Il Santo Rosario
back

Questione 60

Il giudizio

Passiamo ora a parlare del giudizio.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se il giudizio sia un atto di giustizia; 2. Se sia lecito giudicare; 3. Se si possa giudicare per dei sospetti; 4. Se i dubbi si debbano risolvere in senso favorevole; 5. Se nel giudicare ci si debba sempre attenere alle leggi scritte; 6. Se l'usurpazione del potere perverta il giudizio.

ARTICOLO 1

Se il giudizio sia un atto di giustizia

SEMBRA che il giudizio non sia un atto di giustizia. Infatti:
1. Il Filosofo insegna, che "ciascuno giudica bene ciò che conosce": e quindi il giudizio sembra appartenere alla facoltà conoscitiva. Ora, la facoltà conoscitiva riceve la sua perfezione dalla prudenza. Perciò il giudizio appartiene più alla prudenza che alla giustizia, la quale, come abbiamo visto, risiede nella volontà.
2. L'Apostolo ha scritto: "L'uomo spirituale giudica di tutto". Ma un uomo diventa spirituale specialmente con la virtù della carità, la quale "si è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato". Dunque il giudizio appartiene più alla carità che alla giustizia.
3. Ad ogni virtù appartiene il retto giudizio sulla propria materia: poiché, a detta del Filosofo, "in ogni cosa il virtuoso è regola e misura". Perciò il giudizio non appartiene alla giustizia più di quanto appartiene alle altre virtù morali.
4. Il giudizio è un compito esclusivo dei giudici. Invece gli atti della giustizia si riscontrano in tutti i giusti. Quindi, siccome non sono giusti soltanto i giudici, è chiaro che il giudizio non è atto proprio della giustizia.

IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge: "Fino a che la giustizia si concreti nel giudizio".

RISPONDO: Il giudizio propriamente indica l'atto del giudice come tale. Giudice infatti suona ius dicens, uno che dichiara il diritto. Ora, il diritto, come abbiamo visto, è l'oggetto della giustizia. Dunque il giudizio, stando al suo primo significato, implica la definizione o determinazione del giusto, ossia del diritto. Il fatto però che uno sappia ben definire quanto riguarda le azioni virtuose deriva propriamente dall'abito della virtù; chi è casto, p. es., sa determinare rettamente ciò che riguarda la castità. Perciò il giudizio, che implica la retta determinazione del giusto o del diritto, appartiene propriamente alla giustizia. Ecco perché il Filosofo afferma, che gli uomini "ricorrono al giudice come a una giustizia animata".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il termine giudizio, che nel suo primo significato sta a indicare la retta determinazione del diritto, fu esteso poi a indicare la determinazione retta di qualsiasi altra cosa, sia nell'ordine speculativo, che nell'ordine pratico. In tutti i casi però il retto giudizio esige due cose. Primo la facoltà che deve direttamente proferire il giudizio. E da questo lato il giudizio è un atto della ragione: infatti l'atto di dire o di definire appartiene alla ragione. L'altro elemento è la disposizione di chi giudica, da cui dipende la sua idoneità a ben giudicare. E da questo lato nelle cose relative alla giustizia il giudizio procede dalla giustizia; come nelle cose relative alla fortezza procede dalla fortezza. Perciò il giudizio è un atto della giustizia, in quanto da questa dipende l'inclinazione a ben giudicare; ma è un atto della prudenza in quanto questa lo proferisce. Infatti la synesis, che è parte integrante della prudenza, viene considerata, come sopra abbiamo detto, "la capacità di ben giudicare".
2. L'uomo spirituale riceve dall'abito della carità l'inclinazione a giudicare rettamente di ogni cosa secondo le leggi divine, proferendo il suo giudizio mediante il dono della sapienza: precisamente come il giusto lo proferisce mediante la virtù della prudenza secondo le regole del diritto.
3. Le altre virtù regolano l'uomo in se stesso, mentre la giustizia regola l'uomo in rapporto agli altri, come sopra abbiamo detto. Ora, uno è padrone delle cose che a lui appartengono, non già di quelle che appartengono agli altri. Perciò in quello che riguarda le altre virtù si richiede solo il giudizio della persona virtuosa, giudizio in senso lato, come abbiamo visto. Ma in materia di giustizia si richiede inoltre il giudizio di un superiore, "il quale possa fare da arbitro, e stender la mano su entrambi". Ecco perché il giudizio appartiene più alla giustizia che a qualsiasi altra virtù.
4. In chi comanda, la giustizia si trova come virtù architettonica o magistrale, quasi nell'atto d'imporre e di prescrivere il diritto: nei sudditi invece si trova come virtù esecutrice e subordinata. Perciò il giudizio, il quale implica la determinazione del diritto, o del giusto, appartiene alla giustizia in quanto si trova in maniera più eccellente in chi comanda.

ARTICOLO 2

Se sia lecito giudicare

SEMBRA che non sia lecito giudicare. Infatti:
1. Il castigo non viene inflitto che per una cosa illecita. Ora, secondo il Vangelo, coloro che giudicano sono sotto la minaccia di un castigo, che è risparmiato a quelli che se ne astengono: "Non giudicate, affinché non siate giudicati". Dunque giudicare non è una cosa lecita.
2. S. Paolo scrive: "Chi sei tu che vuoi giudicare il servo di un altro? Per il suo padrone egli sta, o cade". Ora Dio è il padrone di tutti. Perciò a nessun uomo è lecito giudicare.
3. Nessun uomo è senza peccato; poiché sta scritto: "Se diremo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi". Ma a chi pecca è proibito di giudicare, secondo le parole di S. Paolo: "Sei inescusabile, o uomo, chiunque tu sia che giudichi; poiché in quella che giudichi gli altri, condanni te stesso; giacché tu che giudichi fai le stesse cose". Quindi nessuno è in grado di giudicare.

IN CONTRARIO: Sta scritto nel Deuteronomio: "Stabilirai dei giudici e dei magistrati alle porte di tutte le città, perché giudichino il popolo con giusto giudizio".

RISPONDO: Il giudizio in tanto è lecito, in quanto è un atto di giustizia. Ora, stando alle cose già dette, affinché il giudizio sia un atto di giustizia si richiedono tre cose: primo, che derivi dall'abito della giustizia; secondo, che derivi dall'autorità di uno che comanda; terzo, che sia emanato secondo la retta norma della prudenza. Quando manca uno qualsiasi di questi elementi, il giudizio è vizioso ed illecito. Quando uno va contro la rettitudine della giustizia, allora il suo giudizio si denomina perverso, o ingiusto. Quando uno giudica di cose su cui non ha autorità, allora si parla di un giudizio usurpato. Quando poi manca la certezza nella ragione, come quando uno giudica di cose dubbie ed occulte basandosi su delle semplici supposizioni, allora si ha un giudizio sospettoso, o temerario.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A detta di S. Agostino, in quel passo il Signore proibisce il giudizio temerario, che vuol giudicare le intenzioni ed altre cose occulte. - Oppure, stando a S. Ilario, il Signore intendeva proibire il giudizio sulle cose divine, che noi non dobbiamo giudicare, essendo esse sopra di noi, ma credere con semplicità. - Oppure egli intendeva proibire il giudizio fatto senza benevolenza, e con animosità, secondo la spiegazione del Crisostomo.
2. Il giudice viene costituito ministro di Dio. Ecco perché nel Deuteronomio sta scritto: "Giudicate secondo giustizia"; e si aggiunge: "perché è il giudizio di Dio".
3. Coloro che sono in peccato mortale non devono giudicare quelli che sono nello stesso peccato, o in peccati meno gravi: così afferma il Crisostomo a commento delle parole evangeliche, "Non giudicate". Questo si deve intendere specialmente quando si tratta di peccati pubblici: poiché ne nascerebbe uno scandalo nella mente altrui. Se invece i peccati non sono pubblici, ma occulti, ed urge per ufficio la necessità di giudicare, con umiltà e tremore uno può rimproverare e giudicare. Così infatti S. Agostino scriveva: "Se ci trovassimo nel medesimo peccato, gemiamone insieme, e invitiamo ad unire i nostri sforzi". - Né per questo uno condanna se stesso nel senso che acquisti un nuovo titolo di condanna: ma nel senso che condannando gli altri, dichiara di essere anch'egli condannabile, per lo stesso peccato o per altri consimili.

ARTICOLO 3

Se il giudizio che nasce da un sospetto sia illecito

SEMBRA che il giudizio originato da un sospetto non sia illecito. Infatti:
1. Il sospetto non è che la conoscenza incerta di un peccato: difatti anche il Filosofo insegna che il sospetto è sospeso tra il vero e il falso. Ora, sui singolari contingenti non si può avere altro che un'opinione incerta. E siccome il giudizio umano ha per oggetto le azioni umane, che sono singolari e contingenti, è chiaro che non sarebbe lecito nessun giudizio, se non fosse lecito giudicare partendo da un sospetto.
2. Con un giudizio illecito si fa un torto al prossimo. Ma il sospetto maligno si riduce a una semplice opinione personale, e quindi non sembra costituire un torto per altri. Dunque il giudizio fondato sul sospetto non è illecito.
3. Se è illecito, deve ridursi a un'ingiustizia: poiché, si è detto, il giudizio è un atto di giustizia. Ora, l'ingiustizia è sempre nel suo genere peccato mortale, come sopra abbiamo visto. Perciò il giudizio che nasce dal sospetto, se fosse illecito, sarebbe sempre peccato mortale. Ma questo è falso; poiché la Glossa di S. Agostino, a commento di quel testo paolino: "Non giudicate prima del tempo", afferma che "non possiamo evitare i sospetti". Perciò il giudizio fondato sul sospetto non è illecito.

IN CONTRARIO: Illustrando il precetto evangelico, "Non giudicate", il Crisostomo scrive: "Il Signore con questo comandamento non proibisce ai cristiani di correggere gli altri con benevolenza; ma a non disprezzare altri cristiani per ostentazione della propria onestà, spesso condannando e odiando gli altri per dei semplici sospetti".

RISPONDO: Come dice Cicerone, il sospetto implica un'opinione cattiva fondata su indizi insignificanti. E questo può derivare da tre moventi. Primo, dal fatto che uno è egli stesso malvagio, cosicché conoscendo la propria malizia facilmente è portato a pensar male degli altri; conforme alle parole dell'Ecclesiaste: "Quando lo stolto cammina per via, essendo egli uno sciocco, tutti reputa stolti". - Secondo, può derivare dal fatto che uno è mal disposto verso un altro. Infatti quando si disprezza e si odia una persona, o ci si adira contro di essa, bastano lievi indizi per pensarne male: poiché ciascuno crede facilmente ciò che desidera. - Terzo, ciò può derivare da una lunga esperienza: ecco perché il Filosofo afferma, che "i vecchi sono sommamente sospettosi, perché spesso hanno sperimentato gli altrui difetti".
Ebbene, i primi due moventi del sospetto si devono evidentemente alla perversità degli affetti. Invece il terzo diminuisce l'infondatezza del sospetto: in quanto l'esperienza giova alla certezza, la quale riduce ciò che caratterizza il sospetto. Perciò il sospetto implica un vizio: e più esso procede, più è vizioso.
Ci sono tre gradazioni del sospetto. La prima consiste nel prospettarsi dei dubbi sulla bontà di uno per degli indizi insignificanti. E questo è un peccato leggero e veniale: ciò infatti, a detta della Glossa, "fa parte della tentazione umana, senza la quale non può trascorrere la vita presente". - Il secondo grado si ha quando uno, per leggeri indizi, ritiene certa la malizia di un altro. E questo, se si tratta di cosa grave, è peccato mortale, in quanto non può verificarsi senza il disprezzo del prossimo; ed ecco perché la Glossa aggiunge: "Sebbene, dunque, non si possano evitare i sospetti, perché siamo uomini, tuttavia dobbiamo trattenerci dal dare giudizi, e cioè sentenze ferme e definitive". - Si ha poi il terzo grado quando un giudice per un sospetto arriva a condannare qualcuno. E questo direttamente appartiene all'ingiustizia. E quindi è peccato mortale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Degli atti umani si può avere un certo grado di certezza, non come nelle scienze dimostrative, ma come comporta tale materia: p. es., mediante la testimonianza di persone idonee.
2. Per il fatto stesso che uno ha una cattiva opinione di un altro, senza un motivo sufficiente, viene a disprezzarlo. E quindi gli fa un torto.
3. Giustizia e ingiustizia hanno per oggetto le azioni esterne, come abbiamo notato; perciò il giudizio temerario costituisce direttamente un'ingiustizia quando si esprime in un atto esterno. E allora, come abbiamo detto, è peccato mortale. Invece il giudizio interno appartiene alla giustizia, in quanto esso sta al giudizio esterno come gli atti interni stanno a quelli esterni: e cioè come il desiderio impuro sta alla fornicazione, e l'ira sta all'omicidio.

ARTICOLO 4

Se i dubbi si debbano risovere in senso favorevole

SEMBRA che i dubbi non si debbano risolvere in senso favorevole. Infatti:
1. Il giudizio di preferenza deve conformarsi a ciò che capita nella maggior parte dei casi. Ora, nella maggior parte dei casi capita che si agisca malamente; poiché, come dice la Scrittura, "il numero degli stolti è infinito", "perché i sensi ed i pensieri dell'uomo inclinano al male fin dall'adolescenza". Perciò i dubbi vanno risolti più in senso cattivo che in senso buono.
2. S. Agostino insegna, che "vive da pio e da giusto colui che giudica le cose con rigore", senza pendere da nessuna delle due parti. Ma chi interpreta favorevolmente ciò che è dubbio pende per una parte. Questo quindi non si deve fare.
3. Si deve amare il prossimo come se stessi. Ma per quanto riguarda se stesso uno deve risolvere i dubbi nel senso più sfavorevole, stando alle parole di Giobbe: "Io temevo di tutte le mie azioni". Dunque i dubbi riguardanti il prossimo si devono risolvere in senso sfavorevole.

IN CONTRARIO: A commento di quel passo paolino, "Chi non mangia non giudichi chi mangia", la Glossa afferma: "I dubbi devono essere risolti in senso favorevole".

RISPONDO: Come già abbiamo visto, per il fatto che uno ha una cattiva opinione di un altro, senza un motivo sufficiente, gli fa ingiuria e lo disprezza. Ora, nessuno deve disprezzare un altro, o danneggiarlo in qualsiasi modo, senza una causa pressante. Perciò quando non ci sono indizi evidenti della malizia di una persona, dobbiamo ritenerla per buona, risolvendo i dubbi in senso favorevole.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Può anche darsi che chi risolve in senso favorevole si sbagli più spesso. È meglio però che uno spesso si sbagli conservando una buona opinione di gente malvagia, piuttosto che si sbagli ogni tanto facendosi una cattiva opinione di qualche brava persona: perché in questo caso si fa un torto, il che non è vero nel primo.
2. Giudicare delle cose è diverso dal giudicare delle persone. Infatti nel giudizio delle cose non si fa questione di bene o di male da parte della cosa di cui giudichiamo, alla quale non interessa affatto il nostro giudizio qualunque esso sia: ma nel caso vale soltanto il bene o il male di chi giudica, a seconda che egli giudica con verità, o falsamente; poiché, a detta del Filosofo, "il vero è il bene dell'intelletto, e il falso è il male di esso". Perciò ciascuno si deve sforzare di giudicare le cose per quello che sono. - Ma nel giudizio che diamo sulle persone interessa specialmente il bene e il male da parte di chi viene giudicato, poiché da ciò dipende che egli sia tenuto in onore, se giudicato buono, o spregevole, se giudicato cattivo. Perciò in codesto giudizio dobbiamo tendere a giudicare buono il prossimo, a meno che non ci sia in contrario una ragione evidente. Del resto il giudizio falso col quale uno pensa bene di un altro non implica per lui una menomazione intellettuale, come non contribuisce alla perfezione del suo intelletto conoscere la verità dei singoli contingenti: contribuisce invece alla bontà dei suoi sentimenti.
3. La decisione di un dubbio in senso favorevole o sfavorevole si può attuare in due modi. Primo, mediante una supposizione. E quando siamo tenuti a mettere un riparo a qualche malanno, sia nostro che altrui, è bene supporre il peggio, per ricorrere a un rimedio più sicuro: poiché un rimedio efficace contro un male più grave, a maggior ragione serve contro un male minore. - Secondo, si può decidere un dubbio in senso favorevole o sfavorevole mediante una definizione, o determinazione. E in questo caso uno deve sforzarsi di valutare ogni cosa per quello che è: mentre nel giudicare le persone si deve propendere per il meglio, secondo le spiegazioni date.

ARTICOLO 5

Se si debba sempre giudicare secondo la legge scritta

SEMBRA che non sempre si debba giudicare secondo la legge scritta. Infatti:
1. Un giudizio ingiusto bisogna sempre evitarlo. Ma talora le leggi scritte contengono un'ingiustizia, come si rileva da quel passo di Isaia: "Guai a coloro che fanno leggi inique, e scrivono ingiustizie". Dunque non sempre si deve giudicare secondo le leggi scritte.
2. Il giudizio deve pronunziarsi sui fatti singolari concreti. Ora, nessuna legge scritta può abbracciare tutti i singoli fatti, come il Filosofo dichiara nell'Etica. Perciò non sempre si deve giudicare secondo la legge scritta.
3. La legge viene scritta per mostrare la decisione del legislatore. Ma capitano certi casi in cui, se il legislatore fosse presente, giudicherebbe diversamente. Dunque non sempre si deve giudicare secondo la legge scritta.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "A proposito di queste leggi temporali, sebbene gli uomini le giudichino quando le istituiscono, una volta che sono istituite e ratificate, i giudici non hanno la facoltà di giudicarle, ma solo di uniformarsi ad esse".

RISPONDO: Il giudizio, come abbiamo già notato, non è che la definizione o determinazione di una cosa giusta, ossia di un diritto. Ora, una cosa può esser giusta per due motivi: primo per la sua stessa natura, e allora si ha un diritto naturale; secondo, in forza di un accordo tra gli uomini, che si denomina diritto positivo, come abbiamo visto sopra. Ebbene, le leggi sono scritte per dichiarare l'uno e l'altro diritto, però in maniera diversa. Infatti la formula scritta contiene il diritto naturale, ma non lo istituisce: esso infatti non riceve la sua forza dalla legge ma dalla natura. Invece il diritto positivo la legge scritta e lo contiene e lo istituisce, dandogli vigore di norma. Perciò è necessario che il giudizio si faccia secondo la legge scritta: altrimenti il giudizio si scosterebbe o dal diritto naturale, o da quello positivo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La legge scritta, come non dà il suo vigore al diritto naturale, così non può sminuirlo o eliminarlo: poiché la volontà dell'uomo non può mutare la natura. Se quindi la legge scritta contenesse qualche cosa di contrario al diritto naturale, sarebbe ingiusta e non avrebbe la forza di obbligare: infatti il diritto positivo, come sopra abbiamo detto, interviene solo dove per il diritto naturale "è indifferente che una cosa sia in una maniera o in un'altra". Quindi codeste norme scritte non sono neppure da chiamarsi leggi, ma piuttosto corruzioni della legge, come sopra abbiamo notato. Ecco perché non si deve giudicare in base ad esse.
2. Come le leggi ingiuste sono di per sé incompatibili col diritto naturale, o sempre o nella maggior parte dei casi, così anche le leggi oneste in certi casi sono talmente inadeguate, che se si osservano, si va contro il diritto naturale. Perciò in codesti casi non si deve giudicare secondo la lettera della legge, ma si deve ricorrere a quel senso di equità, che era nell'intenzione del legislatore. Ecco perché nel Digesto si legge: "Nessun senso del diritto o dell'equità permette che quanto è stato salutarmente introdotto per il vantaggio degli uomini, sia da noi portato alla severità con una interpretazione rigida contro il loro bene". Ora, in codesti casi anche il legislatore giudicherebbe diversamente: e, se li avesse presi in esame, li avrebbe determinati con una legge.
3. È così risolta anche la terza difficoltà.

ARTICOLO 6

Se il giudizio sia reso perverso dall'usurpazione

SEMBRA che il giudizio non venga pervertito dall'usurpazione. Infatti:
1. La giustizia è una certa rettitudine nell'agire. Ora, la verità non è mai compromessa da chi la dice, ma va accettata da chiunque. Perciò anche la giustizia non viene compromessa da chi determina un diritto, vale a dire da chi giudica.
2. Punire i peccati rientra nel giudizio. Ora, nella Scrittura alcuni vengono elogiati perché punirono dei peccati, senza avere un'autorità su quelli che punivano; così si fa per Mosè, che uccise l'egiziano, e per Finees figlio d'Eleazaro, che uccise Zambri figlio di Salu, di cui si dice nei Salmi: "E ciò gli fu reputato a giustizia". Dunque l'usurpazione del giudizio non pregiudica la giustizia.
3. Il potere spirituale è distante da quello temporale. Ma talora i prelati che sono investiti di un potere spirituale s'immischiano in affari che riguardano il potere temporale. Quindi il giudizio usurpato non è illecito.
4. Per giudicare rettamente si richiede, in chi giudica, l'autorità, la giustizia e la scienza, com'è evidente da quanto abbiamo detto. Ma nessuno contesta la validità del giudizio, per il solo fatto che uno giudica senza l'abito della giustizia, o privo della scienza del diritto. Perciò anche il giudizio usurpato per una carenza di autorità non sempre è ingiusto.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Chi sei tu che giudichi il servo di un altro?".

RISPONDO: Il giudizio, come abbiamo spiegato, deve conformarsi alla legge scritta; e quindi chi lo pronunzia interpreta in qualche modo la formula della legge, applicandola a una faccenda particolare. Ma siccome per interpretare la legge si richiede la medesima autorità che si richiede per istituirla, e non potendosi istituire una legge se non dall'autorità pubblica, non si può pronunziare un giudizio se non investiti di pubblica autorità, la quale si estende a tutti i sudditi di una data collettività. Perciò come sarebbe un'ingiustizia costringere una persona a osservare norme non sancite dall'autorità pubblica, così è un'ingiustizia costringerla ad accettare un giudizio che non emana dalla pubblica autorità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'enunciazione di una verità non implica la costrizione ad accettarla, ma ognuno rimane libero di accettarla o non accettarla. Un giudizio invece implica una costrizione. Ecco perché è ingiusto che uno sia giudicato da chi non è rivestito di pubblica autorità.
2. Pare che Mosè abbia ucciso l'egiziano dopo aver ricevuto l'autorità, in qualche modo, da un'ispirazione di Dio, come si rileva dalle parole della Scrittura: "Avendo ucciso l'egiziano, Mosè pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio voleva salvare Israele per mezzo di lui". - Oppure si può rispondere che Mosè uccise l'egiziano nel difendere nei limiti della legittima difesa colui che ne subiva l'ingiuria. S. Ambrogio infatti afferma, che "chi avendone la possibilità non allontana l'ingiuria da un compagno, è in peccato come chi la commette"; e porta l'esempio di Mosè. - Oppure si può rispondere con S. Agostino, che "come la terra viene lodata per la sua fertilità nel produrre inutili erbacce, prima delle piante utili; così quel gesto di Mosè era peccaminoso, ma era il segno di una grande fertilità", essendo il segno del coraggio col quale avrebbe salvato il popolo.
Quanto a Finees si deve pensare che abbia agito per ispirazione divina, mosso dallo zelo di Dio. - Oppure si può rispondere, che sebbene non fosse ancora sommo sacerdote, tuttavia era figlio del sommo sacerdote, e quindi che spettava a lui codesto giudizio, come agli altri giudici ai quali era stato demandato.
3. Il potere civile è sottoposto a quello spirituale come il corpo all'anima. Perciò non è usurpato il giudizio, se un prelato s'immischia in affari temporali in cui il potere civile è a lui soggetto, oppure in cose lasciate al suo arbitrio dal potere civile.
4. Gli abiti della scienza e della giustizia sono doti della persona privata: ecco perché la loro mancanza non rende usurpato il giudizio, come la mancanza di autorità pubblica, dalla quale esso riceve la sua forza coattiva.