Il Santo Rosario
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Questione 35

L'accidia

Veniamo quindi a parlare dei vizi contrari alla gioia della carità. Gioia che può essere motivata dal bene divino ed allora il suo contrario è l'accidia; oppure dal bene del prossimo e allora il suo contrario è l'invidia. Perciò prima parleremo dell'accidia quindi dell'invidia.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se l'accidia sia un peccato; 2. Se sia un vizio specifico; 3. Se sia peccato mortale; 4. Se sia un vizio capitale.

ARTICOLO 1

Se l'accidia sia un peccato

SEMBRA che l'accidia non sia un peccato. Infatti:
1. Come dice Aristotele, "le passioni non ci rendono degni né di lode né di biasimo". Ora, l'accidia è una passione: infatti nel relativo trattato abbiamo visto che essa è una specie della tristezza, come insegna il Damasceno. Dunque l'accidia non è un peccato.
2. Nessun difetto corporale che capita in determinate ore ha natura di peccato. Ma tale è appunto l'accidia. Cassiano infatti così scrive: "Specialmente verso mezzogiorno essa disturba il monaco, come una febbre che colpisce periodicamente, procurando all'anima malata ardentissimi bruciori in certe ore stabilite". Quindi l'accidia non è un peccato.
3. Ciò che deriva da una buona radice non può essere un peccato. Ora, l'accidia deriva da una buona radice: infatti Cassiano afferma che l'accidia nasce dal fatto che uno "geme di non ricavare nessun frutto spirituale", e "magnifica gli altri monasteri lontani", il che sembra dovuto all'umiltà. Dunque l'accidia non è un peccato.
4. Un peccato si deve sempre fuggire, poiché sta scritto: "Fuggi dal peccato come dalla faccia di un serpente". Ebbene, Cassiano afferma: "È provato dall'esperienza che gli assalti dell'accidia non si devono vincere con la fuga, ma superare con la resistenza". Perciò l'accidia non è un peccato.

IN CONTRARIO: Ciò che dalla Sacra Scrittura viene proibito è peccato. Ora, tale è il caso dell'accidia; poiché sta scritto: "Curva le tue spalle e portala", la sapienza spirituale, "e non trascinare con accidia le sue catene". Dunque l'accidia è peccato.

RISPONDO: L'accidia, secondo il Damasceno, è "una tristezza spossante", la quale cioè deprime talmente lo spirito di un uomo, da togliergli la volontà di agire; poiché le cose inacidite sono anche fredde. Quindi l'accidia implica il disgusto dell'operare come insegna la Glossa (ordinaria) a commento di quel detto dei Salmi: "Ogni cibo aveva a nausea l'anima loro"; e alcuni definiscono l'accidia "il torpore dell'anima che trascura di intraprendere il bene". Ora, tale tristezza è sempre cattiva: talora lo è in se stessa; e altre volte nei suoi effetti. È cattiva in se stessa la tristezza che ha per oggetto un male apparente che però è vero bene: come viceversa è cattivo quel piacere che ha per oggetto un bene apparente che è vero male. Perciò, essendo il bene spirituale un vero bene, la tristezza del bene spirituale è per se stessa cattiva. Anzi, anche la tristezza che ha per oggetto il vero male può essere cattiva nei suoi effetti, se abbatte l'uomo in maniera da distoglierlo totalmente dal ben operare: infatti l'Apostolo non voleva che (l'incestuoso di Corinto ormai) pentito "fosse sopraffatto da un eccessivo dolore o tristezza" del suo peccato. Ebbene, poiché l'accidia di cui ora parliamo sta a indicare la tristezza del bene spirituale, essa è cattiva sotto due aspetti: in se stessa e nei suoi effetti. Perciò l'accidia è un peccato: poiché il peccato non è che la cattiveria riscontrata nei moti appetitivi, come abbiamo detto in precedenza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le passioni non sono peccaminose in se stesse, ma sono riprovevoli quando hanno per oggetto il male, mentre sono lodevoli quando si applicano al bene. Perciò la tristezza di suo non è né lodevole né biasimevole: ma la tristezza moderata del vero male indica qualche cosa di lodevole; mentre la tristezza del bene, come pure la tristezza esagerata del male, indica qualche cosa di biasimevole. E sotto tale aspetto l'accidia è considerata un peccato.
2. Le passioni dell'appetito sensitivo di suo possono essere peccati veniali, e inclinano l'anima al peccato mortale. E poiché l'appetito sensitivo ha un organo corporeo, ne segue che l'uomo diviene più pronto a certi peccati in forza di una trasmutazione fisiologica. Perciò può capitare che, a motivo di qualche trasmutazione fisiologica, che colpisce in determitati momenti, certi peccati ci tentino maggiormente. Ora, ogni deficienza corporale di suo predispone alla tristezza. Ecco perché quelli che digiunano, sono maggiormente tentati dall'accidia verso mezzogiorno, quando cominciano a sentire la mancanza del cibo, e a soffrire il caldo del sole.
3. Si deve all'umiltà il fatto che un uomo non si esalti, considerando i propri difetti. Ma non si deve all'umiltà, bensì all'ingratitudine, il disprezzo dei doni ricevuti da Dio. E l'accidia deriva da codesto disprezzo: infatti noi ci rattristiamo di quelle cose che consideriamo vili o cattive. Perciò è necessario che uno esalti i beni altrui, senza disprezzare il bene che Dio gli ha dato: altrimenti quelli diventerebbero occasione di tristezza.
4. Il peccato va sempre fuggito: ma la lotta contro di esso in certi casi va vinta con la fuga, e in altri casi con la resistenza. Con la fuga, quando il pensarci accresce l'incentivo al peccato, come avviene nella lussuria; e per questo S. Paolo ammonisce: "Fuggite la fornicazione". Con la resistenza; quando il pensarci toglie l'incentivo alla colpa, la quale deriva da un miraggio superficiale. E questo è il caso dell'accidia: poiché quanto più riflettiamo ai beni spirituali, più ci diventano piacevoli; e quindi cessa l'accidia.

ARTICOLO 2

Se l'accidia sia un vizio specifico

SEMBRA che l'accidia non sia un vizio specifico. Infatti:
1. Ciò che è comune a qualsiasi vizio non può essere il costitutivo di un vizio specifico. Ma qualsiasi vizio rattrista l'uomo in rapporto al bene spirituale corrispettivo: infatti il lussurioso si rattrista della continenza, e il goloso del bene dell'astinenza. Perciò essendo l'accidia, come abbiamo detto, la tristezza del bene spirituale, è chiaro che non è un peccato specifico.
2. L'accidia, essendo una specie di tristezza, si contrappone alla gioia. Ma la gioia non è considerata una virtù specifica. Dunque neppure l'accidia si deve considerare un vizio specifico.
3. Il bene spirituale, essendo un oggetto generico che la virtù persegue e il vizio rifugge, non può essere il costitutivo specifico di una virtù o di un vizio, se non viene ristretto da qualche determinazione. Ora, niente può restringerlo in rapporto all'accidia, qualora esso sia un vizio specifico, all'infuori della fatica: infatti alcuni rifuggono i beni spirituali perché faticosi; tanto è vero che l'accidia è una specie di noia. Ma fuggire la fatica si riduce alla ricerca della quiete del corpo, vale a dire alla pigrizia. Perciò l'accidia non è che la pigrizia. Ma questo è falso: perché la pigrizia si contrappone alla sollecitudine, mentre l'accidia si contrappone alla gioia. Dunque l'accidia non è un vizio specifico.

IN CONTRARIO: S. Gregorio distingue l'accidia dagli altri vizi. Perciò essa è un peccato specifico.

RISPONDO: L'accidia è la tristezza motivata da un bene spirituale. Perciò, se il bene spirituale si considerasse genericamente, allora l'accidia non potrebbe costituire un vizio specifico: poiché, come abbiamo detto, ogni vizio rifugge dal bene spirituale della virtù contraria. - Così pure non si può dire che l'accidia sia un vizio specifico in quanto rifugge il bene spirituale, perché faticoso o molesto per il corpo; oppure perché ne impedisce i piaceri: perché anche questo non distinguerebbe l'accidia dai vizi carnali, con cui si cerca la quiete e il piacere del corpo.
Perciò si deve rispondere che tra i beni spirituali c'è un ordine: infatti tutti i beni spirituali che consistono negli atti delle singole virtù sono ordinati a un unico bene spirituale, che è il bene divino, oggetto di quella specifica virtù che è la carità. Quindi ad ogni virtù appartiene godere del proprio bene spirituale, che consiste nel proprio atto: ma appartiene specificamente alla carità la gioia spirituale con la quale si gode del bene divino. Parimente la tristezza con la quale uno si addolora del bene spirituale relativo agli atti delle singole virtù non appartiene a un vizio specifico, ma a tutti i vizi. Invece il rattristarsi per il bene divino, di cui gode la carità, appartiene a un vizio specifico, che si denomina accidia.
Sono così risolte anche le difficoltà.

ARTICOLO 3

Se l'accidia sia peccato mortale

SEMBRA che l'accidia non sia peccato mortale. Infatti:
1. Ogni peccato mortale è in contrasto con qualche comandamento di Dio. Ora, l'accidia non contrasta con nessun comandamento, come è evidente per chi scorre i singoli precetti del decalogo. Dunque l'accidia non è peccato mortale.
2. Un peccato di opere non è più piccolo di un peccato di pensiero, quando è dello stesso genere. Ma allontanarsi con l'opera da certi beni spirituali che conducono a Dio non è peccato mortale: altrimenti peccherebbe mortalmente chiunque non osservasse i consigli. Perciò allontanarsi col cuore da codeste opere spirituali non è peccato mortale. E quindi l'accidia non è peccato mortale.
3. Nei perfetti non può trovarsi alcun peccato mortale. Ma l'accidia si trova nei perfetti: infatti Cassiano afferma, che l'accidia "è sperimentata specialmente dai solitari, ed è nemico dannoso e frequente per coloro che vivono nell'eremo". Dunque l'accidia non è un peccato mortale.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "La tristezza del mondo produce la morte". Ma tale è l'accidia: poiché essa non è "la tristezza secondo Dio", la quale si contrappone alla tristezza del mondo che produce la morte. Dunque l'accidia è peccato mortale.

RISPONDO: Come sopra abbiamo visto, si dice mortale quel peccato che toglie la vita spirituale prodotta dalla carità, virtù in forza della quale Dio abita in noi: perciò è mortale per il suo genere quel peccato che per se stesso, cioè per la sua natura, è incompatibile con la carità. Ora, tale è l'accidia. Poiché effetto proprio della carità è la gioia di Dio, come sopra abbiamo visto: l'accidia invece è una tristezza del bene spirituale in quanto è bene divino. Perciò per il suo genere l'accidia è peccato mortale.
Si deve però notare, per tutti i peccati che sono mortali nel loro genere, che essi non sono mortali se non quando raggiungono la loro perfezione. Ora, il peccato viene consumato nel consenso della ragione: infatti ora noi parliamo del peccato dell'uomo, consistente in un atto umano che ha il suo principio nella ragione. Perciò, se c'è un inizio di peccato nella sola sensualità, senza giungere al consenso della ragione, il peccato è veniale per l'imperfezione dell'atto. Nell'adulterio, p. es., la concupiscenza che si ferma alla sola sensualità è un peccato veniale; se invece raggiunge il consenso della ragione, è peccato mortale. Così anche il moto dell'accidia talora si limita alla sensualità, nella lotta tra la carne e lo spirito: e allora è peccato veniale. Talora invece giunge fino alla ragione, concretandosi in fuga, orrore e detestazione del bene divino, col prevalere assoluto della carne sullo spirito. E allora è chiaro che l'accidia è peccato mortale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'accidia è in contrasto col precetto della santificazione del sabato, nel quale comandamento, secondo il suo significato morale, si prescrive il riposo dell'anima in Dio, e al quale si contrappone la tristezza dell'anima per il bene divino.
2. L'accidia non è una fuga dello spirito da qualsiasi bene spirituale, ma dal bene di Dio, al quale lo spirito è tenuto ad aderire. Perciò se uno si rattrista perché viene obbligato a compiere opere di virtù alle quali non è tenuto, non si ha un peccato di accidia: ma solo quando si rattrista di cose che è strettamento tenuto a compiere per il Signore.
3. Nelle persone sante si trovano certi moti imperfetti di accidia, che però non giungono ad avere il consenso della ragione.

ARTICOLO 4

Se l'accidia sia un vizio capitale

SEMBRA che l'accidia non sia un vizio capitale. Infatti:
1. Si dice capitale quel vizio che sollecita ad atti peccaminosi, come sopra abbiamo spiegato. Ora, l'accidia non sollecita all'atto, ma piuttosto trattiene dall'agire. Perciò non si deve considerare un vizio capitale.
2. A un vizio capitale vengono attribuite delle figlie. Ora, S. Gregorio attribuisce all'accidia queste sei figlie: "la malizia, il rancore, la pusillanimità, la disperazione, il torpore relativo ai precetti, il vagare della mente sulle cose illecite". Ma queste cose non sembra che derivino dall'accidia. Infatti il rancore pare che si identifichi con l'odio, il quale nasce dall'invidia, come sopra abbiamo detto. La malizia e il vagare sulle cose illecite sono dati generici che si riscontrano in tutti i vizi. La pigrizia poi relativa ai precetti sembra che s'identifichi con l'accidia. Mentre la pusillanimità e la disperazione possono nascere da qualsiasi peccato. Perciò non è giusto mettere l'accidia tra i vizi capitali.
3. S. Isidoro distingue il vizio dell'accidia da quello della tristezza, affermando che la tristezza consiste nell'abbandonare le cose gravose e faticose a cui si è tenuti; mentre l'accidia consiste nell'abbandonarsi a un riposo colpevole. E scrive che dalla tristezza nascono "rancore, pusillanimità, amarezza e disperazione"; mentre dall'accidia nascerebbero sette cose, che sono "oziosità, sonnolenza, importunità dello spirito, irrequietezza del corpo, instabilità, verbosità, curiosità". Perciò o S. Gregorio o S. Isidoro sbaglia nell'assegnare l'accidia con le sue figlie tra i vizi capitali.

IN CONTRARIO: S. Gregorio afferma che l'accidia è un vizio capitale, e che ha le figlie sopraindicate.

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, si denomina capitale quel vizio dal quale, come da causa finale, facilmente ne derivano altri. Ora, gli uomini come compiono molte cose per il piacere, sia per raggiungerlo, sia perché spinti dal suo impulso ad agire; così compiono molte cose per il dolore, o tristezza, sia per evitarlo, sia perché sono portati da esso a compiere certe azioni. Perciò essendo l'accidia una specie di tristezza, come sopra abbiamo dimostrato, è giusto considerarla un vizio capitale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'accidia, aggravando lo spirito, trattiene l'uomo dalle opere che causano tristezza. Essa però sollecita a compiere gli atti che sono consoni alla tristezza, p. es., a piangere; oppure a compiere cose con le quali la tristezza si può evitare.
2. S. Gregorio ha determinato con esattezza le figlie dell'accidia. Dal momento infatti che "nessuno", come dice il Filosofo, "può rimanere a lungo con la tristezza, senza un piacere", è necessario che dalla tristezza nascano queste due cose: primo, l'abbandono di ciò che contrista; secondo, il passaggio ad altre cose in cui si prova piacere. Così il Filosofo nota che coloro i quali non sono in grado di gustare i piaceri spirituali, sono portati ai piaceri materiali. Ora, nell'abbandono della tristezza si nota questo sviluppo, che da prima si fugge ciò che addolora, e quindi si passa ad impugnarlo. Ma i beni spirituali di cui si addolora l'accidia possono essere sia il fine che i mezzi. Ebbene, l'abbandono del fine si ha nella disperazione. Mentre si ha l'abbandono dei mezzi nella pusillanimità, quando si tratta di cose ardue, oggetto dei consigli (evangelici); e nel torpore relativo ai precetti, quando si tratta di cose che appartengono alla santità comune. - Invece l'impugnazione dei rattristanti beni spirituali talora ha di mira gli uomini che promuovono codesti beni, e si ha il rancore; talore investe gli stessi beni spirituali, che uno arriva a detestare, e allora si ha la malizia. - Si enumera finalmente tra le figlie dell'accidia la divagazione sulle cose illecite, per il fatto che uno, mosso dalla tristezza, si volge alle cose piacevoli esteriori.
Sono così risolte le obiezioni relative alle singole figlie dell'accidia. Infatti qui la malizia non è presa in quanto elemento generico di ogni vizio, ma nel senso indicato. E così il rancore non è qui sinonimo di odio, ma si tratta di un certo sdegno, come abbiamo detto. Così si dica per le altre cose.
3. Anche Cassiano distingue la tristezza dall'accidia: ma con più ragione S. Gregorio le identifica. Perché la tristezza, come sopra abbiamo visto, non è un vizio distinto dagli altri in quanto uno tende a scansare opere gravose e faticose, oppure in quanto viene contristato da altri motivi; ma solo in quanto si rattrista del bene divino. E questo forma il costitutivo dell'accidia, la cui quiete in tanto è peccaminosa, in quanto è un disprezzo del bene divino.
Le cose poi che S. Isidoro considera come originate dalla tristezza e dall'accidia, si riducono a quelle stabilite da S. Gregorio. Infatti l'amarezza, che per S. Isidoro nasce dalla tristezza, è un effetto del rancore. L'oziosità e la sonnolenza poi si riducono al torpore relativo ai precetti: precetti intorno ai quali uno è ozioso trascurandoli del tutto; e sonnolento osservandoli con negligenza. Invece tutte e cinque le altre cose che poi S. Isidoro fa nascere dall'accidia si riducono alla divagazione della mente sulle cose illecite. Divagazione che, considerata nella cittadella dell'anima la quale vuole con caparbietà effondersi sulle varie cose, si chiama importunità dello spirito; in quanto appartiene alle facoltà conoscitive si denomina curiosità; in quanto si produce nella locuzione si dice verbosità; rispetto al corpo poi, che non sta fermo nello stesso luogo, si denomina inquietudine del corpo, ed è il caso di chi indica con i moti incomposti delle sue membra la divagazione della mente; se invece si ha un variare di luoghi si ha instabilità. Oppure per instabilità si può intendere la mutabilità nei propositi.