Il Santo Rosario
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Questione 53

L'imprudenza

Veniamo ora a trattare dei vizi opposti alla prudenza. S. Agostino insegna, che "ogni virtù ha come contrari non solo i vizi chiaramente contrastanti, quale la temerità rispetto alla prudenza; bensì anche quelli che sono vicini non in realtà, ma per una certa somiglianza ingannatrice, come l'astuzia rispetto alla prudenza medesima". Perciò prima dobbiamo trattare dei vizi apertamente contrari alla prudenza, i quali derivano dalla mancanza di essa, o dei suoi requisiti; e in secondo luogo dei vizi che hanno una falsa somiglianza con la prudenza, e che dipendono da un abuso delle cose che essa richiede. E poiché alla prudenza appartiene la sollecitudine, sul primo argomento esamineremo due cose: primo, l'imprudenza; secondo, la negligenza che si oppone alla sollecitudine.
Sul primo punto parleremo di sei cose: 1. Dell'imprudenza, cioè se sia peccato; 2. Se sia un peccato speciale; 3. Della precipitazione, o temerità; 4. Dell'inconsiderazione; 5. Dell'incostanza; 6. Dell'origine di codesti vizi.

ARTICOLO 1

Se l'imprudenza sia peccato

SEMBRA che l'imprudenza non sia peccato. Infatti:
1. Come dice S. Agostino, qualsiasi peccato è volontario. Ora, l'imprudenza è involontaria: poiché nessuno vuol essere imprudente. Dunque l'imprudenza non è peccato.
2. Eccetto quello originale, nessun peccato nasce con l'uomo. Invece l'imprudenza nasce con l'uomo: infatti i giovani sono imprudenti. E non è certo il peccato originale, che si contrappone alla giustizia originale. Perciò l'imprudenza non è peccato.
3. Tutti i peccati vengono tolti dalla penitenza. Ma l'imprudenza non viene eliminata dalla penitenza. Dunque l'imprudenza non è peccato.

IN CONTRARIO: Il tesoro spirituale della grazia non può essere distrutto che dal peccato. Ora, esso viene distrutto dall'imprudenza; poiché sta scritto: "Nella dimora del giusto c'è un tesoro vistoso, c'è dell'aroma, ma l'uomo imprudente lo dissiperà". Dunque l'imprudenza è un peccato.

RISPONDO: L'imprudenza può essere concepita in due maniere: come privazione, e come vizio contrario alla prudenza. - Come semplice negazione il termine sarebbe improprio, ché allora verrebbe a indicare la sola inesistenza della virtù: e tale imprudenza può essere senza peccato. - Invece si parla d'imprudenza in senso privativo, quando uno manca di quella prudenza che può e deve avere. E allora l'imprudenza è peccato a motivo della negligenza, con cui si trascura l'impegno per acquistare la prudenza.
Si parla finalmente dell'imprudenza di contrarietà, quando la ragione procede o agisce al contrario della prudenza. Se, p. es., la retta ragione agisce consigliandosi, l'imprudente disprezza il consiglio: e così per tutte le altre funzioni da osservarsi nell'atto della prudenza. In tal caso l'imprudenza è un peccato che colpisce il costitutivo proprio della prudenza. Infatti non può essere che uno agisca contro la prudenza, senza allontanarsi dalle regole che danno la rettitudine della prudenza. Perciò se questo avviene con l'allontanamento dalle regole divine, si ha un peccato mortale: cioè quando uno agisce con precipitazione, quasi disprezzando e ripudiando gli insegnamenti divini. Se invece agisce prescindendo da essi, ma senza disprezzo e senza pregiudizio per le cose indispensabili alla salvezza, si ha un peccato veniale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nessuno vuole la deformità dell'imprudenza: però il temerario che vuol agire con precipitazione vuole un atto d'imprudenza. Ecco perché il Filosofo ha scritto, che "colui il quale pecca volontariamente in materia di prudenza è meno preferibile".
2. La seconda difficoltà vale per l'imprudenza puramente negativa. - Si deve però notare che la mancanza di prudenza e di qualsiasi virtù è inclusa nella mancanza della giustizia originale, la quale dava perfezione a ogni parte dell'anima. Ecco perché la mancanza di tutte queste virtù si può ridurre al peccato originale.
3. Con la penitenza viene restituita la prudenza infusa, e così cessa la privazione di codesta virtù. Però non viene restituito l'abito della prudenza acquisita: ma viene eliminato l'atto contrario, che propriamente costituisce il peccato d'imprudenza.

ARTICOLO 2

Se l'imprudenza sia un peccato specifico

SEMBRA che l'imprudenza non sia un peccato specifico. Infatti:
1. Chiunque pecca agisce contro la retta ragione, cioè contro la prudenza. Ma l'imprudenza consiste nel fatto che uno agisce, come abbiamo detto, contro la prudenza. Dunque l'imprudenza non è un peccato specifico.
2. La prudenza è più affine della scienza alle azioni morali. Ma l'ignoranza, che si contrappone alla scienza, viene posta tra le cause generiche del peccato. Dunque a maggior ragione si deve fare così per l'imprudenza.
3. I peccati si devono al fatto che vengono pervertite le circostanze delle virtù: infatti Dionigi afferma, che "il male dipende da particolari difetti". Ora, molti sono i requisiti della prudenza: e cioè ragione, intelletto, docilità e tutte le altre cose sopra indicate. Perciò molte sono le specie dell'imprudenza. E quindi l'imprudenza non è un peccato specifico.

IN CONTRARIO: L'imprudenza, come abbiamo detto, è il contrario della prudenza. Ma la prudenza è una virtù specifica. Dunque l'imprudenza è un vizio specifico.

RISPONDO: Un vizio, o peccato, può dirsi universale in due maniere: primo, in senso assoluto, e cioè in rapporto a tutti i peccati; secondo, rispetto ad alcuni vizi che sono le varie specie di esso. Stando al primo significato, un vizio può essere universale in due modi. Primo, per essenza: e cioè perché può predicarsi di tutti i peccati. Ebbene, l'imprudenza non è un peccato universale in questo senso, come non è universale la virtù della prudenza: poiché esse constano di atti specifici, che hanno per oggetto gli atti stessi della ragione. - Secondo, per partecipazione. E in tal senso l'imprudenza è peccato universale. Infatti come la prudenza viene ad essere partecipata in qualche modo a tutte le virtù, in quanto direttiva di esse, così l'imprudenza viene a trovarsi in tutti i vizi e in tutti i peccati: infatti non può capitare un peccato, senza che in qualche atto della ragione dirigente ci sia un difetto, che si riduce all'imprudenza.
Se poi si parla di peccato universale generico non in senso assoluto, ma circoscritto a un dato genere, cioè in quanto abbraccia un certo numero di specie, allora l'imprudenza è certamente un peccato generico. Essa infatti abbraccia sotto di sé diverse specie. Primo, in opposizione alle diverse parti soggettive della prudenza. Poiché come la prudenza si distingue in prudenza "monastica", fatta per il governo di un individuo, e in altre specie che sono fatte, l'abbiamo visto sopra, per il governo di una collettività; così avviene per l'imprudenza. - Secondo, in base alle parti potenziali della prudenza, cioè delle virtù complementari, che si fondano sui vari atti della ragione. E da questo lato la mancanza relativa al consiglio, oggetto dell'eubulia, si riduce alla precipitazione, o temerità, che è una specie dell'imprudenza. La mancanza relativa al giudizio, oggetto della synesis e della gnome, costituisce l'inconsiderazione. Quella poi relativa al comando, che è l'atto proprio della prudenza, costituisce l'incostanza e la negligenza. - Terzo, si possono desumere in opposizione ai requisiti della prudenza, che sono come le parti integranti di essa. Siccome però tutti codesti requisiti sono ordinati a guidare i tre atti della ragione già ricordati, tutti i difetti contrari si riducono ai quattro vizi suddetti. Cosicché la mancanza di cautela e di circospezione è inclusa nell'inconsiderazione. La mancanza di docilità, di memoria, o di ragione si riduce alla precipitazione. Mentre la mancanza di previdenza, d'intelletto e di solerzia si riduce alla negligenza e all'incostanza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento si riferisce alla genericità per partecipazione.
2. Proprio perché la scienza più della prudenza è lontana dalle azioni morali, stando alla loro natura rispettiva, l'ignoranza non ha l'aspetto di peccato morale in forza della sua natura, ma solo in forza della negligenza che la precede, o dell'effetto che la segue. Ecco perché essa è posta tra le cause generali del peccato. Invece l'imprudenza implica un vizio morale nella sua stessa natura. E quindi si avvicina di più a un peccato specifico.
3. Quando il disordine di più circostanze ha il medesimo motivo, non si differenzia la specie del peccato: si ha, p. es., un peccato della medesima specie, sia che uno prenda cose che non gli appartengono dove non deve, che quando non deve. Se invece i motivi sono diversi, allora sono diverse anche le specie: nel caso, mettiamo, in cui uno prendesse la roba di dove non deve, facendo ingiuria al luogo sacro, determinando così la specie del sacrilegio, farebbe un peccato diverso da quello di chi prendesse quando non deve per il solo desiderio esagerato di possedere, il che sarebbe un semplice peccato di avarizia. Perciò le mancanze relative ai requisiti della prudenza non diversificano le specie del peccato, se non in quanto colpiscono, come abbiamo detto, i diversi atti della ragione.

ARTICOLO 3

Se la precipitazione sia un peccato d'imprudenza

SEMBRA che la precipitazione non sia un peccato d'imprudenza. Infatti:
1. L'imprudenza si contrappone alla virtù della prudenza. Invece la precipitazione si contrappone al dono del consiglio: poiché, a detta di S. Gregorio, codesto dono è dato contro la precipitazione. Dunque la precipitazione non è un peccato d'imprudenza.
2. La precipitazione pare che si riduca alla temerità. Ma la temerità implica la presunzione, che appartiene alla superbia. Quindi la precipitazione non è un vizio che rientra nell'imprudenza.
3. La precipitazione implica una fretta disordinata. Ma nel deliberare, o consigliare, si ha un peccato non solo se uno è troppo frettoloso, ma anche se uno è troppo lento, in modo da lasciar passare l'occasione buona per agire; e anche per il disordine delle altre circostanze, come nota Aristotele. Dunque la precipitazione non dev'essere elencata tra i peccati d'imprudenza più della lentezza, o di altri difetti relativi al consiglio.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "La strada degli empi è tenebrosa, non sanno dove vanno a cascare". Ora, le tenebre della via dell'empietà stanno a indicare l'imprudenza. Perciò cadere, o precipitare rientra nell'imprudenza.

RISPONDO: Negli atti dell'anima la precipitazione è presa in senso metaforico per analogia col moto dei corpi. Ora, si dice che un corpo precipita quando da un luogo più alto giunge a quello più basso seguendo l'impeto del proprio moto, o di una spinta ricevuta, senza passare ordinatamente dai gradini intermedi. Ebbene, la parte più alta dell'anima è la ragione. Mentre l'opera compiuta col corpo ne è quella più bassa. I gradini intermedi poi, per i quali si deve discendere con ordine, sono: la memoria del passato, l'intelligenza del presente, la solerzia nel considerare gli eventi futuri, il raziocinio che confronta una cosa con l'altra, la docilità con la quale uno accoglie il parere dei maggiori; e nel deliberare uno deve appunto scendere ordinatamente codesti gradini. Se invece è portato ad agire dall'impulso della volontà o della passione, saltandone qualcuno, si ha la precipitazione. E poiché il disordine del consiglio, rientra nell'imprudenza, è chiaro che il vizio della precipitazione rientra nell'imprudenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La bontà della deliberazione, o consiglio appartiene al dono del consiglio e alla virtù della prudenza, come abbiamo detto, sebbene in maniera diversa. Perciò la precipitazione si contrappone ad entrambi.
2. Si chiamano temerari quegli atti che non sono guidati dalla ragione. E questo può avvenire in due modi. Primo, per un impulso di volontà o di passione. Secondo, per disprezzo della legge che deve guidare: e questo propriamente costituisce la temerità. Ecco perché questa sembra derivare dalla superbia, la quale si ribella alla guida altrui. Invece la precipitazione abbraccia tutte e due le cose. E quindi la temerità rientra nella precipitazione: sebbene questa riguardi specialmente la prima serie di atti.
3. Nella ricerca della deliberazione, o consiglio, vanno considerati molti dati particolari; ecco perché il Filosofo scrive: "Bisogna deliberare con lentezza". Perciò la precipitazione si contrappone alla rettitudine del consiglio più direttamente della lentezza esagerata, la quale ha una certa somiglianza con la buona deliberazione.

ARTICOLO 4

Se l'inconsiderazione sia un peccato specifico d'imprudenza

SEMBRA che l'inconsiderazione non sia un peccato specifico d'imprudenza. Infatti:
1. La legge divina non può indurci a nessun peccato, poiché sta scritto: "La legge del Signore è senza macchia". Ora, essa c'induce a non considerare: "Non state a considerare come e ciò che dovete rispondere". Quindi l'inconsiderazione non è peccato.
2. Chiunque delibera, o si consiglia deve deliberare molte cose. Ma le mancanze relative al consiglio costituiscono la precipitazione, e sono mancanze di considerazione. Dunque la precipitazione rientra nell'inconsiderazione (come in un genere). Perciò quest'ultima non è un peccato specifico.
3. La prudenza si riduce agli atti della ragion pratica, che sono: deliberare, giudicare ciò che si è deliberato, e comandare. Ma il considerare precede tutti codesti atti; poiché appartiene anche all'intelletto speculativo. Dunque l'inconsiderazione non è un peccato specifico incluso nel genere dell'imprudenza.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "I tuoi occhi guardino dritto, e il tuo sguardo preceda i tuoi passi"; ora questo è compito della prudenza. Ma con l'inconsiderazione si fa esattamente il contrario. Perciò l'inconsiderazione è un peccato d'imprudenza.

RISPONDO: La considerazione è l'atto dell'intelligenza che scorge la verità di una cosa. Ora, come la ricerca spetta alla ragione, così il giudizio spetta all'intelletto: infatti in campo speculativo le scienze dimostrative si dicono giudicative, in quanto giudicano della verità di ciò che è stato oggetto di ricerca, riportando tutto ai primi principi d'intellezione. Ecco perché la considerazione si riferisce specialmente al giudizio. E quindi la mancanza di rettitudine nel giudizio costituisce il vizio dell'inconsiderazione: e cioè quando uno si allontana dalla rettitudine nel giudicare, perché disprezza o trascura le cose dalle quali deriva il retto giudizio. Perciò è evidente che l'inconsiderazione è peccato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore non proibisce di considerare le cose da compiere, o da dire, quando uno ha l'opportunità di farlo. Ma con le parole riferite vuol dar fiducia ai discepoli, affinché in mancanza di codesta opportunità, o per l'ignoranza o per essere stati presi alla sprovvista, si affidino interamente nelle mani di Dio; poiché, come dice la Scrittura, "non sapendo noi quel che dobbiamo fare, non ci resta altro che di volgere i nostri occhi al Signore". Altrimenti, se uno tralascia di fare quello che può, aspettando tutto dall'aiuto di Dio, non fa che tentare Dio.
2. La considerazione di quanto è oggetto di consiglio è tutta ordinata a ben giudicare: perciò la considerazione ha il suo compimento nel giudizio. Quindi anche l'inconsiderazione è contraria soprattutto alla rettitudine del giudizio.
3. L'inconsiderazione di cui ora si parla è limitata a una determinata materia, cioè alle azioni umane, in cui bisogna badare a molte cose per ben giudicare, più ancora che in campo speculativo; perché le azioni si esercitano nel singolare concreto.

ARTICOLO 5

Se l'incostanza sia un vizio che rientra nel genere dell'imprudenza

SEMBRA che l'incostanza non sia un vizio che rientra nell'imprudenza. Infatti:
1. L'incostanza sembra consistere nel fatto che uno non persevera nelle difficoltà. Ma perseverare nelle difficoltà appartiene alla fortezza. Dunque l'incostanza si contrappone più alla fortezza che alla prudenza.
2. S. Giacomo scrive: "Dove infatti c'è gelosia e dissenso, là c'è incostanza e ogni opera perversa". Ora, la gelosia rientra nell'invidia. Quindi l'incostanza non rientra nell'imprudenza, ma nell'invidia.
3. Incostante è colui che non persevera nei suoi propositi. E questo nei piaceri si riduce all'incontinenza, e nei dolori o tristezze alla mollezza, o delicatezza, come dice Aristotele. Perciò l'incostanza non rientra nell'imprudenza.

IN CONTRARIO: Preferire un bene maggiore a un bene minore è compito della prudenza. Dunque desistere dal bene maggiore è un atto d'imprudenza. Ma questo è precisamente l'incostanza. Quindi l'incostanza rientra nell'imprudenza.

RISPONDO: L'incostanza implica un recedere dal determinato bene che uno si era proposto. Ora, codesto atto ha il suo principio nella parte appetitiva; poiché uno non recede dal bene proposto, se non per qualche cosa che gli piace disordinatamente. Ma codesto atto non viene portato a compimento, se non per una mancanza della ragione, la quale s'inganna nel ripudiare ciò che onestamente aveva accettato: e potendo essa resistere all'impulso della passione, se non lo fa, si deve a una sua debolezza, poiché non si attiene con fermezza al bene concepito. Dunque l'incostanza nel suo compimento rientra in un difetto della ragione. Ora, come ogni rettitudine della ragione pratica rientra in qualche modo nella prudenza, così ogni sua mancanza rientra nell'imprudenza. Perciò l'incostanza nel suo compimento fa parte dell'imprudenza. E come la precipitazione consiste in un difetto relativo all'atto del giudizio, così l'incostanza consiste in un difetto relativo all'atto del comando: si dice infatti che uno è incostante, perché la sua ragione manca nel comandare le azioni deliberate e giudicate.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il bene della prudenza si estende a tutte le virtù morali: e da questo lato la perseveranza nel bene appartiene a tutte codeste virtù. Tuttavia spetta in particolare alla fortezza, in cui si affronta l'impulso contrario più forte.
2. L'ira, che è il primo impulso alla contesa, e l'invidia portano all'incostanza dal lato delle potenze appetitive, le quali, come abbiamo detto, sono principio dell'incostanza.
3. Continenza e perseveranza pare che non risiedano nelle potenze appetitive, ma solo nella ragione. Infatti la persona continente prova le concupiscenze sregolate, come il perseverante sente le sue gravi tristezze o dolori, il che denota una deficienza nella potenza appetitiva; ma è la ragione che persiste con fermezza: quella del continente contro le concupiscenze, e quella del perseverante contro il dolore. Perciò la continenza e la perseveranza si presentano come specie della costanza, che appartiene alla ragione, alla quale appunto va attribuita anche l'incostanza.

ARTICOLO 6

Se i vizi suddetti nascano dalla lussuria

SEMBRA che i vizi suddetti non nascano dalla lussuria. Infatti:
1. L'incostanza, come abbiamo detto, nasce dall'invidia. Ma l'invidia è un vizio distinto dalla lussuria. Dunque codesti vizi non nascono dalla lussuria.
2. Sta scritto: "L'uomo d'animo doppio è incostante in tutte le sue vie". Ora, la doppiezza non rientra nella lussuria, ma piuttosto nella slealtà, che, a detta di S. Gregorio, è figlia dell'avarizia. Perciò i vizi suddetti non derivano dalla lussuria.
3. I vizi ricordati appartengono alla ragione. Ma i vizi spirituali sono più affini alla ragione che i vizi carnali. Dunque i vizi suddetti derivano più dai vizi spirituali che da quelli carnali.

IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna che i vizi ricordati nascono dalla lussuria.

RISPONDO: A detta del Filosofo, "il piacere corrompe il giudizio della prudenza", e specialmente il piacere venereo, il quale assorbe tutta l'anima e la trascina al piacere sensibile; invece la perfezione della prudenza e di qualsiasi virtù intellettuale consiste in un'astrazione dalle cose sensibili. Perciò, siccome i vizi suddetti consistono, come abbiamo visto, in altrettante mancanze della prudenza e della ragion pratica, ne segue che essi derivano soprattutto dalla lussuria.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'invidia e l'ira causano l'incostanza, trascinando altrove la ragione; ma la lussuria la produce estinguendo del tutto il giudizio. Ecco perché il Filosofo scriveva, che "chi non sa frenare la collera ascolta la ragione, anche se imperfettamente; chi invece non sa frenare la concupiscenza non l'ascolta affatto".
2. Anche la doppiezza d'animo è un effetto della lussuria, come l'incostanza, in quanto codesta doppiezza implica la disposizione dell'animo a volgersi verso cose contrarie. Ecco perché Terenzio scriveva, che "nell'amore si alternano la guerra e la pace, e quindi la tregua".
3. I vizi carnali in tanto sono più deleteri per il giudizio della ragione, in quanto portano più lontano da questa.