in sua
assenza, per denigrarne la fama. Ma togliere la fama a un uomo è
cosa assai grave: poiché tra tutti i beni temporali la fama è quello
più prezioso, e per la sua perdita un uomo viene impedito dal compiere
molte cose buone. Ecco perché nell'Ecclesiastico si legge: "Abbi
cura del buon nome; perché più ti resterà che mille preziosi e
grandi tesori". Perciò la maldicenza di suo è peccato mortale.
Tuttavia capita talora che uno dica delle parole che intaccano
la fama del prossimo, senza volerlo, ma per altri motivi. E questo,
propriamente e formalmente parlando, non è una detrazione,
ma lo è solo materialmente e come per accidens. Anzi, se uno proferisce
parole lesive della fama altrui per un fine buono, o necessario,
rispettando le debite circostanze, non è affatto peccato: e
non si può parlare di maldicenza. - Se invece uno dice codeste cose
per leggerezza d'animo, o per motivi non necessari, il suo peccato
non è mortale; a meno che le parole dette non siano così gravi da
menomare notevolmente la fama di una persona, in modo particolare
su cose che riguardano l'onestà della vita; poiché questo fatto
per l'intrinseca gravità delle parole ha natura di peccato mortale.
E allora uno è tenuto alla restituzione della fama, come è tenuto
a restituire qualsiasi cosa rubata: cioè nel modo che abbiamo spiegato
sopra parlando della restituzione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Svelare i peccati occulti di una persona,
denunziandoli per sua emenda, o per il pubblico bene, non
è fare della maldicenza, come abbiamo spiegato.
2. In quel testo della
Glossa non si dice che la detrazione è in
tutto il genere umano, ma c'è l'aggiunta di un quasi. E questo,
sia perché "degli stolti il numero è infinito", e pochi son quelli che
camminano per la via della salvezza; sia perché son pochi o punti
coloro che per lo meno lievemente e per leggerezza in certi casi
non dicano delle cose che compromettono la fama di qualcuno: ché,
a detta di S. Giacomo, "se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto".
3. S. Agostino parla del caso in cui uno dice male di altri non
con l'intenzione di nuocere, ma per leggerezza d'animo, o per
un trascorso di lingua.
ARTICOLO
3
Se la detrazione sia il più grave dei peccati contro il prossimo
SEMBRA che la detrazione sia il più grave di tutti i peccati contro il prossimo.
Infatti:
1. La Glossa spiegando quel detto del Salmo,
"In contraccambio
dell'amor mio, sparlano di me", afferma: "Danneggia più Cristo
nelle sue membra chi sparla contro di lui, perché uccide le anime
ordinate a credere in lui, che coloro i quali ne uccisero il corpo ordinato
a risorgere". Dal che si deduce che la detrazione è un peccato
più grave dell'omicidio, in quanto uccidere l'anima è più grave
che uccidere il corpo. Ma l'omicidio è il più grave dei peccati contro
il prossimo. Dunque la detrazione è assolutamente il più grave
di tutti codesti peccati.
2. La detrazione è un peccato più grave della contumelia, o insulto:
perché all'insulto uno può reagire, non così alla detrazione
che è fatta di nascosto. D'altra parte l'insulto sembra un peccato
più grave dell'adulterio: poiché l'adulterio unisce due corpi in
una sola carne, mentre l'insulto divide in molte fazioni persone
congiunte. Quindi la detrazione è un peccato più grave dell'adulterio;
che pure tra i peccati contro il prossimo è della massima gravità.
3. Come spiega S. Gregorio l'insulto nasce dall'ira, la detrazione
invece dall'invidia. Ma l'invidia è un peccato più grave dell'ira.
Dunque la detrazione è un peccato più grave dell'insulto.
Siamo così alla stessa conclusione di prima.
4. Un peccato è tanto più grave quanto maggiore è il difetto
che provoca. Ora, la detrazione provoca il difetto più grave, cioè
l'accecamento spirituale. S. Gregorio infatti scrive: "Che altro
fanno i detrattori, se non sollevare la polvere, e gettare terra sui
propri occhi; cosicché più insistono nella detrazione, meno vedono
la verità?". Perciò la detrazione è il più grave dei peccati che si
commettono contro il prossimo.
IN CONTRARIO: È più grave peccare con le opere che con le parole.
Ma la detrazione è un peccato di parole: mentre adulterio, omicidio
e furto son peccati di opere. Dunque la detrazione non
è più grave degli altri peccati relativi al prossimo.
RISPONDO: I peccati che si commettono contro il prossimo di suo
vanno giudicati in rapporto al danno che arrecano: perché è questo
che dà loro natura di colpa. E tanto è più grave il danno,
quanto più importante è il bene che vien tolto. Ora, il bene di un
uomo è di tre generi: il bene dell'anima, il bene del corpo, e i
beni esterni. Ma il bene dell'anima, che è quello più alto, non può
essere tolto da altri se non indirettamente: p. es., mediante cattivi
suggerimenti, che però non influiscono in modo necessario. Invece
gli altri due generi di beni, cioè quelli del corpo e i beni esterni,
possono essere rapiti da altri con la violenza. E poiché i beni del
corpo son superiori ai beni esterni, i peccati che danneggiano il
corpo sono più gravi di quelli che compromettono i beni esterni.
Perciò tra tutti i peccati relativi al prossimo il più grave è l'omicidio,
che toglie la vita già in atto; ad esso segue l'adulterio, che sovverte
l'ordine della generazione umana, da cui si giunge alla vita.
Seguono poi i beni esterni. Tra questi la reputazione, o fama, è
superiore alle ricchezze, essendo più vicina ai beni spirituali. Ecco
perché sta scritto nei Proverbi: "Vale di più il buon nome che le
grandi ricchezze". Perciò la detrazione, per il suo genere, è un
peccato più grave del furto; è però meno grave dell'omicidio e
dell'adulterio. - L'ordine però può essere invertito per le circostanze
aggravanti, o attenuanti.
Tuttavia la gravità del peccato dipende accidentalmente anche
dal soggetto; il quale pecca più gravemente, se compie l'atto con
premeditazione, che se lo compie per fragilità o per sbadataggine.
E sotto quest'aspetto i peccati di lingua hanno maggiori attenuanti:
poiché provengono facilmente da un'intemperanza di linguaggio,
senza grande premeditazione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Coloro che sparlano di Cristo, per
impedire la fede delle sue membra, offendono la sua divinità su
cui tale fede è basata. Perciò non si tratta di semplice detrazione,
ma di bestemmia.
2. L'insulto è più grave della detrazione, perché implica un disprezzo
più grave del prossimo: come la rapina, stando alle spiegazioni
date sopra, è più grave del furto. Però l'insulto non è più
grave dell'adulterio: poiché la gravità dell'adulterio non va giudicata
dall'unione dei corpi, ma dal sovvertimento della generazione umana.
Del resto chi insulta non produce necessariamente l'inimicizia,
ma solo può dare occasione alla divisione degli animi:
in quanto di suo distoglie altri dall'amicizia di una persona,
sebbene non li costringa a farlo. E così anche chi fa della maldicenza
in maniera occasionale è un omicida: perché con le sue parole dà
a un altro l'occasione di odiare e di disprezzare il prossimo. Ecco
in che senso nella lettera di S. Clemente si legge che "i detrattori
sono omicidi": poiché, come si esprime S. Giovanni, "chi odia
il proprio fratello è un omicida".
3. La detrazione, che si compie di nascosto, non nasce dall'ira,
come la contumelia, ma dall'invidia, che tenta di sminuire in
qualsiasi modo la fama del prossimo; perché l'ira, a detta
del Filosofo, "cerca di vendicarsi apertamente". E tuttavia non ne segue
che la detrazione sia più grave della contumelia: poiché da
un vizio minore può sempre nascere un peccato più grave: dall'ira, p. es.,
nascono l'omicidio e la bestemmia. Del resto l'origine
dei peccati va determinata in base al fine, che emerge dal loro
aspetto di conversione; mentre la loro gravità va determinata in
base all'aspetto di aversione.
4. A detta dei Proverbi,
"l'uomo gode nel sentenziare di propria bocca";
perciò chi sparla prende ad amare e a credere sempre
di più a ciò che dice; e quindi a odiare maggiormente il prossimo;
e così si allontana sempre più dalla verità. Tuttavia codesto
effetto può derivare anche dagli altri peccati che si riallacciano
all'odio verso il prossimo.
ARTICOLO
4
Se chi ascolta la maldicenza senza reagire pecchi gravemente
SEMBRA che non pecchi gravemente chi senza reagire ascolta la maldicenza.
Infatti:
1. Nessuno è tenuto a fare per gli altri più di quanto è tenuto a
fare per se stesso. Ora, come insegna S. Gregorio, è cosa lodevole
che uno tolleri i propri detrattori: "Come non dobbiamo eccitare
con le nostre azioni le lingue dei detrattori, per non essere loro
occasione di rovina; così dobbiamo tollerarle con pazienza una
volta eccitate, per accrescere i nostri meriti". Perciò, se uno non
reagisce alle detrazioni degli altri, non fa peccato.
2. Sta scritto:
"Non contraddire alle parole di verità in nessun
modo". Ma talora chi sparla dice la verità, come abbiamo notato.
Dunque non sempre si è tenuti a reagire alla detrazione.
3. Nessuno deve impedire ciò che è utile al prossimo. Ora, la
detrazione spesso è utile a coloro che ne sono oggetto. S. Pio I
infatti scriveva: "Talora contro i buoni si scatena la maldicenza,
affinché chi era stato posto in alto dall'adulazione dei familiari, o
dal favore degli estranei, sia umiliato dalla detrazione". Perciò
non si devono impedire le detrazioni.
IN CONTRARIO: S. Girolamo ammonisce:
"Guardati dal prurito
della lingua e delle orecchie; e cioè dalla maldicenza contro il
prossimo, e dall'ascoltare chi la fa".
RISPONDO: A detta
dell'Apostolo, "è degno di morte non solo chi
commette il peccato, ma anche chi approva coloro che lo commettono".
E l'approvazione può farsi in due modi. Primo, direttamente,
cioè, quando uno induce altri al peccato, o si compiace del
peccato. Secondo, indirettamente, cioè quando non reagisce,
avendone la possibilità: e questo non perché piace il peccato, ma per
un timore umano. Si deve quindi concludere che se uno ascolta
le detrazioni senza reagire, approva chi le fa; e quindi è partecipe
del suo peccato. Se poi si lascia indurre alla maldicenza, oppure
ne prova piacere per odio verso la persona che ne fa le spese,
allora non pecca meno di chi sparla del prossimo: anzi di più, in certi casi.
Di qui le parole di S. Bernardo: "Non saprei decidere facilmente,
se sia più condannabile chi fa della maldicenza o chi l'ascolta". - Se invece
il peccato dispiace, ma si omette di reagire
alla maldicenza per timore, o per negligenza oppure per rispetto umano,
allora si pecca, però in modo assai meno grave di chi sparla,
e per lo più si fa un peccato veniale. Ma in certi casi tale
omissione può anche essere peccato mortale; o perché uno ha per
ufficio il dovere di correggere i maldicenti; o per i disordini che
ne derivano; o per la radice che la produce, poiché in certi casi il
rispetto umano è peccato mortale, come sopra abbiamo notato.
SOLUZIONE DELLE DIFFiCOLTÀ: 1. Nessuno ascolta le detrazioni a
suo carico: poiché le male parole dette in presenza dell'interessato,
propriamente parlando, non sono una detrazione, come abbiamo
spiegato. Tuttavia mediante la relazione di altri uno può conoscere
codeste detrazioni. E allora è in suo arbitrio sopportare la menomazione
della propria fama, a meno che, come abbiamo detto, ciò
non pregiudichi il bene di altri. E quindi gli si può raccomandare
la pazienza nel tollerare la maldicenza a proprio carico. - Invece
non è lasciato al suo arbitrio sopportare la menomazione della
fama altrui. E quindi è una colpa per lui non reagire, avendone
la possibilità: e ciò per lo stesso motivo per cui uno è tenuto "a
risollevare l'asino altrui caduto sotto il peso", come impone il Deuteronomio.
2. Non sempre si è tenuti a reagire contro chi sparla rimproverandolo
di falsità; specialmente quando uno sa che è vero quanto
si dice. Ma si deve rimproverarlo del peccato che commette con
la maldicenza; o per lo meno uno deve mostrare con la tristezza
del volto che la detrazione gli dispiace; poiché, come dicono i
Proverbi, "il vento di tramontana sgomina la pioggia, e una faccia
severa la lingua maledica".
3. L'utilità che proviene dalla maldicenza non è nell'intenzione
di chi la fa, ma dalla disposizione di Dio, il quale è capace di
ricavare un bene da qualsiasi male. Non per questo, quindi, si
deve meno combattere la maldicenza; come si deve resistere ai
rapinatori e agli oppressori, sebbene dalle loro imprese possa derivare
alle vittime un aumento di merito per la pazienza.
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