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Questione
37
La
discordia
Passiamo così a parlare dei peccati che si oppongono alla pace.
Primo, della discordia, che risiede nel cuore; secondo, della contesa,
che consiste nelle parole; terzo, dei peccati che si attuano nelle
opere, e cioè dello scisma, della rissa e della guerra.
Sul primo argomento si pongono due quesiti: 1. Se la discordia
sia peccato; 2. Se sia figlia della vanagloria.
ARTICOLO
1
Se la discordia sia peccato
SEMBRA che la discordia non sia peccato. Infatti:
1. Discordare da qualcuno significa allontanarsi dal suo volere.
Ma questo non è un peccato: perché regola del nostro volere è
la sola volontà di Dio, e non quella del prossimo. Perciò la discordia
non è un peccato.
2. Chi spinge altri a peccare, pecca lui stesso. Invece spingere
altri alla discordia non sembra essere peccato; poiché negli Atti
si legge di S. Paolo: "Sapendo che una parte era di Sadducei e
l'altra di Farisei, nel Sinedrio esclamò: Fratelli io sono Fariseo,
figlio di Farisei, e sono chiamato in giudizio per la speranza nella
resurrezione dei morti. Come ebbe detto questo, nacque un contrasto
tra Farisei e Sadducei". Dunque la discordia non è peccato.
3. Il peccato, specialmente se mortale, non può trovarsi nei santi.
Ora, nei santi si riscontra la discordia; poiché sta scritto: "Tra
Barnaba e Paolo il dissenso fu tale, che si separarono l'uno dall'altro". Quindi la discordia non è peccato, e tanto meno mortale.
IN CONTRARIO: I dissensi, o discordie, sono enumerati da S.
Paolo tra le opere della carne, con la finale: "Quelli che fanno
codeste cose non avranno in eredità il regno di Dio". Ora, nient'altro
che il peccato mortale esclude dal regno di Dio. Dunque la discordia è
peccato mortale.
RISPONDO: La discordia è il contrario della concordia. Ora la
concordia, come sopra abbiamo visto, è un effetto della carità: cioè
deriva dal fatto che la carità unisce i cuori di più persone in una
data cosa, che è principalmente il bene divino, e secondariamente
il bene del prossimo. Perciò la discordia è peccato nella misura in
cui si oppone a tale concordia. Ora, si deve riconoscere che questa
concordia può essere eliminata in due maniere: primo, per se e direttamente;
secondo, per accidens. Ma negli atti umani si dice che
un moto è per se, se è intenzionale. E quindi uno discorda per se,
o direttamente dal prossimo, quando coscientemente e intenzionalmente
dissente dal bene di Dio e del prossimo, nel quale è tenuto
a consentire. E questo è peccato mortale per il suo genere, perché
è contrario alla carità: sebbene i primi moti di questa discordia
per l'imperfezione dell'atto siano peccati veniali.
Invece è per accidens negli atti umani ciò che è preterintenzionale.
Perciò quando l'intenzione ha di mira l'amore di Dio e il
bene del prossimo, ma l'uno pensa che una data cosa è buona,
mentre l'altro la pensa al contrario, allora la discordia è per accidens
contro il bene divino, o il bene del prossimo. E tale discordia
non è un peccato, e non è incompatibile con la carità, a meno
che tale discordia non sia accompagnata da un errore su cose che
sono indispensabili alla salvezza, o da un'ingiustificabile pertinacia:
poiché, come sopra abbiamo detto, la concordia, che è un effetto
della carità, è unione di volontà e non di opinioni.
Da ciò risulta che la discordia talora è un peccato solo per uno
dei contendenti, cioè quando uno vuole il bene al quale l'altro coscientemente
resiste: talora invece è peccato per entrambi, cioè
quando entrambi dissentono dal bene reciproco, e ciascuno ama
(esclusivamente) il proprio bene.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il volere di un uomo considerato in
se stesso non è la regola del volere di un altro. Ma il volere del
prossimo, in quanto aderisce alla volontà di Dio, diviene a sua
volta una regola regolata secondo la prima regola. Perciò discordare
da codesto volere è peccato: perché così si discorda dalla regola divina.
2. Come una volontà umana è una regola retta, da cui è peccato
discordare, quando aderisce a Dio; così una volontà umana contraria
a Dio è una regola perversa con la quale è bene essere in
discordia. Perciò provocare la discordia, togliendo la buona concordia
prodotta dalla carità, è un grave peccato; ecco perché nei
Proverbi si legge: "Sono sei le cose che il Signore odia, e la settima è
in esecrazione all'anima sua"; e questa settima cosa è indicata
in "colui che semina discordia tra i fratelli". Invece, provocare
la discordia, eliminando la cattiva concordia di chi vuole
il male è cosa lodevole. E in tal senso è da lodarsi S. Paolo nel mettere il dissenso tra coloro che erano concordi nel male; infatti
anche il Signore ha detto di se stesso: "Non sono venuto a portar
la pace, ma la spada".
3. La discordia tra Paolo e Barnaba fu una discordia per accidens
e non per se: infatti l'uno e l'altro volevano il bene, ma a
uno pareva che fosse buona una cosa, e all'altro un'altra. E questo
era dovuto ai limiti dell'uomo: non trattandosi di una controversia
su cose necessarie alla salvezza. - Sebbene anche questo
fosse preordinato dalla provvidenza divina, per i vantaggi che ne
sarebbero nati.
ARTICOLO
2
Se la discordia sia figlia della vanagloria
SEMBRA che la discordia non sia figlia della vanagloria. Infatti:
1. L'ira è un vizio distinto dalla vanagloria. Ma la discordia è
figlia dell'ira; poiché sta scritto: "L'uomo iracondo suscita le
risse". Dunque la discordia non è figlia della vanagloria.
2. S. Agostino nel commentare l'espressione evangelica:
"Ancora
lo Spirito non era stato dato", afferma: "Il livore separa, la
carità unisce". Ora, la discordia non è altro che una separazione
delle volontà. Perciò la discordia nasce dal livore, cioè dall'invidia,
più che dalla vanagloria.
3. Una cosa dalla quale derivano molti mali è un vizio capitale.
Ma tale è la discordia; poiché, nel commentare quel passo evangelico: "Ogni
regno diviso in se stesso sarà devastato", S. Girolamo
scrive: "Come con la concordia crescono le più piccole cose,
così con la discordia anche le più grandi decadono". Dunque la
discordia è più un vizio capitale, che una figlia della vanagloria.
IN CONTRARIO: Sta l'autorità di S. Gregorio.
RISPONDO: La discordia implica una disgregazione delle volontà:
poiché la volontà dell'uno si fissa in una cosa, e la volontà dell'altro
in un'altra. Ora, il fissarsi della volontà nel proprio punto di
vista proviene dal fatto che uno preferisce le cose proprie a quelle
altrui. E quando questo si fa in maniera disordinata, ciò si deve
alla superbia e alla vanagloria. Ecco perché la discordia, con la
quale ciascuno persegue il proprio divisamento rifiutando quello di
altri, è annoverata tra le figlie della vanagloria.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La rissa non è la stessa cosa che
la discordia. Infatti la rissa consiste in un'opera esterna: e quindi
giustamente viene attribuita all'ira, la quale muove l'animo a colpire
il prossimo. Invece la discordia consiste nella disunione dei
moti della volontà, prodotta dalla superbia o vanagloria, per la
ragione indicata.
2. Nella discordia l'abbandono dell'altrui volere è da considerarsi
come il termine a quo: e in tal senso essa è causata dall'invidia.
Mentre il suo termine ad quem è costituito dalla ricerca del proprio
punto di vista: e da questo lato essa è causata dalla vanagloria. E
poiché in ogni moto il termine ad quem è superiore al termine a
quo (poiché il fine è superiore al principio), la discordia è figlia più
della vanagloria che dell'invidia: sebbene essa possa nascere da entrambe
per motivi diversi, come abbiamo spiegato.
3. Il motivo per cui le cose grandi crescono con la concordia e
periscono con la discordia, si riduce al fatto che una virtù tanto
è più forte, quanto è più unita, mentre con la suddivisione essa
diminuisce, come è scritto nel De Causis. È perciò evidente che
questo è un effetto proprio della discordia, che consiste nella divisione
dei voleri: ma ciò non significa che dalla discordia derivi
un certo numero di vizi, così da farne un vizio capitale.
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