Il Santo Rosario
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Questione 65

Le altre ingiustizie che si commettono contro le persone

Passiamo ora a considerare gli altri peccati d'ingiustizia che si commettono contro le persone.
Sul tema indicato toccheremo quattro argomenti: 1. La mutilazione delle membra; 2. Le percosse; 3. L'incarcerazione; 4. Se questi peccati d'ingiustizia siano più gravi per il fatto che si commettano contro i congiunti di altre persone.

ARTICOLO 1

Se la mutilazione di una persona sia lecita in qualche caso

SEMBRA che la mutilazione di una persona non sia lecita in nessun caso. Infatti:
1. Il Damasceno afferma che si commette peccato per il fatto che "ci si allontana da cio che è secondo natura per quello che è contro natura". Ora, secondo la natura istituita da Dio il corpo umano dev'essere integro nelle sue membra; ed è contro natura la sua menomazione di un organo. Dunque mutilare una persona di un organo è sempre peccato.
2. A detta di Aristotele, come l'anima intera sta a tutto il corpo, così le parti dell'anima stanno alle varie parti del corpo. Ma, privare una persona dell'anima con l'uccisione non è permesso che in forza dei pubblici poteri. Perciò non è lecito mutilare una persona, se non forse ricorrendo ai pubblici poteri.
3. La salvezza dell'anima è da preferirsi alla salvezza del corpo. Ora, a nessuno è permesso mutilarsi di un organo per la salvezza dell'anima: infatti il (primo) Concilio Niceno punisce coloro che si sono evirati per osservare la castità. Dunque per nessun altro motivo è lecita la mutilazione di una persona.

IN CONTRARIO: Sta scritto nell'Esodo: "Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede".

RISPONDO: Un organo, essendo una parte del corpo umano, è per il tutto, come ciò che è imperfetto dice ordine alla perfezione. Si deve perciò disporre di un organo del corpo umano secondo le esigenze del tutto. Ora, ogni organo del corpo umano di per sé è utile al bene di tutto il corpo: tuttavia può capitare che gli sia nocivo, quando un membro infetto, p. es., minaccia l'infezione di tutto il corpo. Se un organo, quindi, è sano e normale, non si può asportare senza un danno per l'intero corpo. Siccome però l'uomo nel suo insieme è ordinato, come si è detto, all'intera collettività di cui fa parte, può capitare che l'asportazione di un organo, pur essendo dannosa per l'intero corpo, sia ordinata al bene della collettività, perché inflitta come castigo di certi delitti. Perciò come uno dalla pubblica autorità può essere lecitamente privato della vita intera per i delitti più gravi, così può essere privato di un membro per i delitti minori. Questo però non è lecito a nessuna persona privata, anche col consenso dell'interessato: perché sarebbe un'ingiustizia verso la società alla quale appartiene l'uomo con tutte le sue membra.
Se invece un organo è un focolaio d'infezione per tutto il corpo, allora col consenso dell'interessato è lecita la sua asportazione per la salute di tutto il corpo: poiché a ciascuno è commessa la cura della propria salute. Lo stesso vale per giustificare l'asportazione fatta per volontà di coloro ai quali spetta la cura della salute di chi ha un organo malato. Mutilare invece un uomo di un organo fuori di questi casi è assolutamente proibito.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che quanto è contrario a una natura particolare sia conforme alla natura nella sua universalità: negli esseri materiali, p. es., la morte o la corruzione è contraria alla loro natura particolare, ma è conforme alla natura nella sua universalità. Parimenti, mutilare una persona di un organo, pur essendo contro la natura particolare del suo corpo, è però conforme alla ragione naturale in rapporto al bene comune.
2. La vita intera di un uomo non è ordinata a qualche cosa che a lui appartiene; ma piuttosto tutte le cose che a lui appartengono sono ordinate ad essa. Ecco perché privare un uomo della vita appartiene sempre esclusivamente alla pubblica autorità, che è incaricata del bene comune. Ma la mutilazione di un organo può essere ordinata alla salute di una persona particolare. Perciò in certi casi costei ha il diritto di praticarla.
3. Non si può eliminare un organo per la salute del corpo, se non quando non si può provvedere altrimenti. Ora, alla salvezza spirituale si può sempre provvedere altrimenti che con l'amputazione di un organo: poiché il peccato dipende dalla volontà. Perciò non si può mai recidere un organo per evitare un peccato qualsiasi. Ecco perché il Crisostomo nel commentare quel passo evangelico: "Ci sono degli eunuchi che si sono evirati per il regno dei cieli", afferma: "Non si tratta di mutilare le membra, ma di uccidere i cattivi pensieri. Infatti chi recide un organo è soggetto alla maledizione: poiché in tal modo uno si accomuna agli assassini". E aggiunge: "E d'altra parte in tal modo la concupiscenza non si calma, ma diviene più insolente. Infatti la concupiscenza che è in noi ha ben altre fonti, essa cioè deriva specialmente dalla mancanza di proposito e dalla negligenza dell'anima; cosicché la mutilazione di un organo non reprime le tentazioni quanto la repressione dei cattivi pensieri".

ARTICOLO 2

Se sia permesso ai genitori percuotere i figli, e ai padroni i loro schiavi

SEMBRA che non sia permesso ai genitori percuotere i figli, e ai padroni gli schiavi. Infatti:
1. Così scriveva S. Paolo agli Efesini: "Voi padri non provocate all'ira i vostri figli". E aggiungeva poco dopo: "E voi padroni agite ugualmente verso i vostri schiavi, mettendo da parte le minacce". Ma dalle percosse alcuni vengono provocati all'ira. Inoltre esse sono più gravi delle minacce. Perciò né i padri possono percuotere i figli, né i padroni i servi.
2. Il Filosofo afferma che "il linguaggio paterno comporta soltanto l'ammonizione, non già la coazione". Ora, con le percosse si ha una forma di coazione. Dunque ai genitori non è lecito percuotere i figli.
3. È permesso a chiunque correggere un altro: è questa infatti una delle opere di misericordia spirituale, come sopra abbiamo visto. Quindi se ai genitori è permesso percuotere i figli per correggerli, sarà permesso ugualmente a chiunque far lo stesso con qualsiasi persona. Ma questo è evidentemente falso. Dunque è falsa anche l'affermazione precedente.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Chi risparmia il bastone odia il proprio figlio"; e altrove: "Non risparmiare la correzione al fanciullo. Se infatti lo percuoti col bastone non muore: tu lo percuoterai col bastone, e libererai la sua anima dall'inferno". E l'Ecclesiastico afferma: "Allo schiavo malvagio la tortura e i ferri".

RISPONDO: Con le percosse s'infligge un danno al corpo del paziente, però in maniera diversa che con la mutilazione: quest'ultima infatti ne pregiudica l'integrità, mentre le percosse si limitano al dolore sensibile. Perciò esse sono un danno molto minore della mutilazione. Ora, infliggere un danno a una persona è permesso solo come castigo, per un atto di giustizia. Ma non si può punire con giustizia se non i propri sudditi. Quindi è permesso percuotere soltanto a chi ha un potere sulla persona che viene percossa. E poiché il figlio è sotto il potere del padre, e lo schiavo sotto quello del padrone, il padre e il padrone hanno rispettivamente la facoltà di percuotere il figlio e lo schiavo, allo scopo di correggerli e di educarli.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ira, essendo un desiderio di vendetta, si accende soprattutto quando uno pensa di essere colpito ingiustamente: come il Filosofo dimostra nella Retorica. Perciò la proibizione che vien fatta ai genitori di provocare i figli non vieta loro di percuoterli allo scopo di educarli; ma di esagerare nelle percosse. L'esortazione poi rivolta ai padroni di mettere da parte le minacce si può intendere in due modi. Primo, nel senso che si deve usare con moderazione di esse: e questo fa parte della moderazione nel correggere. Secondo, nel senso che non sempre si deve porre in atto il castigo minacciato: e questo implica l'obbligo di temperare talvolta con la misericordia del condono la sentenza con la quale era stata decretata la punizione.
2. Un potere superiore esige una forza coattiva più grande. Ora, essendo lo stato una società perfetta, chi lo governa deve avere un potere coattivo perfetto: e quindi può infliggere pene irreparabili, come l'uccisione e la mutilazione. Invece il padre e il padrone, i quali governano la società domestica, che è una società imperfetta, hanno un potere coercitivo imperfetto limitato a lievi punizioni, le quali non infliggono danni irreparabili. E le percosse sono una di queste.
3. È lecito a chiunque correggere chi accetta la correzione. Correggere invece chi non la vuole appartiene soltanto agli incaricati. Tale appunto è il caso delle percosse.

ARTICOLO 3

Se sia lecito incarcerare un uomo

SEMBRA che non sia lecito incarcerare un uomo. Infatti:
1. L'atto che è rivolto a una materia indebita è cattivo nel suo genere, come sopra abbiamo detto. Ma l'uomo, il quale, ha in dote la libertà naturale del suo arbitrio, è materia indebita dell'incarcerazione, la quale è incompatibile con la libertà. Dunque l'incarcerazione di un uomo è illecita.
2. La giustizia umana deve conformarsi a quella divina. Ora, Dio, a detta della Scrittura, "ha lasciato l'uomo in mano del suo arbitrio". Perciò nessuno dev'essere costretto con le catene o col carcere.
3. Non si può arrestare un uomo, se non per trattenerlo da un'opera cattiva: alla quale può lecitamente opporsi chiunque. Quindi se fosse lecito incarcerare un uomo per impedirgli di nuocere, chiunque potrebbe lecitamente incarcerare gli altri. Il che è falso. Anche la tesi, dunque, è falsa.

IN CONTRARIO: Si legge nel Levitico che un tale fu messo in prigione per aver bestemmiato.

RISPONDO: Questo è l'ordine che si riscontra nei beni del corpo. Al primo posto c'è l'integrità della natura corporea: ed essa può esser menomata dall'uccisione o dalla mutilazione. Al secondo c'è il piacere ovvero la quiete dei sensi: cui si contrappongono le percosse, e qualsiasi altro fatto dolorifico. Al terzo posto c'è il moto e l'uso delle membra: il quale viene impedito dall'arresto, dall'incarcerazione, e da qualsiasi tipo di detenzione. Perciò incarcerare o sequestrare in qualunque modo una persona è illecito, a meno che non si faccia secondo l'ordine della giustizia, o come castigo, o come misura preventiva per evitare un delitto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo che abusa delle facoltà a lui concesse merita di perderle. Perciò chi peccando ha abusato col libero arbitrio dell'uso delle proprie membra, è materia adeguata dell'incarcerazione.
2. Secondo l'ordine della sua sapienza, talora Dio impedisce ai peccatori di attuare i loro delitti, come si legge nella Scrittura: "Egli dissipa i pensieri dei maligni, sì che le loro mani non compiano ciò che cominciarono". Talora invece permette loro di compiere ciò che vogliono. Parallelamente la giustizia umana non ricorre all'incarcerazione per tutte le colpe, ma solo per alcune.
3. Chiunque ha la facoltà di trattenere un uomo per un certo tempo dal compiere un atto illecito imminente: come quando si trattiene una persona dal suicidio o dal ferimento di altri. Ma sequestrarlo o legarlo realmente appartiene solo a coloro che hanno il potere di disporre pienamente della vita e delle azioni altrui: poiché in tal modo un uomo non solo viene impedito di fare del male, ma anche di fare del bene.

ARTICOLO 4

Se sia più grave il peccato, per il fatto che le ingiurie suddette vengono inflitte a delle persone congiunte di altre persone

SEMBRA che il peccato non sia più grave per il fatto che le ingiurie suddette vengono inflitte a delle persone congiunte di altre persone. Infatti:
1. Codeste ingiurie sono peccaminose in quanto viene inflitto un danno a una persona contro la sua volontà. Ora, ripugna di più alla volontà di un uomo il male commesso contro la persona propria, che quello commesso contro un proprio congiunto. Dunque l'ingiuria inflitta a una persona congiunta è meno grave.
2. Nella sacra Scrittura sono rimproverati maggiormente coloro che fanno dei torti agli orfani e alle vedove; poiché (il Signore) "non disprezza la supplica dell'orfano, né la vedova che dà sfogo al suo lamento". Ma l'orfano e la vedova non hanno congiunti. Perciò un peccato non è aggravato dal fatto che esso colpisce persone congiunte:
3. La persona congiunta ha una volontà propria come la persona principale (di cui si parla). Essa dunque può accettare come volontario ciò che è contro la volontà della persona principale: com'è evidente per l'adulterio, il quale piace alla moglie e dispiace al marito. Ora, codeste ingiustizie sono peccati in quanto sono prestazioni involontarie. Dunque codeste ingiustizie sono meno peccaminose.

IN CONTRARIO: Nel Deuteronomio così vien presentata l'aggravante di una minaccia: "I tuoi figli e figlie diverranno preda di un altro popolo sotto i tuoi occhi".

RISPONDO: A parità di condizioni, un torto è tanto più grave quanto più numerosi son quelli che lo subiscono. È più grave quindi percuotere chi comanda che una persona privata: poiché allora l'ingiuria ricade su tutto il popolo, come sopra abbiamo notato. Ora, quando si fa un torto a una persona, che è legata in qualche modo con un'altra, codesta ingiuria colpisce due persone. Perciò, a parità di condizioni, il peccato è più grave. Tuttavia può capitare che per certe circostanze sia più grave il peccato commesso contro una persona priva di congiunti: o per la dignità della persona offesa, o per la gravità del danno arrecato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ingiuria commessa contro un congiunto è meno nociva per una data persona, che se fosse stata compiuta direttamente contro di essa: e da questo lato il peccato è minore. Ma quanto costituisce l'ingiuria delle persone congiunte si aggiunge al peccato che uno incorre già danneggiando direttamente una data persona.
2. I torti fatti alle vedove e agli orfani sono ritenuti più gravi, sia perché contrastano di più con la misericordia, sia perché l'identico danno è per essi più grave, non avendo una difesa.
3. Per il fatto che la donna consente all'adulterio, il peccato e l'ingiuria vengono diminuiti nei riguardi di essa; infatti sarebbe più grave se l'adultero la violentasse. Questo però non elimina l'ingiuria del marito; poiché "la moglie non è padrona del proprio corpo", come dice S. Paolo. Lo stesso si dica in casi analoghi. - Ma dell'adulterio, il quale si contrappone non solo alla giustizia, bensì anche alla castità, ne parleremo espressamente nel trattato della temperanza.