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Questione
64
L'omicidio
Eccoci a trattare dei vizi contrari alla giustizia commutativa.
Prima di tutto parleremo dei peccati che si commettono nelle
commutazioni involontarie; quindi di quelli che si commettono nelle
commutazioni volontarie. Si commettono dei peccati nelle commutazioni
involontarie per il fatto che si infligge al prossimo un
danno contro la sua volontà: e questo può avvenire in due modi,
cioè con i fatti e con le parole. Con i fatti, quando si danneggia
il prossimo o nella persona sua propria, o nei suoi congiunti, o
negli averi. Perciò parleremo successivamente di codesti argomenti.
E innanzi tutto dell'omicidio, che è il più grave tra i danni
che colpiscono il prossimo.
Su tale argomento si pongono otto quesiti: 1. Se sopprimere gli
animali, o le piante sia peccato; 2. Se sia lecito uccidere i peccatori;
3. Se ciò sia lecito a una persona privata, oppure solo all'autorità pubblica; 4. Se ciò sia lecito a un chierico; 5. Se sia
lecito il suicidio; 6. Se sia lecito uccidere un innocente; 7. Se sia
lecito uccidere un uomo per difendere se stessi; 8. Se l'omicidio
involontario sia peccato mortale.
ARTICOLO
1
Se sia proibito sopprimere qualsiasi essere vivente
SEMBRA che sia proibito uccidere qualsiasi essere vivente.
Infatti:
1. L'Apostolo afferma:
"Chi resiste all'ordine voluto da Dio,
attira su se stesso una condanna". Ora, l'ordine della divina
provvidenza vuole che tutti i viventi si conservino in vita, secondo le
parole del Salmo: "Dio fa crescere il fieno sui monti, e dà al
bestiame il suo nutrimento". Dunque è illecito sopprimere la vita
di qualsiasi vivente.
2. L'omicidio è peccato perché con esso un uomo viene privato
della vita. Ma la vita è comune a tutte le piante e a tutti gli animali.
Quindi per lo stesso motivo è peccato sopprimere gli animali e le piante.
3. Nella legge divina non viene determinata una pena, se non
per un peccato. Ma nella legge divina viene determinata una
punizione per chi uccide le pecore, e i buoi altrui. Dunque l'uccisione
degli animali è peccato.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Quando leggiamo di "Non
uccidere", dobbiamo intendere che il comando non è per le piante,
poiché son prive di sentimento; e neppure per gli animali bruti,
perché essi non hanno nessuna affinità di ordine razionale con
noi. Perciò il precetto di "Non uccidere" va
inteso esclusivamente per l'uomo".
RISPONDO: Nessuno pecca per il fatto che si serve di un essere
per lo scopo per cui è stato creato. Ora, nella gerarchia degli
esseri quelli meno perfetti son fatti per quelli più perfetti: del
resto anche nell'ordine genetico si procede dal meno perfetto al
perfetto. Come, dunque, nella generazione dell'uomo prima abbiamo
il vivente, poi l'animale e finamente l'uomo; così gli esseri
che sono solo viventi, ossia le piante, son fatte ordinariamente per
gli animali; e gli animali son fatti per l'uomo. Perciò se l'uomo
si serve delle piante per gli animali e degli animali per gli uomini,
non c'è niente d'illecito, come il Filosofo stesso dimostra.
E il più necessario dei servizi è appunto quello di dare le piante
in cibo agli animali, e gli animali all'uomo: il che è impossibile
senza distruggere la vita. Dunque è lecito sopprimere le piante
per uso degli animali, e gli animali per uso dell'uomo in forza
dell'ordine stesso stabilito da Dio: "Ecco che io vi ho dato come
cibo a voi e a tutti gli animali tutte le erbe e tutti gli alberi". E
altrove si legge: "Sarà vostro cibo tutto ciò che ha moto e vita".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Secondo l'ordine stabilito da Dio
la vita degli animali e delle piante non viene conservata per se
stessa, ma per l'uomo. Ecco perché S. Agostino scriveva: "Secondo
l'ordine sapientissimo del Creatore la loro vita e la loro
morte sono subordinate al nostro vantaggio".
2. Gli animali e le piante non hanno la vita razionale, per
governarsi da se stessi, ma sono sempre come governati da altri
mediante un istinto naturale. E in questo abbiamo il segno che essi
sono subordinati per natura, e ordinati all'uso di altri esseri.
3. Chi uccide il bove di un altro non pecca perché uccide un
bove, ma perché danneggia un uomo nei suoi averi. Ecco perché
questo fatto non è elencato tra i peccati di omicidio, ma tra quelli
di furto o di rapina.
ARTICOLO
2
Se sia lecito uccidere i peccatori
SEMBRA che non sia lecito uccidere i peccatori. Infatti:
1. Il Signore
nella celebre parabola evangelica proibisce di estirpare
la zizzania, che sono "i figli del peccato". Ma tutto ciò che Dio
proibisce è peccato. Dunque uccidere i peccatori è peccato.
2. La giustizia umana deve conformarsi alla giustizia divina.
Ora, la giustizia divina sopporta i peccatori perché facciano penitenza,
secondo le parole della Scrittura: "Io non voglio la morte
del peccatore, ma che si converta e viva". Quindi è assolutamente
ingiusto uccidere i peccatori.
3. Ciò che in se stesso è male non può, per un fine buono, diventare
lecito, come insegnano concordemente S. Agostino e Aristotele.
Ma uccidere un uomo è in se stesso un male: poiché siamo
tenuti ad amare con la carità tutti gli uomini; e, a detta di Aristotele,
gli amici "vogliamo che vivano ed esistano". Perciò in
nessun modo è lecito uccidere un peccatore.
IN CONTRARIO: Nell'Esodo si legge:
"Non lascerai vivere gli stregoni";
e nei Salmi: "Di buon mattino sterminerò tutti i peccatori della regione".
RISPONDO: In base a quello che abbiamo detto, è lecito uccidere
gli animali bruti in quanto essi sono ordinati per natura all'utilità
dell'uomo, come le cose meno perfette sono ordinate a quelle
perfette. Ora, qualsiasi parte è ordinata al tutto come ciò che è
meno perfetto è ordinato a un essere perfetto. Perciò la parte è
per natura subordinata al tutto. Ecco perché, nel caso che lo esiga
la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente
al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ebbene, ciascun individuo
sta a tutta la comunità come una parte sta al tutto. E
quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo
per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la
conservazione del bene comune; infatti, come dice S. Paolo: "Un
po' di fermento può corrompere tutta la massa".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore comandò di non sradicare
la zizzania per risparmiare il grano, cioè i buoni. E questo
è da osservarsi quando non è possibile uccidere i cattivi senza
l'uccisione dei buoni: o perché essi sono mescolati tra questi;
oppure perché, come nota S. Agostino, avendo essi troppi seguaci,
non si possono sopprimere senza mettere in pericolo i buoni. Ecco
perché il Signore comanda di tollerare l'esistenza dei malvagi,
rinviandone il castigo all'ultimo giudizio, piuttosto che uccidere
con essi anche i buoni. - Quando invece la loro uccisione non
costituisce un pericolo, ma piuttosto una difesa e uno scampo per
i buoni, allora è lecito uccidere i malvagi.
2. Secondo l'ordine della sua sapienza, Dio talora i peccatori li
sopprime subito per la liberazione dei buoni; talora invece concede
loro il tempo di pentirsi, in vista della futura salvezza dei
suoi eletti. E la giustizia umana lo imita per quanto è possibile
anche in questo: essa infatti sopprime quelli che son nocivi per
gli altri; mentre lascia il tempo di pentirsi a quelli che non sono
di grave danno per gli altri.
3. Col peccato l'uomo abbandona l'ordine della ragione: egli
perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell'esser liberi
e nell'esistere per se stessi, degenerando in qualche modo
nell'asservimento delle bestie, che implica la subordinazione all'altrui
vantaggio. Così infatti si legge nella Scrittura: "L'uomo non
avendo compreso la sua dignità, è disceso al livello dei giumenti
privi di senno, e si è fatto simile ad essi"; e ancora: "L'insensato
sarà lo schiavo di chi è saggio". Perciò sebbene uccidere un
uomo che rispetta la propria dignità sia cosa essenzialmente peccaminosa,
uccidere un uomo che pecca può essere un bene, come
uccidere una bestia: infatti un uomo cattivo, come insiste a dire
il Filosofo, è peggiore e più nocivo di una bestia.
ARTICOLO
3
Se sia lecito a una persona privata uccidere i colpevoli
SEMBRA che una persona privata abbia la facoltà di uccidere i
colpevoli. Infatti:
1. La legge
di Dio non può comandare niente d'illecito. Ora,
nell'Esodo, per il peccato del vitello d'oro, Mosè diede questo
comandamento: "Uccida ciascuno il proprio congiunto, il fratello
e l'amico". Dunque anche alle persone private è lecito
uccidere i colpevoli.
2. Col peccato, come abbiamo detto, un uomo si rende simile
alle bestie. Ma qualsiasi persona privata può uccidere un animale
selvatico, specialmente se nocivo. E quindi, per lo stesso motivo,
potrà uccidere un uomo colpevole.
3. È cosa degna di lode che uno, pur essendo una persona privata,
compia le azioni che sono utili al bene comune. Ora, l'uccisione
dei malfattori, come abbiamo già dimostrato, è utile al
bene comune. Dunque è cosa lodevole che anche una persona privata
uccida i malfattori.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Chi uccide un malfattore
senza nessun pubblico mandato sarà condannato come omicida;
e tanto più gravemente in quanto si è arrogato un potere che
Dio non gli aveva concesso".
RISPONDO: Come abbiamo già dimostrato, è lecito uccidere un
malfattore in quanto la sua uccisione è ordinata alla salvezza di
tutta la collettività. Essa perciò spetta soltanto a colui, al quale
è affidata la cura della sicurezza collettiva: come spetta al medico,
cui è stata affidata la cura di tutto un organismo, procedere al
taglio di un membro malato. Ma la cura del bene comune è affidata
ai principi investiti della pubblica autorità. Perciò ad essi
soltanto è lecito uccidere i malfattori, non già alle persone private.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come nota Dionigi, il vero responsabile
di un'azione è colui sotto la cui autorità viene fatta. Ecco
perché, a detta di S. Agostino, "non uccide colui che è tenuto a
prestare la sua opera a chi comanda, come la spada nelle mani
di chi se ne serve". Perciò coloro che uccisero i parenti e gli
amici per comando di Dio non sono da considerarsi loro come gli
autori del fatto, ma piuttosto colui del quale rispettarono
l'autorità: allo stesso modo che il soldato uccide il nemico per
l'autorità del principe, e il boia che uccide un brigante
per l'autorità del giudice.
2. Una bestia differisce dall'uomo per natura. E quindi non si
richiede per ucciderla nessun giudizio, se è selvatica. Se invece
è una bestia domestica, si va incontro a un giudizio, non per
l'animale in se stesso, ma per il danno arrecato al suo padrone. Il
colpevole invece non differisce per natura dagli uomini onesti.
E quindi si richiede un processo, per decidere se è degno di essere
ucciso per il bene della società.
3. Qualsiasi persona privata ha la facoltà di compiere cose utili
al bene comune, che non danneggiano nessuno. Ma se danneggiano
qualcuno, non si possono fare che a giudizio di coloro cui
spetta determinare il sacrificio da imporre alle parti per la
salvezza del tutto.
ARTICOLO
4
Se uccidere i malfattori sia lecito ai chierici
SEMBRA che uccidere i malfattori sia lecito ai chierici.
Infatti:
1. I chierici specialmente son tenuti ad eseguire il comando
dell'Apostolo: "Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo",
comando che ci impegna ad imitare Dio e i suoi santi. Ora, il Dio
che noi adoriamo uccide direttamente i malfattori, secondo
l'espressione dei Salmi: "Egli ha colpito gli egiziani nei loro primogeniti". Inoltre Mosè fece uccidere dai leviti ventitremila uomini
per l'adorazione del vitello d'oro. E il sacerdote Finees uccise
l'israelita che stava peccando con una madianita. - Samuele poi
uccise Agag re di Amalec; Elia trucidò i sacerdoti di Baal;
Matatia mise a morte l'apostata che si apprestava a sacrificare; e
nel Nuovo Testamente Pietro punì con la morte Anania e Saffira.
Perciò anche ai chierici è lecito uccidere i malfattori.
2. Il potere spirituale è superiore a quello temporale, e più
vicino a Dio. Ora, il potere temporale ha la facoltà di uccidere i
malfattori quale "ministro di Dio", come si esprime S. Paolo. A
maggior ragione, quindi, possono ucciderli lecitamente i chierici,
che sono ministri di Dio nell'esercizio di un potere spirituale.
3. Chi lecitamente ha ricevuto un ufficio può esercitarne
lecitamente i compiti. Ma è compito di un principe temporale anche
uccidere i malfattori, come sopra abbiamo dimostrato. Perciò i
chierici che sono principi temporali possono uccidere i malfattori.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Bisogna che il vescovo sia irreprensibile,
non dedito al vino, non pronto a colpire".
RISPONDO: Ai chierici non è permesso uccidere per due motivi.
Primo, perché sono incaricati del servizio dell'altare, in cui viene
rappresentata la passione di Cristo crocifisso, il quale, come dice
S. Pietro, "percosso non ripercuoteva". Ecco perché ripugna che
i chierici percuotano e uccidano: i ministri infatti devono imitare
il loro Signore, secondo le parole dell'Ecclesiastico: "Com'è il
capo del popolo, così i suoi ministri".
La seconda ragione sta nel fatto che i chierici sono incaricati
del ministero della nuova legge, in cui non vengono prescritte
pene di morte o di mutilazioni corporali. Perciò affinché essi siano "ministri idonei della nuova
Alleanza", devono
astenersi da tali cose.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio, quale causa universale, compie
in tutti gli esseri ogni retta operazione, però secondo la convenienza
di ciascuno di essi. Perciò ognuno deve imitare Dio secondo
le esigenze del proprio stato. Quindi sebbene Dio sopprima anche
fisicamente i malfattori, non tutti sono in questo autorizzati ad
imitarlo. - S. Pietro poi non uccise Anania e Saffira con le proprie
mani o col suo potere; ma piuttosto promulgò la loro sentenza di
morte stabilita da Dio. - I sacerdoti e i leviti dell'antico Testamento
erano ministri dell'antica legge, la quale infliggeva pene
corporali: ecco perché era loro concesso di uccidere con le loro mani.
2. Il ministero dei chierici è ordinato a un fine superiore a quello
che giustifica le esecuzioni capitali, cioè alla salvezza delle anime.
Perciò ripugna che essi s'interessino di cose più meschine.
3. I prelati della Chiesa, pur accettando l'ufficio di principi secolari,
non pronunziano da se stessi sentenze capitali,
ma ne danno l'incombenza ad altri.
ARTICOLO
5
Se sia lecito il suicidio
SEMBRA che sia lecito suicidarsi. Infatti:
1. L'omicidio è
peccato perché contrario alla giustizia. Ma a
detta di Aristotele, nessuno può mancare alla giustizia verso se
stesso. Dunque nessuno pecca uccidendo se stesso.
2. Chi detiene il potere ha la facoltà di uccidere i malfattori.
Ma talora chi detiene il potere è un malfattore. Egli quindi è autorizzato
a uccidere se stesso.
3. È lecito esporsi spontaneamente a un pericolo minore, per
evitarne uno più grave: come è lecito amputarsi un membro malato
per salvare l'intero corpo. Ora, in certi casi uno uccidendo se
stesso evita un male peggiore, e cioè una vita di miseria, o la
vergogna di un peccato. Dunque è lecito in certi casi il suicidio.
4. Sansone, che da S. Paolo è ricordato tra i santi, uccise se
stesso. Dunque il suicidio può esser lecito.
5. Nel Libro dei Maccabei si legge che Razis si uccise
"preferendo
piuttosto morire nobilmente che cadere nelle mani dei peccatori
e subire oltraggi indegni della propria nobiltà". Ma ciò che
si compie con nobiltà e coraggio è lecito.
Dunque il suicidio non è illecito.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Il precetto di "Non uccidere" va riferito all'uomo. E cioè non uccidere né gli altri né te
stesso. Infatti chi uccide se stesso non fa altro che uccidere un uomo".
RISPONDO: Il suicidio è assolutamente illecito per tre motivi. Primo,
perché per natura ogni essere ama se stesso; e ciò implica la
tendenza innata a conservare se stessi e a resistere per quanto
è possibile a quanto potrebbe distruggerci. Perciò l'uccisione di se
stessi è contro l'inclinazione naturale, e contro la carità con la
quale uno deve amare se stesso. E quindi il suicidio è sempre peccato
mortale, essendo incompatibile con la legge naturale e con la carità.
Secondo, perché la parte è essenzialmente qualche cosa del tutto.
Ora, ciascun uomo è parte della società; e quindi è essenzialmente
della collettività. Perciò uccidendosi fa un torto alla società,
come insegna il Filosofo.
Terzo, la vita è un dono divino, che rimane in potere di colui il
quale "fa vivere e fa morire". Perciò chi priva se stesso della vita
pecca contro Dio: come chi uccide uno schiavo pecca contro il suo
padrone; e come commette peccato chi si arroga il diritto di giudicare
cose che non lo riguardano. Infatti a Dio soltanto appartiene
il giudizio di vita e di morte, secondo le parole della Scrittura: "Sono
io a far morire e far vivere".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'omicidio è peccato non solo perché
contrario alla giustizia, ma anche perché contrario alla carità
che uno deve a se stesso. E da questo lato il suicidio è un peccato
anche verso se stessi. Invece in rapporto alla società e a Dio
esso ha natura di peccato anche perché è contrario alla giustizia.
2. Chi detiene i pubblici poteri ha la facoltà di uccidere i malfattori,
perché ha il compito di giudicarli. Ma nessuno è giudice
di se stesso. Ecco perché chi comanda non può uccidere se stesso
per nessun peccato. Tuttavia egli ha la facoltà di sottoporsi al
giudizio di altri.
3. L'uomo viene costituito padrone di sé dal libero arbitrio. Egli
quindi può disporre di se stesso per le cose che riguardano la vita
presente regolate dal libero arbitrio. Ma il passaggio da questa
vita a un'altra più felice non dipende dal libero arbitrio dell'uomo,
bensì dall'intervento di Dio. Perciò all'uomo non è lecito uccidere
se stesso, per passare a una vita più felice.
E neppure gli è lecito, per sfuggire qualsiasi miseria della vita terrena.
Poiché, a detta del Filosofo, la morte "è l'ultimo e il più tremendo" tra i mali della vita presente; cosicché darsi la morte
per sfuggire le altre miserie di questa vita, equivale ad affrontare
un male più grave per evitarne uno minore.
Parimenti non è lecito suicidarsi per un peccato commesso. Sia
perché in tal modo uno danneggia se stesso in maniera gravissima,
privandosi del tempo necessario per far penitenza. E sia anche
perché l'uccisione dei malfattori è rimessa al giudizio dei pubblici poteri.
Così non è lecito uccidersi a una donna per non essere violentata.
Poiché essa non deve commettere il delitto più grave verso se
stessa, qual è appunto il suicidio, per evitare il delitto minore di
un altro (infatti una donna violentata, quando manca il consenso,
non commette peccato: perché come disse S. Lucia, "il corpo non
rimane insozzato, se non per il consenso dell'anima"). Si sa, infatti,
che la fornicazione, o l'adulterio sono peccati meno gravi
dell'omicidio: specialmente poi del suicidio, che è gravissimo, poiché
così uno nuoce a se stesso, che è tenuto ad amare più di ogni
altro. Inoltre è il peccato più pericoloso; perché non lascia il tempo
per l'espiazione.
Finalmente a nessuno è lecito uccidere se stesso per paura di
acconsentire al peccato. A detta di S. Paolo, infatti, "non si deve
fare il male perché ne venga un bene", o per evitare la colpa,
specialmente se si tratta di colpe minori e meno sicure. Ora, uno non
può esser sicuro che in seguito consentirà al peccato: poiché il
Signore in qualsiasi tentazione può liberare un uomo dalla colpa.
4. Come spiega S. Agostino,
"Sansone non si può scusare dall'aver
seppellito se stesso assieme ai nemici distruggendo l'edificio,
se non per un segreto comodo dello Spirito Santo, il quale faceva
miracoli per mezzo suo". E allo stesso modo egli giustifica
la condotta di alcune sante donne venerate dalla Chiesa, che
durante la persecuzione si uccisero da se stesse.
5. È un atto di coraggio affrontare per la virtù la morte inflitta
da altri, per evitare il peccato. Ma il dare la morte a se stessi per
evitare delle sofferenze ha una certa parvenza di coraggio, per cui
alcuni si sono uccisi così pensando di agire coraggiosamente, e
tra questi c'è appunto Razis: ma non si tratta di vero coraggio,
bensì di una certa pusillanimità, incapace di affrontare la sofferenza,
come nota sia il Filosofo, che S. Agostino.
ARTICOLO
6
Se in qualche caso sia lecito uccidere un innocente
SEMBRA che in qualche caso sia lecito uccidere un innocente. Infatti:
1. Il
timor di Dio certo non si manifesta col peccato: ché anzi "il timore di Dio allontana il
peccato". Ora, Abramo viene lodato
per aver temuto Dio con la sua decisione a uccidere il figlio
innocente. Dunque uno può uccidere un innocente senza far peccato.
2. Nei peccati contro il prossimo una colpa è tanto più grave,
quanto maggiore è il danno che si commette. Ma l'uccisione arreca
più danno al colpevole che all'innocente, il quale con la
morte passa dalla miseria di questa vita alla gloria celeste. Perciò,
siccome in certi casi è lecito uccidere i colpevoli, molto più è
lecito uccidere un giusto, o un innocente.
3. Ciò che si compie secondo l'ordine della giustizia non è peccato.
Ma talora secondo l'ordine della giustizia uno è costretto a
uccidere l'innocente: il giudice, p. es., che è tenuto a giudicare secondo
le disposizioni, è costretto a condannare a morte una persona
convinta da falsi testimoni, che egli invece conosce essere innocente;
lo stesso si dica del boia, il quale uccide chi è condannato
ingiustamente, ubbidendo al giudice. Dunque uno, senza peccato,
può uccidere un innocente.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Non uccidere l'innocente e il giusto".
RISPONDO: Un uomo si può considerare sotto due aspetti: in se stesso,
e in rapporto agli altri. Considerato in se stesso nessun
uomo può essere ucciso lecitamente: perché in ciascuno, anche se
peccatore, dobbiamo amare la natura, che è stata creata da Dio,
e che viene distrutta dall'uccisione. Invece l'uccisione del colpevole
diviene lecita, come sopra abbiamo detto, in vista del bene comune,
che il peccato compromette. Ora, la vita dei giusti serve a conservare
e a promuovere il bene comune: poiché essi costituiscono la
parte più nobile della società. Perciò in nessun modo è lecito
uccidere un innocente.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio è padrone della vita e della
morte: e quindi per suo ordine muoiono sia i peccatori che i giusti.
Perciò chi uccidesse l'innocente per comando di Dio non peccherebbe,
come non pecca Dio, di cui esegue la volontà; e mostrerebbe
di temere Dio, obbedendo ai suoi comandi.
2. Nel misurare la gravità di un peccato si devono considerare
più gli elementi essenziali che quelli accidentali. Ecco perché chi
uccide il giusto pecca più gravemente di chi uccide il peccatore.
Primo, perché nuoce a una persona che è tenuto ad amare di più:
e quindi il suo agire è più in contrasto con la carità. Secondo,
perché fa un torto a chi meno lo merita: e quindi offende maggiormente
la giustizia. Terzo, perché priva la società di un bene maggiore.
Quarto, perché disprezza maggiormente Dio, avendo egli
detto per i giusti quelle parole: "Chi disprezza voi disprezza me". - Il fatto,
invece, che il giusto ucciso viene da Dio accolto nella
gloria, è accidentale all'uccisione.
3. Il giudice, quando fosse persuaso che un accusato, convinto
dalle false testimonianze, è innocente, deve riesaminare i testimoni
con maggiore diligenza, per trovare il modo di liberarlo, come
fece Daniele. Ma se non può far questo, deve rimandare l'accusato
a un giudice superiore. E se anche questo è impossibile,
non pecca dando la sentenza in base alle deposizioni: allora infatti
non è lui che uccide l'innocente, ma gli accusatori. Il carnefice poi
che è alle dipendenze di un giudice il quale condanna l'innocente,
se la sentenza implica un errore patente, non deve ubbidire: altrimenti
sarebbero da scusarsi i carnefici che uccisero i martiri. Se
invece non c'è un'ingiustizia patente, allora egli non pecca eseguendo
una condanna: poiché egli non è in grado di discutere la
sentenza del suo superiore; e non è lui ad uccidere l'innocente,
ma il giudice di cui è l'esecutore materiale.
ARTICOLO
7
Se sia permesso uccidere per difendersi
SEMBRA che non sia lecito a nessuno uccidere per difendersi.
Infatti:
1. S. Agostino scrive:
"Non mi sembra bene consigliare
a nessuno di uccidere altri uomini, sia pure in propria difesa, a meno
che non si tratti di soldati o di altri che abbiano ufficialmente
codesto compito, non per se stessi, ma per il bene altrui". Ma chi
per difendersi uccide un altro, l'uccide per non essere ucciso lui.
Dunque è una cosa illecita.
2.
"Come saranno esenti da peccato", dice ancora S. Agostino,
"coloro che si sono macchiati dell'uccisione di un uomo per cose
che siano tenuti a disprezzare?". E codeste cose da disprezzare
son quelle "che gli uomini possono perdere involontariamente".
Ora, la vita del corpo è appunto tra quelle. Dunque non è mai lecito
uccidere un uomo per conservare la vita corporale.
3. Il Papa Niccolò I ha dato questa risoluzione, riportata dal
Decreto: "Riguardo a quei chierici per i quali mi hai chiesto, se
possono con la penitenza tornare al loro stato precedente, o ascendere
a un grado superiore, dopo aver ucciso un pagano per difendersi,
sappi che noi non vogliamo dare ad essi nessuna occasione
e nessuna licenza di uccidere un uomo in qualsiasi maniera".
Ma a osservare i precetti morali son tenuti ugualmente chierici e
laici. Perciò anche ai laici è proibito di uccidere chiunque nel difendersi.
4. L'omicidio è un peccato più grave della semplice fornicazione,
o dell'adulterio. Ora, a nessuno è permesso commettere una semplice
fornicazione, o un adulterio, o qualsiasi altro peccato mortale
per conservare la propria vita: poiché la vita spirituale si deve
preferire alla vita corporale. Perciò nessuno può uccidere un altro
per conservare la propria vita.
5. Se l'albero è cattivo, è cattivo anche il frutto, come dice il
Vangelo. Ma la propria difesa è illecita, come risulta dalle parole
di S. Paolo: "Non vi difendete, o carissimi". Dunque è illecita
anche l'uccisione che ne deriva.
IN CONTRARIO: Nella Scrittura si legge:
"Se un ladro sarà trovato
a forzare una porta o a sfondare un muro, e verrà ferito e ucciso,
il feritore non sarà colpevole del sangue di lui". Ora, è molto più
lecito difendere la propria vita che la propria casa. Se uno, quindi,
uccide un uomo per difendere la propria vita, non è reo di omicidio.
RISPONDO: Niente impedisce che un atto abbia due effetti, di cui
l'uno intenzionale e l'altro involontario. Gli atti morali però
ricevono la specie da ciò che è intenzionale, non da ciò che è involontario,
essendo questo un elemento accidentale, come sopra abbiamo
visto. Perciò dalla difesa personale possono seguire due effetti, il
primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l'altro è
l'uccisione dell'attentatore. Orbene, codesta azione non può
considerarsi illecita, per il fatto che con essa s'intende di conservare
la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare
per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che
parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato
al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa
maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece
reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita: infatti il diritto
stabilisce, che "è lecito respingere la violenza con la violenza
nei limiti della legittima difesa". Non è quindi necessario per la
salvezza dell'anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare
l'uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere
alla propria vita che alla vita altrui.
Siccome però spetta solo alla pubblica autorità
uccidere un uomo
per il bene comune, come sopra abbiamo detto, è illecito che un
uomo miri direttamente a uccidere per difendere se stesso, a meno
che non abbia un incarico pubblico che a ciò lo autorizzi per il
pubblico bene: com'è evidente per il soldato che combatte contro
i nemici e per le guardie che affrontano i malviventi. Anche questi
però peccano, se sono mossi da risentimenti personali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1.
2. L'affermazione di S. Agostino va
applicata nel caso che uno abbia l'intenzione diretta di uccidere
per liberare se stesso dalla morte.
E a codesto caso va applicata anche l'altra frase del Santo.
Ecco perché egli dice espressamente: "per cose che"; indicando
con tale particella l'intenzione. È così risolta anche la seconda
difficoltà.
3.
L'irregolarità accompagna sempre l'uccisione di un uomo,
anche se avviene senza colpa: ciò è evidente nel caso del giudice
il quale giustamente pronunzia una sentenza capitale. Ecco perché
un chierico, anche se uccide per difesa personale, è irregolare sebbene
non abbia l'intenzione di uccidere, ma solo di difendersi.
4. La fornicazione e l'adulterio non sono necessariamente
ordinati
alla conservazione della propria vita come talora lo sono gli
atti dai quali scaturisce l'omicidio.
5. In quel testo vien proibita la difesa accompagnata dal livore
della vendetta. La Glossa infatti precisa così: "Non vi difendete;
cioè: Non ripagate l'avversario con le stesse ferite".
ARTICOLO
8
Se chi uccide casualmente un uomo sia colpevole di omicidio
SEMBRA che uno il quale uccide casualmente un uomo sia colpevole
di omicidio. Infatti:
1. Si legge nella Genesi,
che Lamec, credendo di uccidere una bestia, uccise un uomo,
e gli fu imputato per omicidio. Dunque chi
uccide casualmente un uomo è colpevole di omicidio.
2. L'Esodo prescrive
che "se uno percuote una donna incinta e
la fa abortire, e ne seguirà poi la morte, renderà vita per vita".
Ma questo può avvenire anche senza l'intenzione di uccidere. Perciò
l'omicidio involontario implica il reato di omicidio.
3. Nel Decreto ci sono diversi canoni in cui si puniscono gli omicidi
involontari. Ma la punizione non è dovuta che alla colpa. Perciò
chi casualmente uccide un uomo è colpevole di omicidio.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Non sia mai che ci venga
imputato quel male occasionale con cui possiamo colpire qualcuno,
mentre noi facciamo per il bene delle azioni lecite". Ora,
capita talora che mentre uno sta facendo qualche cosa per il bene,
casualmente ne segua l'uccisione di un uomo. Dunque a chi ne è
responsabile ciò non è imputato come colpa.
RISPONDO: Come insegna il Filosofo, il caso è una causa preterintenzionale.
Perciò le cause casuali, assolutamente parlando,
non sono intenzionali né volontarie. E poiché, secondo il detto di
S. Agostino, ogni peccato è volontario, ne viene che le cose casuali
in quanto tali non sono peccati. Però può capitare che quanto
non è oggetto diretto di volizione e di intenzione, sia voluto e inteso
accidentalmente (o indirettamente), cioè come può esserlo una
causa removens prohibens. Perciò se non si toglie la causa da cui
può seguire l'uccisione di un uomo, quando si è tenuti a farlo,
l'uccisione in qualche modo è volontaria.
Ora, questo può avvenire in due modi: primo, quando l'uccisione
capita mentre uno compie cose illecite che era tenuto a evitare;
secondo, quando uno non prende le dovute precauzioni. Ecco perché
secondo il diritto, se uno nel compiere una cosa lecita con le
debite precauzioni provoca l'uccisione di un uomo, non incorre il
reato di omicidio; se invece egli provoca la morte di un uomo nel
compiere una cosa illecita, oppure nel compiere cose lecite non
prende le dovute precauzioni, non può sfuggire il reato di omicidio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Lamec non usò le debite precauzioni
per evitare l'uccisione di un uomo, ecco perché incorse nel reato di omicidio.
2. Chi percuote una donna incinta compie un'opera illecita. Perciò,
se ne segue la morte della donna o del bambino già formato,
non può evitare la responsabilità dell'omicidio: specialmente se
la morte segue quasi immediatamente le percosse.
3. I canoni impongono una punizione a coloro che uccidono casualmente,
nel compiere cose illecite, oppure a coloro che non usano le debite precauzioni.
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