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Questione
72
La contumelia
Veniamo ora a parlare delle ingiurie verbali fuori dei processi.
Primo, della contumelia; secondo, della diffamazione; terzo, della
mormorazione; quarto, della derisione; quinto, della maledizione.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Che cosa
sia la contumelia; 2. Se la contumelia sia sempre peccato mortale;
3. Se sia opportuno reagire agli insulti; 4. Sull'origine degli insulti,
o contumelie.
ARTICOLO
1
Se la contumelia consista nelle parole
SEMBRA che la contumelia non consista nelle parole.
Infatti:
1. La contumelia implica un danno a svantaggio del prossimo,
trattandosi di un'ingiustizia. Ora, le parole non fanno nessun
danno né alle cose né alla persona del prossimo. Dunque la contumelia
non consiste nelle parole.
2. La contumelia porta un certo disonore. Ma uno viene disonorato
o vituperato più con i fatti che con le parole. Quindi la
contumelia non è costituita di parole, ma piuttosto di fatti.
3. Il disonore fatto a parole si chiama insulto, o improperio. Ma
la contumelia sembra ben distinta dall'insulto e dall'improperio.
Perciò la contumelia non consiste in parole.
IN CONTRARIO: Con l'udito non si percepiscono che le parole. Ma
le contumelie, come appare dalla Scrittura, si percepiscono con
l'udito: "Udivo le contumelie dei circostanti". Dunque la contumelia è
fatta di parole.
RISPONDO: La contumelia implica il disonore di una persona. E
questo può determinarsi in due modi. Primo, si può disonorare
una persona privandola dell'eccellenza che le merita l'onore, dal
momento che l'onore nasce precisamente da codesta eccellenza. E
ciò si compie mediante i peccati di opere, di cui abbiamo già
parlato. - Secondo, portando a conoscenza dell'interessato e degli
altri quanto ne pregiudica l'onore. E ciò propriamente appartiene
alla contumelia. Il che avviene mediante dei segni. Ora, a detta
di S. Agostino, "tutti gli altri segni a confronto delle parole sono
pochissimi: infatti tra gli uomini le parole hanno avuto un
primato assoluto nell'esprimere qualsiasi concetto dell'animo".
Quindi, propriamente parlando, la contumelia è fatta di parole.
Ecco perché S. Isidoro nelle sue Etimologie insegna, che uno è
chiamato contumelioso, "perché è veloce e tumido in parole d'ingiuria".
Tuttavia siccome certe cose si possono significare anche con dei
fatti, i quali dal momento che significano hanno il valore delle
parole, in senso lato si può parlare di contumelia anche a proposito di fatti.
Ecco perché la Glossa, a proposito dei "contumeliosi e dei superbi"
di cui parla S. Paolo, spiega che contumeliosi
son "quelli che con le parole o con i fatti arrecano contumelie e ignominie".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le parole per loro natura fisica,
cioè in quanto suoni, non fanno del male: tutt'al più possono disturbare
l'udito, se uno parla troppo forte. Ma in quanto segni
atti a presentare ad altri delle nozioni possono fare molti danni.
Uno di questi è il pregiudizio che un uomo può ricevere nell'onore
e nel rispetto a lui dovuto presso gli altri. Perciò la contumelia
è più grande, se uno rinfaccia i difetti dinanzi a molte persone.
Ma può esserci contumelia anche nel rinfacciarli da solo a solo,
se chi parla manca di rispetto verso chi ascolta.
2. Una persona in tanto pregiudica con i fatti l'onore di un'altra,
in quanto quei fatti compiono o indicano cose che ne pregiudicano l'onore.
Ma la prima di codeste funzioni non appartiene
alla contumelia, bensì ad altre specie di ingiustizie di cui abbiamo
già parlato. La seconda invece appartiene alla contumelia, in
quanto quei fatti hanno per il loro significato il valore di parole.
3. Insulti e improperi sono anch'essi parole come la contumelia:
perché tutte queste cose consistono nel rinfacciare ad altri dei
difetti per menomarne l'onore. Ora, tali difetti sono di tre generi.
C'è un difetto morale, o peccato, che viene espresso dalle
parole di contumelia. E c'è un difetto che abbraccia indistintamente
peccato e castigo, il quale viene espresso mediante l'insulto
(con-vitium): poiché si usa parlare di vizio non solo per l'anima,
ma anche per il corpo. Perciò se uno rinfaccia a una persona la
cecità, dice un insulto, non già una contumelia: se invece dice
all'altro di essere un ladro, non solo dice un insulto, ma infligge
una contumelia. - Finalmente talora si rinfacciano al prossimo
difetti attinenti alla sua umile condizione e alla sua indigenza: e
che compromettono anch'essi l'onore che accompagna una qualsiasi
nobiltà o superiorità. E questo avviene con l'improperio, che
propriamente consiste nel ricordare ad altri l'aiuto loro prestato
in casi di bisogno. Di qui le parole dell'Ecclesiastico: "Poco dà
e molto rinfaccia". - Tuttavia spesso questi termini si usano l'uno per l'altro.
ARTICOLO
2
Se la contumelia, o insulto, sia peccato mortale
SEMBRA che la contumelia, o insulto, non sia peccato mortale.
Infatti:
1. Nessun peccato mortale può essere un atto di virtù.
Ora, insultare è atto di una virtù, cioè dell'eutrapelia, alla quale secondo
Aristotele spetta saper ben insultare. Dunque l'insulto, o contumelia,
non è peccato mortale.
2. Il peccato mortale non si riscontra nei perfetti. Eppure costoro
talora dicono degli insulti. L'Apostolo, p. es., dice ai Galati: "O Galati
insensati!". E il Signore esclama: "O stolti e tardi di cuore a
credere!".
Quindi l'insulto, o contumelia, non è peccato mortale.
3. Sebbene quanto nel suo genere è peccato veniale possa diventare mortale,
tuttavia un peccato che nel suo genere è mortale
non può mai diventare veniale, come sopra abbiamo detto. Perciò,
se l'insulto o contumelia fosse per sua natura peccato mortale,
ne seguirebbe che in tutti i casi sarebbe peccato mortale. Ma questo
evidentemente è falso: come nel caso di chi insulta per leggerezza,
o senza riflettere, oppure per un lieve moto di collera.
Dunque l'insulto, o contumelia non è nel suo genere un peccato mortale.
IN CONTRARIO: Niente all'infuori del peccato mortale merita la
pena eterna dell'inferno. Ora, l'insulto, o contumelia, merita
la pena dell'inferno, secondo le parole evangeliche: "Chi dirà al
suo fratello: stolto, sarà condannato al fuoco della Geenna".
Perciò l'insulto, o contumelia, è peccato mortale.
RISPONDO: Come abbiamo già detto, le parole possono danneggiare il prossimo,
non in quanto sono dei suoni, ma in quanto
significano qualche cosa. Ora, questo significato dipende dagli
affetti interiori. Perciò specialmente nei peccati di parola si deve
considerare con quali disposizioni d'animo uno si esprime. E poiché l'insulto,
o contumelia, di sua natura implica una menomazione dell'onore,
se l'intenzione di chi lo esprime è quella di distruggere con le parole
l'onore di una persona, allora si ha propriamente
e direttamente un insulto, o una contumelia. E questo è peccato mortale
non meno del furto, o della rapina: una persona infatti ama il proprio
onore non meno dei suoi beni materiali.
Se invece uno dice parole d'insulto, o di contumelia, senza l'intenzione
di disonorare il prossimo, ma o per correggere, o per altre cose del genere,
allora egli dice una contumelia non formalmente o propriamente,
bensì per accidens e materialmente soltanto,
cioè in quanto usa un'espressione che potrebbe essere un insulto, o contumelia.
Perciò in certi casi questo fatto può
dar luogo a un peccato veniale; e in altri a nessun peccato. - Però
in questi casi ci vuole discrezione, perché si usi di codeste
parole con moderazione. Poiché l'insulto potrebbe essere così
grave, che, sebbene sia dato per leggerezza, comprometta l'onore
di chi è insultato. E allora uno potrebbe peccare mortalmente,
anche senza l'intenzione di disonorare una persona. Come non
è esente da colpa chi nel colpire un altro per gioco lo ferisce gravemente.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Rientra nella virtù dell'eutrapelia
dire qualche leggero insulto, non per disonorare o per contristare
la persona colpita, ma per ricreare e per gioco. E questo si può
fare senza peccato, osservando le debite circostanze. Se invece
uno non teme di contristare chi è oggetto di codeste contumelie
giocose, pur di far ridere gli altri, allora l'atto è peccaminoso,
come nota lo stesso Aristotele.
2. Come è lecito picchiare o privare di qualche cosa il prossimo
per correggerlo, così per lo stesso motivo gli si possono rivolgere
parole ingiuriose. È per questo che il Signore chiamò stolti quei
discepoli, e l'Apostolo chiamò insensati i Galati. - Tuttavia, come
nota S. Agostino, "si devono adoperare i rimproveri raramente
e per gravi motivi, e non con l'intenzione d'imporci, ma per l'onore di Dio".
3. Siccome il peccato d'insulto o di contumelia dipende dall'animo
di chi lo esprime, può capitare che si tratti di un peccato
veniale, se è un insulto leggero il quale non disonora gravemente,
e venga proferito per leggerezza, o per un lieve moto d'ira, senza
il fermo proposito di umiliare una persona: come quando uno
mira soltanto a mortificarla un poco.
ARTICOLO
3
Se si sia tenuti a sopportare gli insulti che si ricevono
SEMBRA che uno non sia tenuto a sopportare gli insulti che riceve.
Infatti:
1. Chi sopporta l'insulto che riceve incoraggia l'ardire di chi
insulta. Ma questa non è una cosa da farsi. Dunque non si devono
sopportare le contumelie che si ricevono, ma rispondere.
2. Un uomo è tenuto ad amare se stesso più degli altri. Eppure
uno non deve sopportare l'insulto fatto ad altri; poiché sta scritto: "Chi
impone il silenzio allo stolto acquieta gli sdegni". Perciò
si è tenuti anche a non sopportare gli insulti ricevuti personalmente.
3. A nessuno è permesso di vendicarsi; poiché sta scritto:
"A me
la vendetta, io ripagherò". Ma non reagendo agli insulti uno
si vendica; ché a detta del Crisostomo: "Se vuoi vendicarti, taci:
e gli avrai inferto una piaga mortale". Quindi uno non deve
sopportare in silenzio le parole oltraggiose, ma piuttosto rispondere.
IN CONTRARIO: Il Salmista ha scritto:
"Quei che cercano il mio
danno propalan falsità"; e aggiunge: "Ma io come un sordo non
do ascolto, e son come un muto che non apre la sua bocca".
RISPONDO: Come è necessaria la pazienza nelle azioni compiute
contro di noi, così è necessaria nelle parole contrarie che ci riguardano.
Ora, l'obbligo di sopportare le azioni ingiuriose è da considerarsi
quale predisposizione d'animo, come dice S. Agostino, spiegando
quel precetto del Signore: "Se uno ti percuote su una guancia,
porgigli anche l'altra"; cioè nel senso che uno dev'essere disposto
a farlo, se è necessario. Ma nessuno è tenuto a farlo sempre realmente,
poiché neppure il Signore lo fece; ma dopo di aver ricevuto
uno schiaffo, come narra S. Giovanni, disse: "Perché mi percuoti?".
Quindi anche a proposito delle parole offensive vale lo stesso criterio.
Infatti siamo tenuti ad avere l'animo preparato a
sopportare gli insulti quando ciò si richiede. Ma in certi casi è
necessario respingere le ingiurie: e specialmente per due motivi.
Primo, per il bene di chi insulta: cioè per reprimerne l'audacia,
ossia perché non osi ripetere codesti atti. Nei Proverbi infatti si
legge: "Rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza, affinché non
si creda saggio ai suoi occhi". Secondo, per il bene di altre persone,
il bene delle quali viene compromesso dagli insulti fatti a noi.
Ecco perché S. Gregorio insegna: "Coloro la cui vita deve servire
d'esempio, se possono, devono far tacere i loro detrattori; affinché
coloro che possono ascoltarli non ne siano distolti, rimanendo nei
loro vizi, senza curarsi di vivere onestamente".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si è tenuti a reprimere l'audacia di
chi insulta, ma con la debita moderazione: e cioè per compiere
un dovere di carità, e non per la brama del prestigio personale.
Di qui le parole dei Proverbi: "Non rispondere allo stolto secondo
la sua stoltezza, affinché non diventi pari suo anche tu".
2. Nel reagire alle contumelile subite da altri non c'è da temere
la brama del prestigio personale, come nel reagire a quelle rivolte
contro di noi; ma deriva con più evidenza da un sentimento di carità.
3. Se uno tacesse col proposito di provocare così all'ira chi l'insulta,
si avrebbe una vendetta. Ma se uno tace volendo "dar luogo all'ira (divina)",
allora si ha un atto lodevole. Di qui le parole dell'Ecclesiastico: "Non
contrastare con un uomo linguacciuto, e non accatastar legna sul fuoco di lui".
ARTICOLO
4
Se gli insulti nascano dall'ira
SEMBRA che gli insulti non nascano dall'ira.
Infatti:
1. Nei Proverbi si legge:
"Dove c'è la superbia là c'è l'insulto".
Ma l'ira è un vizio distinto dalla superbia. Dunque l'insulto non
nasce dall'ira.
2. Sta scritto:
"Tutti gli stolti s'immischiano nelle contumelie".
Ma la stoltezza, come sopra abbiamo visto, si contrappone alla
sapienza: mentre l'ira si oppone alla mansuetudine. Quindi le
contumelie non nascono dall'ira.
3. Nessun peccato è reso più leggero
dalla propria causa. Ora, il
peccato di contumelia è reso meno grave, se viene commesso per
ira: infatti chi insulta per odio pecca più gravemente di chi insulta per ira.
Dunque gli insulti non nascono dall'ira.
IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna che gli insulti derivano dall'ira.
RISPONDO: Un peccato, anche se può nascere da cause molteplici,
principalmente si dice che deriva da quella che ordinariamente lo
produce con maggior frequenza, per la connessione col fine di essa.
Ora, l'insulto o contumelia ha una stretta connessione col fine dell'ira,
che è la vendetta; e a chi è adirato nessuna vendetta si presenta
più facile dell'insulto. Perciò l'insulto nasce soprattutto dall'ira.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'insulto non è ordinato al fine
della superbia, che è il prestigio: e quindi non nasce da essa direttamente.
Però la superbia predispone all'insulto: poiché coloro
che si stimano superiori disprezzano facilmente gli altri e li coprono d'ingiurie.
Essi inoltre s'adirano con facilità; perché stimano
insopportabile tutto ciò che vien fatto contro il loro volere.
2. A detta del Filosofo,
"l'ira non ascolta perfettamente la ragione":
e quindi chi è adirato soffre una carenza di ragionevolezza,
che lo rende affine allo stolto. Ecco perché dalla stoltezza
nasce l'insulto, per l'affinità che essa ha con l'ira.
3. Come il Filosofo spiega,
"l'adirato cerca di far conoscere la
sua vendetta, invece chi odia non se ne cura". Perciò l'insulto,
che implica un'ingiuria aperta, appartiene più all'ira che all'odio.
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