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Questione
36
L'invidia
Passiamo a considerare l'invidia.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Che cosa sia
l'invidia; 2. Se sia un peccato; 3. Se sia peccato mortale; 4. Se sia un
peccato capitale e quali ne siano le figlie.
ARTICOLO
1
Se l'invidia sia un tipo di tristezza
SEMBRA che l'invidia non sia un tipo di tristezza. Infatti:
1. La tristezza o dolore ha per oggetto il male. Ora, l'invidia ha
per oggetto il bene; così infatti S. Gregorio parla dell'invidioso: "La felicità altrui ne ferisce e ne tortura l'anima con la sua
pena".
Perciò l'invidia non è un dolore, o tristezza.
2. La somiglianza non è causa di dolore, bensì di piacere. Ma la
somiglianza è causa dell'invidia: scrive infatti il Filosofo "Proveranno invidia quelli che sono simili nel genere, ossia nella
parentela, nella statura, nelle abitudini, o nelle opinioni". Dunque
l'invidia non è un dolore, o una tristezza.
3. La tristezza viene causata da qualche
deficienza: vi sono inclini,
infatti, quelli che soffrono qualche grave deficienza, come
abbiamo detto nel trattato delle passioni. Invece sono invidiosi, come
nota il Filosofo, "quelli che hanno piccole deficienze, o che amano
gli onori, o che sono stimati sapienti". Perciò l'invidia non è un
tipo di tristezza.
4. La tristezza è il contrario del piacere. Ma i contrari non
possono avere la stessa causa. Perciò, dal momento che il ricordo dei
beni posseduti causa il piacere, come già si disse, non potrà essere
causa della tristezza. Ora, esso è causa dell'invidia: infatti il Filosofo
afferma che gli uomini hanno invidia di coloro "che hanno o
possiedono i beni che loro erano dovuti, o che essi un tempo possedevano". Dunque l'invidia non è un tipo di tristezza.
IN CONTRARIO: Il Damasceno insegna che l'invidia è una specie di
tristezza, affermando che l'invidia è la "tristezza dei beni altrui".
RISPONDO: Oggetto della tristezza è il male proprio. Ma può
capitare di vedere il bene altrui come un male proprio. E allora il
bene altrui può essere oggetto di tristezza. Questo può capitare in
due modi. Primo, quando uno si rattrista del bene di un altro, in
quanto ciò costituisce per lui una minaccia di danni: come quando
uno si rattrista dell'esaltazione del suo nemico, temendone un
danno. Tale tristezza però non è invidia, ma piuttosto effetto del
timore, come nota il Filosofo. Secondo, il bene altrui può essere
creduto un male proprio in quando sminuisce la propria gloria, o la
propria eccellenza. E in tal modo si rattrista del bene altrui
l'invidia. Ecco perché gli uomini hanno invidia, come osserva il Filosofo,
specialmente di quei beni "che implicano la gloria, e da cui gli
uomini ambiscono di cogliere l'onore e la reputazione".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che quanto è bene
per uno sia considerato un male per altri. È in tal modo che una
tristezza, come abbiamo spiegato, può avere per oggetto il bene.
2. L'invidia, essendo motivata dalla gloria altrui in quanto
diminuisce il prestigio che uno desidera, si prova soltanto per coloro
dei quali si vuole raggiungere o sopravanzare il prestigio. Ora,
questo non avviene rispetto a quelli che sono troppo distanti: nessuno
infatti, all'infuori di un pazzo, tenta di raggiungere o sopravanzare
in gloria quelli che sono molto superiori: un uomo del
popolo, p. es., non invidia un re; né un re invidia un uomo del
popolo che egli troppo sopravanza. Perciò l'uomo non invidia quelli
che sono troppo distanti per luogo, tempo e condizione: ma quelli
che sono vicini, e che egli cerca di uguagliare, o di superare.
Infatti quando costoro ci superano nella gloria, ciò avviene contro
il nostro volere, e quindi ne viene causata una tristezza. La
somiglianza causa invece il piacere nei casi in cui si accorda con la
volontà.
3. Nessuno si sforza di raggiungere una cosa in cui si sente
troppo manchevole. Perciò quando in questa uno lo supera, non
ha invidia. Se invece la sua deficienza non è molta, sembra che si
possa raggiungere quel bene, e allora tenta. E se i suoi tentativi
vengono frustrati dal prevalere della gloria altrui, se ne rattrista.
Ecco perché quelli che amano gli onori sono più portati all'invidia.
Così pure sono invidiosi i pusillanimi: poiché essi stimano
grande qualsiasi cosa, e per qualunque bene capitato a un altro,
pensano di avere subito un grave insuccesso. Perciò nella
Scrittura si legge: "Al pusillanime dà morte l'invidia". E S. Gregorio
insegna, che "non possiamo invidiare altro che coloro che in
qualche cosa stimiamo migliori di noi".
4. Il ricordo dei beni passati produce un piacere in quanto se ne
ebbe il possesso; ma in quanto quei beni sono perduti, causano
tristezza. E in quanto sono posseduti da altri causano invidia: perché
questo sembra compromettere al massimo la propria gloria. Ecco
perché il Filosofo scrive, che "i vecchi hanno invidia dei più
giovani; e quelli che spesero molto per conseguire una cosa hanno
invidia di quelli che l'hanno raggiunta con poca fatica"; essi
infatti si addolorano della perdita dei loro beni, e del fatto che altri
se ne sono impossessati.
ARTICOLO
2
Se
l'invidia sia peccato
SEMBRA che l'invidia non sia peccato. Infatti:
1. S. Girolamo così scriveva a S. Leda sull'istruzione della figlia:
"Abbia delle compagne con le quali impari, di cui abbia invidia,
e dai cui elogi venga spronata". Ora, nessuno deve essere provocato a peccare. Dunque l'invidia non è un peccato.
2. Come dice il Damasceno, l'invidia è
"la tristezza per i beni altrui". Ma questa talora è lodevole, poiché sta scritto:
"Quando
gli empi saliranno al potere, il popolo gemerà". Quindi non
sempre l'invidia è peccaminosa.
3. L'invidia è una specie di zelo, o di emulazione. Ma lo zelo
è cosa buona, come si rileva dalla Scrittura: "Lo zelo della tua
casa mi divora". Perciò l'invidia non sempre è un peccato.
4. La pena è ben distinta dalla colpa. Ora, l'invidia è una pena;
così infatti scrive S. Gregorio: "Quando la peste dell'invidia ha
corrotto e soggiogato il cuore, anche le membra esterne indicano
quanto gravemente il furore ecciti l'anima: il colore si fa pallido,
gli occhi si affondano, la testa si accende, le membra si raffreddano,
il pensiero è dominato dalla rabbia, i denti stridono". Dunque
l'invidia non è peccato.
IN
CONTRARIO: Sta scritto:
"Non siamo vanagloriosi, provocatori
gli uni degli altri, né invidiosi gli uni degli altri".
RISPONDO: L'invidia, come abbiamo detto, è
"una tristezza per
i beni altrui". Ora, tale tristezza può prodursi in quattro modi.
Primo, quando uno si rattrista del bene di un altro nel timore di
riceverne un danno per sé, o per i buoni. Tale tristezza però non è
invidia, come abbiamo già notato, e può essere senza peccato.
Scrive perciò S. Gregorio: "Per lo più capita senza la perdita della
carità che la rovina di un nemico ci rallegri, e che il suo successo
ci addolori, senza un peccato di invidia, poiché crediamo che con la
sua caduta alcuni saranno giustamente risollevati, mentre
temiamo che col suo successo molti saranno ingiustamente oppressi".
Secondo, si può essere addolorati del bene di un altro, non
perché costui ha codesto bene, ma perché manca a noi. E questo
propriamente è zelo, o gelosia, come nota il Filosofo. E se codesta
gelosia riguarda i beni onesti, è cosa lodevole, seguendo
l'esortazione di S. Paolo: "Ambite i doni spirituali". Se invece ha per
oggetto i beni temporali, può essere o non essere peccaminosa.
Terzo, uno si può rattristare dei beni altrui, perché colui che
ne gode ne è indegno. E tale tristezza non può nascere certo dal
bene onesto, che rende giusta una persona; ma ha per oggetto,
come dice il Filosofo, le ricchezze e gli altri beni che possono
capitare sia agli onesti che ai disonesti. Questa tristezza è da lui denominata
nemesi, e appartiene ai buoni costumi. Ma egli diceva così
perché considerava i beni temporali in se stessi, in quanto possono
sembrare di gran valore a chi non guarda ai beni eterni. Invece
secondo l'insegnamento della fede i beni temporali che sono concessi
agli indegni, per un giusto disegno di Dio sono ordinati, o alla
loro emenda, o alla loro dannazione: inoltre codesti beni sono quasi
un nulla a confronto dei beni futuri riservati ai buoni. Perciò
dalla Sacra Scritturà è proibita codesta tristezza; nei Salmi infatti
si legge: "Non avere emulazione per i malvagi, e non ti ingelosire
di quei che fanno il male". E altrove: "Per poco non sono
sdrucciolati i miei passi, perché ho invidiato gli iniqui, vedendo la
prosperità dei malvagi".
Quarto, uno può rattristarsi dei beni di un altro per il fatto
che costui ha dei beni più grandi. E questo propriamente è l'invidia.
Ed è sempre una cosa malvagia, come anche il Filosofo riconosce:
perché allora uno si rattrista di una cosa di cui dovrebbe
godere, cioè del bene del prossimo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo invidia sta per
emulazione, con la quale uno dev'essere provocato a progredire con i
migliori.
2. Il secondo argomento vale per la tristezza dei beni altrui
ispirato al primo motivo.
3. L'invidia, come abbiamo visto, differisce dallo zelo. E quindi
certo zelo può esser buono: mentre l'invidia è sempre cattiva.
4. Niente impedisce che un peccato, per certe sue conseguenze,
abbia l'aspetto di pena, come abbiamo visto sopra nel trattato dei
peccati.
ARTICOLO
3
Se l'invidia sia peccato mortale
SEMBRA che l'invidia non sia peccato mortale. Infatti:
1. L'invidia, essendo un tipo di tristezza, è una passione
dell'appetito sensitivo. Ora, il peccato mortale non si trova nella
sensualità, come spiega S. Agostino, ma solo nella ragione. Dunque
l'invidia non è peccato mortale.
2. Negli infanti non può esserci il peccato mortale. Ma in essi
può esserci l'invidia; come racconta S. Agostino: "Ho veduto io
direttamente un bambino geloso: non parlava ancora, eppure
guardava pallido e con occhio torvo un suo compagno di latte". Perciò
l'invidia non è peccato mortale.
3. Qualsiasi peccato mortale è contrario a qualche virtù. Ora,
l'invidia, come insegna il Filosofo, non è contraria a nessuna virtù,
ma alla nemesi, che è una passione. Dunque l'invidia non è peccato
mortale.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Al pusillanime dà morte l'invidia".
Ora, spiritualmente uccide solo il peccato mortale. Quindi l'invidia
è peccato mortale.
RISPONDO: Per il suo genere l'invidia è peccato mortale. Infatti
il genere di un peccato si desume dall'oggetto. E l'invidia, quanto
all'oggetto, è contraria alla carità, da cui deriva la vita spirituale
dell'anima, secondo le parole di S. Giovanni: "Noi sappiamo che
siamo stati trasportati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli". Infatti l'oggetto dell'una e dell'altra, cioè della carità e dell'invidia, è il bene del prossimo, però in due sensi contrari: poiché
la carità gode del bene del prossimo, mentre l'invidia se ne
addolora, come sopra abbiamo visto. Perciò è evidente che l'invidia per
il suo genere è peccato mortale.
Però, come abbiamo già notato, in qualsiasi genere di peccato
mortale si riscontrano dei moti imperfetti che si producono nella
sensualità, e che sono peccati veniali: tali sono, p. es., i primi
moti della concupiscenza nell'adulterio, e i primi moti dell'ira
nell'omicidio. Così anche nel genere dell'invidia si riscontrano,
persino nei perfetti, questi primi moti, che son peccati veniali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il moto dell'invidia, in quanto
passione della sensualità, è un'entità imperfetta nel genere degli atti
umani, il cui principio è la ragione. Perciò tale invidia non è
peccato mortale. - Lo stesso si dica per l'invidia dei bambini privi
dell'uso della ragione.
2. Abbiamo così risposto anche alla seconda difficoltà.
3. Secondo il Filosofo, l'invidia si contrappone, ma sotto aspetti
diversi, alla nemesi e alla misericordia. Si oppone infatti alla
misericordia direttamente, per la contrarietà dell'oggetto principale:
poiché mentre l'invidioso si rattrista del bene del prossimo, il
misericordioso si rattrista del male di esso. Ecco perché, come nota
Aristotele, i misericordiosi non sono invidiosi, e viceversa. L'invidia
invece si contrappone alla nemesi rispetto alla persona i cui beni
rattristano l'invidioso: infatti chi è affetto da nemesi si rattrista
del bene dei disonesti, secondo le parole del Salmo: "Ho sentito
gelosia per gli iniqui, vedendo la prosperità dei malvagi"; invece
l'invidioso si rattrista del bene delle persone oneste. È chiaro
quindi che la prima contrapposizione è più diretta della seconda. E
la misericordia è una virtù, ed effetto proprio della carità.
Dunque l'invidia si contrappone alla misericordia e alla carità.
ARTICOLO 4
Se l'invidia sia un vizio capitale
SEMBRA che l'invidia non sia un vizio capitale. Infatti:
1. I vizi capitali sono ben distinti dalle rispettive figlie. Ma
l'invidia è figlia della vanagloria: poiché il Filosofo insegna, che "coloro
i quali amano l'onore e la gloria sono più portati all'invidia".
Dunque l'invidia non è un vizio capitale.
2. I vizi capitali sono più leggeri di quelli che nascono da essi.
Scrive infatti S. Gregorio: "I primi vizi s'insinuano nell'anima
sotto un'apparenza di ragione: ma quelli che seguono, trascinando
l'anima ad ogni follia, la stordiscono quasi con le loro grida bestiali". Ora, l'invidia è un peccato gravissimo; poiché a detta
di S. Gregorio, "sebbene con qualsiasi vizio che si radica nel cuore
umano venga infuso in questo il veleno dell'antico serpente,
tuttavia in questa iniquità il serpente ha spremuto tutte le sue viscere
per vomitare la peste della malizia che egli vuole iniettare".
Perciò l'invidia non è un vizio capitale.
3. Sembra che S. Gregorio
non ne abbia determinato bene le figlie,
dicendo che "dall'invidia nasce l'odio, la mormorazione, la
detrazione, l'esultanza per le avversità del prossimo, e il dolore per i
suoi successi". Infatti questa esultanza e questo dolore, da quanto
sopra abbiamo detto, pare che s'identifichi con l'invidia stessa.
Perciò non possono considerarsi come figlie dell'invidia.
IN CONTRARIO: Sta l'autorità di S. Gregorio, il quale mette l'invidia
tra i vizi capitali, e le assegna le figlie sopra indicate.
RISPONDO: Come l'accidia è la tristezza per il bene spirituale di
Dio, così l'invidia è la tristezza per il bene del prossimo. Ma sopra
abbiamo dimostrato che l'accidia è un vizio capitale, perché
dall'accidia l'uomo è spinto a compiere certe cose, o per fuggire la
tristezza, o per darle uno sfogo. Dunque per lo stesso motivo
anche l'invidia è un vizio capitale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Gregorio,
"i vizi
capitali sono così connessi tra loro, che nascono l'uno dall'altro.
Infatti la prima figlia della superbia è la vanagloria, la quale
appena ha corrotto un'anima, subito partorisce l'invidia: poiché nel
desiderare la potenza di un gran nome, si duole al pensiero che
un altro possa raggiungerla". Perciò non è detto che un vizio
capitale non possa nascere da un altro vizio: ma esso non deve
mancare di efficacia nel produrre altre specie di peccati. - Tuttavia
per il fatto che l'invidia nasce manifestamente dalla vanagloria,
essa non è considerata un vizio capitale né da S. Isidoro, né da
Cassiano.
2. Da codeste parole non si deve desumere che l'invidia è il più
grave dei peccati; ma che quando il demonio riesce a insinuarla
induce l'uomo ad accogliere il diavolo nel suo cuore in una
maniera speciale; poiché come aggiunge S. Gregorio, "la morte è
entrata nel mondo per l'invidia del demonio".
C'è però un'invidia che è ricordata fra i peccati più gravi, cioè
l'invidia della grazia altrui, in forza della quale uno si rattrista
dell'aumento stesso della grazia di Dio, e non soltanto del bene
del prossimo. Perciò è considerata un peccato contro lo Spirito
Santo: poiché con essa uno invidia in qualche modo lo Spirito
Santo, il quale viene glorificato nelle sue opere.
3. Il numero delle figlie dell'invidia si deve accettare così. Poiché
l'invidia ha nel suo processo un principio, un termine intermedio,
e un termine finale. Si ha un principio nel fatto che uno
tenta di sminuire la gloria altrui: o di nascosto, e allora c'è la
mormorazione; o apertamente, e allora c'è la detrazione. Si ha un
termine intermedio nel fatto che uno, nel tentativo di diminuire la
gloria altrui, o ci riesce, e allora abbiamo l'esultanza per le
avversità; o non ci riesce, e allora abbiamo il dolore per il successo.
Si ha poi il termine finale addirittura nell'odio: poiché come il
bene che piace causa l'amore, così la tristezza produce l'odio, come
sopra abbiamo detto.
È vero però che in un certo senso il dolore per il successo altrui
s'identifica con l'invidia: cioè uno si addolora dell'altrui successo
in quanto questo implica una certa gloria. Invece in un altro
senso esso è figlio dell'invidia: cioè in quanto i successi del prossimo
contrastano con gli sforzi dell'invidioso, il quale cerca di impedirli. - L'esultanza per le avversità, invece, non s'identifica
direttamente con l'invidia, ma ne è una conseguenza: infatti dalla
tristezza per il bene del prossimo, cioè dall'invidia, segue
logicamente l'esultanza per le sue disgrazie.
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