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Questione
38
La
contesa
Passiamo a trattare della contesa.
Sull'argomento si pongono due quesiti: 1. Se la contesa sia peccato
mortale; 2. Se sia figlia della vanagloria.
ARTICOLO
1
Se la contesa sia peccato mortale
SEMBRA che la contesa non sia peccato mortale. Infatti:
1. Nelle persone spirituali non può esserci il peccato mortale. In
esse invece troviamo la contesa; poiché sta scritto nel Vangelo: "Nacque tra i discepoli di Gesù una contesa su chi di loro fosse
più grande". Perciò la contesa non è peccato mortale.
2. A nessuna persona onesta può far piacere il peccato mortale
del prossimo. Ora l'Apostolo scriveva ai Filippesi: "Altri annunziano
Cristo per motivi di contesa"; e aggiungeva: "Di ciò io
godo; e ne godrò". Dunque la contesa non è peccato mortale.
3. Capita che alcuni contendano o in tribunale o nelle dispute
non per fare del male, ma piuttosto in vista di un bene: come
quelli, p. es., che polemizzano disputando contro gli eretici. Infatti
commentando quel passo del Libro dei Re: "Avvenne che un
giorno, ecc.", la Glossa ricorda: "I cattolici muovono delle dispute
contro gli eretici, dopo averli convocati al combattimento". Quindi
la contesa non è peccato mortale.
4. Anche Giobbe ha conteso con Dio; poiché di lui sta scritto:
"Chi vuol contendere con Dio s'acquieta forse così
facilmente?". E
tuttavia Giobbe non peccò mortalmente, come risulta dalle parole
del Signore: "Non avete parlato dinanzi a me con rettitudine come
il mio servo Giobbe". Dunque non sempre la contesa è peccato
mortale.
IN CONTRARIO: La contesa va contro il comando dell'Apostolo a
Timoteo: "Evita le dispute di parole". E altrove S. Paolo enumera
la contesa tra le opere della carne, affermando che "quelli
che fanno codeste cose non avranno in eredità il regno di Dio".
Ora, tutto ciò che esclude dal regno di Dio, ed è contro i precetti,
è peccato mortale. Dunque la contesa è peccato mortale.
RISPONDO: Contendere significa tendere o volgersi contro qualcuno.
Perciò, come la discordia implica un contrasto di volontà,
così la contesa indica un contrasto di parole. Ecco perché il discorso
che procede per contrasti si denomina contesa, contesa che
Cicerone enumera tra le figure retoriche: "Si ha la contesa" egli
dice, "quando il discorso è fatto per contrapposizione di cose contrarie,
come in questo caso: L'adulazione ha inizi piacevoli, essa
però porta frutti amarissimi". Ora, il contrasto di parole si può
considerare sotto due aspetti: primo, in rapporto all'intenzione di
chi vuole contendere; secondo, in rapporto al modo. Quanto all'intenzione
si deve considerare se uno si opponga alla verità, che è
una cosa riprovevole; oppure alla falsità, il che è degno di lode.
Quanto al modo si deve badare che la maniera di disputare sia
conveniente alle persone e ai problemi discussi, perché allora la
contesa è cosa lodevole (infatti anche Cicerone afferma, che "la
contesa è un discorso vivace, atto a difendere e a confutare"): se
invece la disputa non rispetta la convenienza delle persone e dei
problemi, allora è cosa riprovevole.
Perciò se per contesa s'intende l'impugnare la verità e in una
maniera indecorosa, allora la contesa è peccato mortale. È questa
appunto la definizione che della contesa dà S. Agostino: "La contesa è
l'impugnare la verità, facendosi forte dei clamori". - Se
invece per contesa s'intende l'impugnazione della falsità fatta nel
debito modo, allora essa è cosa lodevole. - Se poi s'intende l'impugnazione
della falsità compiuta in modo disordinato, allora la
contesa può essere peccato veniale: a meno che nella disputa non
ci sia tanto disordine da generare scandalo negli altri. Ecco perché
l'Apostolo, dopo aver detto: "Evita le dispute di parole", aggiunge:
"A
nient'altro giova che alla rovina di quelli che ascoltano".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tra i discepoli di Cristo non c'era
contesa con l'intenzione d'impugnare la verità: perché ciascuno
difendeva quello che riteneva per vero. Però nella loro contesa
c'era del disordine; perché questionavano di una cosa di cui non si
doveva questionare, cioè del primato di onore; essi infatti, come
nota la Glossa, non erano ancora uomini spirituali. Infatti anche
il Signore li rimproverò.
2. Coloro che predicavano Cristo per motivi di contesa erano reprensibili:
perché sebbene non impugnassero la verità della fede,
ma la predicassero, tuttavia impugnavano la verità in questo, che
speravano così "di suscitare tribolazioni" all'Apostolo, il quale
predicava la verità della fede. Perciò l'Apostolo non godeva della
loro contesa, ma del frutto che ne derivava, cioè "perché Cristo
veniva annunziato": poiché anche dal male occasionalmente può seguire del bene.
3. La contesa nel suo pieno significato, cioè in quanto peccato
mortale, implica l'idea che colui il quale contende in giudizio impugni
la verità della giustizia, e chi contende in una disputa voglia
impugnare la verità della dottrina. Ora, i cattolici certo non contendono
così contro gli eretici, ma piuttosto avviene il contrario.
Se invece la contesa, in tribunale o nelle dispute, s'intende nel
suo significato più blando, cioè in quanto implica una certa asprezza
di parole, allora non sempre è peccato mortale.
4. In questo caso contesa sta per disputa in generale. Infatti
Giobbe aveva detto in precedenza: "Io parlo all'Onnipotente, e di
discutere con Dio io bramo"; ma egli la verità non intendeva affatto
impugnarla, bensì ricercarla; e neppure voleva servirsi di
moti disordinati dell'animo, o della voce in questa ricerca.
ARTICOLO
2
Se la contesa sia figlia della vanagloria
SEMBRA che la contesa non sia figlia della vanagloria. Infatti:
1. La contesa è affine alla gelosia; poiché sta scritto:
"Dal momento
che ci sono tra voi gelosia e contese, non siete forse carnali,
e vi conducete secondo l'uomo?" Ora, la gelosia appartiene all'invidia.
Perciò anche la contesa nasce piuttosto dall'invidia.
2. Le contese sono accompagnate dalle grida. Ma le grida nascono
dall'ira, come nota S. Gregorio. Dunque anche le contese
nascono dall'ira.
3. Tra tutti i beni la scienza specialmente sembra essere materia
di superbia e di vanagloria, secondo le parole di S. Paolo: "La
scienza gonfia". Ora, le contese per lo più nascono dalla mancanza
di scienza, la quale fa conoscere non già impugnare la verità.
Quindi la contesa non è figlia della vanagloria.
IN CONTRARIO: Basta l'autorità di S. Gregorio.
RISPONDO: Abbiamo già detto nella questione precedente che la
discordia è figlia della vanagloria, perché ciascuno degli oppositori
si fissa nel proprio punto di vista, senza cedere all'altro; ed
è una proprietà della superbia e della vanagloria cercare la propria
eccellenza. Ora, come chi è in discordia è discorde perché si
ostina interiormente nel proprio divisamento, così quelli che contendono
sono contendenti perché ciascuno difende a parole il proprio
punto di vista. Perciò la contesa è figlia della vanagloria per
lo stesso motivo che lo è la discordia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La contesa, come la discordia, è
affine all'invidia rispetto al termine di partenza dal quale si allontana
chi è discorde, o fa delle contese. Ma rispetto al punto di
arrivo in cui si ostina chi polemizza, la discordia è affine alla
superbia e alla vanagloria; poiché costui si ostina nel proprio punto
di vista, come abbiamo già notato.
2. Nella contesa di cui parliamo le grida hanno lo scopo d'impugnare
la verità. Perciò esse non ne sono l'elemento principale.
E quindi non è detto che la contesa derivi dalla stessa fonte da cui
nascono le grida.
3. La superbia e la vanagloria prendono occasione specialmente
dalle cose buone, anche se ad esse contrarie, come quando uno
s'insuperbisce dell'umiltà: perché questa derivazione non è per
se ma per accidens, e allora niente impedisce che una cosa possa
nascere dal suo contrario. Perciò niente impedisce che vizi, i quali
di per sé e direttamente nascono dalla vanagloria, siano causati
occasionalmente dalle virtù contrarie, da cui può prendere occasione
la superbia.
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