Il Santo Rosario
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Questione 55

I vizi opposti alla prudenza che hanno una somiglianza con essa

Passiamo ora a parlare dei vizi opposti alla prudenza che hanno una somiglianza con essa.
Su questo tema tratteremo di otto argomenti: 1. Se la prudenza della carne sia peccato; 2. Se sia peccato mortale; 3. Se l'astuzia sia un peccato speciale; 4. L'inganno; 5. La frode; 6. La sollecitudine per le cose temporali; 7. La sollecitudine per il futuro; 8. L'origine di codesti vizi.

ARTICOLO 1

Se la prudenza della carne sia peccato

SEMBRA che la prudenza della carne non sia peccato. Infatti:
1. La prudenza è una virtù più nobile delle altre virtù morali, perché guida di esse. Ora, nessuna giustizia o temperanza è peccato. Dunque non lo è neppure nessuna prudenza.
2. Agire con prudenza per un fine che si può amare lecitamente non è peccato. Ma la carne è amata lecitamente; perché, come dice S. Paolo, "nessuno ha odiato mai la sua carne". Perciò la prudenza della carne non è peccato.
3. L'uomo come è tentato dalla carne, è tentato pure dal mondo e dal demonio. Ora, tra i peccati non troviamo una prudenza del mondo, o del demonio. Dunque non si deve enumerare tra i peccati una prudenza della carne.

IN CONTRARIO: Nessuno è nemico di Dio, se non per una iniquità; poiché sta scritto nella Sapienza: "Ugualmente odiosi sono a Dio l'empio e la sua empietà". Ma a detta di S. Paolo, "la prudenza della carne è nemica di Dio". Quindi la prudenza della carne è peccato.

RISPONDO: La prudenza, come abbiamo visto, ha per oggetto i mezzi ordinati al fine di tutta la vita umana. Perciò per prudenza della carne s'intende propriamente quella di colui che considera i beni della carne come il fine ultimo della propria vita. Ora, è evidente che questo è peccato: perché distoglie l'uomo dall'ultimo fine, che non consiste nei beni del corpo, come sopra abbiamo dimostrato. Dunque la prudenza della carne è peccato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La giustizia e la temperanza implicano nella loro nozione l'oggetto che le rende degne di lode, cioè l'uguaglianza e la moderazione delle concupiscenze: ecco perché non si usano mai in senso cattivo. Invece il termine prudenza deriva, come abbiamo visto, da prevedere: e questo può estendersi anche al male. Perciò, sebbene la prudenza senza specificazioni venga presa in senso buono, con l'aggiunta di qualche specificazione può valere in senso cattivo. Ed è così che la prudenza della carne è peccato.
2. La carne è per l'anima come la materia è per la forma e lo strumento per l'agente principale. Quindi la carne allora è amata lecitamente, quando è ordinata come al suo fine al bene dell'anima. Se invece si costituisce l'ultimo fine nel bene stesso della carne, allora l'amore è illecito e disordinato. E in tal modo è ordinata all'amore della carne la prudenza della carne.
3. Il diavolo non ci tenta sotto forma di oggetto appetibile, ma di causa suggestionante. Perciò, siccome la prudenza implica ordine a un fine appetibile, non si può parlare di una prudenza del diavolo, quasi si trattasse di un fine cattivo, come invece ci tentano il mondo e la carne, in quanto vengono presentati ai nostri appetiti i beni del mondo, o della carne. Ecco perché si parla della prudenza della carne, e anche della prudenza del mondo, come in quel passo evangelico: "I figli di questo secolo sono, nel loro genere, più prudenti dei figli della luce". L'Apostolo invece abbraccia tutto sotto il nome di prudenza della carne, perché anche le cose esterne del mondo sono da noi desiderate per la carne.
Si può anche dire però che, dal momento che la prudenza si denomina pure sapienza, come sopra abbiamo visto, in base alle tre tentazioni si può parlare anche di tre tipi di prudenza. Infatti S. Giacomo afferma che c'è una sapienza "terrena, animale, e diabolica", come sopra si disse parlando della sapienza.

ARTICOLO 2

Se la prudenza della carne sia peccato mortale

SEMBRA che la prudenza della carne sia peccato mortale. Infatti:
1. Ribellarsi alla legge divina è peccato mortale: perché in tal modo si disprezza il Signore. Ora, a detta di S. Paolo, "la prudenza della carne non è soggetta alla legge di Dio". Perciò la prudenza della carne è peccato mortale.
2. Tutti i peccati contro lo Spirito Santo sono mortali. Ma la prudenza della carne è un peccato contro lo Spirito Santo, "perché non può essere soggetta alla legge di Dio", come dice l'Apostolo; e quindi è un peccato imperdonabile, come sono appunto i peccati contro lo Spirito Santo. Dunque la prudenza della carne è peccato mortale.
3. Il contrario del massimo bene è il massimo male, come Aristotele dimostra. Ma la prudenza della carne si contrappone alla prudenza che è la prima tra le virtù morali. Dunque la prudenza della carne è il primo tra i peccati morali. E quindi è peccato mortale.

IN CONTRARIO: Ciò che sminuisce il peccato non implica di suo la gravità di un peccato mortale. Ma perseguire con moderazione quanto si riferisce alla cura del corpo, e che pure sembra rientrare nella prudenza della carne, sminuisce il peccato. Perciò la prudenza della carne non implica di per sé un peccato mortale.

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, uno può dirsi prudente in due maniere diverse: primo, in senso assoluto, cioè rispetto al fine di tutta la vita; secondo, in senso relativo, cioè in rapporto a un fine particolare: uno, cioè, può essere prudente nel commercio o in altre cose del genere. Perciò se, parlando della prudenza della carne, s'intende il termine prudenza in senso assoluto, cioè nel senso che uno nella cura della propria carne mette l'ultimo fine di tutta la vita, allora questa prudenza è peccato mortale: perché ciò allontana l'uomo da Dio, essendo impossibile, come abbiamo visto in precedenza, che ci siano più ultimi fini.
Se invece si parla della prudenza della carne come di una particolare prudenza, allora è peccato veniale. Talora infatti capita che uno si lasci prendere da certi gusti della carne, però senza allontanarsi da Dio col peccato mortale: e quindi egli non mette il fine di tutta la vita nelle soddisfazioni della carne. Perciò industriarsi per raggiungere codeste soddisfazioni è peccato veniale, e rientra nella prudenza della carne.
Se invece uno poi subordina esplicitamente a un fine onesto la cura del corpo quando, p. es., attende a nutrirsi per sostentarlo, allora non è il caso di parlare di prudenza della carne: perché in tal caso la cura della propria carne è ordinata al suo fine.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'Apostolo parla della prudenza della carne nel senso che si mette il fine di tutta la vita umana nei beni della carne. E allora essa è peccato mortale.
2. La prudenza della carne non implica un peccato contro lo Spirito Santo. Quando infatti si dice, che "non può essere soggetta alla legge di Dio", non si deve intendere che colui il quale possiede la prudenza della carne è incapace di convertirsi e di sottomettersi alla legge di Dio; ma che la stessa prudenza della carne non può essere soggetta alla legge di Dio, come non può esser giusta l'ingiustizia, e non può essere freddo il calore; sebbene un corpo caldo possa diventare freddo.
3. Alla prudenza si contrappongono tutti i peccati, dal momento che la prudenza si trova partecipata in tutte le virtù. Di qui però non segue che qualsiasi peccato opposto alla prudenza sia gravissimo: ma solo quando si contrappone alla prudenza nelle cose più eccellenti.

ARTICOLO 3

Se l'astuzia sia un peccato speciale

SEMBRA che l'astuzia non sia un peccato speciale. Infatti:
1. Le parole della sacra Scrittura non inducono nessuno a peccare. Esse invece inducono all'astuzia, secondo l'espressione dei Proverbi: "per dare ai fanciulli l'astuzia". Dunque l'astuzia non è peccato.
2. Sta scritto: "L'uomo astuto agisce in tutto con deliberazione". E cioè, o per un fine buono, o per un fine cattivo. Se lo fa per un fine buono, allora non è peccato. Se poi lo fa per un fine cattivo, allora si rientra nella prudenza della carne, o del mondo. Perciò l'astuzia non è uno speciale peccato distinto dalla prudenza della carne.
3. Nel commentare quel passo di Giobbe, "La semplicità del giusto sarà derisa" S. Gregorio afferma: "È sapienza di questo mondo nascondere il proprio pensiero col raggiro, velare il senso con le parole, dimostrare per vere le cose false, e quelle false per vere". E conclude: "Questa prudenza i giovani la imparano con l'uso, ai fanciulli s'insegna a pagamento". Ora, tutte queste cose si riducono evidentemente all'astuzia. Dunque l'astuzia non è distinta dalla prudenza della carne e del mondo; e quindi non è uno speciale peccato.

IN CONTRARIO: L'Apostolo ammonisce: "Rinunziamo ai nascondigli della vergogna, non procedendo in astuzia, né adulterando la parola di Dio". Dunque l'astuzia è un peccato.

RISPONDO: La prudenza è la retta ragione delle azioni da compiere, come la scienza è la retta ragione delle cose da conoscere. Ora, in campo speculativo si può sbagliare in due modi contro la rettitudine della scienza: primo, per il fatto che la ragione viene indotta a una conclusione falsa apparentemente vera; secondo, per il fatto che la ragione si serve di argomenti falsi ma apparentemente veri, per giungere a conclusioni, o vere, o false. E quindi può esserci un doppio peccato contro la prudenza, che ne riveste le apparenze. Il primo dipende dal fatto che la ragione indirizza la sua attività ad un fine che non è buono in realtà, ma solo all'apparenza; e questo costituisce la prudenza della carne. Il secondo dipende dal fatto che uno per conseguire il proprio fine, buono o cattivo che sia, si serve non delle vie sincere, ma di quelle simulate e finte: e questo costituisce il peccato di astuzia. Perciò si tratta di un peccato opposto alla prudenza, distinto dalla prudenza della carne.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A detta dello stesso S. Agostino, come la prudenza talora si usa abusivamente in senso cattivo, così talora l'astuzia si usa in senso buono; questo per la somiglianza reciproca. Però, propriamente parlando, l'astuzia va presa in senso cattivo, come nota il Filosofo.
2. L'astuzia può portare a deliberare per un fine buono e per un fine cattivo: però si deve arrivare a un fine buono non con vie false e ingannevoli, ma sincere. Perciò l'astuzia è peccato, anche se è ordinata a un fine buono.
3. S. Gregorio ha incluso nella prudenza del mondo tutto ciò che può rientrare nella falsa prudenza. Quindi vi rientra anche l'astuzia.

ARTICOLO 4

Se l'inganno sia un peccato che rientra nell'astuzia

SEMBRA che l'inganno non sia un peccato che rientra nell'astuzia. Infatti:
1. Il peccato non può trovarsi nei perfetti, specialmente poi se mortale. Ora, in alcuni di essi troviamo l'inganno; poiché S. Paolo scriveva ai Corinzi: "Da astuto qual sono vi ho presi con l'inganno". Perciò l'inganno non sempre è peccato.
2. L'inganno sembra che interessi specialmente la lingua, stando alle parole del Salmo: "Con le loro lingue tramano inganni". L'astuzia invece, come del resto la prudenza, consiste nell'atto stesso della ragione. Dunque l'inganno non si può far rientrare nell'astuzia.
3. Sta scritto: "Nel cuore di chi pensa al male c'è l'inganno". Ora, non tutti i pensieri cattivi sono pensieri di astuzia. Quindi l'inganno non rientra nell'astuzia.

IN CONTRARIO: L'astuzia è ordinata al raggiro, secondo l'espressione dell'Apostolo: "nell'astuzia per i raggiri dell'errore". Ora, questo è lo scopo anche dell'inganno. Dunque l'inganno rientra nell'astuzia.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, è proprio dell'astuzia prendere vie non sincere, ma finte e simulate, per raggiungere un fine buono, o cattivo. La scelta però di codeste vie si può considerare sotto due aspetti. Primo, nell'atto in cui vengono escogitate: e questo appartiene propriamente all'astuzia, come il reperimento delle vie rette per raggiungere il debito fine appartiene alla prudenza. Secondo, la scelta di codeste vie si può considerare nell'esecuzione esterna dell'opera: e questo appartiene all'inganno. Perciò l'inganno implica la messa in opera dell'astuzia. E quindi rientra nell'astuzia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come l'astuzia propriamente si prende in senso cattivo, ma abusivamente in senso buono; così avviene per l'inganno, che è la messa in opera dell'astuzia.
2. La messa in opera dell'astuzia per ingannare ricorre in maniera primaria e principale alla parola, che tiene il primo posto tra i segni con i quali l'uomo indica qualche cosa agli altri, come nota S. Agostino. Ecco perché l'inganno viene attribuito specialmente alla parola. Però può esserci inganno anche nelle azioni, come si legge nei Salmi: "e usassero inganno contro i suoi servi". E c'è inganno anche nei cuori, secondo le parole dell'Ecclesiastico: "Le sue viscere son piene d'inganno". Ma questo nel senso che si concepiscono inganni, secondo l'espressione del Salmista: "Inganni tutto il dì van meditando".
3. Tutti quelli che vogliono compiere del male sono costretti a escogitare delle vie per soddisfare il loro proposito: e per lo più escogitano vie ingannatrici, con le quali è più facile raggiungere lo scopo. Sebbene capiti che talora alcuni compiono il male, senza astuzia e senza inganno, ma apertamente con la violenza. Questo però, essendo più difficile, avviene in pochi casi.

ARTICOLO 5

Se la frode rientri nell'astuzia

SEMBRA che la frode non rientri nell'astuzia. Infatti:
1. Non è cosa lodevole che uno si lasci ingannare, come vuole l'astuzia. Invece è cosa lodevole che uno subisca la frode, secondo le parole di S. Paolo ai Corinzi: "Perché piuttosto non soffrire una frode?". Dunque la frode non rientra nell'astuzia.
2. La frode sembra ridursi a un'illecita usurpazione o ritenzione dei beni esterni; si legge infatti nella Scrittura, che "un uomo di nome Anania, d'accordo con Saffira sua moglie, vendette un campo, e frodò sul prezzo del campo". Ma usurpare, o ritenere illecitamente i beni esterni rientra nell'ingiustizia o nell'illiberalità. Perciò la frode non rientra nell'astuzia, che si contrappone alla prudenza.
3. Nessuno usa astuzia contro se stesso. Invece le frodi di certuni sono contro loro stessi: sta scritto infatti nei Proverbi a proposito di certuni, che "macchinano frodi a danno delle loro anime". Quindi la frode non rientra nell'astuzia.

IN CONTRARIO: La frode è ordinata a ingannare, come appare da quelle parole di Giobbe: "Rimarrà egli ingannato dalle vostre frodi?". Ora, allo stesso scopo tende anche l'astuzia. Dunque la frode rientra nell'astuzia.

RISPONDO: Come l'inganno, anche la frode consiste nell'effettuazione dell'astuzia: ma c'è questa differenza, che mentre l'inganno vale per qualsiasi attuazione pratica dell'astuzia, sia che si tratti di parole o di fatti, la frode sembra più appropriata all'attuazione pratica dell'astuzia mediante le opere.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'Apostolo non vuole indurre i fedeli a lasciarsi ingannare; ma a tollerare pazientemente gli effetti dell'inganno, sopportando le ingiustizie inflitte in modo fraudolento.
2. L'attuazione pratica dell'astuzia può avvenire mediante un altro vizio, come l'attuazione pratica della prudenza avviene mediante le virtù. Perciò niente impedisce che la frode rientri pure nell'avarizia e nell'illiberalità.
3. Coloro che fanno una frode non intendono macchinare nulla a danno di se stessi e della propria anima; ma proviene dal giusto giudizio di Dio che ricada su loro stessi quanto hanno macchinato contro gli altri; secondo le parole del Salmo: "Precipita nella fossa che egli aveva scavato".

ARTICOLO 6

Se sia lecito avere sollecitudine per le cose temporali

SEMBRA che sia lecito avere sollecitudine per le cose temporali. Infatti:
1. È dovere di chi presiede essere sollecito per le cose cui presiede, secondo l'esortazione di S. Paolo: "Chi presiede (lo faccia) con sollecitudine". Ma per divina disposizione l'uomo presiede alle cose temporali, come dice il Salmo: "Tutto hai messo sotto i suoi piedi, le pecore e i buoi, ecc.". Perciò l'uomo deve avere sollecitudine per le cose temporali.
2. Tutti sono solleciti del fine per cui lavorano. Ora, è lecito per l'uomo lavorare per i beni temporali, con cui sostenta la propria vita; anzi l'Apostolo scriveva: "Se uno non vuol lavorare, non mangi". Dunque è lecito avere sollecitudine delle cose temporali.
3. La sollecitudine per le opere di misericordia è cosa lodevole, come si rileva da quelle parole di S. Paolo: "Venuto egli (Onesiforo) a Roma, mi ha cercato con sollecitudine". Ma la sollecitudine per le cose temporali talora riguarda le opere di misericordia: come quando uno è sollecito nel curare gli interessi degli orfani e dei poveri. Quindi la sollecitudine per le cose temporali non è illecita.

IN CONTRARIO: Il Signore ha detto nel Vangelo: "Non vogliate essere solleciti, dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". E si tratta delle cose più necessarie.

RISPONDO: La sollecitudine dice impegno per raggiungere una data cosa. Ora, è evidente che l'impegno è proporzionato al timore di non farcela: e quindi, se c'è la sicurezza di raggiungere lo scopo, la sollecitudine è minima. Perciò la sollecitudine per le cose temporali può essere illecita per tre motivi. Primo, per l'oggetto di cui siamo solleciti: e cioè se noi cerchiamo i beni temporali come nostro (ultimo) fine. Ecco perché S. Agostino ha scritto: "Quando il Signore raccomanda di non essere solleciti di certe cose, lo fa perché gli apostoli non abbiano di mira codesti beni, e non facciano per essi quanto fu loro comandato di fare nella predicazione del Vangelo".
Secondo, la sollecitudine per le cose temporali può essere illecita per l'impegno eccessivo che si mette nel procurare codeste cose, trascurando così quelle spirituali, cui l'uomo deve principalmente attendere. Perciò nel Vangelo si legge che "la sollecitudine del mondo soffoca la parola di Dio".
Terzo, per l'eccessivo timore: cioè quando uno ha paura che gli venga a mancare il necessario, facendo il proprio dovere. Sentimento che il Signore esclude con tre insegnamenti. Primo, facendo notare i benefici più grandi fatti all'uomo da Dio, indipendentemente dalla sua sollecitudine, e cioè il dono del corpo e dell'anima. Secondo, mostrando come Dio provvede agli animali e alle piante, conforme alla loro natura, senza l'opera dell'uomo. Terzo, insistendo sulla divina provvidenza, la cui ignoranza provoca nei pagani una sollecitudine eccessiva per la ricerca dei beni temporali. E quindi conclude che la nostra principale sollecitudine deve essere per i beni spirituali, nella speranza che facendo il nostro dovere, ci verranno concessi anche i beni temporali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I beni temporali sono soggetti all'uomo, perché egli ne usi per le sue necessità, non già perché riponga in essi il proprio fine, e si lasci dominare da un'eccessiva sollecitudine.
2. La sollecitudine di chi guadagna il pane col lavoro manuale non è eccessiva, ma moderata. Ecco perché S. Girolamo insegna, che "si deve esercitare il lavoro, ed eliminare la sollecitudine", cioè quella eccessiva che turba lo spirito.
3. La sollecitudine delle cose temporali nelle opere di misericordia è ordinata al fine della carità. Perciò non è illecita, a meno che non sia eccessiva.

ARTICOLO 7

Se si debba essere solleciti o preoccupati per il futuro

SEMBRA che si debba essere solleciti, o preoccupati per il futuro. Infatti:
1. Sta scritto nei Proverbi: "Va', o pigro, dalla formica, considera le sue vie, e impara ad esser saggio: essa senza avere né duce, né istruttore, prepara nell'estate il suo sostentamento e nel tempo della messe raccoglie da mangiare". Ma questo significa preoccuparsi del futuro. Dunque la sollecitudine, o preoccupazione per il futuro è lodevole.
2. La sollecitudine fa parte della prudenza. Ma la prudenza ha per oggetto specialmente il futuro: poiché la sua parte principale, come abbiamo detto, è "la previdenza delle azioni future". Dunque è cosa virtuosa preoccuparsi del futuro.
3. Chi conserva qualche cosa per l'avvenire è sollecito per il futuro. Ora, si legge nel Vangelo che Cristo medesimo aveva una borsa per conservare qualche cosa, e che era portata da Giuda. Inoltre gli Apostoli conservavano il prezzo dei campi, che "era depositato ai loro piedi". Perciò è lecito essere solleciti per il futuro.

IN CONTRARIO: Il Signore ammonisce: "Non siate solleciti per il domani". Ma "il domani" qui sta "per il futuro", come spiega S. Girolamo.

RISPONDO: Nessuna azione può essere virtuosa, se non è rivestita delle debite circostanze, tra le quali c'è il tempo debito, secondo le parole dell'Ecclesiaste: "C'è per ogni cosa tempo e opportunità". E questo vale non solo per gli atti esterni, ma anche per la sollecitudine interiore. A ciascun tempo infatti appartiene la propria sollecitudine, o preoccupazione: all'estate si addice la preoccupazione del mietere, all'autunno quella della vendemmia. Perciò se in estate uno già fosse preoccupato della vendemmia, anticiperebbe senza motivo la preoccupazione per il futuro. Ecco perché il Signore proibisce codesta preoccupazione come eccessiva, dicendo: "Non siate solleciti per il domani". E aggiunge: "Poiché il domani sarà sollecito di se stesso", avrà cioè la propria sollecitudine, che basterà per affliggere l'animo. Di qui la conclusione: "A ciascun giorno basta il suo affanno", cioè l'affanno della preoccupazione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La formica ha una sollecitudine proporzionata al tempo: e per questo viene presentata alla nostra imitazione.
2. Alla prudenza appartiene la debita previdenza del futuro, Ma sarebbe una previdenza o una sollecitudine eccessiva del futuro, se uno cercasse come fini i beni temporali, soggetti alle categorie del passato e del futuro; oppure se cercasse dei beni superflui oltre le necessità della vita presente; ovvero se anticipasse il tempo della sua sollecitudine.
3. Come dice S. Agostino, "quando vediamo un servo di Dio provvedere perché non gli venga a mancare il necessario, non dobbiamo pensare che egli sia preoccupato del domani. Infatti il Signore stesso, per darcene l'esempio, si degnò di avere una borsa; e negli Atti degli Apostoli si legge che nell'imminenza della carestia si pensò a procurare il necessario per il futuro. Perciò il Signore non condannava chi avesse procurato tali cose alla maniera umana: ma chi volesse servire Dio per codesti beni".

ARTICOLO 8

Se questi vizi nascano dall'avarizia

SEMBRA che questi vizi non nascano dall'avarizia. Infatti:
1. Come sopra abbiamo detto, la ragione è menomata al massimo nella sua rettitudine dalla lussuria. Ora, questi vizi si contrappongono alla retta ragione, cioè alla prudenza. Dunque essi nascono soprattutto dalla lussuria: specialmente se pensiamo che, secondo il Filosofo, "Venere è insidiosa, e la sua cintura cangiante", e che d'altra parte "l'incontinente ricorre alle insidie".
2. I vizi suddetti hanno, come abbiamo visto, una certa somiglianza con la prudenza. Ma alla prudenza, che risiede nella ragione, sono più affini vizi spirituali quali la superbia e la vanagloria. Perciò i vizi suddetti nascono più dalla superbia che dall'avarizia.
3. L'uomo ricorre alle insidie non solo nell'usurpare i beni altrui, ma anche nel preparare l'omicidio: e mentre il primo peccato rientra nell'avarizia, il secondo rientra nell'ira. Ora, ricorrere all'insidia appartiene all'astuzia, all'inganno e alla frode. Quindi codesti vizi non nascono soltanto dall'avarizia, ma anche dall'ira.

IN CONTRARIO: S. Gregorio mette la frode tra le figlie dell'avarizia.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, la prudenza della carne e l'astuzia, assieme all'inganno e alla frode, hanno una certa somiglianza con la prudenza in quanto fanno uso della ragione. Ora, tra tutte le virtù morali l'uso della ragione è più evidente nella giustizia, che risiede nell'appetito razionale. Perciò l'uso disordinato della ragione è sommamente evidente nei vizi che si oppongono alla giustizia. Ma a questa si oppone specialmente l'avarizia. Dunque i vizi suddetti nascono specialmente dall'avarizia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La lussuria per la violenza del piacere e della concupiscenza opprime totalmente la ragione, impedendole di passare all'atto. Invece nei vizi suddetti c'è un uso della ragione, anche se disordinato. Perciò quei vizi non nascono direttamente dalla lussuria. Il Filosofo poi afferma che Venere è insidiosa per una certa analogia; cioè in quanto sorprende l'uomo all'improvviso, come si fa nelle insidie; però non mediante l'astuzia, ma mediante la violenza della concupiscenza e del piacere. Perciò il Filosofo aggiunge, che "Venere rapisce l'intelletto anche dei più saggi".
2. Agire ricorrendo alle insidie sa di pusillanimità: infatti il magnanimo, come nota il Filosofo, vuol essere scoperto in tutte le sue cose. E quindi, siccome la superbia ha una certa somiglianza con la magnanimità, o finge di averla, i vizi suddetti non possono derivare da essa, dal momento che questi si servono della frode e degli inganni. Ma appartengono piuttosto all'avarizia, che cerca l'utilità, senza badare alla fama.

3. L'ira ha un moto improvviso: e quindi agisce con precipitazione e senza deliberare, come fanno invece, sia pure disordinatamente codesti vizi. Il fatto poi che alcuni nell'omicidio si servono di insidie non proviene dall'ira, ma dall'odio: poiché chi è adirato desidera di nuocere apertamente, come nota il Filosofo.