Il Santo Rosario
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Questione 49

Le parti integranti della prudenza

Ed eccoci a trattare delle singole parti così dette integranti della prudenza.
Sull'argomento s'impongono otto temi distinti: 1. Memoria; 2. Intelletto, o intelligenza; 3. Docilità; 4. Solerzia; 5. Ragione; 6. Previdenza; 7. Circospezione; 8. Cautela.

ARTICOLO 1

Se la memoria sia tra le parti della prudenza

SEMBRA che la memoria non sia tra le parti della prudenza. Infatti.
1. Come il Filosofo dimostra, la memoria è nella parte sensitiva dell'anima. La prudenza invece, stando a ciò che egli afferma nell'Etica, è nella parte razionale. Dunque la memoria non è una delle parti della prudenza.
2. La prudenza si acquista e si accresce con l'esercizio. Ora, la memoria è innata in noi per natura. Quindi non è tra le parti della prudenza.
3. La memoria ha per oggetto le cose passate. La prudenza invece mira alle azioni future, che sono oggetto di deliberazione, come dice Aristotele. Dunque la memoria non costituisce una parte della prudenza.

IN CONTRARIO: Cicerone mette la memoria tra le parti della prudenza.

RISPONDO: La prudenza ha per oggetto le azioni da compiere, come abbiamo notato. Ora, in codesto campo l'uomo non può essere guidato da quanto è vero in senso assoluto e necessario, ma da ciò che avviene nella maggior parte dei casi: infatti è necessario che i principi siano proporzionati alle conclusioni, e le conclusioni ai principi, come scrive Aristotele. Ma ciò che è vero nella maggior parte dei casi va determinato dall'esperienza; infatti il Filosofo afferma, che "le virtù intellettuali ricevono origine e incremento dall'esperienza e dal tempo". Ora, l'esperienza nasce da una somma di ricordi, come spiega Aristotele. Perciò per la prudenza si richiede la memoria, o il ricordo di più cose. E quindi giustamente la memoria è posta tra le parti della prudenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Stando alle cose già dette, la prudenza applica la conoscenza astratta ai casi particolari che sono oggetto del senso; ecco perché la prudenza richiede molte cose che rientrano nella parte sensitiva. E tra queste c'è la memoria.
2. Come la prudenza, pur avendo una base naturale, riceve il suo sviluppo dall'esercizio, o dalla grazia, così, a detta di Cicerone, la memoria non si esplica soltanto sulla base della natura, ma molto riceve dall'arte e dall'industria personale. Quattro sono gli accorgimenti con i quali l'uomo sviluppa la propria capacità mnemonica. Primo, rivestendo le cose che vuole ricordare di immagini adatte, e tuttavia non troppo ordinarie: perché le cose straordinarie destano in noi più meraviglia, e quindi l'animo vi si applica con più forza; e da ciò deriva che ricordiamo meglio quanto abbiamo visto nell'infanzia. E questa ricerca di somiglianze o di immagini è necessaria, perché le idee semplici e spirituali svaniscono più facilmente dall'anima, se non sono legate in qualche modo a delle immagini corporee: poiché la conoscenza umana è più adatta per le cose sensibili. Ecco perché la memoria si riscontra nella parte sensitiva. - Secondo, è necessario che quanto l'uomo vuole tenere a memoria lo disponga ordinatamente nel suo pensiero, in modo da passare facilmente da un ricordo ad un altro. Ecco perché il Filosofo afferma: "Le reminiscenze talora prendono lo spunto dal luogo; e questo perché facilmente si passa da un luogo a un altro". - Terzo, è necessario che uno si applichi con sollecitudine e con affetto a quanto vuol ricordare: poiché più una cosa è impressa profondamente nell'animo, meno si cancella. Infatti Cicerone ha scritto nella Retorica, che "la sollecitudine conserva intatte le immagini delle cose rappresentate". - Quarto, le cose che ci preme ricordare bisogna ripensarle spesso. Ecco perché il Filosofo afferma, che "i pensieri assidui salvano la memoria": poiché, com'egli si esprime, "la consuetudine è come una seconda natura"; ed ecco perché subito ricordiamo le cose che spesso abbiamo pensato, passando dall'una all'altra quasi seguendo un ordine naturale.
3. Noi siamo costretti a regolarci sulle azioni future partendo dal passato. Ecco perché la memoria, o ricordo del passato è necessaria per ben deliberare sulle azioni future.

ARTICOLO 2

Se l'intelletto sia tra le parti della prudenza

SEMBRA che l'intelletto non sia una delle parti della prudenza. Infatti:
1. Di due opposti l'uno non può essere parte dell'altro. Ora, l'intelletto, come dice Aristotele, è una virtù intellettuale distinta in opposizione alla prudenza. Dunque l'intelletto non si deve considerare come parte della prudenza.
2. L'intelletto, come abbiamo visto sopra, è tra i doni dello Spirito Santo, e corrisponde alla fede. Ma la prudenza, ed è chiaro da quanto precede, non s'identifica con la fede. Quindi l'intelletto non appartiene alla prudenza.
3. La prudenza, a detta di Aristotele, ha per oggetto le azioni singolari da compiere. L'intelletto invece è fatto per conoscere gli universali astratti dalla materia, come nota il medesimo autore. Perciò l'intelletto non è tra le parti della prudenza.

IN CONTRARIO: Cicerone mette l'"intelligenza" tra le parti della prudenza, e Macrobio l'"intelletto", che è poi la stessa cosa.

RISPONDO: L'intelletto, di cui ora parliamo, non è la potenza intellettiva, ma la giusta nozione di un termine, o principio, che si considera come per sé noto: cioè nel senso che parliamo d'intelletto a proposito dei primi principi della dimostrazione. Ora, qualsiasi deduzione razionale procede da determinate nozioni che si prendono come dati primordiali. Ecco perché qualsiasi processo razionale parte da un intelletto. E poiché la prudenza è la retta ragione delle azioni da compiere, è necessario che tutto il processo della prudenza derivi da un intelletto (o intuizione). Ed ecco perché l'intelletto è ricordato tra le parti della prudenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prudenza termina, come in una conclusione, in un'azione particolare da compiere, alla quale applica, come abbiamo detto, una mozione universale. Ora, una conclusione particolare si deduce da due proposizioni, una universale, l'altra particolare. Perciò la prudenza deve derivare da due intuizioni, o intelletti: di cui la prima ha per oggetto gli universali. E ciò appartiene all'intelletto che è una delle virtù intellettuali: poiché per natura ci sono noti, come abbiamo visto, non solo i primi principi universali di ordine speculativo, ma anche quelli pratici, p. es., che "non si deve fare del male a nessuno". - C'è poi una seconda intuizione, o intelletto, la quale, a detta di Aristotele, ha per oggetto un "termine", cioè un primo dato singolare e contingente da compiere, vale a dire la minore del sillogismo, che nel processo razionale della prudenza deve essere singolare, come abbiamo detto. Questo primo dato concreto o singolare è un fine particolare, come nota lo stesso Aristotele. Perciò l'intelletto che troviamo tra le parti della prudenza è il giusto apprezzamento di un fine particolare.
2. L'intelletto che troviamo tra i doni dello Spirito Santo è, come abbiamo detto, un'acuta percezione delle cose divine. Ben diverso è l'intelletto che abbiamo descritto come parte della prudenza.
3. L'intuizione giusta di un fine particolare viene denominata intelletto in quanto ha per oggetto un principio; e senso in quanto ha per oggetto un singolare. A questo accenna il Filosofo nell'Etica, quando scrive: "Dei singolari bisogna avere un senso; e questo è l'intelletto". Parole queste che non si riferiscono ai sensi particolari con i quali conosciamo i sensibili propri; ma al senso interno col quale giudichiamo i singolari.

ARTICOLO 3

Se la docilità sia da considerarsi come parte della prudenza

SEMBRA che la docilità non debba considerarsi come parte della prudenza. Infatti:
1. Ciò che si richiede per tutte le virtù intellettuali non dev'essere attribuito in proprio a qualcuna di esse. Ma la docilità è necessaria a tutte le virtù intellettuali. Perciò non dev'essere considerata come parte della prudenza.
2. Quanto appartiene alle umane virtù deve dipendere da noi: poiché siamo lodati o biasimati in base a ciò che dipende da noi. Ora, esser docili non è in nostro potere, ma dipende da certe disposizioni naturali. Dunque non è una parte della prudenza.
3. La docilità appartiene al discepolo: La prudenza invece, essendo precettiva, appartiene piuttosto ai maestri, i quali sono anche chiamati precettori. Perciò la docilità non è tra le parti della prudenza.

IN CONTRARIO: Macrobio, seguendo Plotino, mette la docilità tra le parti della prudenza.

RISPONDO: La prudenza, come abbiamo detto, ha di mira le azioni particolari da compiere. E poiché queste sono quasi infinitamente varie, non è possibile che un uomo possa considerarle in tutti i loro aspetti, e in pochi momenti, ma si richiede molto tempo. Perciò specialmente nelle cose relative alla prudenza l'uomo ha bisogno di essere istruito da altri: e soprattutto dai vecchi, che hanno un'esatta comprensione dei fini nell'ordine dell'agire umano. Ecco perché il Filosofo afferma: "Bisogna por mente alle osservazioni ed opinioni indimostrate degli uomini esperti e vecchi e saggi non meno che alle dimostrazioni; poiché l'esperienza fa loro scorgere i principi". Nella Scrittura poi si legge: "Non appoggiarti sulla tua prudenza"; e ancora: "Stai nella compagnia dei vegliardi prudenti, e unisciti di cuore alla loro sapienza". Ora, il fatto che uno è ben disposto a farsi istruire appartiene alla docilità. E quindi è giusto che la docilità sia elencata tra le parti della prudenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene la docilità sia utile per qualsiasi virtù intellettuale, tuttavia serve specialmente alla prudenza, per le ragioni indicate.
2. La docilità, come le altre cose che riguardano la prudenza, quanto all'attitudine deriva dalla natura: ma il suo completo sviluppo dipende dall'impegno personale, in quanto uno con premura, con frequenza e riverenza applica il proprio spirito agli insegnamenti dei maggiori, senza trascurarli per pigrizia, e senza disprezzarli per superbia.
3. Con la prudenza, come abbiamo visto, non si comanda solo agli altri, ma anche a se stessi. Ed ecco perché essa si trova anche nei sudditi: la cui prudenza richiede la docilità. Sebbene gli stessi superiori in certe cose debbano esser docili: poiché in fatto di prudenza nessuno, come abbiamo visto, può in tutto bastare a se stesso.

ARTICOLO 4

Se la solerzia sia una parte della prudenza

SEMBRA che la solerzia non sia una parte della prudenza. Infatti:
1. La solerzia, a detta di Aristotele, ha il compito di trovare facilmente i termini medi nelle dimostrazioni. La prudenza invece non è essenzialmente dimostrativa: avendo per oggetto cose contingenti. Quindi la solerzia non appartiene alla prudenza.
2. Alla prudenza, dice il Filosofo, appartiene il ben deliberare. Ma nel ben deliberare non c'entra la solerzia, la quale a suo dire è "una certa eustochia", cioè "una buona congettura" che è "rapida e senza ragionamento; mentre il deliberare richiede molto tempo". Dunque la solerzia non deve considerarsi parte della prudenza.
3. La solerzia, si è detto, è "una buona congettura". Ma è proprio dei retori servirsi di congetture. Dunque la solerzia appartiene più alla retorica che alla prudenza.

IN CONTRARIO: Scrive S. Isidoro: "Sollecito suona solerte e citus", cioè veloce. Ora, la sollecitudine, come abbiamo visto, appartiene alla prudenza. Quindi anche la solerzia.

RISPONDO: È proprio della persona prudente avere la giusta valutazione delle azioni da compiere. Ora, in campo pratico come in campo speculativo la giusta valutazione, od opinione si acquista in due maniere: primo, scoprendo le cose da se stessi; secondo, imparandole da altri. Ora, come la docilità ha il compito di ben disporci nell'acquisto della retta opinione da altri; così la solerzia ha il compito di ben disporci ad acquistare la retta valutazione da noi stessi. Però in tal caso la solerzia va presa per eustochia, di cui è parte. Infatti l'eustochia è la capacità di ben congetturare su qualsiasi argomento: invece la solerzia, a detta di Aristotele, è "una facile e pronta congettura relativa alla scoperta del termine medio". Però quel filosofo che ha elencato la solerzia tra le parti della prudenza la prende come eustochia in generale: ecco perché può affermare che "la solerzia è una disposizione con la quale all'improvviso uno scopre ciò che conviene".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La solerzia è fatta per scoprire il termine medio non solo in campo speculativo, ma anche in campo pratico. Uno, p. es., vedendo che alcuni sono diventati amici, subito sospetta che siano nemici della medesima persona, come nota Aristotele. E in tale modo la solerzia può appartenere alla prudenza.
2. Il Filosofo per dimostrare che l'eubulia, cioè l'abilità di ben deliberare, non è l'eustochia, il cui merito sta nel vedere prontamente ciò che occorre, porta questo giusto argomento: uno può essere bravo nel deliberare anche se nel deliberare è esageratamente lento. Questo però non esclude che la buona capacità di congetturare non valga a ben deliberare. Anzi talora è indispensabile: cioè quando si richiede di compiere qualcosa all'improvviso. Perciò giustamente tra le parti della prudenza si trova la solerzia.
3. Anche la retorica si occupa delle azioni umane. Perciò niente impedisce che una medesima cosa appartenga alla retorica e alla prudenza. Tuttavia le congetture di cui ora parliamo non sono le stesse di cui si servono i retori: ma si tratta di congetture che in qualsiasi modo servono all'uomo per intuire la verità.

ARTICOLO 5

Se la ragione sia da considerarsi parte della prudenza

SEMBRA che la ragione non si debba considerare come parte della prudenza. Infatti:
1. Il soggetto di un accidente non può essere parte di esso. Ma la prudenza ha nella ragione il proprio subietto, come Aristotele insegna. Dunque la ragione non può considerarsi una parte della prudenza.
2. Ciò che è comune a più cose non deve considerarsi parte di una di esse: oppure deve considerarsi parte di quella cui maggiormente conviene. Ora, la ragione è necessaria in tutte le virtù intellettuali: specialmente nella sapienza e nella scienza, che usano la ragione dimostrativa. Perciò la ragione non va posta tra le parti della prudenza.
3. La ragione, come abbiamo spiegato, non differisce essenzialmente dall'intelletto. Perciò, se già l'intelletto è tra le parti della prudenza, è superfluo aggiungervi la ragione.

IN CONTRARIO: Macrobio, seguendo Plotino, enumera la ragione tra le parti della prudenza.

RISPONDO: A detta del Filosofo, "compito della persona prudente è ben deliberare". Ora, la deliberazione è una ricerca che partendo da certi dati si volge verso altri. E questo è compito della ragione. Perciò per la prudenza si richiede che l'uomo sia capace di ben raziocinare. E poiché le cose che si richiedono alla perfezione della prudenza si denominano parti integranti di essa, ecco che la ragione va enumerata tra le parti della prudenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La ragione di cui ora parliamo non è la facoltà stessa della ragione, ma il buon uso di essa.
2. La certezza della ragione dipende dall'intelletto, mentre il bisogno della ragione dipende da una deficienza di esso: infatti gli esseri, in cui la potenza intellettiva è nel suo pieno vigore, come sono Dio e gli angeli, non hanno bisogno della ragione, ma comprendono la verità col loro semplice intuito. Ora, le azioni particolari, sottoposte alla guida della prudenza, si allontanano in modo particolare dalla condizione delle cose intelligibili: e tanto maggiormente, quanto più sono incerte e indeterminate. Infatti le opere dell'arte, sebbene siano dei singolari, tuttavia sono più determinate e più certe: cosicché in molte di esse non c'è bisogno di deliberare, come nota Aristotele. Perciò sebbene nelle altre virtù intellettuali la ragione sia più certa che nella prudenza, tuttavia per la prudenza specialmente si richiede che l'uomo sia capace di ben raziocinare, in modo da poter applicare a dovere i principi universali alle cose particolari, che sono varie ed incerte.
3. Sebbene l'intelletto e la ragione non siano facoltà diverse, tuttavia vengono denominati da atti diversi: infatti il termine intelletto è desunto dall'intima penetrazione della verità; mentre ragione deriva dalla ricerca e dal processo discorsivo. Ecco perché, come abbiamo detto, tutti e due sono ricordati tra le parti della prudenza.

ARTICOLO 6

Se la previdenza si debba elencare tra le parti della prudenza

SEMBRA che la previdenza non si debba elencare tra le parti della prudenza. Infatti:
1. Nessuna cosa è parte di se stessa. Ora, la previdenza non sembra essere altro che la prudenza: poiché, a detta di S. Isidoro, "prudente suona quasi porro videns (chi vede lontano)", e Boezio dà la stessa etimologia per il termine previdenza. Dunque la previdenza non è parte della prudenza.
2. La prudenza è soltanto pratica. Invece la previdenza può essere anche speculativa: poiché la visione, da cui il termine previdenza deriva, appartiene più all'ordine speculativo che a quello pratico. Perciò la previdenza non è una parte della prudenza.
3. L'atto principale della prudenza è il comando, e quelli secondari sono il giudizio e la deliberazione. Ora, niente di tutto questo si trova implicito propriamente nel termine previdenza. Dunque la previdenza non è una parte della prudenza.

IN CONTRARIO: Ci sono le affermazioni di Cicerone e di Macrobio, i quali, come abbiamo visto, mettono la previdenza tra le parti della prudenza.

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, la prudenza propriamente ha per oggetto i mezzi ordinati al fine; e il suo compito specifico consiste nell'ordinarli al debito fine. E sebbene alla previdenza o provvidenza divina siano soggette anche le cose che sono necessarie a un dato fine, tuttavia alla prudenza umana sono soggette soltanto le azioni contingenti, che l'uomo può compiere per un fine. Ora, le azioni passate hanno già raggiunto una certa necessità: perché ormai è impossibile che quanto è stato fatto non sia. Così pure le cose presenti hanno anch'esse una necessità in quanto tali: infatti mentre Socrate siede è necessario che sieda. Perciò appartengono alla prudenza i soli atti contingenti futuri, in quanto sono ordinabili dall'uomo al fine della vita umana. Ebbene nel termine previdenza sono indicate queste due cose: infatti la previdenza implica rapporto con qualche cosa di distante, a cui devono essere ordinate le cose che capitano al presente. Dunque la previdenza è una parte della prudenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando per una cosa si richiedono più elementi, è necessario che uno di essi sia il principale, cui gli altri sono ordinati. Cosicché in ogni tutto è necessario che vi sia una parte formale e predominante, dalla quale il tutto riceve la sua unità. E in tale senso la previdenza è la principale tra le parti della prudenza: perché tutti gli altri requisiti sono necessari per ordinare qualche cosa al debito fine. Ecco perché il nome stesso di prudenza deriva dalla previdenza, come dalla sua parte principale.
2. La speculazione ha per oggetto entità universali e necessarie, e queste di suo non sono distanti, essendo dovunque e sempre: sebbene siano lontane rispetto a noi, in quanto siamo impari alla loro conoscenza. Perciò la previdenza non ha luogo propriamente in campo speculativo, ma solo in campo pratico.
3. Nel retto ordine al fine, incluso nel concetto di previdenza, è implicata la rettitudine della deliberazione, del giudizio e del comando, senza i quali è inconcepibile il retto ordine al fine.

ARTICOLO 7

Se la circospezione sia da enumerarsi tra le parti della prudenza

SEMBRA che la circospezione non sia da enumerarsi tra le parti della prudenza. Infatti:
1. La circospezione non è che un esame delle circostanze. Ora, queste sono infinite, e quindi non possono essere comprese dalla ragione, in cui risiede la prudenza. Dunque la circospezione non si deve considerare come parte della prudenza.
2. Le circostanze interessano più le virtù morali che la prudenza. Ma la circospezione non è che un controllo delle circostanze. Dunque la circospezione appartiene più alle virtù morali che alla prudenza.
3. Chi può scorgere le cose lontane, a maggior ragione è capace di vedere le cose che sono intorno. Ora, con la previdenza uno è capace di scorgere le cose lontane. Quindi la medesima basta per osservare quelle che sono intorno. Perciò non era necessario mettere tra le parti della prudenza la circospezione, oltre la previdenza.

IN CONTRARIO: Basta la riferita affermazione di Macrobio.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, la prudenza ha il compito principale di ordinare le cose al loro fine. E questo non si può compiere onestamente, se il fine non è buono, e se il mezzo ordinato al fine non è buono e proporzionato al fine. Ora, siccome la prudenza, e lo abbiamo già spiegato, ha per oggetto le azioni particolari da compiere, in cui concorrono molte cose, può capitare che un'azione considerata in se stessa sia buona e proporzionata al fine, e tuttavia venga resa cattiva e non indicata per il fine a motivo degli elementi che vi concorrono. Mostrare ad uno, p. es., dei segni di affetto, di suo è fatto per averne l'amore; ma se l'animo di costui è prevenuto dalla superbia o dal sospetto di essere adulato, questo non potrà giovare allo scopo. Perciò per la prudenza si richiede la circospezione: in modo che uno, nell'ordinare una cosa al suo fine, tenga presente anche le circostanze.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene le circostanze pensabili possono essere infinite, tuttavia le circostanze attuali non sono infinite: e sono poche quelle che variano il giudizio della ragione sulle azioni da compiere.
2. Le circostanze interessano la prudenza in quanto esigono di essere determinate: mentre interessano le virtù morali in quanto queste devono la loro perfezione alla determinazione delle circostanze.
3. Come spetta alla previdenza scorgere ciò che è proporzionato al fine, così spetta alla circospezione considerare se una cosa sia proporzionata al fine in rapporto alle circostanze. Sia l'una che l'altra operazione infatti presentano speciali difficoltà. Ecco perché si considerano due parti distinte della prudenza.

ARTICOLO 8

Se la cautela sia da considerarsi parte della prudenza

SEMBRA che la cautela non sia da considerarsi come parte della prudenza. Infatti:
1. Nelle cose in cui non può esserci il male la cautela non è necessaria. Ora, a detta di S. Agostino, "nessuno si serve malamente delle virtù". Quindi la cautela non può trovarsi nella prudenza, che è la guida di esse.
2. Spetta alla medesima disposizione predisporre il bene e cautelarsi contro il male: come appartiene alla medesima arte produrre la guarigione e curare la malattia. Ma predisporre il bene appartiene alla previdenza. Dunque anche cautelarsi contro il male. Perciò la cautela non è da considerarsi come parte della prudenza, distinta dalla previdenza.
3. Nessuna persona prudente ha di mira l'impossibile. Ora, nessuno può premunirsi da tutti i mali che possono capitare. Quindi la cautela non appartiene alla prudenza.

IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive agli Efesini: "State attenti a camminare con cautela".

RISPONDO: Le cose di cui si occupa la prudenza sono le azioni contingenti eseguibili, nelle quali può esserci mescolanza di bene e di male come di vero e di falso, per la varietà di codeste operazioni, in cui spesso il bene è impedito dal male, e il male può avere l'aspetto di bene. Perciò la prudenza deve armarsi di cautela, in modo da cogliere il bene, evitando il male.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In morale la cautela è necessaria non per guardarsi dagli atti di virtù: ma per cautelarsi da ciò che potrebbe impedire codesti atti.
2. Perseguire il bene e premunirsi dal male contrario parte dallo stesso principio. Ma evitare certi ostacoli esterni appartiene a un'altra funzione. Ecco perché la cautela è distinta dalla previdenza, sebbene siano parti di una stessa virtù.
3. Tra i mali che l'uomo deve evitare alcuni capitano nella maggior parte dei casi. E questi possono essere abbracciati dalla ragione. E contro di essi è ordinata la cautela, per evitarli del tutto, o per renderli meno nocivi. Altri invece capitano di rado e casualmente. E questi, essendo infiniti, sfuggono alla ragione, e l'uomo non può cautelarsi efficacemente da essi: sebbene la prudenza prepari l'uomo a subire meno gravemente i colpi della fortuna.