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Questione 49
Le parti integranti della prudenza
Ed eccoci a trattare delle singole parti così dette integranti della prudenza.
Sull'argomento s'impongono otto temi distinti: 1. Memoria; 2. Intelletto,
o intelligenza; 3. Docilità; 4. Solerzia; 5. Ragione; 6. Previdenza;
7. Circospezione; 8. Cautela.
ARTICOLO
1
Se la memoria sia tra le parti della prudenza
SEMBRA che la memoria non sia tra le parti della prudenza. Infatti.
1. Come il Filosofo dimostra, la memoria è nella parte sensitiva
dell'anima. La prudenza invece, stando a ciò che egli afferma nell'Etica,
è nella parte razionale. Dunque la memoria non è una delle parti della prudenza.
2. La prudenza si acquista e si accresce con l'esercizio. Ora, la
memoria è innata in noi per natura. Quindi non è tra le parti della prudenza.
3. La memoria ha per oggetto le cose passate. La prudenza invece
mira alle azioni future, che sono oggetto di deliberazione, come
dice Aristotele. Dunque la memoria non costituisce una parte della prudenza.
IN CONTRARIO: Cicerone mette la memoria tra le parti della prudenza.
RISPONDO: La prudenza ha per oggetto le azioni da compiere, come
abbiamo notato. Ora, in codesto campo l'uomo non può essere guidato
da quanto è vero in senso assoluto e necessario, ma da ciò che
avviene nella maggior parte dei casi: infatti è necessario che i
principi siano proporzionati alle conclusioni, e le conclusioni ai
principi, come scrive Aristotele. Ma ciò che è vero nella maggior
parte dei casi va determinato dall'esperienza; infatti il Filosofo
afferma, che "le virtù intellettuali ricevono origine e incremento
dall'esperienza e dal tempo". Ora, l'esperienza nasce da una somma
di ricordi, come spiega Aristotele. Perciò per la prudenza si richiede
la memoria, o il ricordo di più cose. E quindi giustamente
la memoria è posta tra le parti della prudenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Stando alle cose già dette, la prudenza
applica la conoscenza astratta ai casi particolari che sono oggetto
del senso; ecco perché la prudenza richiede molte cose che
rientrano nella parte sensitiva. E tra queste c'è la memoria.
2. Come la prudenza, pur avendo una base naturale, riceve il suo
sviluppo dall'esercizio, o dalla grazia, così, a detta di Cicerone, la
memoria non si esplica soltanto sulla base della natura, ma molto
riceve dall'arte e dall'industria personale. Quattro sono gli accorgimenti
con i quali l'uomo sviluppa la propria capacità mnemonica.
Primo, rivestendo le cose che vuole ricordare di immagini
adatte, e tuttavia non troppo ordinarie: perché le cose straordinarie
destano in noi più meraviglia, e quindi l'animo vi si applica
con più forza; e da ciò deriva che ricordiamo meglio quanto abbiamo
visto nell'infanzia. E questa ricerca di somiglianze o di immagini è necessaria,
perché le idee semplici e spirituali svaniscono
più facilmente dall'anima, se non sono legate in qualche modo a
delle immagini corporee: poiché la conoscenza umana è più adatta
per le cose sensibili. Ecco perché la memoria si riscontra nella parte
sensitiva. - Secondo, è necessario che quanto l'uomo vuole tenere
a memoria lo disponga ordinatamente nel suo pensiero, in modo
da passare facilmente da un ricordo ad un altro. Ecco perché il
Filosofo afferma: "Le reminiscenze talora prendono lo spunto dal
luogo; e questo perché facilmente si passa da un luogo a un altro". - Terzo,
è necessario che uno si applichi con sollecitudine e con
affetto a quanto vuol ricordare: poiché più una cosa è impressa profondamente
nell'animo, meno si cancella. Infatti Cicerone ha
scritto nella Retorica, che "la sollecitudine conserva intatte le immagini
delle cose rappresentate". - Quarto, le cose che ci preme
ricordare bisogna ripensarle spesso. Ecco perché il Filosofo afferma,
che "i pensieri assidui salvano la memoria": poiché, com'egli
si esprime, "la consuetudine è come una seconda natura"; ed ecco
perché subito ricordiamo le cose che spesso abbiamo pensato, passando
dall'una all'altra quasi seguendo un ordine naturale.
3. Noi siamo costretti a regolarci sulle azioni future partendo dal
passato. Ecco perché la memoria, o ricordo del passato è necessaria
per ben deliberare sulle azioni future.
ARTICOLO
2
Se l'intelletto sia tra le parti della prudenza
SEMBRA che l'intelletto non sia una delle parti della prudenza. Infatti:
1. Di
due opposti l'uno non può essere parte dell'altro. Ora, l'intelletto,
come dice Aristotele, è una virtù intellettuale distinta in
opposizione alla prudenza. Dunque l'intelletto non si deve considerare
come parte della prudenza.
2. L'intelletto, come abbiamo visto sopra, è tra i doni dello Spirito
Santo, e corrisponde alla fede. Ma la prudenza, ed è chiaro da
quanto precede, non s'identifica con la fede. Quindi l'intelletto non
appartiene alla prudenza.
3. La prudenza, a detta di Aristotele, ha per oggetto le azioni
singolari da compiere. L'intelletto invece è fatto per conoscere gli
universali astratti dalla materia, come nota il medesimo autore.
Perciò l'intelletto non è tra le parti della prudenza.
IN CONTRARIO: Cicerone mette
l'"intelligenza" tra le parti della
prudenza, e Macrobio l'"intelletto", che è poi la stessa cosa.
RISPONDO: L'intelletto, di cui ora parliamo, non è la potenza intellettiva,
ma la giusta nozione di un termine, o principio, che si
considera come per sé noto: cioè nel senso che parliamo d'intelletto
a proposito dei primi principi della dimostrazione. Ora, qualsiasi
deduzione razionale procede da determinate nozioni che si
prendono come dati primordiali. Ecco perché qualsiasi processo razionale
parte da un intelletto. E poiché la prudenza è la retta ragione
delle azioni da compiere, è necessario che tutto il processo
della prudenza derivi da un intelletto (o intuizione). Ed ecco perché
l'intelletto è ricordato tra le parti della prudenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prudenza termina, come in una
conclusione, in un'azione particolare da compiere, alla quale applica,
come abbiamo detto, una mozione universale. Ora, una conclusione
particolare si deduce da due proposizioni, una universale,
l'altra particolare. Perciò la prudenza deve derivare da due intuizioni,
o intelletti: di cui la prima ha per oggetto gli universali.
E ciò appartiene all'intelletto che è una delle virtù intellettuali: poiché
per natura ci sono noti, come abbiamo visto, non solo i primi principi universali di
ordine speculativo, ma anche quelli pratici,
p. es., che "non si deve fare del male a nessuno". - C'è poi una
seconda intuizione, o intelletto, la quale, a detta di Aristotele, ha
per oggetto un "termine", cioè un primo dato singolare e contingente
da compiere, vale a dire la minore del sillogismo, che nel
processo razionale della prudenza deve essere singolare, come abbiamo detto.
Questo primo dato concreto o singolare è un fine particolare,
come nota lo stesso Aristotele. Perciò l'intelletto che troviamo
tra le parti della prudenza è il giusto apprezzamento di un fine particolare.
2. L'intelletto che troviamo tra i doni dello Spirito Santo è, come
abbiamo detto, un'acuta percezione delle cose divine. Ben diverso
è l'intelletto che abbiamo descritto come parte della prudenza.
3. L'intuizione giusta di un fine particolare viene denominata
intelletto in quanto ha per oggetto un principio; e senso in quanto
ha per oggetto un singolare. A questo accenna il Filosofo nell'Etica,
quando scrive: "Dei singolari bisogna avere un senso; e questo è
l'intelletto". Parole queste che non si riferiscono ai sensi particolari
con i quali conosciamo i sensibili propri; ma al senso interno
col quale giudichiamo i singolari.
ARTICOLO
3
Se la docilità sia da considerarsi come parte della prudenza
SEMBRA che la docilità non debba considerarsi come parte della
prudenza. Infatti:
1. Ciò che si richiede per tutte le virtù intellettuali non dev'essere
attribuito in proprio a qualcuna di esse. Ma la docilità è necessaria
a tutte le virtù intellettuali. Perciò non dev'essere considerata
come parte della prudenza.
2. Quanto appartiene alle umane virtù deve dipendere da noi:
poiché siamo lodati o biasimati in base a ciò che dipende da noi.
Ora, esser docili non è in nostro potere, ma dipende da certe disposizioni
naturali. Dunque non è una parte della prudenza.
3. La docilità appartiene al discepolo: La prudenza invece, essendo
precettiva, appartiene piuttosto ai maestri, i quali sono anche
chiamati precettori. Perciò la docilità non è tra le parti della prudenza.
IN CONTRARIO: Macrobio, seguendo Plotino, mette la docilità tra
le parti della prudenza.
RISPONDO: La prudenza, come abbiamo detto, ha di mira le azioni
particolari da compiere. E poiché queste sono quasi infinitamente
varie, non è possibile che un uomo possa considerarle in tutti i
loro aspetti, e in pochi momenti, ma si richiede molto tempo. Perciò
specialmente nelle cose relative alla prudenza l'uomo ha bisogno
di essere istruito da altri: e soprattutto dai vecchi, che hanno
un'esatta comprensione dei fini nell'ordine dell'agire umano. Ecco
perché il Filosofo afferma: "Bisogna por mente alle osservazioni
ed opinioni indimostrate degli uomini esperti e vecchi e saggi non
meno che alle dimostrazioni; poiché l'esperienza fa loro scorgere
i principi". Nella Scrittura poi si legge: "Non appoggiarti sulla
tua prudenza"; e ancora: "Stai nella compagnia dei vegliardi prudenti,
e unisciti di cuore alla loro sapienza". Ora, il fatto che uno
è ben disposto a farsi istruire appartiene alla docilità. E quindi è
giusto che la docilità sia elencata tra le parti della prudenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene la docilità sia utile per
qualsiasi virtù intellettuale, tuttavia serve specialmente alla prudenza,
per le ragioni indicate.
2. La docilità, come le altre cose che riguardano la prudenza,
quanto all'attitudine deriva dalla natura: ma il suo completo sviluppo
dipende dall'impegno personale, in quanto uno con premura,
con frequenza e riverenza applica il proprio spirito agli insegnamenti
dei maggiori, senza trascurarli per pigrizia, e senza disprezzarli
per superbia.
3. Con la prudenza, come abbiamo visto, non si comanda solo
agli altri, ma anche a se stessi. Ed ecco perché essa si trova anche
nei sudditi: la cui prudenza richiede la docilità. Sebbene gli stessi
superiori in certe cose debbano esser docili: poiché in fatto di prudenza
nessuno, come abbiamo visto, può in tutto bastare a se stesso.
ARTICOLO
4
Se la solerzia sia una parte della prudenza
SEMBRA che la solerzia non sia una parte della prudenza. Infatti:
1. La solerzia, a detta di Aristotele, ha il compito di trovare facilmente
i termini medi nelle dimostrazioni. La prudenza invece non
è essenzialmente dimostrativa: avendo per oggetto cose contingenti.
Quindi la solerzia non appartiene alla prudenza.
2. Alla prudenza, dice il Filosofo, appartiene il ben deliberare. Ma
nel ben deliberare non c'entra la solerzia, la quale a suo dire è "una certa
eustochia", cioè "una buona congettura" che è
"rapida
e senza ragionamento; mentre il deliberare richiede molto tempo". Dunque la solerzia non deve considerarsi parte della prudenza.
3. La solerzia, si è detto, è
"una buona congettura". Ma è proprio
dei retori servirsi di congetture. Dunque la solerzia appartiene
più alla retorica che alla prudenza.
IN CONTRARIO: Scrive S. Isidoro:
"Sollecito suona solerte e citus",
cioè veloce. Ora, la sollecitudine, come abbiamo visto, appartiene
alla prudenza. Quindi anche la solerzia.
RISPONDO: È proprio della persona prudente avere la giusta valutazione
delle azioni da compiere. Ora, in campo pratico come in
campo speculativo la giusta valutazione, od opinione si acquista in
due maniere: primo, scoprendo le cose da se stessi; secondo, imparandole
da altri. Ora, come la docilità ha il compito di ben disporci
nell'acquisto della retta opinione da altri; così la solerzia ha
il compito di ben disporci ad acquistare la retta valutazione da noi
stessi. Però in tal caso la solerzia va presa per eustochia, di cui
è parte. Infatti l'eustochia è la capacità di ben congetturare su
qualsiasi argomento: invece la solerzia, a detta di Aristotele, è "una facile e pronta congettura relativa alla scoperta del termine
medio". Però quel filosofo che ha elencato la solerzia tra le parti
della prudenza la prende come eustochia in generale: ecco perché
può affermare che "la solerzia è una disposizione con la quale all'improvviso
uno scopre ciò che conviene".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La solerzia è fatta per scoprire il
termine medio non solo in campo speculativo, ma anche in campo
pratico. Uno, p. es., vedendo che alcuni sono diventati amici, subito
sospetta che siano nemici della medesima persona, come nota
Aristotele. E in tale modo la solerzia può appartenere alla prudenza.
2. Il Filosofo per dimostrare che l'eubulia, cioè l'abilità di ben
deliberare, non è l'eustochia, il cui merito sta nel vedere prontamente
ciò che occorre, porta questo giusto argomento: uno può
essere bravo nel deliberare anche se nel deliberare è esageratamente
lento. Questo però non esclude che la buona capacità di congetturare
non valga a ben deliberare. Anzi talora è indispensabile:
cioè quando si richiede di compiere qualcosa all'improvviso. Perciò
giustamente tra le parti della prudenza si trova la solerzia.
3. Anche la retorica si occupa delle azioni umane. Perciò niente
impedisce che una medesima cosa appartenga alla retorica e alla
prudenza. Tuttavia le congetture di cui ora parliamo non sono le
stesse di cui si servono i retori: ma si tratta di congetture che in
qualsiasi modo servono all'uomo per intuire la verità.
ARTICOLO
5
Se la ragione sia da considerarsi parte della prudenza
SEMBRA che la ragione non si debba considerare come parte della
prudenza. Infatti:
1. Il soggetto di un accidente non può essere parte di esso. Ma
la prudenza ha nella ragione il proprio subietto, come Aristotele
insegna. Dunque la ragione non può considerarsi una parte della prudenza.
2. Ciò che è comune a più cose non deve considerarsi parte di
una di esse: oppure deve considerarsi parte di quella cui maggiormente
conviene. Ora, la ragione è necessaria in tutte le virtù intellettuali:
specialmente nella sapienza e nella scienza, che usano la
ragione dimostrativa. Perciò la ragione non va posta tra le parti della prudenza.
3. La ragione, come abbiamo spiegato, non differisce essenzialmente
dall'intelletto. Perciò, se già l'intelletto è tra le parti della
prudenza, è superfluo aggiungervi la ragione.
IN CONTRARIO: Macrobio, seguendo Plotino, enumera la ragione tra
le parti della prudenza.
RISPONDO: A detta del Filosofo,
"compito della persona prudente
è ben deliberare". Ora, la deliberazione è una ricerca che partendo
da certi dati si volge verso altri. E questo è compito della ragione.
Perciò per la prudenza si richiede che l'uomo sia capace di ben
raziocinare. E poiché le cose che si richiedono alla perfezione della
prudenza si denominano parti integranti di essa, ecco che la ragione
va enumerata tra le parti della prudenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La ragione di cui ora parliamo non
è la facoltà stessa della ragione, ma il buon uso di essa.
2. La certezza della ragione dipende dall'intelletto, mentre il bisogno
della ragione dipende da una deficienza di esso: infatti gli
esseri, in cui la potenza intellettiva è nel suo pieno vigore, come
sono Dio e gli angeli, non hanno bisogno della ragione, ma comprendono
la verità col loro semplice intuito. Ora, le azioni particolari,
sottoposte alla guida della prudenza, si allontanano in modo
particolare dalla condizione delle cose intelligibili: e tanto maggiormente,
quanto più sono incerte e indeterminate. Infatti le opere
dell'arte, sebbene siano dei singolari, tuttavia sono più determinate
e più certe: cosicché in molte di esse non c'è bisogno di deliberare,
come nota Aristotele. Perciò sebbene nelle altre virtù intellettuali
la ragione sia più certa che nella prudenza, tuttavia per la prudenza
specialmente si richiede che l'uomo sia capace di ben raziocinare,
in modo da poter applicare a dovere i principi universali alle cose
particolari, che sono varie ed incerte.
3. Sebbene l'intelletto e la ragione non siano facoltà diverse, tuttavia
vengono denominati da atti diversi: infatti il termine intelletto è
desunto dall'intima penetrazione della verità; mentre ragione
deriva dalla ricerca e dal processo discorsivo. Ecco perché,
come abbiamo detto, tutti e due sono ricordati tra le parti della prudenza.
ARTICOLO
6
Se la previdenza si debba elencare tra le parti della prudenza
SEMBRA che la previdenza non si debba elencare tra le parti della
prudenza. Infatti:
1. Nessuna cosa è parte di se stessa. Ora, la previdenza non sembra
essere altro che la prudenza: poiché, a detta di S. Isidoro, "prudente suona quasi porro videns (chi vede
lontano)", e Boezio
dà la stessa etimologia per il termine previdenza. Dunque la previdenza
non è parte della prudenza.
2. La prudenza è soltanto pratica. Invece la previdenza può essere
anche speculativa: poiché la visione, da cui il termine previdenza
deriva, appartiene più all'ordine speculativo che a quello
pratico. Perciò la previdenza non è una parte della prudenza.
3. L'atto principale della prudenza è il comando, e quelli secondari
sono il giudizio e la deliberazione. Ora, niente di tutto questo
si trova implicito propriamente nel termine previdenza. Dunque
la previdenza non è una parte della prudenza.
IN CONTRARIO: Ci sono le affermazioni di Cicerone e di Macrobio,
i quali, come abbiamo visto, mettono la previdenza tra le parti della prudenza.
RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, la prudenza propriamente
ha per oggetto i mezzi ordinati al fine; e il suo compito specifico
consiste nell'ordinarli al debito fine. E sebbene alla previdenza o
provvidenza divina siano soggette anche le cose che sono necessarie
a un dato fine, tuttavia alla prudenza umana sono soggette soltanto
le azioni contingenti, che l'uomo può compiere per un fine. Ora, le
azioni passate hanno già raggiunto una certa necessità: perché ormai è
impossibile che quanto è stato fatto non sia. Così pure le
cose presenti hanno anch'esse una necessità in quanto tali: infatti
mentre Socrate siede è necessario che sieda. Perciò appartengono
alla prudenza i soli atti contingenti futuri, in quanto sono
ordinabili dall'uomo al fine della vita umana. Ebbene nel termine
previdenza sono indicate queste due cose: infatti la previdenza implica
rapporto con qualche cosa di distante, a cui devono essere
ordinate le cose che capitano al presente. Dunque la previdenza è
una parte della prudenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando per una cosa si richiedono
più elementi, è necessario che uno di essi sia il principale, cui
gli altri sono ordinati. Cosicché in ogni tutto è necessario che vi
sia una parte formale e predominante, dalla quale il tutto riceve
la sua unità. E in tale senso la previdenza è la principale tra le
parti della prudenza: perché tutti gli altri requisiti sono necessari
per ordinare qualche cosa al debito fine. Ecco perché il nome stesso
di prudenza deriva dalla previdenza, come dalla sua parte principale.
2. La speculazione ha per oggetto entità universali e necessarie,
e queste di suo non sono distanti, essendo dovunque e sempre:
sebbene siano lontane rispetto a noi, in quanto siamo impari
alla loro conoscenza. Perciò la previdenza non ha luogo propriamente
in campo speculativo, ma solo in campo pratico.
3. Nel retto ordine al fine, incluso nel concetto di previdenza, è
implicata la rettitudine della deliberazione, del giudizio e del comando,
senza i quali è inconcepibile il retto ordine al fine.
ARTICOLO
7
Se la circospezione sia da enumerarsi tra le parti della prudenza
SEMBRA che la circospezione non sia da enumerarsi tra le parti
della prudenza. Infatti:
1. La circospezione
non è che un esame delle circostanze. Ora,
queste sono infinite, e quindi non possono essere comprese dalla
ragione, in cui risiede la prudenza. Dunque la circospezione non
si deve considerare come parte della prudenza.
2. Le circostanze interessano più le virtù morali che la prudenza.
Ma la circospezione non è che un controllo delle circostanze.
Dunque la circospezione appartiene più alle virtù morali
che alla prudenza.
3. Chi può scorgere le cose lontane, a maggior ragione è capace
di vedere le cose che sono intorno. Ora, con la previdenza uno è
capace di scorgere le cose lontane. Quindi la medesima basta per
osservare quelle che sono intorno. Perciò non era necessario mettere tra
le parti della prudenza la circospezione, oltre la previdenza.
IN CONTRARIO: Basta la riferita affermazione di Macrobio.
RISPONDO: Come abbiamo già detto, la prudenza ha il compito
principale di ordinare le cose al loro fine. E questo non si può
compiere onestamente, se il fine non è buono, e se il mezzo ordinato
al fine non è buono e proporzionato al fine. Ora, siccome la
prudenza, e lo abbiamo già spiegato, ha per oggetto le azioni particolari
da compiere, in cui concorrono molte cose, può capitare
che un'azione considerata in se stessa sia buona e proporzionata
al fine, e tuttavia venga resa cattiva e non indicata per il fine a
motivo degli elementi che vi concorrono. Mostrare ad uno, p. es.,
dei segni di affetto, di suo è fatto per averne l'amore; ma se l'animo
di costui è prevenuto dalla superbia o dal sospetto di essere
adulato, questo non potrà giovare allo scopo. Perciò per la prudenza
si richiede la circospezione: in modo che uno, nell'ordinare
una cosa al suo fine, tenga presente anche le circostanze.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene le circostanze pensabili
possono essere infinite, tuttavia le circostanze attuali non sono
infinite: e sono poche quelle che variano il giudizio della ragione
sulle azioni da compiere.
2. Le circostanze interessano la prudenza in quanto esigono di
essere determinate: mentre interessano le virtù morali in quanto
queste devono la loro perfezione alla determinazione delle circostanze.
3. Come spetta alla previdenza scorgere ciò che è proporzionato
al fine, così spetta alla circospezione considerare se una cosa sia
proporzionata al fine in rapporto alle circostanze. Sia l'una che
l'altra operazione infatti presentano speciali difficoltà. Ecco perché
si considerano due parti distinte della prudenza.
ARTICOLO
8
Se la cautela sia da considerarsi parte della prudenza
SEMBRA che la cautela non sia da considerarsi come parte della
prudenza. Infatti:
1. Nelle cose in cui
non può esserci il male la cautela non è necessaria.
Ora, a detta di S. Agostino, "nessuno si serve malamente
delle virtù". Quindi la cautela non può trovarsi nella prudenza,
che è la guida di esse.
2. Spetta alla medesima disposizione predisporre il bene
e cautelarsi
contro il male: come appartiene alla medesima arte produrre
la guarigione e curare la malattia. Ma predisporre il bene
appartiene alla previdenza. Dunque anche cautelarsi contro il
male. Perciò la cautela non è da considerarsi come parte della
prudenza, distinta dalla previdenza.
3. Nessuna persona prudente ha di mira l'impossibile. Ora, nessuno
può premunirsi da tutti i mali che possono capitare. Quindi
la cautela non appartiene alla prudenza.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive agli Efesini:
"State attenti a
camminare con cautela".
RISPONDO: Le cose di cui si occupa la prudenza sono le azioni
contingenti eseguibili, nelle quali può esserci mescolanza di bene
e di male come di vero e di falso, per la varietà di codeste operazioni,
in cui spesso il bene è impedito dal male, e il male può avere
l'aspetto di bene. Perciò la prudenza deve armarsi di cautela, in
modo da cogliere il bene, evitando il male.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In morale la cautela è necessaria
non per guardarsi dagli atti di virtù: ma per cautelarsi da ciò
che potrebbe impedire codesti atti.
2. Perseguire il bene e premunirsi dal male contrario parte dallo
stesso principio. Ma evitare certi ostacoli esterni appartiene a
un'altra funzione. Ecco perché la cautela è distinta dalla previdenza,
sebbene siano parti di una stessa virtù.
3. Tra i mali che l'uomo deve evitare alcuni capitano nella maggior
parte dei casi. E questi possono essere abbracciati dalla ragione.
E contro di essi è ordinata la cautela, per evitarli del tutto,
o per renderli meno nocivi. Altri invece capitano di rado e casualmente.
E questi, essendo infiniti, sfuggono alla ragione, e l'uomo
non può cautelarsi efficacemente da essi: sebbene la prudenza
prepari l'uomo a subire meno gravemente i colpi della fortuna.
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