Il Santo Rosario
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Questione 45

Il dono della sapienza

Ed eccoci a trattare del dono della sapienza, che corrisponde alla carità. Prima parleremo direttamente della sapienza; quindi del vizio contrario.
Sul primo argomento si pongono sei quesiti: 1. Se la sapienza sia da elencarsi tra i doni dello Spirito Santo; 2. Quale sia la sua sede nell'anima; 3. Se la sapienza sia soltanto speculativa, oppure anche pratica; 4. Se il dono della sapienza sia compatibile col peccato mortale; 5. Se si trovi in tutti quelli che hanno la grazia santificante; 6. Quale ne sia la beatitudine corrispondente.

ARTICOLO 1

Se la sapienza sia da computarsi tra i doni dello Spirito Santo

SEMBRA che la sapienza non sia da computarsi tra i doni dello Spirito Santo. Infatti:
1. Come sopra abbiamo visto, i doni sono più perfetti delle virtù. Ma la virtù serve solo al bene: per questo S. Agostino afferma, che "nessuno usa malamente le virtù". A maggior ragione, dunque, servono solo per il bene i doni dello Spirito Santo. La sapienza invece serve anche al male. S. Girolamo infatti scrive, che una certa sapienza è "terrena, animale, diabolica". Perciò la sapienza non va enumerata tra i doni dello Spirito Santo.
2. A detta di S. Agostino, "la sapienza è la conoscenza delle cose divine". Ora, la conoscenza delle cose divine, che l'uomo può avere con le sue capacità naturali, rientra nella virtù intellettuale della sapienza; la conoscenza poi delle cose divine di ordine soprannaturale rientra nella fede che è una virtù teologale, come sopra abbiamo visto. Quindi la sapienza è più una virtù che un dono.
3. Sta scritto: "Ecco, il timore del Signore è la stessa sapienza, e il ritrarsi dal male è l'intelligenza"; e stando al testo dei Settanta, di cui si serve S. Agostino, si ha questa lezione: "Ecco, la pietà è essa stessa la sapienza". Ora, tanto il timore che la pietà sono tra i doni dello Spirito Santo. Dunque la sapienza non deve essere computata tra i doni dello Spirito Santo, come un dono distinto dagli altri.

IN CONTRARIO: Leggiamo in Isaia: "Si poserà su di lui lo Spirito del Signore, di sapienza e d'intelletto, ecc.".

RISPONDO: Come dice il Filosofo, al sapiente appartiene considerare la causa più alta, dalla quale si giudica con la massima certezza delle altre cose, e in rapporto alla quale si devono ordinare tutte le cose. Ma una causa può essere la più alta in due maniere: in senso assoluto, o in un dato genere. Perciò chi conosce la causa più alta in un dato genere, ed ha la capacità di giudicare partendo da essa tutto ciò che appartiene a codesto genere, si dice sapiente in tal genere di cose, p. es., nella medicina o nell'architettura, secondo l'espressione paolina: "da sapiente architetto ho posto il fondamento". Chi invece conosce la causa più alta in senso assoluto, cioè Dio, è sapiente in senso assoluto, avendo la capacità di giudicare o di ordinare tutte le cose mediante le leggi divine. Ma l'uomo raggiunge codesto giudizio per opera dello Spirito Santo, secondo l'affermazione di S. Paolo: "L'uomo spirituale giudica di tutto"; poiché "lo Spirito penetra tutte le cose, anche le profondità di Dio".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Una cosa può dirsi buona in due maniere. Primo, buona veramente e perfetta in senso assoluto. Secondo, si dice buono in senso improprio ciò che è perfetto nella malizia: e così, come nota il Filosofo, si parla di un "buon ladro" o di un "perfetto ladro". E come tra le cose realmente buone c'è una causa suprema, che è il sommo bene e l'ultimo fine, la cui conoscenza rende l'uomo veramente sapiente; così anche tra le cose cattive ce n'è qualcuna alla quale le altre si riferiscono come al loro ultimo fine, e la cui conoscenza rende l'uomo sapiente nel male; secondo le parole di Geremia: "Sono sapienti per fare il male, ma il bene non lo seppero fare". Questo perché chi si allontana dal debito fine deve pure prestabilirsi un fine indebito: poiché ogni agente agisce per un fine. E quindi se uno si prefigge come fine i beni terreni, si ha "una sapienza terrena"; se si prefigge i beni del corpo, si ha "una sapienza carnale"; e se si prefigge la vanagloria, si ha "una sapienza diabolica", perché imita così la superbia del diavolo, di cui si dice nella Scrittura: "È re su tutti i figli della superbia".
2. La sapienza elencata tra i doni è distinta da quella che è posta tra le virtù intellettuali. Infatti quest'ultima si acquista con lo studio: quello invece "viene dall'alto", come si esprime S. Giacomo. - Così pure è distinta dalla fede. Poiché la fede accetta la verità divina così com'è: invece è proprio del dono di sapienza giudicare secondo la verità divina. Perciò il dono di sapienza presuppone la fede: poiché, come dice Aristotele, "ciascuno giudica bene le cose che conosce".
3. La pietà, che si riferisce al culto di Dio, manifesta, sia la fede, per il fatto che con il culto di Dio protestiamo di credere, sia la sapienza. Per questo si dice che "la pietà è sapienza". Lo stesso vale per il timore. Infatti uno mostra di avere un retto giudizio delle cose divine, per il fatto che teme Dio e l'onora.

ARTICOLO 2

Se la sapienza risieda nell'intelletto

SEMBRA che la sapienza non risieda nell'intelletto. Infatti:
1. S. Agostino ha scritto, che "la sapienza è la carità di Dio". Ma la carità, come sopra abbiamo visto, risiede nella volontà e non nell'intelletto. Dunque la sapienza non risiede nell'intelletto.
2. Sta scritto: "La dotta sapienza corrisponde al suo nome". Ora, sapienza suona "sapida scienza": il che sembra appartenere all'affetto, al quale vanno attribuiti i godimenti o dolcezze spirituali. Perciò la sapienza non risiede nell'intelletto, ma piuttosto nell'affetto.
3. La potenza intellettiva è già efficacemente elevata dal dono dell'intelletto. Ora, se un effetto può essere ottenuto efficacemente da una cosa, è superfluo aggiungerne altre. Dunque la sapienza non risiede nell'intelletto.

IN CONTRARIO: S. Gregorio afferma che la sapienza si contrappone alla stoltezza. Ma la stoltezza è nell'intelletto. Quindi anche la sapienza.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, la sapienza implica una rettitudine di giudizio secondo criteri divini. Ora, la rettitudine del giudizio può derivare da due fonti diverse: primo, dal perfetto uso della ragione; secondo, da una certa connaturalità con le cose di cui si deve giudicare. In materia di castità, p. es., può giudicare rettamente uno il quale ha imparato la morale; mentre chi ha la virtù della castità giudica rettamente per una certa connaturalità. Perciò avere un retto giudizio delle cose di Dio, conosciute mediante la ricerca razionale, appartiene alla virtù intellettuale della sapienza; ma avere un retto giudizio su codeste cose mediante una certa connaturalità appartiene alla sapienza che è un dono dello Spirito Santo: cioè come Dionigi afferma di Jeroteo, che è perfetto nelle cose di Dio "non soltanto imparando; ma sperimentando le cose divine". Ora, questa esperienza e connaturalità con le cose divine si attua con la carità, la quale ci unisce a Dio, secondo le parole di S. Paolo: "Chi si unisce a Dio forma un unico spirito con lui". Perciò il dono della sapienza ha la sua causa, cioè la carità, nella volontà; ma la sua essenza risiede nell'intelletto, a cui appartiene, come abbiamo visto in precedenza, l'atto di giudicare rettamente.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino parla della sapienza in rapporto alla sua causa. Dalla quale si desume anche il termine sapienza, che sta a indicare un certo sapore.
2. È così risolta anche la seconda difficoltà. Se però questa è l'interpretazione giusta di quel testo della Scrittura. Il che non sembra: perché tale interpretazione vale solo per il nome della sapienza nella lingua latina. Ma in greco non corrisponde; e probabilmente neppure nelle altre lingue. Perciò per nome della sapienza pare che si debba intendere la fama, essendo essa elogiata da tutti.
3. L'intelletto ha due atti: percezione e giudizio. Al primo di essi è ordinato il dono dell'intelletto; al secondo poi il dono della sapienza rispetto alle ragioni divine, e il dono della scienza rispetto alle ragioni umane.

ARTICOLO 3

Se la sapienza sia soltanto speculativa o anche pratica

SEMBRA che la sapienza non sia pratica, ma soltanto speculativa. Infatti:
1. Il dono della sapienza è superiore alla virtù intellettuale della sapienza. Ma la virtù intellettuale della sapienza è soltanto speculativa. Dunque a maggior ragione è speculativo e non pratico il dono della sapienza.
2. L'intelletto pratico ha per oggetto le azioni da compiere, che sono contingenti. La sapienza, invece, s'interessa delle cose divine, che sono eterne e necessarie. Perciò la sapienza non può essere pratica.
3. S. Gregorio insegna, che "nella contemplazione si cerca il principio, che è Dio; invece nell'operare si fatica sotto il grave peso della necessità". Ma alla sapienza spetta la visione delle cose divine, che esclude codesto grave peso; poiché sta scritto: "Non ha amarezza la sua conversazione, né tedio il conviver con lei". Dunque la sapienza è soltanto speculativa, non già pratica o operativa.

IN CONTRARIO: Scrive S. Paolo ai Colossesi: "Comportatevi con sapienza con gli estranei". Ora, questo rientra nell'operare. Quindi la sapienza non è soltanto speculativa, ma anche pratica.

RISPONDO: Come dice S. Agostino, la parte superiore della ragione è fatta per la sapienza, quella inferiore per la scienza. Ma la ragione superiore, com'egli dice, si occupa "a considerare e a consultare le ragioni superne", cioè "divine": a considerarle in quanto contempla le cose divine in se stesse; e a consultarle in quanto giudica con esse le cose umane, guidando gli atti umani con criteri divini. Perciò il dono della sapienza non è soltanto speculativo, ma anche pratico.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come afferma il De Causis, più alta è una virtù, più numerosi sono i suoi effetti. Quindi, per il fatto stesso che il dono è più eccellente della virtù intellettuale della sapienza, perché raggiunge Dio più da vicino, cioè mediante una certa unione dell'anima con lui, ha capacità di dirigere non solo nella contemplazione, ma anche nell'azione.
2. Le cose divine sono eterne e necessarie in se stesse; tuttavia esse sono le norme dei contingenti, di cui si occupano le azioni umane.
3. La considerazione di una cosa in se stessa precede la sua considerazione in rapporto alle altre. Perciò alla sapienza appartiene prima la contemplazione delle cose divine, che è "visione del principio"; e poi la guida degli atti umani secondo le ragioni divine. E tuttavia dalla guida della sapienza non risulta nelle azioni umane amarezza, o fatica: ma piuttosto la sapienza trasforma l'amaro in dolce, e la fatica in riposo.

ARTICOLO 4

Se la sapienza possa trovarsi senza la grazia e col peccato mortale

SEMBRA che la sapienza possa trovarsi senza la grazia, e col peccato mortale. Infatti:
1. I santi si gloriano specialmente di quelle cose che non si possono avere col peccato mortale, come fa S. Paolo con quelle parole: "Questo è il nostro vanto, la testimonianza della nostra coscienza". Invece della sapienza uno non deve gloriarsi; poiché sta scritto: "Il sapiente non vanti la sua sapienza". Perciò la sapienza può trovarsi senza la grazia, col peccato mortale.
2. La sapienza, abbiamo detto, importa la conoscenza delle cose divine. Ma alcuni hanno la conoscenza delle verità divine col peccato mortale, secondo le parole di S. Paolo: "ritengono la verità di Dio nell'ingiustizia". Dunque la sapienza è compatibile col peccato mortale.
3. S. Agostino parlando della carità afferma: "Nessun dono di Dio è più eccellente di questo: esso è il solo che distingue i figli del regno eterno dai figli della perdizione eterna". Ma la sapienza non s'identifica con la carità. Dunque essa non distingue i figli del regno dai figli della perdizione. E quindi può trovarsi col peccato mortale.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "La sapienza non entrerà in un animo malevolo, né farà dimora in un corpo schiavo del peccato".

RISPONDO: Secondo le spiegazioni date, la sapienza, che è un dono dello Spirito Santo, provvede alla rettitudine del giudizio sulle cose divine, o su altre cose in base a criteri divini, per una certa connaturalità o unione col divino, la quale, come abbiamo detto, si compie mediante la carità. Dunque la sapienza di cui parliamo presuppone la carità. Ora, la carità non può sussistere col peccato mortale, per i motivi da noi già ricordati. Quindi la sapienza di cui parliamo è incompatibile col peccato mortale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cio è vero della sapienza relativa alle cose del mondo; oppure anche di quella relativa alle cose divine conquistata con argomenti umani. I santi di tale sapienza non si gloriano, ma confessano di non averla, come si legge nei Proverbi: "La sapienza degli uomini non è con me". Però essi si gloriano della sapienza divina, secondo l'espressione di S. Paolo: "Egli è stato fatto da Dio sapienza per noi".
2. Il secondo argomento vale per la conoscenza delle cose divine che si acquista con lo studio e con la ricerca della ragione. Tale conoscenza è compatibile col peccato mortale; non già la sapienza di cui parliamo.
3. La sapienza presuppone la carità, pur distinguendosi da essa; e per questo essa distingue i figli del regno dai figli della perdizione.

ARTICOLO 5

Se la sapienza si trovi in tutti coloro che sono in grazia

SEMBRA che la sapienza non si trovi in tutti coloro che sono in grazia. Infatti:
1. Avere la sapienza è più che ascoltarla. Ora, ascoltare la sapienza è solo dei perfetti, come si rileva dalle parole di S. Paolo: "Di sapienza parliamo sì tra i perfetti". Ma siccome non tutti quelli che hanno la grazia sono perfetti, è chiaro che non tutti quelli che sono in grazia possiedono la sapienza.
2. Come dice il Filosofo, "il sapiente ha il compito di ordinare". E S. Giacomo afferma, che "giudica senza ipocrisia". Ora, non tutti coloro che sono in grazia, ma i prelati soltanto, hanno il compito di giudicare gli altri, o di ordinarli. Dunque avere la sapienza non è comune a tutti quelli che sono in grazia.
3. La sapienza, come nota S. Gregorio, vien data per eliminare la stoltezza. Ma tra quelli che hanno la grazia non mancano gli stolti per natura: il che è evidente nel caso dei pazzi che vengono battezzati, e di quelli che son diventati pazzi in seguito, senza peccato. Perciò la sapienza non si trova in tutti coloro che sono in grazia.

IN CONTRARIO: Chi è senza peccato mortale è amato da Dio; perché possiede la carità con cui ama Dio. D'altra parte però, come dice la Scrittura, Dio "ama quelli che lo amano". Ma essa dice pure, che "Dio non ama se non chi coabita con la sapienza". Dunque la sapienza si trova in tutti coloro che sono in grazia, essendo immuni dal peccato mortale.

RISPONDO: Secondo le spiegazioni date, la sapienza di cui parliamo implica una certa rettitudine di giudizio nel considerare e nel consultare le cose divine. E sia per l'una come per l'altra funzione si riceve la sapienza, con la partecipazione alle cose divine secondo gradi diversi. Infatti alcuni ottengono un giudizio retto, sia nel contemplare le cose divine, come nell'ordinare le cose umane in conformità ai criteri divini, per quanto è necessario alla propria salvezza. E questo non manca in nessuno che sia purificato dal peccato mortale mediante la grazia santificante: poiché se è vero che la natura non ammette deficienze in cio che è necessario, molto meno le tollera la grazia. Ecco perché S. Giovanni scriveva: "L'unzione (divina) vi insegna tutte le cose".
Altri invece ricevono il dono della sapienza in un grado superiore, sia rispetto alla contemplazione delle cose divine, perché conoscono alcuni misteri più alti e li possono comunicare ad altri; sia rispetto alla guida degli atti umani secondo i criteri divini, perché possono guidare così non solo se stessi, ma ordinare anche gli altri. Ebbene, questo grado di sapienza non è comune a tutti coloro che hanno la grazia santificante, ma è da considerarsi tra le grazie gratis datae, che lo Spirito Santo "distribuisce come vuole", secondo le parole di S. Paolo: "All'uno dallo Spirito Santo fu data la parola della sapienza, ecc.".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'Apostolo in quel testo parla della sapienza in quanto si estende agli aspetti reconditi dei misteri divini, come appare dal seguito: "Noi esponiamo la sapienza di Dio in mistero, la sapienza nascosta".
2. Sebbene giudicare e ordinare gli altri uomini spetti ai soli prelati, tuttavia spetta a ciascuno ordinare e giudicare i propri atti, com'è evidente da quanto scrive Dionigi nella lettera a Demofilo.
3. I pazzi battezzati, come pure i bambini, hanno l'abito della sapienza, in quanto essa è un dono dello Spirito Santo: ma non ne hanno gli atti, per un impedimento fisico che ostacola in essi l'uso della ragione.

ARTICOLO 6

Se al dono della sapienza corrisponda la settima beatitudine

SEMBRA che al dono della sapienza non corrisponda la settima beatitudine. Infatti:
1. La settima beatitudine è questa: "Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio". Ora, queste due cose appartengono immediatamente alla carità. Infatti a proposito della pace si legge nei Salmi: "Molta pace per quelli che amano la tua legge". Inoltre, come dice l'Apostolo, "la carità di Dio si è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato"; il quale è "Spirito di adozione a figli in cui gridiamo: Abbà, Padre". Dunque la settima beatitudine va attribuita più alla carità che alla sapienza.
2. Una cosa qualsiasi viene rivelata più dall'effetto prossimo che da un effetto remoto. Ora, effetto prossimo della sapienza è la carità, stando alle parole della Sapienza: "Attraverso le nazioni diffondendosi nelle anime sante, produce amici di Dio e profeti"; invece la pace e l'adozione sono effetti remoti, derivando essi dalla carità, come abbiamo visto. Perciò la beatitudine che corrisponde alla sapienza dovrebbe partire dall'amote di carità e non dalla pace.
3. S. Giacomo afferma: "La sapienza che viene dall'alto prima di tutto è pura, di poi pacifica, modesta, arrendevole, condiscendente ai buoni, piena di misericordia e di buoni frutti, aliena dal criticare con ipocrisia". Quindi la beatitudine corrispondente alla sapienza non va determinata partendo dalla pace a preferenza degli altri effetti della sapienza celeste.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma, che "la sapienza si addice ai pacifici, nei quali qualsiasi moto non è ribelle, ma sottomesso alla ragione".

RISPONDO: La settima beatitudine corrisponde bene al dono della sapienza, sia rispetto al merito, sia rispetto al premio. Al merito infatti si riferiscono quelle parole: "Beati i pacifici". Ora, sono chiamati pacifici coloro che attuano la pace, o in se stessi, o negli altri. E queste due cose avvengono per il fatto che gli esseri in cui si attua la pace vengono ricondotti al debito ordine: infatti la pace è "la tranquillità dell'ordine", come insegna S. Agostino. D'altra parte ordinare, come nota il Filosofo, spetta alla sapienza. Dunque l'essere pacifici va attribuito giustamente alla sapienza.
Al premio poi si riferiscono le parole: "Saranno chiamati figli di Dio". Ora, certuni sono chiamati figli di Dio in quanto partecipano la somiglianza del Figlio unigenito e naturale di Dio, secondo le parole di S. Paolo: "Quelli che egli ha preconosciuti ad essere conformi all'immagine di suo Figlio", il quale appunto è la sapienza (increata e) generata. Dunque ricevendo il dono della sapienza, l'uomo raggiunge la filiazione divina.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Spetta alla carità custodire la pace; ma attuarla spetta alla sapienza ordinatrice. - Parimente, lo Spirito Santo in tanto si denomina "Spirito di adozione", in quanto ci conferisce la somiglianza del Figlio, che è la sapienza increata.
2. Quel testo si riferisce alla Sapienza increata, la quale prima si unisce a noi col dono della carità, e quindi ci rivela i misteri, la conoscenza dei quali costituisce la sapienza infusa. Perciò la sapienza infusa, che è un dono, non è causa ma effetto della carità.
3. Come già abbiamo detto, al dono della sapienza non spetta soltanto contemplare le cose divine, ma anche guidare gli atti umani. E in tale guida la prima cosa richiesta è l'eliminazione del male che si oppone alla sapienza: ecco perché si dice che il timore è "l'inizio della sapienza", proprio perché fa allontanare dal male. Invece l'ultima cosa, richiesta come fine, è che tutto sia ricondotto al debito ordine: e questo costituisce la pace. Giustamente perciò S. Giacomo afferma, che "la sapienza che viene dall'alto", e che è un dono dello Spirito Santo, "prima di tutto è pura", nel senso che evita le sozzure del peccato; "di poi pacifica", per indicare l'effetto finale della sapienza, che giustifica la beatitudine.
Invece le espressioni seguenti stanno a indicare per ordine i mezzi con i quali la sapienza porta alla pace. Infatti il primo dovere di un uomo che lascia la colpa è di contenersi, per quanto può nei limiti prescritti (modum tenere): ed ecco perché si parla di "modestia". Il secondo è di accettare gli ammonimenti degli altri nelle cose in cui non può fare da solo: ecco spiegato l'aggettivo "arrendevole". E queste due cose si riferiscono al conseguimento della pace in se stessi. - Ma perché poi uno diventi pacifico con gli altri si richiede: primo, che non ostacoli il bene altrui; ecco il perché di quell'espressione: "condiscendente ai buoni". Secondo, che di fronte alle miserie del prossimo compatisca con l'affetto e soccorra con le opere: perciò si dice, "piena di misericordia e di buoni frutti". Terzo, si richiede che uno cerchi con carità di correggere i peccati; ecco perché si dice: "aliena dal criticare con ipocrisia", cioè perché non si cerchi di sfogare l'odio col pretesto della correzione.