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Questione 47
La prudenza in se stessa
Dopo aver trattato delle virtù teologali, nel passare alle virtù
cardinali dobbiamo innanzi tutto interessarci della prudenza. Primo,
della prudenza in se stessa; secondo, delle sue parti; terzo,
del dono corrispondente; quarto, dei vizi opposti; quinto, dei precetti
che la riguardano.
Sul primo argomento si pongono sedici quesiti: 1. Se la prudenza
risieda nella volontà, o nella ragione; 2. Se risieda nella
sola ragione pratica, o anche in quella speculativa; 3. Se sia fatta
per conoscere i singolari; 4. Se sia una virtù; 5. Se sia una virtù
specificamente distinta; 6. Se abbia il compito di prestabilire il
fine alle virtù morali; 7. Se abbia quello di trovare il giusto mezzo;
8. Se il suo atto specifico sia quello di comandare l'azione; 9. Se
la sollecitudine, o vigilanza, appartenga alla prudenza; 10. Se la
prudenza si estenda al governo della collettività; 11. Se la prudenza
relativa al proprio bene sia della medesima specie di quella
che abbraccia il bene comune; 12. Se la prudenza si trovi nei
sudditi, o soltanto nei superiori; 13. Se si trovi nei cattivi; 14.
Se si trovi in tutti i buoni; 15. Se in noi sia innata; 16. Se si possa
perdere per dimenticanza.
ARTICOLO
1
Se la prudenza risieda nelle facoltà conoscitive, o in quelle appetitive
SEMBRA che la prudenza non risieda nelle facoltà conoscitive, ma
in quelle appetitive. Infatti:
1. S. Agostino ha scritto:
"La prudenza è un amore che sceglie
con sagacia le cose giovevoli in mezzo a quelle che potrebbero nuocere". Ma l'amore non risiede nelle facoltà conoscitive, bensì
in quelle appetitive. Lo stesso, dunque, vale per la prudenza.
2. Come appare dalla definizione suddetta, la prudenza ha il
compito di "scegliere con sagacia". Ora, noi abbiamo già dimostrato
che l'elezione è un atto della potenza appetitiva. Perciò la
prudenza non risiede in una facoltà conoscitiva, ma in una facoltà appetitiva.
3. Il Filosofo nota, che
"nell'arte è preferibile chi pecca volontariamente:
mentre nella prudenza come nelle altre virtù è
meno preferibile". Ora, le virtù morali di cui egli parla sono nella
parte appetitiva, l'arte invece è nella ragione. Quindi la prudenza è
più nella parte appetitiva che nella ragione.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"La prudenza è la conoscenza
delle cose da perseguire e da evitare".
RISPONDO: Come dice S. Isidoro,
"prudente suona quasi porro videns (lungimirante): egli
infatti è perspicace, e prevede gli eventi
nelle cose incerte". Ora, il vedere non è un atto delle facoltà appetitive,
ma conoscitive. È perciò evidente che la prudenza appartiene
direttamente a una facoltà conoscitiva. Non però a una potenza sensitiva: perché con tali potenze si conoscono soltanto le
cose vicine e che si presentano ai sensi. Invece conoscere le cose
future dal presente o dal passato, come fa la prudenza, è proprio
della ragione: perché questo richiede dei confronti. Perciò rimane
stabilito che la prudenza propriamente è nella ragione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come sopra abbiamo detto, la volontà
muove tutte le potenze ai loro atti. D'altra parte abbiamo
visto che il primo atto della potenza appetitiva è l'amore. Ecco
perché si dice che la prudenza è "amore"; non già essenzialmente,
ma perché l'amore muove all'atto della prudenza. Perciò
S. Agostino aggiunge nel passo citato, che "la prudenza è un
amore che sa ben distinguere le cose che giovano per tendere a
Dio da quelle che potrebbero impedirlo". Ma si dice che l'amore
distingue, in quanto muove la ragione a distinguere.
2. La persona prudente considera le cose lontane in quanto valgono
a favorire, o ad impedire gli atti che devono essere compiuti
in seguito. Perciò è evidente che le cose considerate dalla prudenza
sono ordinate ad altre come mezzi al fine. Ora, i mezzi sono nella
ragione oggetto della deliberazione, o consiglio, e nell'appetito
sono oggetto dell'elezione. Ma di queste due cose appartiene più
propriamente alla prudenza la deliberazione; poiché, come dice il
Filosofo, il prudente "è colui che sa ben deliberare". Siccome però
l'elezione, o scelta, presuppone la deliberazione, essendo essa, a
detta di Aristotele, "un appetito previamente deliberato", anche
l'elezione si può di riflesso attribuire alla prudenza, in quanto
questa guida la scelta mediante la deliberazione.
3. Il pregio della prudenza non consiste nella sola considerazione,
ma nell'applicazione all'atto, che è il fine della ragione pratica.
Perciò se in questo capita una mancanza, contrasta sommamente
con la prudenza: perché come il fine è in ogni genere di cose l'elemento
più importante, così una mancanza relativa al fine è sempre la più grave.
Ecco perché il Filosofo aggiunge nel passo citato
che la prudenza "non è accompagnata soltanto dalla ragione",
come l'arte: essa infatti si applica all'azione, il che richiede la volontà.
ARTICOLO
2
Se la prudenza appartenga solo alla ragione pratica, oppure anche
a quella speculativa
SEMBRA che la prudenza non appartenga solo alla ragione pratica,
ma anche a quella speculativa. Infatti:
1. Nei Proverbi si legge:
"Sapienza è per l'uomo la prudenza".
Ma la sapienza consiste principalmente nella contemplazione.
Quindi anche la prudenza.
2. S. Ambrogio ha scritto:
"La prudenza s'interessa dell'investigazione
del vero, e infonde il desiderio di una maggiore conoscenza".
Ora, questo appartiene alla ragione speculativa. Dunque
la prudenza interessa anche la ragione speculativa.
3. Il Filosofo mette nella medesima parte dell'anima l'arte e la
prudenza. Ora, l'arte non è soltanto nella ragione pratica, ma
anche in quella speculativa: il che è evidente per le arti liberali.
Perciò anche la prudenza è insieme pratica e speculativa.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che la prudenza è la retta ragione
delle azioni da compiere. Ora, questo è compito esclusivo
della ragion pratica. Dunque la prudenza non si trova che nella ragion pratica.
RISPONDO: Come dice il Filosofo,
"è proprio del prudente saper deliberare". Ma la deliberazione ha di mira ciò che noi dobbiamo
fare in ordine a un fine. Ora, la natura di ciò che si deve fare per
un fine è di ordine pratico. Perciò è evidente che la prudenza interessa
soltanto la ragione pratica.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La sapienza, come sopra abbiamo
detto, considera direttamente la causa suprema. Perciò la considerazione
della causa più alta, in qualsiasi ordine di cose, appartiene
alla sapienza ad esso relativa. Ora, nell'ordine degli atti umani
la causa più alta è il fine universale di tutta la vita. La prudenza
mira precisamente a codesto fine: il Filosofo infatti fa notare che,
come quando uno sa usar bene la ragione per un fine particolare,
mettiamo per la vittoria militare, si dice che egli è prudente, però
non in senso assoluto, ma in codesto campo, cioè nelle cose militari;
così quando uno sa usar bene la ragione per vivere onestamente,
si dice che è prudente in senso assoluto. È chiaro quindi
che la prudenza è la sapienza delle cose umane; ma non è sapienza
in senso assoluto, perché non ha di mira la causa suprema in
senso assoluto; riguardando essa il bene dell'uomo, il quale non
è la realtà più eccellente. Ecco perché in quel testo si dice espressamente
che la prudenza è "sapienza per l'uomo", ma non sapienza in senso assoluto.
2. S. Ambrogio e lo stesso Cicerone usano il termine prudenza
in senso lato, per qualsiasi conoscenza, sia speculativa che pratica.
Sebbene si possa rispondere che lo stesso atto della ragione speculativa,
in quanto volontario, è oggetto dell'elezione e della deliberazione
nel suo esercizio, e quindi della prudenza. Esso invece,
sfugge alla deliberazione e alla prudenza nei suoi elementi specifici
imposti dall'oggetto, che sono le verità necessarie.
3. Qualsiasi applicazione della retta ragione a cose fattibili appartiene all'arte.
Invece alla prudenza non appartiene che l'applicarsi
della retta ragione alle cose che sono oggetto di deliberazione.
Tali sono le cose in cui non esistono vie ben determinate
per giungere al fine, come dice Aristotele. E poiché la ragione speculativa
produce, o fa delle cose, come sillogismo, proposizioni, ecc.,
in cui si procede secondo vie certe e determinate; ne viene che rispetto
ad esse si può salvare il concetto di arte, ma non quello di
prudenza. Ecco perché si può trovare un'arte, ma non una prudenza speculativa.
ARTICOLO
3
Se la prudenza sia fatta per conoscere i singolari
SEMBRA che la prudenza non sia fatta per conoscere i singolari.
Infatti:
1. La prudenza, come abbiamo visto, risiede nella ragione. Ma,
a detta di Aristotele, "la ragione è degli universali". Dunque la
prudenza non è fatta per conoscere altro che gli universali.
2. I singolari sono infiniti. Ma la ragione non può abbracciare
cose infinite. Dunque la prudenza, che è retta ragione, non ha per
oggetto i singolari.
3. I singolari sono conosciuti mediante i sensi. Ma la prudenza
non è nei sensi: infatti molti, pur avendo i sensi esterni perspicaci,
non sono prudenti. Dunque la prudenza non è fatta per conoscere i singolari.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"la prudenza non si limita
agli universali, ma deve conoscere anche i singolari".
RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, compito della prudenza
non è soltanto la considerazione della ragione, ma anche l'applicazione
di essa all'opera, che è il fine della ragione pratica. Ora,
nessuno può applicare una cosa a un'altra senza conoscerle entrambe,
cioè la cosa da applicare e quella cui va applicata. Ma le
azioni umane sono tra i singolari. Quindi è necessario che la persona
prudente conosca i principi universali della ragione, e conosca
pure i singolari di cui si occupano le operazioni.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La ragione ha come oggetto primo
e principale gli universali: essa tuttavia ha la capacità di applicare
le ragioni universali ai singolari (infatti le conclusioni dei
sillogismi non sono soltanto universali, ma anche particolari); perché
l'intelletto, come nota Aristotele, mediante la riflessione si
estende fino alla materia.
2. Proprio perché la ragione umana non è in grado di abbracciare
l'infinità dei singolari, "sono malsicuri i nostri divisamenti",
come dice la Scrittura. Tuttavia mediante l'esperienza i singolari
infiniti si riducono ad alcune determinate situazioni che capitano
d'ordinario, e la cui conoscenza è sufficiente per la prudenza umana.
3. Come nota il Filosofo, la prudenza non consiste nei sensi
esterni, con i quali conosciamo i sensibili propri: ma nei sensi
interni, addestrati dalla memoria e dall'esperimento a giudicare
prontamente dei vari dati dell'esperienza. Non già che la prudenza
abbia la sua sede principale nei sensi interni: ché principalmente
risiede nella ragione, raggiunge però codesta conoscenza sensitiva
applicandosi all'opera.
ARTICOLO
4
Se la prudenza sia una virtù
SEMBRA che la prudenza non sia una virtù. Infatti:
1. S. Agostino afferma che la prudenza è
"la scienza delle cose
da desiderare e da fuggire". Ma la scienza si contrappone alla virtù,
stando ad Aristotele. Dunque la prudenza non è una virtù.
2. La virtù di una virtù non esiste. Invece
"c'è una virtù dell'arte",
come nota Aristotele. Quindi l'arte non è una virtù. Ora,
nell'arte si riscontra la prudenza; poiché di Iram si legge nei Paralipomeni,
che sapeva "fare intagli di ogni sorta, e inventare
con prudenza qualsiasi cosa che occorra". Dunque la prudenza non è una virtù.
3. Una virtù non può mai essere esagerata. Invece può esserlo la prudenza,
altrimenti sarebbe inutile l'ammonimento dei Proverbi: "Moderati
nella tua prudenza". Perciò la prudenza non è una virtù.
IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna che prudenza, temperanza, fortezza
e giustizia sono quattro virtù.
RISPONDO: Come abbiamo visto nel trattato delle virtù in generale,
"la virtù è
una qualità che rende buono chi la possiede, e
buona l'azione che egli compie". Ora, una cosa può essere buona
in due maniere: primo, materialmente in quanto indica un soggetto
buono; secondo, formalmente, perché lo considera sotto
l'aspetto della bontà. Ebbene, la cosa buona come tale è oggetto
dell'appetito. Perciò gli abiti che servono a dare una retta considerazione
della ragione, senza riferimento alla rettitudine dell'appetito,
hanno meno l'aspetto di virtù, perché si limitano a perseguire
materialmente il bene, essi cioè non mirano al bene sotto
l'aspetto di bene; hanno invece un aspetto più marcato di virtù
quegli abiti i quali hanno di mira la rettitudine dell'appetito, perché
non considerano il bene soltanto materialmente, ma anche
formalmente, cioè il bene in quanto bene. Ora, alla prudenza, come
abbiamo detto, spetta l'applicazione della retta ragione all'opera,
il che è impossibile senza la rettitudine dell'appetito. Perciò la
prudenza non ha soltanto l'aspetto di virtù comune alle altre virtù
intellettuali; ma ha anche quello delle virtù morali, tra le quali viene enumerata.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino in quel testo prende il
termine scienza in senso lato, per qualsiasi retto uso della ragione.
2. Il Filosofo afferma che c'è una virtù dell'arte, perché l'arte
non implica la rettitudine dell'appetito; e quindi perché uno usi
onestamente dell'arte si richiede che abbia la virtù che dà la rettitudine
dell'appetito. Invece la prudenza non interviene nelle funzioni
proprie dell'arte: sia perché le arti sono ordinate a dei fini
particolari, sia perché l'arte ha dei mezzi ben determinati per raggiungere il fine.
Tuttavia si dice per analogia che uno compie con
prudenza le funzioni dell'arte; infatti in alcune arti, per l'incertezza
dei mezzi adatti a raggiungere il fine, è necessaria una deliberazione,
come avviene, a detta di Aristotele, per la medicina e la navigazione.
3. Quel detto del Savio non va inteso nel senso che dev'esser moderata
la prudenza; ma che bisogna moderare le altre cose secondo la prudenza.
ARTICOLO
5
Se la prudenza sia una virtù specificamente distinta
SEMBRA che la prudenza non sia una virtù specificamente distinta. Infatti:
1. Nessuna
virtù specifica può trovarsi nella definizione generica
della virtù. Ora, la prudenza si trova nella definizione generica
della virtù; poiché in Aristotele si legge, che la virtù "è un abito
elettivo consistente nel giusto mezzo definito rispetto a noi dalla
ragione, come l'uomo saggio lo determinerebbe". D'altra parte la
retta ragione è determinata in base alla prudenza, stando allo
stesso Aristotele. Dunque la prudenza non è una virtù specificamente distinta.
2. Il Filosofo insegna, che
"la virtù morale ci fa tendere al fine,
mentre la prudenza ci fa usare i mezzi per conseguirlo". Ma in
qualsiasi virtù si devono usare dei mezzi per raggiungere il fine.
Perciò la prudenza si riscontra in qualsiasi virtù. Quindi non è
una virtù specifica.
3. Una virtù specifica ha un oggetto specifico, essendo essa, a
detta di Aristotele, la retta ragione delle azioni da compiere; e
d'altra parte gli atti di tutte le virtù sono azioni da compiere. Dunque
la prudenza non è una virtù specifica.
IN CONTRARIO: Sta il fatto che la prudenza è ben distinta ed enumerata
tra le altre virtù; si legge infatti nella Sapienza: "Insegna
la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza".
RISPONDO: Gli abiti e gli atti, come abbiamo già visto, ricevono
la loro specie dall'oggetto. Perciò è necessario che l'abito al quale
corrisponde un oggetto specificamente distinto sia un abito specificamente
distinto: e se è buono, si tratta di una virtù specifica.
Ora, un oggetto specifico non si desume dalla materiale considerazione
di esso, ma piuttosto dal suo aspetto formale, come dicemmo
in precedenza: infatti una medesima cosa può interessare
l'atto di molti abiti, o persino di molte potenze, sotto aspetti diversi.
E si sa che per la diversità delle potenze si richiede una
maggiore diversità di oggetti che per determinare una distinzione
di abiti: poiché in una potenza possono esserci più abiti, come
sopra abbiamo spiegato. Perciò una diversità di oggetti formali
che distingue le potenze a maggior ragione distingue gli abiti.
Si deve quindi concludere che la prudenza, avendo sede nella
ragione, è distinta dalle altre virtù intellettuali secondo la materiale
diversità degli oggetti. Infatti sapienza, scienza e intelletto
spaziano nel campo del necessario; mentre arte e prudenza hanno
per oggetto la realtà contingente: l'arte però si occupa delle cose
da produrre, le quali si attuano nella materia esterna, come la
casa, il coltello e simili; la prudenza invece si occupa delle azioni
da compiere, le quali si attuano nell'agente medesimo, come sopra
abbiamo visto. Però la prudenza si distingue dalle virtù morali
in base alla ragione formale delle rispettive potenze, e cioè:
della potenza intellettiva, in cui risiede la prudenza, e della potenza
appetitiva, in cui risiedono le virtù morali. Perciò è evidente
che la prudenza è una speciale virtù, distinta da tutte le altre.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La definizione suddetta non è riferita
alla virtù in genere, ma alla virtù morale. E nella definizione
di quest'ultima è giusto ricordare quella virtù intellettuale,
ossia la prudenza, che ha in comune con essa la materia: poiché
come il soggetto della virtù morale è qualche cosa che partecipa
della ragione, così la virtù morale ha ragione di virtù in quanto
partecipa di una virtù intellettuale.
2. Il secondo argomento dimostra che la prudenza influisce su
tutte le virtù e coopera con esse. Ma questo non basta per dimostrare
che non è una speciale virtù: perché niente impedisce che
in un dato genere di cose vi sia una specie la quale in qualche
modo influisce su tutte le specie di esso: il sole, p. es., influisce in
qualche modo su tutti i corpi.
3. Le azioni da compiere sono materia della prudenza in quanto
sono oggetto della ragione, cioè sotto l'aspetto di verità. Ma sono
materia delle virtù morali in quanto sono oggetto della potenza
appetitiva, cioè sotto l'aspetto di bene.
ARTICOLO
6
Se la prudenza prestabilisca il fine alle virtù morali
SEMBRA che la prudenza prestabilisca il fine alle virtù morali.
Infatti:
1. La prudenza sta alle virtù morali come la ragione sta alle
potenze appetitive, poiché la prudenza risiede nella ragione, mentre
le virtù morali risiedono nell'appetito. Ma la ragione prestabilisce
il fine alla potenza appetitiva. Dunque la prudenza prestabilisce
il fine alle virtù morali.
2. L'uomo trascende gli esseri irragionevoli per la ragione, mentre
per il resto comunica con essi. Perciò le altre facoltà dell'uomo
stanno alla ragione come l'uomo sta alle creature irragionevoli.
Ora, a detta di Aristotele, l'uomo è il fine delle creature
prive di ragione. Quindi tutte le altre parti dell'uomo hanno il
loro fine nella ragione. Ma la prudenza è, come abbiamo visto, la
retta ragione delle azioni da compiere. Dunque tutte le azioni da
compiere sono ordinate alla prudenza come al loro fine. E quindi
questa prestabilisce il fine a tutte le virtù morali.
3. È proprio della virtù, dell'arte o della potenza cui appartiene
il fine comandare alle altre virtù, o alle altre arti cui appartengono i mezzi.
Ma la prudenza dispone delle altre virtù morali e le comanda.
Dunque essa ne prestabilisce il fine.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"la virtù morale dà la
rettitudine all'intenzione del fine, e la prudenza ai mezzi ordinati
al fine". Perciò alla prudenza non spetta prestabilire il fine alle
virtù morali, ma solo disporre i mezzi ordinati al fine.
RISPONDO: Fine delle virtù morali è il bene umano. Ora, il bene
dell'anima umana consiste nell'essere conforme alla ragione, come
spiega Dionigi. Perciò è necessario che nella ragione preesistano
i fini delle virtù morali. E quindi, come nella ragione speculativa
ci sono dei principi per sé noti, di cui si occupa (l'abito naturale
de) l'intelletto, e verità conosciute mediatamente, cioè le conclusioni,
che formano l'oggetto della scienza: così nella ragione pratica
preesistono alcuni dati quali principi noti per natura, e sono
i fini delle virtù morali; poiché il fine in campo pratico è quello
che sono i principi in campo speculativo, come sopra abbiamo visto;
e ci sono nella ragion pratica degli elementi in qualità di
conclusioni, e sono i mezzi ordinati al fine, e che si desiderano
in vista del fine. Essi formano appunto l'oggetto della prudenza,
mediante l'applicazione dei principi universali alle particolari
conclusioni delle azioni da compiere. Perciò alla prudenza non
spetta prestabilire il fine delle virtù morali, ma solo predisporre
i mezzi in ordine al fine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alle virtù morali prestabilisce il
fine la ragione naturale, denominata sinderesi, come abbiamo
visto nella Prima Parte; non già la prudenza, per le ragioni esposte.
2. È così risolta anche la seconda difficoltà.
3. Il fine appartiene alle virtù morali, non perché esse lo prestabiliscono:
ma perché tendono al fine prestabilito dalla ragione
naturale. E a raggiungerlo sono aiutate dalla prudenza, che prepara
loro la via, disponendo i mezzi opportuni. Perciò la prudenza è
superiore alle virtù morali e le comanda. La sinderesi
però comanda la prudenza, come l'intelletto dei primi principi comanda la scienza.
ARTICOLO
7
Se la prudenza abbia il compito di trovare il giusto mezzo nelle virtù morali
SEMBRA che la prudenza non abbia il compito di trovare il giusto
mezzo nelle virtù morali. Infatti:
1. Raggiungere il giusto mezzo è il fine delle virtù morali. Ma
la prudenza non prestabilisce il fine delle virtù morali, come ora
abbiamo visto. Dunque non tocca ad essa trovare il giusto mezzo.
2. Le cose esistenti per se stesse non hanno causa, ma il loro
essere è causa di se stesso: perché ogni cosa si dice che esiste in
forza della propria causa. Ora, alla virtù morale conviene per se
stessa di trovarsi nel giusto mezzo, trattandosi di un elemento
posto nella sua definizione, come abbiamo già notato. Perciò il
giusto mezzo delle virtù morali non è causato dalla prudenza.
3. La prudenza agisce conforme alla ragione. Invece le virtù
morali tendono al giusto mezzo conformandosi alla natura: poiché,
come scrive Cicerone, "la virtù è un abito conforme alla natura
e consentaneo alla ragione". Dunque la prudenza non stabilisce
il giusto mezzo nelle virtù morali.
IN CONTRARIO: Nella definizione della virtù morale, che sopra
abbiamo riferito, è detto che essa "consiste nel giusto mezzo definito
rispetto a noi dalla ragione, come l'uomo saggio lo determinerebbe".
RISPONDO: Conformarsi alla retta ragione è il fine proprio di
ogni virtù morale: infatti la temperanza tende a far sì che l'uomo
non si allontani dalla ragione mosso dalla concupiscenza; e così
la fortezza mira a non scostarsi dalla ragione sotto la spinta del
timore o dell'audacia. E codesto fine per l'uomo è prestabilito conforme
alla ragione naturale: infatti la ragione naturale suggerisce
a tutti di agire secondo ragione. Ma determinare il modo e
gli espedienti per raggiungere il giusto mezzo nell'operare spetta
alla prudenza. Infatti sebbene raggiungere il giusto mezzo sia
il fine delle virtù morali, tuttavia codesto mezzo può trovarsi soltanto
mediante la retta disposizione di quanto è ordinato al fine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È così risolta anche la prima difficoltà.
2. Come nell'ordine di natura l'agente si limita a produrre la
forma nella materia, senza produrre con questo le proprietà di
codesta forma; così la prudenza stabilisce il giusto mezzo nelle
passioni e nelle azioni umane, senza determinare per questo che
sia una proprietà delle virtù morali la ricerca del giusto mezzo.
3. La virtù morale tende al giusto mezzo come vi tende natura.
Siccome però il giusto mezzo non si presenta identico in tutti i
casi, non basta l'inclinazione della natura, la quale opera sempre
allo stesso modo, ma si richiede la prudenza.
ARTICOLO
8
Se comandare sia l'atto principale della prudenza
SEMBRA che comandare non sia l'atto principale della prudenza. Infatti:
1. Il
comandare ha di mira le opere buone da compiere. Ora,
S. Agostino stabilisce come atto della prudenza "il premunirsi
contro le insidie". Dunque comandare non è l'atto principale della prudenza.
2. Il Filosofo scrive, che
"è proprio della persona prudente saper
ben deliberare". Ma da quanto abbiamo detto risulta che deliberare
e comandare non sono la stessa cosa. Perciò l'atto principale
della prudenza non è quello di comandare.
3. Comandare, o imperare appartiene alla volontà, la quale,
avendo per oggetto il fine, muove le altre facoltà dell'anima. Ma
la prudenza non è nella volontà, bensì nella ragione. Dunque l'atto
della prudenza non è comandare.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"la prudenza è imperativa".
RISPONDO: La prudenza è la retta ragione delle azioni da compiere,
come sopra abbiamo detto. Perciò è necessario che l'atto
principale della prudenza sia l'atto principale della ragione rispetto
alle azioni da compiere. Ora, tre sono in proposito gli atti
della ragione. Il primo è l'atto del deliberare: il quale appartiene
alla ricerca, poiché deliberare equivale a cercare, come sopra abbiamo visto.
Il secondo atto consiste nel giudicare le cose escogitate:
e di ciò si occupa la ragione speculativa. Mentre la ragione
pratica, ordinata all'azione, procede oltre, e si ha il terzo atto che
consiste nel comandare: il quale atto si riduce ad applicare le
cose deliberate e giudicate all'operazione. E poiché codesto atto
è più prossimo al fine della ragion pratica, esso è l'atto principale
di codesta ragione, e quindi della prudenza.
Segno ne sia che la perfezione dell'arte consiste nel giudizio e
non nel comando. Cosicché viene considerato un artista migliore
quello che nella sua arte sbaglia volontariamente, conservando
così la rettitudine del giudizio, piuttosto che l'artista il quale sbaglia
senza volere, per un errore di giudizio. Invece nella prudenza
avviene il contrario, come dice Aristotele: infatti chi sbaglia volontariamente
ha meno prudenza di chi pecca involontariamente,
appunto perché manca nell'atto principale della prudenza, che è il comando.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'atto del comandare si estende,
sia alla prosecuzione del bene che alla fuga del male. - Tuttavia
S. Agostino non attribuisce alla prudenza "il premunirsi contro
le insidie" come atto principale; ma solo perché codesto atto della
prudenza viene a cessare nella patria.
2. La bontà della deliberazione è richiesta per ben applicare all'opera le
deliberazioni escogitate. Perciò proprio della prudenza,
fatta per ben deliberare, è l'atto del comando.
3. Di suo muovere appartiene alla volontà. Ma il comandare implica
la mozione secondo un certo ordine. Esso perciò è un atto
della ragione, come sopra abbiamo dimostrato.
ARTICOLO
9
Se la sollecitudine sia una proprietà della prudenza
SEMBRA che la sollecitudine non sia una proprietà della prudenza. Infatti:
1. La
sollecitudine implica una certa inquietudine: ecco perché
S. Isidoro insegna che "sollecito si denomina chi è inquieto".
Ora, il movimento è attribuito specialmente alle potenze appetitive.
Perciò anche la sollecitudine. Ma la prudenza non risiede in
una potenza appetitiva, bensì nella ragione, come abbiamo visto.
Dunque la sollecitudine non appartiene alla prudenza.
2. La sollecitudine ha come suo contrario la certezza della verità.
Si narra infatti nel Libro dei Re che Samuele disse a Saul: "In quanto
alle asine, smarrite tre giorni fa, non essere sollecito,
perché furono trovate". Ora, la prudenza esige la certezza della
verità, essendo una virtù intellettuale. Perciò la sollecitudine,
lungi dall'essere una proprietà della prudenza, è una dote contraria.
3. Il Filosofo insegna che spetta al magnanimo
"esser pigro
ed ozioso". Ora, la sollecitudine è il contrario della pigrizia. E
poiché la prudenza non si contrappone alla magnanimità, perché
un bene non è mai contrario a un altro bene; è chiaro che la
sollecitudine non è una proprietà della prudenza.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Siate prudenti e vigilate nella preghiera".
Ma la vigilanza s'identifica con la sollecitudine. Dunque
la sollecitudine appartiene alla prudenza.
RISPONDO: Spiega S. Isidoro, che
"sollecito suona solers citus (solerte veloce)"; per il fatto che uno per una certa solerzia dell'animo è veloce
nell'intraprendere le cose da farsi. E questo
è proprio della prudenza, il cui atto principale è comandare azioni
deliberate e giudicate in precedenza. Ecco perché il Filosofo ha
scritto, che "bisogna eseguire prontamente quanto si è deliberato,
mentre si deve deliberare con lentezza". E per questo la sollecitudine
appartiene propriamente alla prudenza. Ed ecco perché
S. Agostino insegna, che "spetta alla prudenza far la guardia con
somma vigilanza, perché con l'insinuarsi dei cattivi consigli un
po' per volta non restiamo ingannati".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il moto appartiene alla potenza
appetitiva come a un principio motore: però sotto la direzione e il
comando della ragione, in cui viene a inserirsi la sollecitudine.
2. Come nota il Filosofo,
"non si deve cercare in tutte le cose
una certezza assoluta, ma quanta ne permette la natura di ciascuna materia". E siccome materia della prudenza sono i singolari contingenti,
di cui s'interessano le azioni umane, la certezza
della prudenza non può esser tanta da eliminare ogni sollecitudine.
3. Si dice che il magnanimo è
"pigro e ozioso", non perché non
è sollecito di niente: ma perché non è troppo sollecito di molte
cose, avendo egli fiducia di quanto bisogna attendere fiduciosamente,
e non se ne preoccupa in modo eccessivo. Infatti l'eccesso
di sollecitudine deriva da un eccesso di timore e di diffidenza;
poiché il timore dispone al consiglio, come abbiamo detto sopra
parlando di codesta passione.
ARTICOLO
10
Se la prudenza si estenda al governo della collettività
SEMBRA che la prudenza non si estenda al governo della collettività,
ma al solo governo di se stessi. Infatti:
1. Il Filosofo
scrive che la virtù relativa al bene comune è la giustizia.
Ma la prudenza differisce dalla giustizia. Dunque la
prudenza non si riferisce al bene comune.
2. Prudente è colui che cerca e fa del bene a se stesso. Spesso
invece quelli che cercano il bene comune trascurano il bene proprio.
Dunque non sono prudenti.
3. La prudenza viene aumentata con la temperanza e con la
fortezza. Ma temperanza e fortezza sembrano limitate al bene proprio.
Perciò anche la prudenza.
IN CONTRARIO: Il Signore ha detto:
"Qual è mai quel servo fedele
e prudente, che il padrone ha messo a capo della sua famiglia?".
RISPONDO: Come il Filosofo ricorda, alcuni ritenevano che la
prudenza non si estenda al bene comune, ma soltanto al bene privato.
E questo perché erano persuasi che un uomo non fosse tenuto
a cercare altro che il proprio bene. Ma questa persuasione è
incompatibile con la carità, la quale, a detta di S. Paolo, "non
cerca il proprio vantaggio". E quindi l'Apostolo diceva di se
stesso: "Non cerco il mio vantaggio, ma quello di molti, affinché
siano salvi". Del resto ciò ripugna anche alla retta ragione, la
quale ritiene che il bene comune sia superiore al bene individuale.
E poiché spetta alla prudenza deliberare, giudicare e comandare
rettamente i mezzi che servono per raggiungere il debito fine, è
chiaro che la prudenza non s'interessa soltanto del bene privato di un uomo
singolo, ma anche del bene di tutta la collettività.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo parla qui della virtù
morale. Ora, come ogni virtù morale in rapporto al bene comune
si denomina giustizia legale, così la prudenza in rapporto al bene
comune si chiama politica: cosicché la politica sta alla giustizia
legale, come la prudenza ordinaria sta alla virtù morale.
2. Chi cerca il bene comune di una collettività cerca indirettamente
il proprio bene; e questo per due motivi. Primo, perché il
bene proprio non può sussistere senza il bene comune della famiglia,
della città, o del regno. Ecco perché gli antichi romani,
come narra Valerio Massimo, "preferivano essere poveri in un
impero ricco, che essere ricchi in un impero povero". - Secondo,
perché essendo un uomo parte della famiglia o dello stato, nel
valutare il proprio bene con prudenza, deve farlo in base al bene
della collettività: infatti la buona disposizione della parte risulta
dal suo rapporto col tutto; poiché come dice S. Agostino, "una
parte che non armonizza col tutto è deforme".
3. Anche la temperanza e la fortezza possono riferirsi al bene
comune: per questo Aristotele afferma che sui loro atti vertono i
precetti della legge. Tuttavia vi si riferiscono maggiormente la
prudenza e la giustizia, che interessano la parte razionale, cui
appartengono direttamente le cose comuni o universali, come alla
parte sensitiva appartengono i singolari.
ARTICOLO
11
Se la prudenza relativa al bene proprio sia specificamente identica
con quella che si estende al bene comune
SEMBRA che la prudenza relativa al bene proprio sia specificamente
identica con quella che si estende al bene comune. Infatti:
1. Il Filosofo
afferma, che "politica e prudenza sono il medesimo
abito, però la loro essenza non è la stessa".
2. Nella Politica il Filosofo insegna, che
"identica è la virtù
dell'uomo onesto e del buon principe". Ma la politica risiede specialmente
nel principe, nel quale si trova come arte architettonica.
Perciò, siccome la prudenza è una virtù dell'uomo onesto,
prudenza e politica devono essere il medesimo abito.
3. Due cose che sono ordinate l'una all'altra non possono diversificare
la specie o l'essenza di un abito. Ora, il bene proprio,
oggetto della prudenza ordinaria, è ordinato al bene comune che
appartiene alla politica. Dunque politica e prudenza non differiscono
nella specie e neppure quanto all'essenza dell'abito.
IN CONTRARIO: La scienza politica, che è ordinata al bene comune
dello stato, quella economica, che si occupa del bene comune
della casa o della famiglia, e quella monastica, che si occupa
del bene di una persona singola, sono scienze diverse. Dunque per
la stessa ragione sono diverse le specie della prudenza secondo
questa diversità di materia.
RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, le specie degli abiti si distinguono
secondo la diversità dell'oggetto, che va considerata in
base alla ragione formale di esso. Ora, la ragione formale di
tutto ciò che è ordinato al fine si desume dal fine, secondo le
spiegazioni date in precedenza. Perciò è necessario che in base
alla relazione con fini diversi nascano diverse specie di abiti. Ora,
il bene individuale, il bene familiare e il bene di una città, o di
un regno sono fini diversi. È quindi necessario che differiscano specificamente
tre tipi di prudenza, secondo la differenza di questi
tre fini: la prima è la prudenza ordinaria, che attende al bene
proprio; la seconda è la prudenza economica o domestica, che
è ordinata al bene comune della casa, o della famiglia; la terza
è la politica, la quale è ordinata al bene comune della città o del regno.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo non intende dire che
la politica è essenzialmente lo stesso abito con qualsiasi tipo di
prudenza: ma di quella prudenza che è ordinata al bene comune.
La quale può denominarsi prudenza in quanto è la retta ragione
di certe azioni da compiere: ma si denomina politica in quanto è ordinata
al bene comune.
2. Come lo stesso Filosofo aggiunge,
"all'uomo onesto spetta la
capacità di ben governare, e di ben ubbidire". Ecco perché nella
virtù dell'uomo onesto è inclusa anche la virtù del principe. Ma
la virtù di chi governa e quella del suddito sono specificamente
distinte, come pure quella del marito e della moglie, secondo il medesimo testo.
3. Fini diversi subordinati l'uno all'altro possono anch'essi diversificare
le specie degli abiti: l'equitazione, p. es., l'arte militare
e l'amministrazione civile sono arti che differiscono specificamente,
sebbene il fine dell'una sia ordinato a quello dell'altra.
Parimenti, il bene del singolo, pur essendo ordinato al bene della
collettività, tuttavia ciò non impedisce che tale diversità determini
una diversità specifica di abiti. Però da questo deriva che l'abito
ordinato al fine ultimo è più importante, e comanda gli altri abiti.
ARTICOLO
12
Se la prudenza si trovi nei sudditi, oppure solo nei superiori
SEMBRA che la prudenza non si trovi nei sudditi, ma solo nei superiori.
Infatti:
1. Il Filosofo ha scritto, che
"la prudenza è la sola virtù
propria del principe: mentre le altre virtù sono comuni ai sudditi e
ai principi. Poiché la virtù del suddito non è la prudenza, ma
la rettitudine dell'opinare".
2. Aristotele afferma, che
"lo schiavo è del tutto privo di deliberazione".
Ma la prudenza, com'egli dice nell'Etica, "ci rende
capaci di ben deliberare". Dunque la prudenza non appartiene né
agli schiavi, né ai sudditi.
3. La prudenza, come abbiamo visto, è fatta per dare comandi.
Ora, dare comandi non spetta né ai servi, né ai sudditi, ma solo
ai superiori. Dunque la prudenza non è nei sudditi, ma soltanto
nei superiori.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che due sono le specie della
prudenza politica: la prima è "istitutrice delle leggi", ed appartiene
ai principi; la seconda, che "conserva il nome generico di politica", ha per oggetto i singolari. Ora, porre in atto i singolari
appartiene anche ai sudditi. Perciò la prudenza non appartiene
soltanto ai superiori, ma anche ai sudditi.
RISPONDO: La prudenza risiede nella ragione. Ora, comandare
e governare è proprio della ragione. E quindi un uomo esige che
gli si attribuisca la ragione e la prudenza nella misura in cui partecipa
al comando e al governo. Ora, è evidente che il suddito in
quanto suddito, e il servo in quanto servo non hanno la facoltà
di comandare e di governare, ma piuttosto quella di essere comandati
e governati. Perciò la prudenza non è una virtù del servo
in quanto tale, né del suddito in quanto suddito. Qualsiasi uomo
però, siccome in quanto razionale è partecipe del comando in
forza del libero arbitrio della ragione, deve possedere una partecipazione
della prudenza. Perciò è evidente che la prudenza risiede
nel principe "in qualità di arte architettonica", come si
esprime Aristotele; mentre si trova nei sudditi "in qualità di arte
manuale".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'affermazione del Filosofo va
intesa a rigore di termine: e cioè nel senso che la virtù della prudenza
non è virtù del suddito in quanto tale.
2. Il servo è privo della facoltà di deliberare in quanto servo: infatti
in tal senso egli è strumento del suo padrone. Tuttavia
egli ha capacità di deliberare in quanto è un animale ragionevole.
3. Mediante la prudenza l'uomo non solo comanda agli altri, ma
anche a se stesso: in quanto la ragione, cioè, comanda alle potenze inferiori.
ARTICOLO
13
Se nei peccatori possa esserci la prudenza
SEMBRA che nei peccatori non manchi la prudenza. Infatti:
1. Il Signore ha detto:
"I figli di questo secolo sono, nel loro
genere, più prudenti dei figli della luce". Ma i figli di questo secolo
sono i peccatori. Dunque nei peccatori può esserci la prudenza.
2. La fede è una virtù superiore alla prudenza. Eppure la fede
può trovarsi nei peccatori. Perciò può trovarcisi anche la prudenza.
3. Come dice Aristotele,
"compito della persona prudente è soprattutto
ben deliberare". Ma molti peccatori sanno ben deliberare.
Dunque possiedono la prudenza.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma:
"È impossibile che sia prudente
chi non è buono". Ora, nessun peccatore è buono. Dunque nessun peccatore è prudente.
RISPONDO: Ci sono tre tipi di prudenza. C'è infatti una prudenza
falsa, così chiamata per analogia. Poiché, siccome è prudente chi
dispone bene le cose da compiere per un fine buono, colui che
dispone con abilità quanto occorre per un fine cattivo ha una
falsa prudenza, perché ciò che prende per fine non è un bene vero,
ma presunto: come quando si parla di un buon ladro. Infatti per
una certa analogia si può dire che è prudente quel ladro, il quale
ha indovinato la via adatta per rubare. Questa è la prudenza di
cui parla l'Apostolo, affermando: "La prudenza della carne è
morte". Essa, cioè, mette il fine ultimo nei piaceri della carne.
Il secondo tipo è una prudenza vera, perché scopre le vie adatte
per un fine veramente buono; ma è imperfetta per due motivi.
Primo, perché il bene che prende per fine non è il fine universale
di tutta la vita umana, ma quello di una particolare attività:
come quando uno trova le vie adatte per il commercio, o per la
navigazione, merita di esser chiamato commerciante o navigatore
prudente. - Secondo, perché manca nell'atto principale della prudenza:
come quando uno delibera e giudica rettamente proprio
quanto interessa tutta la vita, ma non sa imporselo, o comandarlo efficacemente.
Il terzo tipo è invece la prudenza vera e perfetta, che delibera,
giudica e comanda rettamente le cose ordinate al fine di tutta la
vita. Questa soltanto si denomina prudenza in senso assoluto. Ed
essa non può trovarsi nei peccatori. - Al contrario il primo tipo
di prudenza è solo nei peccatori. - Invece la prudenza imperfetta
è comune ai buoni e ai cattivi: specialmente quella che è imperfetta
perché volta a un fine particolare. Infatti quella che è imperfetta
per mancanza dell'atto principale è anch'essa soltanto nei cattivi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quelle parole del Signore si riferiscono
al primo tipo di prudenza. Infatti non viene detto che essi
sono prudenti in senso assoluto; ma che sono prudenti "nel loro genere".
2. La fede nel suo concetto non implica una conformità con l'appetito
del retto operare, ma consiste nella sola cognizione. Invece
la prudenza implica un rapporto con l'appetito retto. Sia perché i principi della prudenza sono i fini dell'operare, di cui uno ha la
retta valutazione mediante gli abiti delle virtù morali, che rettificano
l'appetito; cosicché la prudenza non può esistere senza le
virtù morali, come sopra abbiamo visto. Sia perché la prudenza è
fatta per comandare le buone azioni, il che non è possibile, senza
la rettitudine dell'appetito. Perciò, sebbene la fede sia superiore
alla prudenza per l'oggetto, tuttavia la prudenza è più incompatibile
col peccato, il quale deriva dalla perversione dell'appetito.
3. I peccatori possono ben deliberare per raggiungere un fine
cattivo, o qualche bene particolare: ma non per raggiungere il
bene di tutta la vita, perché essi non portano la deliberazione all'atto.
Perciò non c'è in essi la prudenza, che è volta unicamente
al bene: ma in costoro, come si esprime il Filosofo, c'è la deinotica,
cioè l'abilità naturale, che è indifferente al bene e al male; oppure
l'astuzia, che sopra abbiamo chiamato falsa prudenza, o prudenza della carne,
e che è volta unicamente al male.
ARTICOLO
14
Se la prudenza si trovi in tutti coloro che sono in grazia
SEMBRA che la prudenza non si trovi in tutti coloro che sono in grazia. Infatti:
1. La
prudenza richiede una certa accortezza nel provvedere alle
azioni da compiere. Ora, molti di coloro che sono in grazia mancano
di tale accortezza. Quindi non tutti quelli che sono in grazia possiedono la prudenza.
2. È prudente, come abbiamo detto, chi è capace di ben consigliarsi,
o deliberare. Ma non pochi di coloro che sono in grazia
sono privi di questa capacità, e hanno bisogno di essere guidati
dal consiglio altrui. Dunque non tutti coloro che sono in grazia hanno la prudenza.
3. Come scrive il Filosofo,
"non consta che i giovani siano prudenti".
Ora, molti giovani sono in grazia. Perciò la prudenza non
si riscontra in tutti quelli che hanno la grazia.
IN CONTRARIO: Nessuno ha la grazia, se non è virtuoso. Ma nessuno
può essere virtuoso se non ha la prudenza: infatti S. Gregorio
afferma, che "le altre virtù, se non eseguono con prudenza
ciò cui tendono, non possono essere virtù". Dunque tutti
coloro che sono in grazia hanno la prudenza.
RISPONDO: Le virtù sono necessariamente connesse, in modo che
chi ne possiede una deve possederle tutte, come sopra abbiamo dimostrato.
Ora, chiunque possieda la grazia possiede la carità.
Quindi è necessario che abbia tutte le altre virtù. Ed essendo la
prudenza una virtù, come abbiamo già visto, è necessario che abbia la prudenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'accortezza è di due generi. La
prima è sufficiente per le cose necessarie alla salute dell'anima. E tale
accortezza viene data a tutti coloro che sono in grazia, i quali,
a detta di S. Giovanni, "l'unzione ammaestra su tutte le cose". - La seconda
accortezza invece, più completa, fa sì che uno
possa provvedere per sé e per gli altri non solo nelle cose necessarie
alla salvezza, ma anche in tutte le altre riguardanti la vita umana.
E tale accortezza non si riscontra in tutti coloro che sono in grazia.
2. Chi ha bisogno dell'altrui consiglio sa almeno in questo provvedere
a se stesso, se è in grazia, col chiedere i consigli altrui, e
col discernere i consigli buoni da quelli cattivi.
3. La prudenza acquisita viene causata dalla ripetizione degli
atti: e quindi, a detta di Aristotele, "per nascere ha bisogno di
esperienza e di tempo". Ecco perché essa non può trovarsi nei
giovani, né come abito, né come atto. - Ma la prudenza soprannaturale viene causata dall'infusione divina. Cosicché nei bambini
battezzati privi di ragione c'è la prudenza come abito, non
però come atto; e così pure nei dementi. Invece in coloro che
hanno l'uso di ragione vi si trova anche come atto rispetto alle
cose necessarie alla salvezza: ma con l'esercizio si merita il suo
aumento fino alla perfezione, come per le altre virtù. Ecco perché
l'Apostolo diceva, che "il cibo solido è solo degli uomini fatti,
cioè di quelli che per la pratica hanno le facoltà esercitate al
discernimento del bene e del male".
ARTICOLO
15
Se la prudenza sia innata in noi per natura
SEMBRA che la prudenza sia innata in noi per natura. Infatti:
1. Il Filosofo scrive che le cose riguardanti la prudenza, cioè
la synesis, la gnome, ecc. "sembrano essere naturali": non così
invece quelle che riguardano la conoscenza speculativa. Ora, le
cose che appartengono al medesimo genere devono avere la medesima
origine. Perciò anche la prudenza è innata in noi per natura.
2. Le variazioni di età sono nell'ordine della natura. Ma la prudenza,
stando alla Scrittura, dipende dall'età: "Negli anziani risiede
la sapienza, e nella lunga vita la prudenza". Dunque la prudenza è
cosa naturale.
3. La prudenza è più dovuta alla natura umana che alla natura
degli animali bruti. Ora, in codesti animali ci sono delle prudenze
naturali, come il Filosofo insegna. Quindi la prudenza è cosa naturale.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"la virtù intellettuale deriva
per lo più dall'istruzione la sua origine e il suo sviluppo;
per cui ha bisogno di esperienza e di tempo". Ora, la prudenza è
una virtù intellettuale, come sopra abbiamo visto. Dunque la prudenza
non deriva in noi dalla natura, ma dall'istruzione e dall'esperienza.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, la prudenza include la
cognizione universale e particolare delle azioni da compiere, alle
quali l'uomo prudente applica i principi generali. Perciò rispetto
alla conoscenza universale, la prudenza e la scienza speculativa
si trovano nelle stesse condizioni. Poiché i primi principi dell'una
e dell'altra ci sono noti per natura, come sopra abbiamo detto;
sennonché i principi generali della prudenza sono per l'uomo più
naturali, come risulta dalle parole del Filosofo: "La vita conforme
alla speculazione è superiore a quella conforme alla natura umana". Invece gli altri principi universali successivi, sia della
ragione speculativa che della ragione pratica, non si hanno per
natura, ma per acquisizione mediante l'esperienza, o l'esercizio,
oppure con l'istruzione.
Invece rispetto alla conoscenza particolare di ciò che interessa
l'operazione bisogna suddistinguere. Perché un'operazione s'interessa
di una cosa considerandola, o come fine, o come mezzo.
Ora, i fini retti della vita umana sono determinati. E quindi l'inclinazione
verso di essi può essere naturale: e sopra abbiamo dimostrato
che alcuni per naturale disposizione hanno certe virtù
che danno loro una propensione verso questi fini retti, e per conseguenza
essi hanno anche per natura una retta valutazione di codesti fini.
I mezzi invece ordinati al fine nella vita umana non
sono determinati, ma sono molto vari secondo la diversità delle
persone e delle loro mansioni. Perciò, siccome l'inclinazione naturale
tende sempre a qualche cosa di determinato, codesta conoscenza
non può essere naturale per l'uomo: sebbene per naturale
disposizione uno sia più preparato di un altro al discernimento di
codeste cose; come avviene per le conclusioni delle scienze speculative.
Perciò, siccome la prudenza non ha per oggetto i fini, ma
i mezzi, secondo le spiegazioni date, la prudenza non è una virtù naturale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo qui parla degli elementi
relativi alla prudenza che si riferiscono ai fini: difatti prima
aveva detto che "i suoi principi sono il cuius gratia", cioè il fine.
Ecco perché non parla dell'eubulia, che è fatta per deliberare sui
mezzi ordinati al fine.
2. La prudenza si trova maggiormente nei vecchi non solo per la
loro naturale disposizione, conseguente al quietarsi delle passioni
dei sensi: ma anche per l'esperienza del passato.
3. Negli animali bruti le vie per giungere al fine sono determinate:
infatti vediamo che tutti gli animali di una medesima specie
agiscono allo stesso modo. Questo invece non può avvenire nell'uomo,
a motivo della sua ragione; la quale, essendo fatta per conoscere
gli universali, si può estendere a un numero infinito di singolari.
ARTICOLO
16
Se la prudenza si possa perdere per dimenticanza
SEMBRA che la prudenza si possa perdere per dimenticanza. Infatti:
1. La scienza,
avendo per oggetto il necessario, è più certa della
prudenza che ha per oggetto azioni contingenti. Ora, la scienza
si può perdere per dimenticanza. Molto più dunque la prudenza.
2. Come dice il Filosofo,
"una virtù dalle stesse azioni da cui
nasce è anche distrutta, se fatte in modo contrario". Ma per produrre
la prudenza è necessaria l'esperienza, che si fa, a detta di
Aristotele, "con molti ricordi". Perciò, siccome la dimenticanza
si contrappone alla memoria, è chiaro che la prudenza si può perdere
con la dimenticanza.
3. La prudenza esige anche la conoscenza degli universali. Ma
la conoscenza degli universali si può perdere per dimenticanza.
Quindi anche la prudenza.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"la dimenticanza colpisce
l'arte, non la prudenza".
RISPONDO: La dimenticanza interessa soltanto la conoscenza. Ecco
perché uno per dimenticanza può perdere totalmente un'arte o
una scienza, le quali si esauriscono nella ragione. La prudenza
però non si esaurisce nella sola conoscenza, ma interessa anche
l'appetito; poiché il suo atto principale, come abbiamo visto, è
il comando che consiste nell'applicare la conoscenza ai desideri e
alle operazioni. Perciò la prudenza non viene eliminata direttamente
dalla dimenticanza, ma piuttosto dalle passioni: infatti
Aristotele scrive, che "l'oggetto del piacere e della tristezza perverte
il giudizio della prudenza". Di qui le parole di Daniele: "La bellezza
ti ha sedotto, e la concupiscenza ti ha traviato il cuore";
e nell'Esodo si legge: "Non riceverai donativi, che accecano
anche i prudenti". - Tuttavia la dimenticanza può intralciare
la prudenza, in quanto questa passa a comandare partendo
da certe cognizioni, le quali possono essere distrutte dalla dimenticanza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La scienza si esaurisce nella sola
ragione. Perciò il suo caso è diverso, come abbiamo notato.
2. L'esperienza della prudenza non si acquista soltanto con la
memoria, ma anche con l'esercizio del ben operare.
3. La prudenza consiste principalmente non nella cognizione degli
universali, ma nella sua applicazione alle opere, come abbiamo notato.
Perciò la dimenticanza della conoscenza universale
non distrugge l'elemento principale della prudenza, ma le arreca
solo un intralcio, come abbiamo detto.
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