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Questione
60
Il giudizio
Passiamo ora a parlare del giudizio.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se il giudizio sia un
atto di giustizia; 2. Se sia lecito giudicare; 3. Se si possa giudicare
per dei sospetti; 4. Se i dubbi si debbano risolvere in senso
favorevole; 5. Se nel giudicare ci si debba sempre attenere alle
leggi scritte; 6. Se l'usurpazione del potere perverta il giudizio.
ARTICOLO
1
Se il giudizio sia un atto di giustizia
SEMBRA che il giudizio non sia un atto di giustizia.
Infatti:
1. Il Filosofo insegna, che
"ciascuno giudica bene ciò che conosce": e quindi il giudizio sembra appartenere alla facoltà conoscitiva.
Ora, la facoltà conoscitiva riceve la sua perfezione dalla prudenza.
Perciò il giudizio appartiene più alla prudenza che alla giustizia,
la quale, come abbiamo visto, risiede nella volontà.
2. L'Apostolo ha scritto:
"L'uomo spirituale giudica di tutto".
Ma un uomo diventa spirituale specialmente con la virtù della carità,
la quale "si è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci
fu dato". Dunque il giudizio appartiene più alla carità che alla giustizia.
3. Ad ogni virtù appartiene il retto giudizio sulla propria materia:
poiché, a detta del Filosofo, "in ogni cosa il virtuoso è regola e misura".
Perciò il giudizio non appartiene alla giustizia più di quanto
appartiene alle altre virtù morali.
4. Il giudizio è un compito esclusivo dei giudici. Invece gli atti
della giustizia si riscontrano in tutti i giusti. Quindi, siccome non
sono giusti soltanto i giudici, è chiaro che il giudizio non è atto proprio
della giustizia.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge:
"Fino a che la giustizia si concreti
nel giudizio".
RISPONDO: Il giudizio propriamente indica l'atto del giudice come tale.
Giudice infatti suona ius dicens, uno che dichiara il diritto.
Ora, il diritto, come abbiamo visto, è l'oggetto della giustizia.
Dunque il giudizio, stando al suo primo significato, implica la definizione
o determinazione del giusto, ossia del diritto. Il fatto però che
uno sappia ben definire quanto riguarda le azioni virtuose deriva
propriamente dall'abito della virtù; chi è casto, p. es., sa determinare
rettamente ciò che riguarda la castità. Perciò il giudizio, che
implica la retta determinazione del giusto o del diritto, appartiene
propriamente alla giustizia. Ecco perché il Filosofo afferma, che gli
uomini "ricorrono al giudice come a una giustizia animata".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il termine giudizio, che nel suo
primo significato sta a indicare la retta determinazione del diritto,
fu esteso poi a indicare la determinazione retta di qualsiasi altra
cosa, sia nell'ordine speculativo, che nell'ordine pratico. In tutti
i casi però il retto giudizio esige due cose. Primo la facoltà che
deve direttamente proferire il giudizio. E da questo lato il giudizio
è un atto della ragione: infatti l'atto di dire o di definire appartiene
alla ragione. L'altro elemento è la disposizione di chi giudica,
da cui dipende la sua idoneità a ben giudicare. E da questo
lato nelle cose relative alla giustizia il giudizio procede dalla giustizia;
come nelle cose relative alla fortezza procede dalla fortezza.
Perciò il giudizio è un atto della giustizia, in quanto da
questa dipende l'inclinazione a ben giudicare; ma è un atto della
prudenza in quanto questa lo proferisce. Infatti la synesis, che è
parte integrante della prudenza, viene considerata, come sopra abbiamo
detto, "la capacità di ben giudicare".
2. L'uomo spirituale riceve dall'abito della carità l'inclinazione
a giudicare rettamente di ogni cosa secondo le leggi divine, proferendo
il suo giudizio mediante il dono della sapienza: precisamente
come il giusto lo proferisce mediante la virtù della prudenza
secondo le regole del diritto.
3. Le altre virtù regolano l'uomo in se stesso, mentre la giustizia
regola l'uomo in rapporto agli altri, come sopra abbiamo detto.
Ora, uno è padrone delle cose che a lui appartengono, non già di
quelle che appartengono agli altri. Perciò in quello che riguarda
le altre virtù si richiede solo il giudizio della persona virtuosa,
giudizio in senso lato, come abbiamo visto. Ma in materia di giustizia
si richiede inoltre il giudizio di un superiore, "il quale possa fare
da arbitro, e stender la mano su entrambi". Ecco perché il giudizio
appartiene più alla giustizia che a qualsiasi altra virtù.
4. In chi comanda, la giustizia si trova come virtù architettonica
o magistrale, quasi nell'atto d'imporre e di prescrivere il diritto:
nei sudditi invece si trova come virtù esecutrice e subordinata.
Perciò il giudizio, il quale implica la determinazione del diritto,
o del giusto, appartiene alla giustizia in quanto si trova in maniera
più eccellente in chi comanda.
ARTICOLO
2
Se sia lecito giudicare
SEMBRA che non sia lecito giudicare.
Infatti:
1. Il castigo non viene inflitto che per una cosa illecita.
Ora, secondo il Vangelo, coloro che giudicano sono sotto la minaccia di
un castigo, che è risparmiato a quelli che se ne astengono: "Non
giudicate, affinché non siate giudicati". Dunque giudicare non
è una cosa lecita.
2. S. Paolo scrive:
"Chi sei tu che vuoi giudicare il servo di
un altro? Per il suo padrone egli sta, o cade". Ora Dio è il padrone di tutti.
Perciò a nessun uomo è lecito giudicare.
3. Nessun uomo è senza peccato; poiché sta scritto:
"Se diremo
di essere senza peccato, inganniamo noi stessi". Ma a chi pecca
è proibito di giudicare, secondo le parole di S. Paolo: "Sei inescusabile,
o uomo, chiunque tu sia che giudichi; poiché in quella che
giudichi gli altri, condanni te stesso; giacché tu che giudichi fai
le stesse cose". Quindi nessuno è in grado di giudicare.
IN CONTRARIO: Sta scritto nel Deuteronomio:
"Stabilirai dei giudici
e dei magistrati alle porte di tutte le città, perché giudichino
il popolo con giusto giudizio".
RISPONDO: Il giudizio in tanto è lecito, in quanto è un atto di
giustizia. Ora, stando alle cose già dette, affinché il giudizio sia
un atto di giustizia si richiedono tre cose: primo, che derivi dall'abito
della giustizia; secondo, che derivi dall'autorità di uno che
comanda; terzo, che sia emanato secondo la retta norma della
prudenza. Quando manca uno qualsiasi di questi elementi, il giudizio è vizioso
ed illecito. Quando uno va contro la rettitudine
della giustizia, allora il suo giudizio si denomina perverso, o ingiusto.
Quando uno giudica di cose su cui non ha autorità, allora
si parla di un giudizio usurpato. Quando poi manca la certezza
nella ragione, come quando uno giudica di cose dubbie ed occulte
basandosi su delle semplici supposizioni, allora si ha un giudizio
sospettoso, o temerario.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A detta di S. Agostino, in quel
passo il Signore proibisce il giudizio temerario, che vuol giudicare
le intenzioni ed altre cose occulte. - Oppure, stando a S. Ilario, il
Signore intendeva proibire il giudizio sulle cose divine, che noi non
dobbiamo giudicare, essendo esse sopra di noi, ma credere con
semplicità. - Oppure egli intendeva proibire il giudizio fatto senza
benevolenza, e con animosità, secondo la spiegazione del Crisostomo.
2. Il giudice viene costituito ministro di Dio. Ecco perché nel
Deuteronomio sta scritto: "Giudicate secondo giustizia"; e si aggiunge:
"perché è
il giudizio di Dio".
3. Coloro che sono in peccato mortale non devono giudicare
quelli che sono nello stesso peccato, o in peccati meno gravi: così
afferma il Crisostomo a commento delle parole evangeliche, "Non giudicate".
Questo si deve intendere specialmente quando si tratta
di peccati pubblici: poiché ne nascerebbe uno scandalo nella mente
altrui. Se invece i peccati non sono pubblici, ma occulti, ed urge
per ufficio la necessità di giudicare, con umiltà e tremore uno può
rimproverare e giudicare. Così infatti S. Agostino scriveva: "Se ci
trovassimo nel medesimo peccato, gemiamone insieme, e invitiamo
ad unire i nostri sforzi". - Né per questo uno condanna se stesso
nel senso che acquisti un nuovo titolo di condanna: ma nel senso
che condannando gli altri, dichiara di essere anch'egli condannabile,
per lo stesso peccato o per altri consimili.
ARTICOLO
3
Se il giudizio che nasce da un sospetto sia illecito
SEMBRA che il giudizio originato da un sospetto non sia illecito.
Infatti:
1. Il sospetto non è che la conoscenza incerta di un peccato: difatti
anche il Filosofo insegna che il sospetto è sospeso tra il vero e
il falso. Ora, sui singolari contingenti non si può avere altro che
un'opinione incerta. E siccome il giudizio umano ha per oggetto le
azioni umane, che sono singolari e contingenti, è chiaro che non sarebbe
lecito nessun giudizio, se non fosse lecito giudicare partendo da un sospetto.
2. Con un giudizio illecito si fa un torto al prossimo. Ma il sospetto
maligno si riduce a una semplice opinione personale, e
quindi non sembra costituire un torto per altri. Dunque il giudizio
fondato sul sospetto non è illecito.
3. Se è illecito, deve ridursi a un'ingiustizia: poiché, si è detto,
il giudizio è un atto di giustizia. Ora, l'ingiustizia è sempre nel
suo genere peccato mortale, come sopra abbiamo visto. Perciò il
giudizio che nasce dal sospetto, se fosse illecito, sarebbe sempre
peccato mortale. Ma questo è falso; poiché la Glossa di S. Agostino,
a commento di quel testo paolino: "Non giudicate prima
del tempo", afferma che "non possiamo evitare i sospetti". Perciò
il giudizio fondato sul sospetto non è illecito.
IN CONTRARIO: Illustrando il precetto evangelico,
"Non giudicate",
il Crisostomo scrive: "Il Signore con questo comandamento non
proibisce ai cristiani di correggere gli altri con benevolenza; ma
a non disprezzare altri cristiani per ostentazione della propria onestà,
spesso condannando e odiando gli altri per dei semplici sospetti".
RISPONDO: Come dice Cicerone, il sospetto implica un'opinione
cattiva fondata su indizi insignificanti. E questo può derivare da
tre moventi. Primo, dal fatto che uno è egli stesso malvagio, cosicché
conoscendo la propria malizia facilmente è portato a pensar male
degli altri; conforme alle parole dell'Ecclesiaste: "Quando
lo stolto cammina per via, essendo egli uno sciocco, tutti reputa stolti". - Secondo, può derivare dal fatto che uno è mal disposto
verso un altro. Infatti quando si disprezza e si odia una persona,
o ci si adira contro di essa, bastano lievi indizi per pensarne male:
poiché ciascuno crede facilmente ciò che desidera. - Terzo, ciò può
derivare da una lunga esperienza: ecco perché il Filosofo afferma,
che "i vecchi sono sommamente sospettosi, perché spesso hanno
sperimentato gli altrui difetti".
Ebbene, i primi due moventi del sospetto si devono evidentemente
alla perversità degli affetti. Invece il terzo diminuisce l'infondatezza
del sospetto: in quanto l'esperienza giova alla certezza,
la quale riduce ciò che caratterizza il sospetto. Perciò il sospetto
implica un vizio: e più esso procede, più è vizioso.
Ci sono tre gradazioni del sospetto. La prima consiste nel prospettarsi
dei dubbi sulla bontà di uno per degli indizi insignificanti.
E questo è un peccato leggero e veniale: ciò infatti, a detta della
Glossa, "fa parte della tentazione umana, senza la quale non può
trascorrere la vita presente". - Il secondo grado si ha quando uno,
per leggeri indizi, ritiene certa la malizia di un altro. E questo,
se si tratta di cosa grave, è peccato mortale, in quanto non può
verificarsi senza il disprezzo del prossimo; ed ecco perché la Glossa
aggiunge: "Sebbene, dunque, non si possano evitare i sospetti,
perché siamo uomini, tuttavia dobbiamo trattenerci dal dare giudizi,
e cioè sentenze ferme e definitive". - Si ha poi il terzo grado
quando un giudice per un sospetto arriva a condannare qualcuno.
E questo direttamente appartiene all'ingiustizia. E quindi è peccato mortale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Degli atti umani si può avere un
certo grado di certezza, non come nelle scienze dimostrative, ma
come comporta tale materia: p. es., mediante la testimonianza di
persone idonee.
2. Per il fatto stesso che uno ha una cattiva opinione di un altro,
senza un motivo sufficiente, viene a disprezzarlo. E quindi gli fa un torto.
3. Giustizia e ingiustizia hanno per oggetto le azioni esterne,
come abbiamo notato; perciò il giudizio temerario costituisce direttamente
un'ingiustizia quando si esprime in un atto esterno. E allora,
come abbiamo detto, è peccato mortale. Invece il giudizio
interno appartiene alla giustizia, in quanto esso sta al giudizio
esterno come gli atti interni stanno a quelli esterni: e cioè come il
desiderio impuro sta alla fornicazione, e l'ira sta all'omicidio.
ARTICOLO
4
Se i dubbi si debbano risovere in senso favorevole
SEMBRA che i dubbi non si debbano risolvere in senso favorevole.
Infatti:
1. Il giudizio di preferenza deve conformarsi a ciò
che capita nella maggior parte dei casi. Ora, nella maggior
parte dei casi capita che si agisca malamente; poiché, come dice la Scrittura,
"il numero degli stolti è infinito", "perché i sensi ed i pensieri
dell'uomo inclinano al male fin dall'adolescenza". Perciò i dubbi
vanno risolti più in senso cattivo che in senso buono.
2. S. Agostino insegna, che
"vive da pio e da giusto colui che
giudica le cose con rigore", senza pendere da nessuna delle due
parti. Ma chi interpreta favorevolmente ciò che è dubbio pende per
una parte. Questo quindi non si deve fare.
3. Si deve amare il prossimo come se stessi. Ma per quanto riguarda
se stesso uno deve risolvere i dubbi nel senso più sfavorevole,
stando alle parole di Giobbe: "Io temevo di tutte le mie azioni". Dunque i dubbi riguardanti il prossimo si devono risolvere
in senso sfavorevole.
IN CONTRARIO: A commento di quel passo paolino,
"Chi non mangia
non giudichi chi mangia", la Glossa afferma: "I dubbi devono
essere risolti in senso favorevole".
RISPONDO: Come già abbiamo visto, per il fatto che uno ha una
cattiva opinione di un altro, senza un motivo sufficiente, gli fa
ingiuria e lo disprezza. Ora, nessuno deve disprezzare un altro, o
danneggiarlo in qualsiasi modo, senza una causa pressante. Perciò
quando non ci sono indizi evidenti della malizia di una persona,
dobbiamo ritenerla per buona, risolvendo i dubbi in senso favorevole.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Può anche darsi che chi risolve in
senso favorevole si sbagli più spesso. È meglio però che uno spesso
si sbagli conservando una buona opinione di gente malvagia, piuttosto
che si sbagli ogni tanto facendosi una cattiva opinione di
qualche brava persona: perché in questo caso si fa un torto, il che
non è vero nel primo.
2. Giudicare delle cose è diverso dal giudicare delle persone.
Infatti nel giudizio delle cose non si fa questione di bene o di male da
parte della cosa di cui giudichiamo, alla quale non interessa
affatto il nostro giudizio qualunque esso sia: ma nel caso vale soltanto
il bene o il male di chi giudica, a seconda che egli giudica
con verità, o falsamente; poiché, a detta del Filosofo, "il vero è
il bene dell'intelletto, e il falso è il male di esso". Perciò ciascuno
si deve sforzare di giudicare le cose per quello che sono. - Ma nel
giudizio che diamo sulle persone interessa specialmente il bene e
il male da parte di chi viene giudicato, poiché da ciò dipende che
egli sia tenuto in onore, se giudicato buono, o spregevole, se giudicato cattivo.
Perciò in codesto giudizio dobbiamo tendere a giudicare
buono il prossimo, a meno che non ci sia in contrario una
ragione evidente. Del resto il giudizio falso col quale uno pensa
bene di un altro non implica per lui una menomazione intellettuale,
come non contribuisce alla perfezione del suo intelletto conoscere
la verità dei singoli contingenti: contribuisce invece alla
bontà dei suoi sentimenti.
3. La decisione di un dubbio in senso favorevole o sfavorevole
si può attuare in due modi. Primo, mediante una supposizione.
E quando siamo tenuti a mettere un riparo a qualche malanno,
sia nostro che altrui, è bene supporre il peggio, per ricorrere a
un rimedio più sicuro: poiché un rimedio efficace contro un male
più grave, a maggior ragione serve contro un male minore. - Secondo,
si può decidere un dubbio in senso favorevole o sfavorevole
mediante una definizione, o determinazione. E in questo caso uno
deve sforzarsi di valutare ogni cosa per quello che è: mentre nel
giudicare le persone si deve propendere per il meglio, secondo le
spiegazioni date.
ARTICOLO
5
Se si debba sempre giudicare secondo la legge scritta
SEMBRA che non sempre si debba giudicare secondo la legge scritta.
Infatti:
1. Un giudizio ingiusto bisogna sempre evitarlo. Ma talora le
leggi scritte contengono un'ingiustizia, come si rileva da quel
passo di Isaia: "Guai a coloro che fanno leggi inique, e scrivono
ingiustizie". Dunque non sempre si deve giudicare secondo le leggi scritte.
2. Il giudizio deve pronunziarsi sui fatti singolari concreti. Ora,
nessuna legge scritta può abbracciare tutti i singoli fatti, come il
Filosofo dichiara nell'Etica. Perciò non sempre si deve giudicare
secondo la legge scritta.
3. La legge viene scritta per mostrare la decisione del legislatore.
Ma capitano certi casi in cui, se il legislatore fosse presente, giudicherebbe
diversamente. Dunque non sempre si deve giudicare secondo la legge scritta.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"A proposito di queste leggi
temporali, sebbene gli uomini le giudichino quando le istituiscono,
una volta che sono istituite e ratificate, i giudici non hanno la facoltà
di giudicarle, ma solo di uniformarsi ad esse".
RISPONDO: Il giudizio, come abbiamo già notato, non è che la definizione
o determinazione di una cosa giusta, ossia di un diritto.
Ora, una cosa può esser giusta per due motivi: primo per la sua
stessa natura, e allora si ha un diritto naturale; secondo, in forza
di un accordo tra gli uomini, che si denomina diritto positivo, come
abbiamo visto sopra. Ebbene, le leggi sono scritte per dichiarare
l'uno e l'altro diritto, però in maniera diversa. Infatti la formula
scritta contiene il diritto naturale, ma non lo istituisce: esso infatti
non riceve la sua forza dalla legge ma dalla natura. Invece il diritto positivo
la legge scritta e lo contiene e lo istituisce, dandogli
vigore di norma. Perciò è necessario che il giudizio si faccia secondo
la legge scritta: altrimenti il giudizio si scosterebbe o dal
diritto naturale, o da quello positivo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La legge scritta, come non dà il suo vigore
al diritto naturale, così non può sminuirlo o eliminarlo:
poiché la volontà dell'uomo non può mutare la natura. Se quindi
la legge scritta contenesse qualche cosa di contrario al diritto naturale,
sarebbe ingiusta e non avrebbe la forza di obbligare: infatti
il diritto positivo, come sopra abbiamo detto, interviene solo
dove per il diritto naturale "è indifferente che una cosa sia in una
maniera o in un'altra". Quindi codeste norme scritte non sono neppure
da chiamarsi leggi, ma piuttosto corruzioni della legge, come
sopra abbiamo notato. Ecco perché non si deve giudicare in base ad esse.
2. Come le leggi ingiuste sono di per sé incompatibili col diritto
naturale, o sempre o nella maggior parte dei casi, così anche le
leggi oneste in certi casi sono talmente inadeguate, che se si osservano,
si va contro il diritto naturale. Perciò in codesti casi non
si deve giudicare secondo la lettera della legge, ma si deve ricorrere
a quel senso di equità, che era nell'intenzione del legislatore.
Ecco perché nel Digesto si legge: "Nessun senso del diritto
o dell'equità permette che quanto è stato salutarmente introdotto
per il vantaggio degli uomini, sia da noi portato alla severità con
una interpretazione rigida contro il loro bene". Ora, in codesti casi
anche il legislatore giudicherebbe diversamente: e, se li avesse
presi in esame, li avrebbe determinati con una legge.
3. È così risolta anche la terza difficoltà.
ARTICOLO
6
Se il giudizio sia reso perverso dall'usurpazione
SEMBRA che il giudizio non venga pervertito dall'usurpazione.
Infatti:
1. La giustizia è una certa rettitudine nell'agire. Ora, la verità
non è mai compromessa da chi la dice, ma va accettata da chiunque.
Perciò anche la giustizia non viene compromessa da chi determina un diritto,
vale a dire da chi giudica.
2. Punire i peccati rientra nel giudizio. Ora, nella Scrittura alcuni
vengono elogiati perché punirono dei peccati, senza avere
un'autorità su quelli che punivano; così si fa per Mosè, che uccise
l'egiziano, e per Finees figlio d'Eleazaro, che uccise Zambri figlio di Salu,
di cui si dice nei Salmi: "E ciò gli fu reputato a giustizia".
Dunque l'usurpazione del giudizio non pregiudica la giustizia.
3. Il potere spirituale è distante da quello temporale. Ma talora
i prelati che sono investiti di un potere spirituale s'immischiano
in affari che riguardano il potere temporale. Quindi il giudizio
usurpato non è illecito.
4. Per giudicare rettamente si richiede, in chi giudica, l'autorità,
la giustizia e la scienza, com'è evidente da quanto abbiamo detto.
Ma nessuno contesta la validità del giudizio, per il solo fatto che
uno giudica senza l'abito della giustizia, o privo della scienza del diritto.
Perciò anche il giudizio usurpato per una carenza di autorità
non sempre è ingiusto.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Chi sei tu che giudichi il servo di un altro?".
RISPONDO: Il giudizio, come abbiamo spiegato, deve conformarsi
alla legge scritta; e quindi chi lo pronunzia interpreta in qualche
modo la formula della legge, applicandola a una faccenda particolare.
Ma siccome per interpretare la legge si richiede la medesima
autorità che si richiede per istituirla, e non potendosi istituire
una legge se non dall'autorità pubblica, non si può pronunziare
un giudizio se non investiti di pubblica autorità, la quale si
estende a tutti i sudditi di una data collettività. Perciò come sarebbe
un'ingiustizia costringere una persona a osservare norme
non sancite dall'autorità pubblica, così è un'ingiustizia costringerla
ad accettare un giudizio che non emana dalla pubblica autorità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'enunciazione di una verità non
implica la costrizione ad accettarla, ma ognuno rimane libero di
accettarla o non accettarla. Un giudizio invece implica una costrizione.
Ecco perché è ingiusto che uno sia giudicato da chi non è
rivestito di pubblica autorità.
2. Pare che Mosè abbia ucciso l'egiziano dopo aver ricevuto
l'autorità, in qualche modo, da un'ispirazione di Dio, come si rileva
dalle parole della Scrittura: "Avendo ucciso l'egiziano, Mosè
pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio voleva salvare
Israele per mezzo di lui". - Oppure si può rispondere che Mosè
uccise l'egiziano nel difendere nei limiti della legittima difesa colui
che ne subiva l'ingiuria. S. Ambrogio infatti afferma, che "chi
avendone la possibilità non allontana l'ingiuria da un compagno,
è in peccato come chi la commette"; e porta l'esempio di Mosè. - Oppure
si può rispondere con S. Agostino, che "come la terra viene
lodata per la sua fertilità nel produrre inutili erbacce, prima delle
piante utili; così quel gesto di Mosè era peccaminoso, ma era il
segno di una grande fertilità", essendo il segno del coraggio col
quale avrebbe salvato il popolo.
Quanto a Finees si deve pensare che abbia agito per ispirazione
divina, mosso dallo zelo di Dio. - Oppure si può rispondere, che
sebbene non fosse ancora sommo sacerdote, tuttavia era figlio del
sommo sacerdote, e quindi che spettava a lui codesto giudizio,
come agli altri giudici ai quali era stato demandato.
3. Il potere civile è sottoposto a quello spirituale come il corpo
all'anima. Perciò non è usurpato il giudizio, se un prelato s'immischia
in affari temporali in cui il potere civile è a lui soggetto,
oppure in cose lasciate al suo arbitrio dal potere civile.
4. Gli abiti della scienza e della giustizia sono doti della persona
privata: ecco perché la loro mancanza non rende usurpato il giudizio,
come la mancanza di autorità pubblica, dalla quale esso riceve
la sua forza coattiva.
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