|
Questione
40
La
guerra
Passiamo così a considerare la guerra.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se ci sia una
guerra lecita; 2. Se ai chierici sia lecito combattere; 3. Se sia lecito
ai belligeranti usare imboscate; 4. Se sia lecito combattere nei giorni festivi.
ARTICOLO
1
Se fare la guerra sia sempre peccato
SEMBRA che fare la guerra sia sempre peccato. Infatti:
1. Il castigo è inflitto solo per un peccato. Ora, il Signore minaccia
un castigo a chi combatte: "Tutti coloro che prenderanno
la spada periranno di spada". Dunque qualsiasi guerra è illecita.
2. Quanto si oppone ai precetti di Dio è peccato. Ma combattere
è contrario al precetto di Dio; poiché sta scritto: "Io invece vi
dico di non fare resistenza al malvagio"; e altrove: "Non vendicatevi
da voi stessi, o carissimi, ma date luogo all'ira". Perciò
far guerra è sempre peccato.
3. Niente all'infuori del peccato è incompatibile con una virtù.
Ma la guerra è incompatibile con la pace. Dunque la guerra è
sempre peccato.
4. L'esercitarsi in qualsiasi cosa lecita è sempre lecito: il che
è evidente nelle esercitazioni scientifiche. Invece gli esercizi bellici,
che si fanno nei tornei, sono proibiti dalla Chiesa: poiché chi
muore in codesti esercizi viene privato della sepoltura ecclesiastica.
Quindi la guerra è peccato in senso assoluto.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Se la religione cristiana condannasse
totalmente le guerre, nel Vangelo, ai soldati che chiedevano
un consiglio di salvezza, si sarebbe dato quello di abbandonare
le armi, e di fuggire la milizia. Invece fu loro detto: "Non
fate violenze a nessuno; contentatevi della vostra paga". Perciò
non viene proibito il mestiere del soldato a coloro che viene comandato
di contentarsi della paga".
RISPONDO: Perché una guerra sia giusta si richiedono tre cose.
Primo, l'autorità del principe, per ordine del quale deve essere
proclamata. Infatti una persona privata non ha il potere di fare
la guerra: poiché essa può difendere il proprio diritto ricorrendo
al giudizio del suo superiore. E anche perché non appartiene ad
una persona privata raccogliere la moltitudine, cosa che è indispensabile
nelle guerre. E siccome la cura della cosa pubblica è
riservata ai principi, spetta ad essi difendere lo stato della città,
del regno o della provincia cui presiedono. E come lo difendono
lecitamente con la spada contro i perturbatori interni, col punire
i malfattori, secondo le parole dell'Apostolo: "Non porta la spada
inutilmente: ché è ministro di Dio e vindice nell'ira divina per
chi fa il male"; così spetta ad essi difendere lo stato dai nemici
esterni con la spada di guerra. Ecco perché ai principi vien detto
nei Salmi: "Salvate il poverello, e il mendico dalle mani dell'empio
liberate". E S. Agostino scrive: "L'ordine naturale, indicato
per la pace dei mortali, esige che risieda presso i principi l'autorità
e la deliberazione di ricorrere alla guerra".
Secondo, si richiede una causa giusta: e cioè una colpa da parte
di coloro contro cui si fa la guerra. Scrive perciò S. Agostino: "Si sogliono definire giuste le guerre che vendicano delle ingiustizie:
e cioè nel caso che si tratti di debellare un popolo, o una
città, che han trascurato di punire le malefatte dei loro sudditi,
o di rendere ciò che era stato tolto ingiustamente".
Terzo, si richiede che l'intenzione di chi combatte sia retta: e
cioè che si miri a promuovere il bene e ad evitare il male. Ecco
perciò quanto scrive S. Agostino: "Presso i veri adoratori di Dio
son pacifiche anche le guerre, le quali non si fanno per cupidigia
o per crudeltà, ma per amore della pace, ossia per reprimere i malvagi
e per soccorrere i buoni". Infatti può capitare che, pur essendo
giusta la causa e legittima l'autorità di chi dichiara la
guerra, tuttavia la guerra sia resa illecita da una cattiva intenzione.
Dice perciò S. Agostino: "La brama di nuocere, la crudeltà
nel vendicarsi, lo sdegno implacabile, la ferocia nel guerreggiare,
la smania di sopraffare, e altre cose del genere sono giustamente
riprovate nella guerra".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Agostino;
"prende
la spada colui che si arma contro il sangue di qualcuno, senza il
comando o il permesso di nessun potere legittimo e superiore".
Chi invece usa la spada con l'autorità del principe o del giudice,
se è una persona privata, oppure per zelo della giustizia, e quindi
con l'autorità di Dio, se è una persona pubblica, non prende da
se stesso la spada, ma ne usa per incarico di altri. E quindi, non
merita una pena. - Tuttavia anche quelli che usano la spada in
modo peccaminoso non sempre sono uccisi di spada. Essi però periscono
sempre con la loro spada; perché se non si pentono sono
puniti del peccato di spada per tutta l'eternità.
2. Come nota S. Agostino, tali precetti devono essere osservati
sempre con le disposizioni interne: in modo cioè, che uno sia sempre
disposto a non resistere, o a non difendersi, quando ciò fosse
doveroso. Ma talora bisogna agire diversamente per il bene comune,
e per il bene stesso di quelli contro cui si combatte. S. Agostino
infatti scriveva: "Spesso bisogna adoperarsi non poco presso
gli avversari per piegarli con benevola asprezza. Infatti per colui
al quale viene tolta la libertà di peccare è un bene essere sconfitto:
poiché niente è più infelice della felicità di chi pecca, la quale
accresce un'iniquità degna di pena, mentre la cattiva volontà
si rafforza come un nemico domestico".
3. Quelli che fanno delle guerre giuste hanno di mira la pace.
Perciò essi sono contrari solo alla pace cattiva, che il Signore "non
è venuto a portare sulla terra", come dice il Vangelo. Scriveva
S. Agostino a Bonifacio: "Non si cerca la pace per fare la guerra;
ma si fa la guerra per avere la pace. Sii dunque pacifico nel guerreggiare,
per indurre con la vittoria al bene della pace coloro che
devi combattere".
4. Gli esercizi di guerra non sono proibiti tutti, ma solo quelli
disordinati e pericolosi, che portano ad uccidere e a depredare.
Invece presso gli antichi le esercitazioni di guerra erano scevre
di codesti pericoli: perciò esse venivano chiamate "preparazioni
di armi", oppure "guerre incruente", come risulta da una lettera
di San Girolamo.
ARTICOLO
2
Se ai chierici e ai vescovi sia lecito combattere
SEMBRA che ai chierici
e ai vescovi sia lecito combattere. Infatti:
1. Le guerre, come abbiamo detto, in tanto sono lecite e giuste,
in quanto difendono i poveri e tutto lo stato dai soprusi dei nemici.
Ma questo sembra essere compito speciale dei prelati, come dice
San Gregorio in un'omelia: "Le pecore sono visitate dal lupo,
quando un iniquo e un rapinatore qualsiasi opprime alcuni dei
fedeli e degli umili. Ma colui che sembrava pastore, e non lo era,
abbandona le pecore e fugge: perché temendone un pericolo per
sé, non osa resistere alla sua ingiustizia". Dunque ai prelati e ai
chierici è lecito combattere.
2. Il Papa Leone (IV) scriveva:
"Arrivando spesso dalle parti
dei Saraceni notizie allarmanti, alcuni affermavano che i Saraceni
sarebbero sbarcati di nascosto al porto di Roma, per questo comandammo
di adunare il nostro popolo, e di scendere sul lido del mare". Perciò ai vescovi è lecito partecipare alle guerre.
3. Ha lo stesso valore morale fare una cosa e approvare chi la
fa; poiché sta scritto: "È degno di morte non solo chi fa tali cose,
ma anche chi approva quelli che le fanno". Ora, la massima approvazione
consiste nell'indurre gli altri a farle. Ma ai vescovi e
ai chierici è lecito indurre gli altri a combattere, poiché si legge
nei canoni che, "dietro le esortazioni e le preghiere di Adriano,
Vescovo della città di Roma, Carlo intraprese la guerra contro i Longobardi". Dunque ad essi è lecito combattere.
4. Ciò che in se stesso è onesto e meritorio non può essere
illecito ai prelati e ai chierici. Ora, combattere può essere onesto e
meritorio: nei canoni infatti si legge, che "se uno muore per la
salvezza della patria e per la difesa dei Cristiani avrà da Dio il
premio celeste". Perciò ai vescovi e ai chierici è lecito combattere.
IN CONTRARIO: A Pietro, che rappresentava i vescovi e i chierici,
il Signore disse: "Riponi la tua spada nel fodero". Dunque ad
essi non è lecito combattere.
RISPONDO: Il bene dell'umana società richiede molte cose. Ora,
mansioni diverse sono esercitate meglio e più agevolmente da persone
diverse che da una sola, come spiega il Filosofo nella sua
Politica. E alcune mansioni sono così incompatibili fra loro, da
non potersi esercitare come si conviene simultaneamente. Perciò
a coloro che sono incaricati di quelle più alte vengono proibite
le mansioni più umili: secondo le leggi umane, p. es., ai soldati,
che sono destinati agli esercizi guerreschi, viene proibita la mercatura.
Ma gli esercizi guerreschi per due motivi sono quanto mai
incompatibili con gli uffici dei vescovi e dei chierici. Primo, per
un motivo generale: perché gli esercizi guerreschi implicano gravissimi
turbamenti; e quindi distolgono troppo l'animo dalla contemplazione
delle cose divine, dalla lode di Dio e dalla preghiera
per il popolo, che sono uffici propri dei chierici. Perciò, come è
proibita ai chierici la mercatura, perché assorbe troppo l'animo,
così è loro interdetto l'esercizio delle armi, in base all'ammonimento
di S. Paolo: "Nessuno che militi per Dio s'immischia
nei negozi del secolo".
Secondo, per un motivo speciale. Tutti gli ordini sacri infatti
sono ordinati al servizio dell'altare, in cui si rappresenta sacramentalmente
la passione di Cristo, come dice S. Paolo: "Quante
volte voi mangiate questo pane e bevete questo calice, voi rammenterete
l'annunzio della morte del Signore, fino a che egli venga". Perciò ai chierici non si addice uccidere, o spargere sangue;
ma essere pronti piuttosto a spargere il proprio sangue per
Cristo, onde imitare con i fatti ciò che compiono nel sacro ministero.
Ecco perché fu stabilito che coloro i quali, anche senza peccato,
spargono il sangue contraggano irregolarità. Ora, a chiunque
abbia un ufficio è illecito ciò che lo rende incapace di esercitarlo.
Perciò ai chierici è assolutamente illecito prender parte
alla guerra, che è ordinata allo spargimento del sangue.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I prelati devono resistere non soltanto
ai lupi che uccidono il gregge spiritualmente, ma anche ai
rapinatori e ai tiranni che l'opprimono materialmente: però non
con le armi materiali usandone personalmente, ma con quelle spirituali,
secondo le parole dell'Apostolo: "Le armi della nostra
milizia non sono carnali, ma spirituali". Esse cioè consistono in
salutari ammonizioni, devote preghiere, e, contro gli ostinati, in
sentenze di scomunica.
2. I prelati e i chierici possono partecipare alle guerre, col permesso
dei superiori, non per combattere con le proprie mani, ma
per assistere spiritualmente con le esortazioni, le assoluzioni e altri
soccorsi spirituali i combattenti. Del resto anche nell'antica legge
era prescritto che i sacerdoti nella battaglia suonassero le trombe.
E per questo fu concesso originariamente ai vescovi e ai chierici
di prendere parte alla guerra. Il fatto che poi alcuni combattano
personalmente è un abuso.
3. Come già si disse, qualsiasi potenza, arte, o virtù che abbia
per oggetto il fine, deve regolare i mezzi ad esso ordinati. Ora,
le guerre nel popolo cristiano devono avere come fine il bene spirituale
e divino al quale i chierici sono deputati. Perciò spetta
ai chierici disporre ed esortare gli altri a combattere le guerre
giuste. Infatti è loro proibito di combattere, non perché è peccato;
ma perché codesta funzione non si addice alla loro persona.
4. Sebbene combattere una guerra giusta sia meritorio; non è
permesso ai chierici perché essi sono incaricati di opere ancora
più meritorie. L'atto del matrimonio, p. es., può essere meritorio,
e tuttavia esso è riprovevole in coloro che hanno fatto voto di
verginità, dato che essi si sono obbligati a un bene maggiore.
ARTICOLO
3
Se nelle guerre si
possano usare le imboscate
SEMBRA che nelle guerre non si possano usare imboscate. Infatti:
1. Nel Deuteronomio si legge:
"Tu compirai con giustizia ciò
che è giusto". Ma le imboscate, essendo delle frodi, sembra che appartengano all'ingiustizia. Perciò nelle guerre, anche se giuste,
non si devono usare imboscate.
2. Imboscate e frodi si contrappongono, come le
bugie alla fedeltà.
Ora, siccome siamo tenuti a non mancare di fedeltà a nessuno,
non dobbiamo dir bugie a nessuno, come insegna S. Agostino.
E poiché, a detta dello stesso Santo, anche "ai nemici si
deve fedeltà", sembra che non si debbano usare imboscate contro
i nemici.
3. Sta scritto:
"Fate agli altri tutto ciò che volete che gli altri
facciano a voi"; e questo si deve osservare verso tutti i prossimi.
Ora, anche i nemici sono i nostri prossimi. Perciò, siccome nessuno
desidera che gli si prepari un'imboscata, o un inganno, è
chiaro che nessuno deve fare la guerra ricorrendo alle imboscate.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Quando s'intraprende una
guerra giusta, non interessa nulla per la giustizia, che uno combatta
apertamente o con imboscate". E lo dimostra con l'autorità
del Signore, il quale comandò a Giosuè di preparare un'imboscata
agli abitanti di Ai.
RISPONDO: Un'imboscata è ordinata ad ingannare i nemici. Ora,
uno può essere ingannato dal comportamento delle parole di un
altro in due maniere. Primo, per il fatto che gli viene detto il
falso, oppure si manca alla promessa. E questo è sempre illecito.
Quindi nessuno deve ingannare i nemici in questo modo: infatti,
come dice S. Ambrogio, anche tra nemici si devono rispettare i
patti e certe norme di guerra.
Secondo, uno può essere ingannato dal nostro parlare, o dal
nostro agire, perché noi non gli mostriamo il nostro proposito e
le nostre idee. Ora, non sempre siamo tenuti a questo: poiché
anche nell'insegnamento sacro diverse cose si devono nascondere,
specialmente agli increduli, perché non se ne ridano, come dice il
Vangelo: "Non vogliate dar le cose sante ai cani". Perciò a maggior
ragione si devono nascondere al nemico i preparativi per combatterlo. Quindi tra tutte le altre norme dell'arte militare si
mette al primo posto la precauzione di tener segrete le decisioni
perché non arrivino al nemico, come si rileva dal libro di Frontino.
E codesta segretezza costituisce le imboscate, di cui è lecito
servirsi nelle guerre giuste. - E propriamente queste imboscate
non possono chiamarsi inganni; non sono in contrasto con
la giustizia; e neppure col retto volere: infatti sarebbe disordinato
il volere di uno il quale pretendesse che gli altri non gli
nascondessero nulla.
Sono così risolte anche le difficoltà.
ARTICOLO 4
Se sia lecito combattere nei giorni festivi
SEMBRA che non sia lecito combattere nei giorni festivi. Infatti:
1. Le feste sono destinate ad occuparsi delle cose di Dio: ecco
perché sono incluse nell'osservanza del riposo sabbatico, imposta
da Dio nell'Esodo; sabato infatti significa riposo. Ora, le
guerre implicano le più gravi agitazioni. Dunque in nessun modo
si può combattere nei giorni di festa.
2. In Isaia vengono ripresi alcuni, perché nei giorni di digiuno
"esigevano i debiti dai debitori, si davano alle liti, e venivano ai
pugni". A maggior ragione, quindi, nei giorni festivi è proibito
combattere.
3. Non si deve mai fare un'azione disordinata, per evitare un
danno temporale. Ora, combattere in giorno di festa di suo è
un'azione disordinata. Quindi uno non deve combattere in un
giorno di festa, per la necessità di evitare un danno temporale.
IN CONTRARIO: Nel Libro dei Maccabei si legge, che i
"Giudei a
ragione fecero questo proposito dicendo: "Venga chiunque ad assalirci
in giorno di sabato, e noi combatteremo con lui"".
RISPONDO: L'osservanza delle feste non impedisce le cose che
sono ordinate alla salvezza anche fisica dell'uomo. Tanto è vero
che il Signore rimproverava i Giudei col dire: "Come fate a sdegnarvi
contro di me, perché di sabato ho guarito tutto intero un uomo?". Ecco perché i medici possono curare la gente in giorno
di festa. Ora, con maggiore impegno si deve promuovere la salvezza
della patria, con la quale si impediscono uccisioni molteplici
e innumerevoli danni temporali e spirituali, che la salute
corporale di un uomo. Perciò per la salvezza della patria è lecito
ai fedeli combattere le guerre giuste nei giorni di festa, se però
la necessità lo richiede: infatti, trovandosi in tale necessità, sarebbe
un tentare Dio astenersi dal combattere. Ma se la necessità
viene a mancare, non è lecito combattere nei giorni festivi, per
i motivi indicati.
Sono così risolte anche le difficoltà.
|