Il Santo Rosario
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Questione 58

La giustizia

Ed eccoci a trattare della giustizia.
Sull'argomento si pongono dodici quesiti: 1. Che cosa sia la giustizia; 2. Se la giustizia sia sempre verso gli altri; 3. Se essa sia una virtù; 4. Se risieda nella volontà; 5. Se sia virtù generale; 6. Se in quanto virtù generale s'identifichi essenzialmente con qualsiasi virtù; 7. Se esista una giustizia particolare; 8. Se la giustizia particolare abbia una propria materia; 9. Se abbia di mira le passioni, o le operazioni soltanto; 10. Se il giusto mezzo della giustizia consista in un giusto mezzo oggettivo; 11. Se l'atto della giustizia consista nel rendere a ciascuno il suo; 12. Se la giustizia sia la principale tra le virtù morali.

ARTICOLO 1

Se la giustizia sia ben definita come "la volontà costante e perenne di dare a ciascuno il suo"

SEMBRA che la giustizia non sia ben definita dai giuristi come "la volontà costante e perenne di dare a ciascuno il suo". Infatti:
1. La giustizia, a detta del Filosofo, è "un abito dal quale derivano certe operazioni dei giusti, e mediante il quale essi operano e vogliono le cose giuste". Ora, la volontà sta a indicare una potenza, o un atto. Dunque non è esatto affermare che la giustizia è volontà.
2. La rettitudine della volontà non è "la volontà": altrimenti nessuna volontà sarebbe perversa. Poiché, a detta di S. Anselmo, "la rettitudine equivale alla giustizia". Perciò la giustizia non è una volontà.
3. La sola volontà di Dio è perenne. Quindi, se la giustizia fosse una volontà perenne, si troverebbe soltanto in Dio.
4. Tutto ciò che è perenne è costante: perché immutabile. Perciò è superfluo mettere entrambi gli aggettivi nelle definizioni della giustizia, "perpetua" e "costante".
5. Rendere a ciascuno il suo appartiene a chi comanda. Se quindi la giustizia consistesse nel dare a ciascuno il suo, ne seguirebbe che dovrebbe trovarsi soltanto nei principi. Il che è inammissibile.
6. S. Agostino insegna, che "la giustizia è un amore che si assoggetta a Dio soltanto". Essa perciò non è fatta per rendere a ciascuno il suo.

RISPONDO: Se bene intesa, la suddetta definizione della giustizia è esatta. Infatti essendo qualsiasi virtù principio di atti buoni, è necessario definire una virtù mediante gli atti buoni relativi alla materia propria di codesta virtù. Ora, la giustizia ha come propria materia i doveri verso gli altri, come vedremo subito. Perciò con quelle parole, "dare a ciascuno il suo", si accenna all'atto della giustizia in rapporto alla materia e all'oggetto proprio: poiché, come scrive S. Isidoro, "giusto è chi rispetta il diritto". Ma perché un atto relativo a qualsiasi materia sia virtuoso, si richiede che sia volontario, e che sia stabile e fermo: poiché il Filosofo afferma che per l'atto virtuoso si richiede prima di tutto che uno "lo compia coscientemente"; secondo che lo compia "deliberatamente e per il debito fine"; terzo, che "lo compia stabilmente". Ora, il primo di tali requisiti è incluso nel secondo: poiché, a detta del Filosofo, "ciò che si fa per ignoranza si compie involontariamente". Ecco perché nella definizione della giustizia si parla di "volontà", per chiarire che l'atto della giustizia dev'essere volontario. Si parla poi di "costanza e di perennità", per indicare la stabilità dell'atto. Perciò la definizione indicata è una perfetta definizione della giustizia, a eccezione del fatto che in essa l'abito è sostituito dall'atto che lo specifica: infatti gli abiti sono ordinati agli atti. Ma se uno volesse ridurre l'enunciato a una definizione rigorosa, potrebbe dire così: "La giustizia è l'abito mediante il quale si dà a ciascuno il suo con volere costante e perenne". - E questa definizione coincide con quella che dà il Filosofo nell'Etica, affermando che "la giustizia è l'abito mediante il quale uno compie con proponimento cose giuste".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La volontà qui sta a indicare l'atto, non la potenza. È consuetudine infatti presso gli autori (classici) definire gli abiti mediante gli atti: S. Agostino, p. es., afferma che la fede è "credere ciò che non vedi".
2. Ma neppure la giustizia è la rettitudine in maniera essenziale, bensì in maniera causale soltanto: essa infatti è l'abito in forza del quale uno agisce e vuole rettamente.
3. Una volontà può dirsi perenne in due maniere. Primo, in rapporto all'atto medesimo, che dura perennemente. E in tal senso è perenne la sola volontà di Dio. - Secondo, in rapporto all'oggetto: cioè nel senso che uno vuol fare sempre una data cosa. E questo è quanto si richiede per la giustizia. Infatti per avere la giustizia non basta che uno voglia osservare la giustizia per un momento, poiché difficilmente si trova uno che voglia agire ingiustamente in ogni cosa: ma si richiede la volontà di osservare la giustizia continuamente e in tutte le cose.
4. Non è inutile l'aggettivo "costante", perché perenne qui non è preso per indicare la durata continua dell'atto di volontà: cosicché con l'espressione "volontà perenne" si indica che uno agisce col proposito di osservare la giustizia, e col termine "costante" si indica che egli persevera fermamente in codesto proposito.
5. Il giudice rende a ciascuno il suo come imperante e dirigente: poiché, a detta di Aristotele, "il giudice è il diritto animato", e "il principe è custode del diritto". I sudditi invece rendono a ciascuno il suo come esecutori.
6. Come nell'amore di Dio è incluso, stando alle spiegazioni date, l'amore del prossimo, così il fatto che un uomo serve Dio implica la conseguenza di rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto.

ARTICOLO 2

Se la giustizia sia sempre verso gli altri

SEMBRA che la giustizia non sia sempre verso gli altri. Infatti:
1. L'Apostolo afferma, che "la giustizia di Dio si attua mediante la fede in Gesù Cristo". Ma la fede non si definisce come rapporto di un uomo con altri uomini. Dunque neppure la giustizia.
2. Secondo S. Agostino spetta alla giustizia, in quanto consiste nella sottomissione a Dio, "comandare bene a tutte le altre cose che sono sottomesse all'uomo". Ora, all'uomo è sottoposto l'appetito sensitivo; poiché sta scritto: "L'appetito tuo", cioè l'appetito peccaminoso, "ti sarà sottoposto e tu potrai dominarlo". Perciò la giustizia ha il compito di dominare i propri appetiti. E quindi la giustizia è verso se stessi.
3. La giustizia di Dio è eterna. Ora, non è esistito un essere coeterno a Dio. Dunque non è essenziale alla giustizia di essere verso gli altri.
4. Come han bisogno di essere rettificate le azioni che riguardano gli altri, così ne han bisogno le azioni riguardanti noi stessi. Ebbene, le azioni sono rettificate proprio dalla giustizia, come si legge nei Proverbi: "La giustizia del semplice ne raddrizzerà le vie". Dunque la giustizia non riguarda soltanto i doveri verso gli altri, ma anche quelli verso se stessi.

IN CONTRARIO: Cicerone afferma che "costitutivo" della giustizia è "ciò che forma la società degli uomini tra loro, e la comunanza di vita". Perciò la giustizia è solo per i doveri verso gli altri.

RISPONDO: La nozione stessa di giustizia esige un riferimento ad altri, poiché il suo nome medesimo, come abbiamo detto, implica uguaglianza: niente infatti è uguale a se stesso, ma ad altre cose. E poiché la giustizia, come abbiamo notato, ha il compito di rettificare gli atti umani, è necessario che l'alterità richiesta dalla giustizia sia un'alterità di più persone capaci di agire. Infatti le azioni, propriamente parlando, appartengono al supposito e al tutto, non già alle parti e alle varie forme, o potenze: ché propriamente parlando non è la mano che percuote, ma l'uomo mediante la mano; così propriamente non è il calore che riscalda, ma il fuoco mediante il calore. Tuttavia si usano queste espressioni in senso figurato. Così in senso figurato si possono considerare i diversi principi operativi di un medesimo uomo, p. es., la ragione, l'irascibile e il concupiscibile, come fossero altrettanti soggetti operativi distinti. Ecco perché metaforicamente si può parlare della giustizia di un uomo verso se stesso, in quanto la ragione comanda all'irascibile e al concupiscibile, e in quanto essi obbediscono alla ragione, e genericamente in quanto ad ogni facoltà umana viene attribuito ciò che le conviene. Non per nulla il Filosofo chiama "metaforica" questa giustizia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La giustizia che si attua in noi mediante la fede è quella che determina la giustificazione del peccatore, la quale consiste nel debito ordine delle varie parti dell'anima, come abbiamo visto sopra parlando della giustificazione. Ma questo è proprio della giustizia presa in senso metaforico, che può trovarsi anche in uno che fa vita solitaria.
2. È così risolta anche la seconda difficoltà.
3. La giustizia di Dio è eterna in quanto eterno è il volere e il proposito di lui: e ciò forma il costitutivo principale della giustizia. Sebbene nei suoi effetti essa non sia eterna: poiché nessuna cosa è coeterna a Dio.
4. Le azioni umane riguardanti noi stessi sono già efficacemente rettificate con la rettificazione delle passioni mediante le altre virtù morali. Invece le azioni che riguardano gli altri han bisogno di una rettificazione speciale, non solo in rapporto al soggetto che le compie, ma in rapporto a colui verso il quale sono dirette. Ecco perché c'è per esse una virtù speciale, che è appunto la giustizia.

ARTICOLO 3

Se la giustizia sia una virtù

SEMBRA che la giustizià non sia una virtù. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge: "Quando avrete fatto tutto quello che vi è comandato, dite: Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare". Invece compiere atti di virtù non è inutile; poiché S. Ambrogio afferma: "Noi vediamo un vantaggio non nel prezzo di un guadagno materiale, ma nell'acquisto della bontà". Perciò compiere quello che uno deve fare non è un atto di virtù. Ora, in questo appunto consiste un atto di giustizia. Dunque la giustizia non è una virtù.
2. Ciò che si fa per necessità non è meritorio. Ma rendere a un individuo il suo, il che è proprio della giustizia, è di necessità. Quindi non è meritorio. Ora, con gli atti di virtù noi meritiamo. Dunque la giustizia non è una virtù.
3. Tutte le virtù morali hanno per oggetto le azioni da compiere. Ora, le cose che vengono costituite esteriormente non sono atti da compiere, ma opere da fare, come spiega il Filosofo. Perciò siccome la giustizia ha il compito di fare esteriormente le opere giuste in se stesse, è chiaro che la giustizia non è una virtù morale.

IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna, che "sulle quattro virtù", cioè sulla temperanza, la prudenza, la fortezza e la giustizia, "si erge tutto l'edificio del ben operare".

RISPONDO: La virtù umana è "quella che rende buono l'atto umano, e buono l'uomo che lo compie". Ora, questo si applica alla giustizia. Infatti un'azione umana è resa buona dal fatto che si adegua alla norma della ragione, che dà la rettitudine agli atti umani. Perciò, dal momento che la giustizia dà rettitudine alle azioni umane, è chiaro che le rende buone. D'altra parte, come afferma Cicerone, "gli uomini si dicono buoni specialmente per la giustizia". Ecco perché, com'egli aggiunge, "in essa rifulge il massimo splendore della virtù".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando uno fa ciò che deve non arricchisce il proprio creditore, ma soltanto si astiene dal fargli un danno. Tuttavia acquista un vantaggio per sé, in quanto compie ciò che deve con volontà pronta e spontanea, vale a dire agisce virtuosamente. Ecco perché nella Scrittura si legge, che la sapienza di Dio "insegna la temperanza e la giustizia, la prudenza e la fortezza, delle quali nulla c'è di più utile in vita agli uomini virtuosi".
2. Esistono due tipi di necessità. Primo, la necessità di costrizione: e questa, essendo in contrasto con la volontà, elimina la ragione di merito. Secondo, la necessità derivante dall'obbligazione del precetto, oppure dalla necessarietà del fine: cioè quando uno non può conseguire il fine della virtù che facendo una data cosa. Ebbene, tale necessità non esclude il merito: poiché uno compie volontariamente quanto è così necessario. Tuttavia essa esclude la gloria delle opere supererogatorie, secondo le parole di S. Paolo: "Se io predico il Vangelo, non ne ho gloria: è per me una necessità il farlo".
3. La giustizia consiste in cose esterne non per produrle, il che spetta alle arti, ma per servirsene in rapporto ad altri.

ARTICOLO 4

Se la giustizia risieda nella volontà

SEMBRA che la giustizia non risieda nella volontà. Infatti:
1. Talora la giustizia vien chiamata verità. Ora, la verità non risiede nella volontà, ma nell'intelletto. Dunque la giustizia non risiede nella volontà.
2. La giustizia riguarda i doveri verso gli altri. Ma ordinare una cosa a un'altra è proprio della ragione. Perciò la giustizia non risiede nella volontà, ma piuttosto nella ragione.
3. La giustizia non è una virtù intellettuale, non essendo ordinata alla conoscenza. Quindi è una virtù morale. Ora, la sede delle virtù morali, a detta del Filosofo, è "il razionale per partecipazione", cioè l'irascibile e il concupiscibile. Dunque la giustizia non risiede nella volontà, ma piuttosto nell'irascibile e nel concupiscibile.

IN CONTRARIO: S. Anselmo dichiara, che "la giustizia è la rettitudine della volontà osservata per se stessa".

RISPONDO: Una virtù risiede in quella potenza, i cui atti essa ha il compito di rettificare. Ora, la giustizia non ha il compito di dirigere nessun atto conoscitivo: infatti noi non siamo chiamati giusti per il fatto che conosciamo rettamente qualche cosa. Perciò sede della giustizia non è l'intelletto, o ragione, che è una potenza conoscitiva.
Ma è necessario che la giustizia risieda in una potenza appetitiva; perché siamo denominati giusti per il fatto che compiamo rettamente delle azioni; e il principio prossimo dell'agire è la potenza appetitiva. Ora, esistono due tipi di appetito: c'è la volontà, che appartiene alla ragione; e c'è l'appetito sensitivo che segue alla percezione sensitiva dei sensi, e che si divide in irascibile e concupiscibile, come abbiamo spiegato nella Prima Parte. Ebbene, rendere a ciascuno il suo non può derivare dall'appetito sensitivo: perché la conoscenza sensitiva non può estendersi a considerare il rapporto di un soggetto con un altro, ma questo è proprio della ragione. Perciò la giustizia non può risiedere nell'irascibile, o nel concupiscibile, ma soltanto nella volontà. Ecco perché il Filosofo definisce la giustizia mediante l'atto della volontà, com'è evidente dai testi sopra riportati.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Essendo la volontà un appetito razionale, la verità, che è la rettitudine della ragione, quando è partecipata dalla volontà conserva il nome di verità, per la vicinanza del volere alla ragione. Ecco perché talora la giustizia viene chiamata verità.
2. La volontà si porta sul proprio oggetto seguendo la conoscenza della ragione. Perciò, siccome la ragione ordina un soggetto all'altro, la volontà può volere una cosa in ordine ad un'altra, il che è proprio della giustizia.
3. Razionale per partecipazione non è soltanto l'irascibile e il concupiscibile, ma "tutta la facoltà appetitiva", come dice Aristotele: poiché tutta codesta facoltà ubbidisce alla ragione. Ma tra le facoltà appetitive c'è anche la volontà. Dunque la volontà può essere sede di una virtù morale.

ARTICOLO 5

Se la giustizia sia una virtù generale

SEMBRA che la giustizia non sia una virtù generale. Infatti:
1. La giustizia è enumerata dalla Scrittura accanto alle altre virtù: "Insegna la temperanza e la giustizia, la prudenza e la fortezza". Ma un dato generico non può essere enumerato in una stessa divisione con le specie contenute in esso. Dunque la giustizia non è una virtù generale.
2. La giustizia è tra le virtù cardinali come la temperanza e la fortezza. Ma temperanza e fortezza non sono considerate virtù generali. Quindi in nessun modo si deve considerare generale la virtù della giustizia.
3. La giustizia, come sopra abbiamo visto, ha sempre di mira gli altri. Ma il peccato contro il prossimo non è un peccato generale, bensì contrapposto al peccato che uno commette contro se stesso. Perciò neppure la giustizia è una virtù generale.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che "la giustizia è qualsiasi virtù".

RISPONDO: La giustizia, come abbiamo detto, ordina l'uomo in rapporto agli altri. Ma questo può avvenire in due maniere. Primo, in rapporto agli altri considerati come singoli. - Secondo, in rapporto agli altri presi collettivamente: in quanto chi giova a una collettività giova a tutti gli uomini che la compongono. Perciò la giustizia in forza della sua nozione può riferirsi all'una e all'altra cosa. Ora, è evidente che quanti compongono una collettività stanno a questa collettività come le parti al tutto. Ma la parte è essenzialmente del tutto: e quindi qualsiasi bene della parte è ordinabile al bene del tutto. Ecco perché il bene di qualsiasi virtù, sia che ordini un individuo in se stesso, sia che lo ordini rispetto ad altri individui, è riferibile al bene comune, al quale è interessata la giustizia. E per tale motivo alla giustizia possono appartenere gli atti di tutte le virtù, in quanto essa ordina l'uomo al bene comune. Ebbene, rispetto a codesto compito la giustizia si considera una virtù generale, o universale. E poiché spetta alla legge ordinare al bene comune, come sopra abbiamo visto, codesta giustizia generale si denomina giustizia legale: poiché con essa l'uomo viene a concordare con la legge, che ordina gli atti di tutte le virtù al bene comune.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La giustizia viene enumerata accanto alle altre virtù non come virtù generale, ma in quanto è una virtù specifica, come vedremo.
2. La temperanza e la fortezza risiedono nell'appetito sensitivo, cioè nel concupiscibile e nell'irascibile. Ora, codeste facoltà hanno per oggetto dei beni particolari, o singolari; come il senso del resto è fatto per conoscere i singolari. La giustizia invece risiede nell'appetito intellettivo, il quale può avere per oggetto il bene nella sua universalità, conosciuto dall'intelletto. Ecco perché la giustizia può essere una virtù generale più della temperanza e della fortezza.
3. I doveri verso se stessi sono ordinabili al bene altrui, specialmente poi al bene comune. Infatti la giustizia legale, ordinando l'uomo al bene comune, può essere considerata virtù generale; e per lo stesso motivo l'ingiustizia si può far coincidere col peccato in genere: di qui l'affermazione di S. Giovanni, che "qualsiasi peccato è un'ingiustizia".

ARTICOLO 6

Se la giustizia generale s'identifichi essenzialmente con qualsiasi virtù

SEMBRA che la giustizia generale s'identifichi essenzialmente con qualsiasi virtù. Infatti:
1. Il Filosofo afferma che la giustizia legale "s'identifica con ogni virtù, l'essere però non è identico". Ora, le cose che differiscono tra loro solo secondo l'essere, oppure secondo la ragione, non differiscono secondo l'essenza. Dunque la giustizia s'identifica essenzialmente con qualsiasi virtù.
2. Ogni virtù, che non s'identifichi essenzialmente con qualsiasi virtù, è parte della virtù. Ma a detta del Filosofo, la giustizia di cui parliamo "non è parte della virtù, ma è tutta la virtù". Perciò la predetta giustizia è essenzialmente identica con qualsiasi virtù.
3. Per il fatto che una virtù ordina il proprio atto a un fine superiore, non cambia nella sua essenza di abito: rimane essenzialmente identico, p. es., l'abito della temperanza, anche se il suo atto viene ordinato al bene divino. Ora, la giustizia legale ha il compito di ordinare gli atti di tutte le virtù a un fine superiore, cioè al bene comune della collettività, il quale trascende il bene di una persona singola. Dunque è evidente che la giustizia legale si identifica essenzialmente con qualsiasi virtù.
4. Il bene della parte è fatto per essere ordinato al bene del tutto: cosicché in mancanza di tale ordinazione si presenta come vano ed inutile. Ma quanto è secondo la virtù non può essere in questa condizione. Perciò non può esserci un atto di virtù che non appartenga alla giustizia generale, da cui è ordinato al bene comune. E quindi è evidente che la giustizia generale s'identifica essenzialmente con tutte le virtù.

IN CONTRARIO: Il Filosofo ha scritto nell'Etica, che "molti nelle proprie cose possono servirsi della virtù, ma non possono servirsene nelle cose che riguardano gli altri". E nella Politica afferma, che "non è identica, assolutamente parlando, la virtù dell'uomo onesto, e dell'onesto cittadino". Ora, la virtù dell'onesto cittadino è la giustizia generale, che ordina l'individuo al bene comune. Dunque la giustizia generale non s'identifica con la virtù in genere, ma l'una può esistere senza l'altra.

RISPONDO: Una cosa può dirsi generale in due maniere. Primo, per predicazione: come animale, p. es., è generale rispetto all'uomo, al cavallo e ad altri esseri del genere. E in questi casi ciò che è generale deve identificarsi essenzialmente con gli esseri rispetto ai quali è generale: poiché il genere è incluso nell'essenza della specie ed entra nella sua definizione. - Secondo, una cosa può esser generale per la sua virtualità: come una causa universale è generale rispetto a tutti i suoi effetti, cioè come il sole rispetto a tutti i corpi illuminati e alterati dal suo influsso. E in tal senso non è necessario che quanto è generale si identifichi essenzialmente con le cose cui si estende: poiché l'essenza della causa non è identica a quella dell'effetto.
Ora, la giustizia legale, stando alle spiegazioni date, si dice generale in questo secondo senso: cioè per il fatto che ordina gli atti di tutte le altre virtù al proprio fine, vale a dire muovendole mediante il comando. Infatti come la carità può considerarsi una virtù generale in quanto ordina gli atti di tutte le virtù al bene divino, così è generale la giustizia legale in quanto ordina gli atti di tutte le virtù al bene comune. Perciò come la carità, che ha come oggetto il bene divino, è una virtù specifica nella propria essenza; così anche la giustizia legale è una virtù specifica nella propria essenza, in quanto riguarda il bene comune come oggetto proprio. E in tal senso essa si trova in chi comanda in maniera primaria e quasi magistrale; mentre nei sudditi si trova in maniera secondaria e subordinata.
Tuttavia qualsiasi virtù, in quanto è ordinata al bene comune dalla virtù suddetta, che è specifica nella sua essenza e generale nella sua virtualità, può denominarsi giustizia legale. E stando a codesto modo di parlare, la giustizia legale s'identifica essenzialmente con qualsiasi virtù, ma è distinta per una distinzione di ragione. Ed è in tal senso che parla il Filosofo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. 2. Sono così risolte anche le prime due difficoltà.
3. Anche la terza difficoltà parte dal fatto che qualsiasi virtù imperata dalla giustizia legale può denominarsi giustizia legale.
4. Ciascuna virtù è ordinata in forza della sua natura a un fine suo proprio. Che poi venga ordinata, o in perpetuo o saltuariamente, a un fine più remoto, non dipende dalla sua natura, ma da una virtù superiore che ha il compito di ordinarla a codesto fine. Ecco perché è necessario che esista una virtù superiore che ordini tutte le virtù al bene comune; ed essa è la giustizia legale, che è essenzialmente distinta da ogni altra virtù.

ARTICOLO 7

Se, oltre la giustizia generale, vi sia una giustizia particolare

SEMBRA che oltre la giustizia generale non vi sia una giustizia particolare. Infatti:
1. Nel campo delle virtù non c'è niente di superfluo: come non ce n'è in natura. Ora, la giustizia generale è sufficiente per ordinare l'uomo in tutti i doveri verso gli altri. Dunque non è necessaria una giustizia particolare.
2. Unità e pluralità non possono determinare una diversità di specie tra le virtù. Ora, la giustizia legale ordina un uomo all'altro per tutti i doveri che interessano una collettività, come sopra abbiamo visto. Perciò non esiste un'altra specie di giustizia, la quale ordini un uomo all'altro nei doveri riguardanti una persona particolare.
3. Tra la persona singola e la comunità statale c'è la comunità domestica. Quindi, se esiste una giustizia particolare distinta da quella generale in rapporto alle singole persone, dovrà esserci per lo stesso motivo una giustizia familiare, col compito di ordinare l'uomo al bene comune di una data famiglia. Cosa di cui nessuno ha mai parlato. Dunque non esiste una giustizia particolare oltre la giustizia legale.

IN CONTRARIO: Il Crisostomo, spiegando quel passo evangelico, "Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia", afferma: "Per giustizia s'intende, o la virtù universale, oppure quella particolare che si contrappone all'avarizia".

RISPONDO: La giustizia legale, stando alle spiegazioni date, non s'identifica nella sua essenza con qualsiasi virtù, ma oltre alla giustizia legale che ordina direttamente l'individuo al bene comune bisogna ammettere altre virtù, le quali lo ordinino direttamente rispetto ai beni particolari. E queste possono riguardare o se stessi, oppure gli altri individui particolari. E quindi, come oltre la giustizia legale si richiedono delle virtù particolari che regolano l'uomo nei doveri verso se stesso; così oltre codesta giustizia si richiede una giustizia particolare, per regolarlo nei doveri verso altri individui.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La giustizia legale è sufficiente a regolare un uomo nei suoi doveri verso gli altri; rispetto al bene comune, però, lo regola direttamente, mentre rispetto al bene dei singoli lo regola indirettamente. Ecco perché si richiede una giustizia particolare, la quale regola l'uomo al bene (privato) di un altro individuo.
2. Il bene comune dello stato e il bene di un individuo non si distinguono solo per una differenza di numero, ma per una differenza di forma: infatti la nozione di bene comune è diversa da quella di bene privato, come diverse sono le nozioni di tutto e di parte. Il Filosofo perciò ha scritto, che "non è buona l'affermazione di coloro i quali sostengono che stato, famiglia e altre cose del genere differiscono solo secondo la quantità, e non secondo la specie".
3. A detta del Filosofo, la comunità domestica implica questi tre rapporti: "di moglie e marito, di padre e figlio, di padrone e servo", persone che sono rispettivamente come qualche cosa l'una dell'altra. Perciò nei riguardi di ciascuna di esse non esiste la giustizia nel suo pieno significato, ma una giustizia speciale, che Aristotele denomina "economica", o domestica.

ARTICOLO 8

Se la giustizia particolare abbia una speciale materia

SEMBRA che la giustizia particolare non abbia una speciale materia. Infatti:
1. Commentando quel passo della Genesi, "Il quarto fiume è l'Eufrate", la Glossa afferma: "Eufrate significa fertile. E non si dice di esso dove vada, perché la giustizia appartiene a tutte le potenze dell'anima". Ora, questo non avverrebbe se codesta virtù avesse una speciale materia: perché qualsiasi materia speciale appartiene a una speciale potenza. Dunque la giustizia particolare non ha una speciale materia.
2. S. Agostino insegna, che "quattro sono le virtù dell'anima, con cui si vive quaggiù la vita spirituale, cioè la prudenza, la temperanza, la fortezza e la giustizia": e afferma che la quarta, cioè la giustizia, "si estende a tutte le altre". Dunque la giustizia particolare, che è una delle quattro virtù cardinali, non ha una speciale materia.
3. Basta la giustizia a regolare l'uomo nei suoi desideri verso gli altri. Ma tutte le cose della vita presente possono ordinare l'uomo verso gli altri. Dunque la materia della giustizia è generale e non speciale.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che la giustizia ha specialmente per oggetto cose riguardanti la compartecipazione alla vita (civile).

RISPONDO: Materia di una virtù morale, definita dal Filosofo come retta ragione, sono tutte le cose che dalla ragione possono essere regolate. Ora, dalla ragione possono essere regolate, e le passioni dell'anima, e gli atti esterni, e le cose esteriori soggette all'uso dell'uomo: mentre però l'ordinamento di un uomo ad un altro avviene mediante gli atti esterni e le cose esteriori, l'uomo viene regolato in se stesso in rapporto alle passioni interiori. Perciò, siccome la giustizia dice ordine ad altri, non abbraccia tutta la materia delle virtù morali, ma soltanto le cose e le azioni esterne, sotto una particolare ragione oggettiva, cioè in quanto un uomo con esse entra in relazione con altri.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La giustizia essenzialmente appartiene a una delle potenze dell'anima in cui appunto risiede, e cioè alla volontà, la quale col suo comando muove tutte le altre facoltà. E in tal senso la giustizia, non già direttamente, bensì per una certa ridondanza, appartiene a tutte le potenze dell'anima.
2. Come sopra abbiamo spiegato, le virtù cardinali si possono considerare sotto due aspetti. Primo, come virtù speciali che hanno una materia determinata. Secondo, come modalità generiche comuni a tutte le virtù. Ebbene, nel passo citato, S. Agostino parla in quest'ultimo senso. Egli infatti afferma che la prudenza è "la conoscenza delle cose da desiderarsi e da fuggire"; che la temperanza è "la repressione della cupidigia rispetto ai piaceri di ordine temporale"; che la fortezza è "la fermezza d'animo contro le cose sgradevoli della vita presente"; e che la giustizia, "la quale si estende a tutte le altre, è l'amore di Dio e del prossimo", il quale appunto è la radice universale di tutto l'ordine verso gli altri.
3. Le passioni interiori, che pure sono materia morale, di suo non sono ordinabili ad altri, cosa che invece si richiede per la giustizia: sono invece ordinabili ad altri nei loro effetti, che sono gli atti esterni. Dunque non è vero che la materia della giustizia è generale.

ARTICOLO 9

Se la giustizia abbia per oggetto le passioni

SEMBRA che la giustizia abbia per oggetto le passioni. Infatti:
1. Il Filosofo ha scritto, che "le virtù morali riguardano piaceri e tristezze" Ora piaceri e tristezze sono passioni, come abbiamo visto sopra nel trattato delle passioni. Perciò la giustizia, essendo una virtù morale, ha per oggetto le passioni.
2. La giustizia regola le azioni riguardanti gli altri. Ma codeste azioni non si possono regolare se non vengono regolate le passioni: perché il disordine in codesti atti deriva dal disordine delle passioni; infatti si arriva all'adulterio per la concupiscenza dei piaceri venerei, e al furto per l'amore sregolato del denaro. Dunque è necessario che la giustizia abbia per oggetto le passioni.
3. La giustizia particolare riguarda i doveri verso gli altri come la giustizia legaie. Ma la giustizia legale ha per oggetto le passioni: altrimenti non si estenderebbe a tutte le virtù, alcune delle quali manifestamente riguardano le passioni. Quindi la giustizia riguarda le passioni.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che essa ha per oggetto gli atti esterni.

RISPONDO: La giusta soluzione del quesito risulta evidente da due argomenti. Primo, partendo dal subietto della giustizia, che è la volontà, i cui moti o atti non sono passioni, come sopra abbiamo visto; ché passioni si denominano soltanto i moti dell'appetito sensitivo. Perciò la giustizia non ha per oggetto le passioni come la temperanza e la fortezza, le quali risiedono invece nell'irascibile e nel concupiscibile. - Secondo, partendo dalla materia. Poiché la giustizia riguarda i doveri verso gli altri. Ora, noi non veniamo ordinati immediatamente verso gli altri dalle passioni che sono interne. Perciò la giustizia non ha per oggetto le passioni.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non è detto che qualsiasi virtù morale riguardi i piaceri e le tristezze come propria materia: infatti la fortezza ha per oggetto timori ed audacie. Ogni virtù morale è invece ordinata al piacere e alla tristezza come a scopi concomitanti: poiché, a detta del Filosofo, "piacere e tristezza sono il fine principale in vista del quale consideriamo ciascuna cosa buona, o cattiva". E sotto questo aspetto essi appartengono anche alla giustizia: poiché, a detta di Aristotele, "chi non gode delle azioni giuste non è giusto".
2. Le azioni esterne stanno di mezzo, in qualche modo, tra le cose esterne, che ne costituiscono la materia, e le passioni interiori, che ne sono i principi. Ora, capita qualche volta che ci sia mancanza da un lato, senza che vi sia dall'altro: come quando uno, p. es., toglie la roba altrui non per il desiderio di possederla, ma per fare un danno; oppure, al contrario, quando uno desidera la roba altrui, che però non intende rubare. Perciò la guida regolata delle nostre azioni in quanto queste hanno il loro termine nelle cose esterne, appartiene alla giustizia: ma in quanto nascono dalle passioni appartiene alle altre virtù morali, che hanno per oggetto le passioni. Perciò il furto è contrastato dalla giustizia, perché incompatibile con l'uguaglianza da rispettare nelle cose esterne: e dalla liberalità in quanto esso deriva dal desiderio smodato delle ricchezze. Siccome però le azioni esterne non ricevono la specie dalle passioni interiori, ma piuttosto dalle cose esterne che ne sono l'oggetto, di suo le azioni esterne sono più materia di giustizia che delle altre virtù morali.
3. Il bene comune è il fine delle singole persone che vivono in una collettività, come il bene del tutto è il fine di ciascuna delle sue parti. Il bene però di un individuo non è il fine di un altro. Perciò la giustizia legale, che è ordinata al bene comune, può estendersi alle stesse passioni interne, le quali ordinano in qualche modo l'uomo in se stesso, più della giustizia particolare, la quale dispone al bene di un altro individuo. Sebbene anche la giustizia legale si estenda alle altre virtù principalmente per le loro operazioni esterne: e cioè in quanto, a detta di Aristotele, "la legge comanda di compiere le opere dei forti, quelle dei temperanti e quelle dei mansueti".

ARTICOLO 10

Se il giusto mezzo della giustizia sia di ordine reale

SEMBRA che il giusto mezzo della giustizia non sia di ordine reale. Infatti:
1. La natura di un dato genere si riscontra in tutte le sue specie. Ma la virtù morale è definita da Aristotele come "abito elettivo che consiste nel giusto mezzo determinato per noi dalla ragione". Perciò anche nella giustizia il giusto mezzo è di ordine razionale, e non di ordine reale.
2. Nelle cose che "son buone in senso assoluto" non può riscontrarsi un eccesso o una mancanza, e quindi neppure il giusto mezzo: il che è evidente nella virtù, come scrive Aristotele. Ora, la giustizia ha per oggetto cose "che son buone in senso assoluto", come il medesimo afferma. Dunque nella giustizia non può riscontrarsi un giusto mezzo di ordine reale.
3. Nelle altre virtù si parla di un giusto mezzo di ordine razionale e non reale, perché esso viene determinato diversamente secondo la diversità delle persone: poiché quanto per uno è troppo, per un altro è poco, come nota Aristotele. Ma questo si verifica anche nella giustizia: infatti non si punisce con la stessa pena chi percuote la suprema autorità e chi percuote una persona privata. Perciò anche la giustizia non ha un giusto mezzo di ordine reale, ma di ordine razionale.

IN CONTRARIO: Il Filosofo nell'Etica insegna che il giusto mezzo della giustizia è secondo una proporzione "aritmetica", e cioè che si tratta di un giusto mezzo di ordine reale.

RISPONDO: Come sopra abbiamo dimostrato, le altre virtù morali riguardano principalmente le passioni, il cui regolamento va determinato esclusivamente in rapporto all'individuo cui esse appartengono, cioè in quanto uno si abbandona all'irascibile e al concupiscibile come deve secondo le diverse circostanze. Perciò il giusto mezzo di codeste virtù non viene determinato in base al rapporto di una cosa con un'altra, ma solo in base al rapporto dell'uomo virtuoso con se stesso. Per questo in esse esiste un giusto mezzo solo in rapporto a noi. Materia della giustizia, invece, sono le azioni esterne in quanto esse stesse, o le cose di cui si servono, hanno il debito rapporto con altri individui. Ecco perché il giusto mezzo della giustizia consiste in un certo rapporto di uguaglianza di una cosa esterna con un individuo distinto. Ora, ciò che è uguale è realmente intermedio tra il più e il meno, come nota Aristotele. Dunque la giustizia ha il suo giusto mezzo di ordine reale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il giusto mezzo di ordine reale è anche un giusto mezzo di ordine razionale. Perciò anche nella giustizia si riscontra la natura di virtù morale.
2. Una cosa può essere buona in senso assoluto in due maniere. Primo, nel senso che ci sono delle cose, che son buone sotto tutti gli aspetti: e buone in tal senso sono le virtù. E in cose così buone in senso assoluto non si può determinare un giusto mezzo e i due estremi. - Secondo, una cosa può esser buona in senso assoluto, in quanto è buona secondo una considerazione astratta, cioè considerata nella sua natura, sebbene possa diventare cattiva per l'abuso che se ne fa: com'è evidente per le ricchezze e per gli onori. E rispetto a codesti beni può esserci eccesso, mancanza, o giusto mezzo nell'uomo, che è capace di servirsene bene o male. E in tal senso si può dire che la giustizia ha per oggetto dei beni in senso assoluto.
3. Diversa è la gravità di un'ingiuria commessa contro l'autorità suprema, o contro una persona privata. Perciò la punizione deve uguagliare diversamente l'una e l'altra colpa. E questo corrisponde a una disuguaglianza reale, e non semplicemente a una disuguaglianza di ragione.

ARTICOLO 11

Se l'atto della giustizia consista nel rendere a ciascuno il suo

SEMBRA che l'atto della giustizia non consista nel rendere a ciascuno il suo. Infatti:
1. S. Agostino attribuisce alla giustizia "il soccorrere gli indigenti". Ma nel soccorrere gli indigenti non diamo la roba che appartiene a loro, bensì la roba nostra. Perciò l'atto della giustizia non consiste nel dare a ciascuno il suo.
2. Secondo Cicerone, "la beneficenza, che possiamo chiamare benignità o liberalità", appartiene alla giustizia. Ma la liberalità ha il compito di offrire agli altri la roba nostra, e non quello che loro appartiene. Dunque l'atto della giustizia non sta nel rendere a ciascuno il suo.
3. Spetta alla giustizia non soltanto distribuire (beni o punizioni) nel debito modo, ma anche reprimere le azioni ingiuriose, e cioè: l'omicidio, l'adulterio, e altre cose del genere. Ora, rendere a ciascuno il suo sembra limitarsi alla sola distribuzione di determinate cose. E quindi non viene indicato in modo esauriente l'atto della giustizia, affermando che esso consiste nel rendere a ciascuno il suo.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio afferma: "La giustizia è quella virtù che dà a ciascuno il suo, che non esige l'altrui, e che sacrifica il proprio vantaggio per il bene comune".

RISPONDO: Materia della giustizia, come abbiamo detto, sono le azioni esterne in quanto esse, o le cose di cui ci serviamo con esse, sono adeguate ad altri individui verso i quali siamo ordinati mediante la giustizia. Ora, si dice proprio di ciascun individuo ciò che a lui è dovuto secondo una certa uguaglianza di rapporti. Perciò l'atto specifico della giustizia non consiste in altro che nel rendere a ciascuno il suo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Essendo la giustizia una virtù cardinale, è accompagnata da altre virtù secondarie, come la misericordia, la liberalità, ed altre virtù del genere, di cui parleremo in seguito. Perciò il soccorrere gli indigenti, che appartiene alla pietà o misericordia, e il beneficare con munificenza, che appartiene alla liberalità, vengono attribuiti per riduzione alla giustizia come a virtù principale.
2. È così risolta anche la seconda difficoltà.
3. Come nota il Filosofo, qualsiasi superfluo in materia di giustizia per estensione si denomina lucro, e qualsiasi minorazione si denomina danno. Questo perché la giustizia viene esercitata prima di tutto e più universalmente nelle permute volontarie dei beni, cioè nelle compravendite, alle quali codesta nomenclatura si addice in senso proprio; e da esse si è estesa poi a tutto ciò che può essere oggetto di giustizia. Lo stesso vale per l'espressione, rendere a ciascuno il suo.

ARTICOLO 12

Se la giustizia sia superiore a tutte le virtù morali

SEMBRA che la giustizia non sia superiore a tutte le virtù morali. Infatti:
1. La giustizia ha il compito di rendere a ciascuno il suo. La liberalità invece ha quello di dare del proprio, il che esige maggiore virtù. Dunque la liberalità è una virtù superiore alla giustizia.
2. Una cosa non può ricevere un ornamento che da cose superiori a se stessa. Ora, "la magnanimità è un ornamento" della giustizia e "di tutte le virtù", come dice Aristotele. Perciò la magnanimità è superiore alla giustizia.
3. Come Aristotele ricorda, la virtù ha per oggetto "il difficile" e "il bene". Ma la fortezza ha di mira cose più difficili che non la giustizia, cioè "i pericoli di morte", secondo l'espressione aristotelica. Quindi la fortezza è superiore alla giustizia.

IN CONTRARIO: Cicerone ha scritto: "Nella giustizia brilla al massimo lo splendore della virtù, e da essa vengono denominati gli uomini onesti".

RISPONDO: Se parliamo della giustizia legale, è evidente che essa è la più nobile fra tutte le virtù morali: poiché il bene comune è superiore al bene particolare di un individuo. Di qui l'affermazione di Aristotele nell'Etica, che "la giustizia è la più eccellente delle virtù, e né la stella della sera né quella del mattino sono così ammirabili".
Ma anche se parliamo di quella particolare, la giustizia è superiore alle altre virtù morali, per due ragioni. La prima si può desumere dalla facoltà in cui risiede: poiché essa si trova nella parte più nobile dell'anima, cioè nell'appetito razionale, o volontà; mentre le altre virtù morali risiedono nell'appetito sensitivo, cui appartengono le passioni che formano l'oggetto di codeste virtù. - La seconda ragione si desume dall'oggetto. Infatti le altre virtù vengono lodate solo per il bene della persona virtuosa. La giustizia invece è lodevole anche per il fatto che la persona virtuosa è ben ordinata nei rapporti con gli altri: e quindi in qualche modo la giustizia è un bene altrui, come nota Aristotele. Ecco perché egli ha scritto nella Retorica: "Le virtù più grandi sono necessariamente quelle che sono le più vantaggiose per gli altri: posto che la virtù è una facoltà di fare il bene. Ecco perché gli uomini onorano soprattutto i forti e i giusti: poiché la fortezza è vantaggiosa per gli altri in guerra, mentre la giustizia lo è sia in pace che in guerra".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene la liberalità dia del proprio, tuttavia lo fa mirando al bene della propria virtù. La giustizia invece dà ad altri ciò che loro appartiene, mirando al bene comune. - Inoltre la giustizia viene osservata verso tutti: mentre la liberalità non può estendersi a tutti. - Finalmente la liberalità che offre i propri beni, è fondata sulla giustizia che garantisce a ciascuno il suo.
2. La magnanimità aumenta la bontà della giustizia solo aggiungendosi ad essa. Ma senza la giustizia la magnanimità non sarebbe neppure una virtù.
3. La fortezza ha per oggetto cose più difficili, non già più eccellenti, essendo essa utile soltanto in guerra: invece la giustizia è utile in pace e in guerra, come abbiamo visto.