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Questione
33
La
correzione fraterna
Passiamo ora a trattare della correzione fraterna.
Sull'argomento si pongono otto quesiti: 1. Se la correzione fraterna
sia un atto di carità; 2. Se sia di precetto; 3. Se questo precetto
obblighi tutti, o soltanto i prelati; 4. Se i sudditi siano tenuti
per questo precetto a correggere i superiori; 5. Se un peccatore
possa correggere gli altri; 6. Se si debba correggere uno, che
con la correzione diventa peggiore; 7. Se la pubblica denunzia
debba essere preceduta dalla correzione segreta; 8. Se la denunzia
debba essere preceduta dalla produzione di testimoni.
ARTICOLO
1
Se la correzione fraterna sia un atto di carità
SEMBRA che la correzione fraterna non sia un atto di carità. Infatti:
1. Nel commentare quel passo evangelico:
"Se il tuo fratello
pecca contro di te...", la Glossa afferma, che il fratello va
rimproverato "per lo zelo della giustizia". Ma la giustizia è una virtù
diversa dalla carità. Dunque la correzione fraterna non è un atto
di carità, ma di giustizia.
2. La correzione fraterna viene fatta con un'ammonizione segreta.
Ora, l'ammonizione è un consiglio, e questo appartiene alla
prudenza: poiché a detta di Aristotele è proprio del prudente "esser
pronto a dare buoni consigli". Perciò la correzione fraterna
non è un atto di carità, ma di prudenza.
3. Atti contrari non appartengono a una medesima virtù. Ora,
sopportare chi pecca è un atto di carità, come risulta dalle parole
di S. Paolo: "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete
la legge di Cristo", che è la legge della carità. Quindi correggere
il fratello che pecca, essendo il contrario della sopportazione, non
è un atto di carità.
IN CONTRARIO: Correggere chi sbaglia è un'elemosina spirituale.
Ma l'elemosina, come abbiamo visto, è un atto di carità. Dunque
anche la correzione fraterna è un atto di carità.
RISPONDO: La correzione di chi sbaglia è un rimedio da usarsi
contro il peccato altrui. Ora, questo peccato si può considerare sotto
due aspetti: primo, in quanto è nocivo a chi lo compie; secondo,
in quanto è nocivo per gli altri, che ne vengono lesi o scandalizzati;
oppure in quanto compromette il bene comune, la cui giustizia
viene turbata dal peccato. Perciò ci sono due modi di correggere
il peccatore. Il primo che applica un rimedio al peccato
in quanto questo è un male di chi pecca: e questa propriamente è
la correzione fraterna, ordinata all'emenda del colpevole. Ora, togliere
il male di una persona equivale a procurarle il bene. Ma
procurare il bene del proprio fratello appartiene alla carità, con
la quale vogliamo e facciamo del bene agli amici. Dunque la correzione
fraterna è un atto di carità: perché con essa combattiamo
il male del fratello, cioè il peccato. E questo appartiene alla carità
più della eliminazione di qualsiasi danno esterno, e di qualsiasi
malanno corporale: cioè quanto il bene corrispettivo della virtù è
più affine alla carità che il bene del corpo o delle cose esterne.
Perciò la correzione fraterna è un atto di carità superiore alla cura
delle malattie del corpo, e alle elemosine che tolgono la miseria
esteriore. - C'è invece una seconda correzione la quale usa un rimedio
al peccato del colpevole in quanto male altrui, e specialmente
in quanto nuoce al bene comune. E tale correzione è un atto di giustizia,
la quale ha il compito di custodire la rettitudine dell'onestà
nei rapporti reciproci.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel commento parla della seconda
correzione, che è un atto di giustizia. - Oppure, se parla della
prima, giustizia là va presa quale virtù in generale, come vedremo:
cioè nel senso in cui "ogni peccato è un'ingiustizia", a detta di
S. Giovanni, perché contrario alla giustizia.
2. Come il Filosofo spiega,
"la prudenza rende retti i mezzi ordinati
al fine", dei quali si occupa il consiglio e l'elezione. Tuttavia,
siccome con la prudenza si agisce con rettitudine in ordine
al fine di determinate virtù morali, come la temperanza o la fortezza,
codesti atti appartengono principalmente alla virtù di cui
perseguono il fine. E poiché l'ammonizione che si fa nella correzione
fraterna è ordinata a togliere il peccato dal proprio fratello,
il che appartiene alla carità, è evidente che codesta ammonizione
è principalmente un atto di carità, in quanto questa lo comanda, mentre appartiene alla prudenza in modo secondario, perché esecutrice
e regolatrice di esso.
3. La correzione fraterna non è contraria alla sopportazione dei
deboli, ma piuttosto deriva da essa. Infatti uno in tanto sopporta
il colpevole, in quanto non si turba contro di lui, ma conserva per
lui della benevolenza. E da questo nasce il tentativo di condurlo
ad emendarsi.
ARTICOLO
2
Se la correzione fraterna sia di precetto
SEMBRA che la correzione fraterna non sia di precetto. Infatti:
1. Ciò che è impossibile non può mai essere di precetto, come
si rileva dalle parole di S. Girolamo: "Maledetto chi dice che Dio
ha comandato qualche cosa d'impossibile". Ora, nella Scrittura
si legge: "Considera le opere di Dio, come nessuno possa correggere ciò che egli dispregiò". Dunque la correzione fraterna non è
di precetto.
2. Tutti i precetti della legge divina si riducono a quelli del decalogo.
Ma la correzione fraterna non ricade in nessuno dei precetti del decalogo.
Quindi non è di precetto.
3. L'omissione di un precetto divino è peccato mortale, e questo
non può trovarsi nei santi. Invece l'omissione della correzione fraterna
si riscontra anche nei santi e nelle persone spirituali. Infatti
S. Agostino afferma, che "non soltanto i deboli, ma anche coloro
che sono nei gradi superiori della vita si astengono dal riprendere
gli altri per certi attaccamenti dell'amor proprio, e non per dovere
di carità". Perciò la correzione fraterna non è di precetto.
4. Ciò che è di precetto ha l'aspetto di cosa dovuta. Perciò se
la correzione fraterna fosse di precetto, noi si sarebbe in debito
coi fratelli che peccano di curarne la correzione. Ma chi ha un
debito materiale, mettiamo di danaro, non può contentarsi di aspettare
il creditore, ma deve ricercarlo per rendere il suo debito. Dunque
bisognerebbe che uno cercasse quelli che hanno bisogno di
essere corretti. E questo non è ammissibile: sia per la moltitudine
dei colpevoli, cui un solo uomo non sarebbe capace di soddisfare;
sia perché allora bisognerebbe che i religiosi uscissero dai
loro chiostri per correggere la gente, il che non è da pensarsi.
Dunque la correzione fraterna non è di precetto.
IN CONTRARIO: S. Agostino ammonisce:
"Se trascuri di correggere,
diventi peggiore di chi ha peccato". Ma questo non avverrebbe,
se uno con tale negligenza non trascurasse un precetto. Dunque
la correzione fraterna è di precetto.
RISPONDO: La correzione fraterna è di precetto. Si deve però notare
che mentre i precetti negativi della legge proibiscono gli atti
peccaminosi, i precetti affermativi inducono ad atti di virtù. Ma
gli atti peccaminosi sono cattivi per se stessi, e non possono esser
buoni in nessuna maniera, in nessun luogo e in nessun tempo:
poiché sono legati per se stessi a un fine cattivo, come dice Aristotele.
Ecco perché i precetti negativi obbligano sempre e in tutti
i casi. Gli atti virtuosi, invece, non sono da farsi in un modo qualsiasi,
ma osservando le debite circostanze richieste per farne degli
atti virtuosi: cioè facendoli dove si deve, quando si deve, e come
si deve. E poiché le disposizioni dei mezzi dipendono dal fine, tra
le circostanze degli atti virtuosi si deve tener presente specialmente
il fine, che è il bene della virtù. Perciò se c'è l'omissione di una
circostanza relativa all'atto virtuoso, la quale elimina totalmente
il bene della virtù, l'atto è contrario al precetto. Se invece viene
a mancare una circostanza la quale non toglie del tutto la virtù,
sebbene non raggiunga la perfezione di essa, l'atto non è contrario
al precetto. Ecco perché il Filosofo afferma, che se ci si allontana
di poco dal giusto mezzo, non siamo contro la virtù: se invece ci
si allontana di molto, si distrugge la virtù nel proprio atto. Ora,
la correzione fraterna è ordinata all'emendazione dei fratelli. Perciò
essa è di precetto in quanto è necessaria a codesto fine: non
già nel senso che si debba correggere il fratello che sbaglia in
qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In tutte le opere buone l'azione
umana non è efficace, senza l'aiuto di Dio: tuttavia l'uomo deve
fare quanto sta in lui. Di qui l'ammonizione di S. Agostino: "Non
sapendo noi chi appartiene al numero dei predestinati, dobbiamo
avere tanto affetto di carità, da volere che tutti si salvino". Perciò
dobbiamo offrire a tutti la correzione fraterna, sperando nell'aiuto di Dio.
2. Come sopra abbiamo visto, tutti i precetti ordinati a prestare
qualche beneficio al prossimo si riducono al precetto che comanda
di onorare i genitori.
3. La correzione fraterna può essere omessa in tre modi. Primo,
in maniera meritoria: quando uno la lascia per motivi di carità.
Scrive infatti S. Agostino: "Se uno lascia di rimproverare e di
correggere i peccatori perché aspetta un momento più opportuno;
oppure per paura che diventino peggiori, o che impediscano la formazione
di altri nella via del bene e della pietà, e facciano pressione
sui deboli e li allontanino dalla fede, non sembra che ci
sia allora un motivo di amor proprio, ma di carità". - Secondo,
l'omissione della correzione fraterna può coincidere col peccato
mortale: quando cioè, come dice S. Agostino, "si ha paura del
giudizio del volgo, o dell'uccisione, o delle percosse"; quando però
questa paura domina tanto nell'anima da sopraffare la carità fraterna.
E questo avviene quando uno pensa di poter ritrarre, con
ogni probabilità, dalla colpa un peccatore, e tuttavia trascura di
farlo per timore, o per egoismo. - Terzo, questa omissione può essere
un peccato veniale: quando il timore e l'egoismo rendono
l'uomo restio alla correzione fraterna; però non da trascurarla
per timore o per egoismo, ai quali in cuor suo prepone la carità
fraterna, quando è persuaso di poter così ritrarre il proprio fratello dal peccato. E in questo modo talora anche gli uomini di
santa vita trascurano di correggere i colpevoli.
4. Ciò che è dovuto a una persona ben determinata, sia esso un
bene materiale o spirituale, siamo tenuti a offrirlo senza aspettare
che essa venga a chiederlo, ma è nostro dovere essere solleciti
nel ricercarlo. Perciò, come il debitore è tenuto a cercare il creditore
quando scade il tempo di restituire il debito, così chi ha
la cura spirituale di qualcuno deve cercarlo per correggerlo dei
suoi peccati. Invece per le opere buone, corporali o spirituali, che
non sono dovute a persone determinate, bensì al prossimo in generale,
non è necessario cercare quelli che ne hanno bisogno, ma
basta esercitarle su quelli che si presentano: poiché, come dice
S. Agostino, questo si deve considerare "come una specie di sorte".
Per questo altrove egli dice, che il "Signore ci avverte di non
trascurare reciprocamente i nostri peccati, non già ricercando i difetti
da riprendere, ma osservando ciò che puoi correggere". Altrimenti
diventeremmo investigatori dell'altrui condotta, contro
l'ammonimento della Scrittura: "Non cercare l'empietà nella casa
del giusto, e non turbare la sua quiete". - Perciò è evidente non essere
necessario che i religiosi escano dai chiostri per correggere
i peccatori.
ARTICOLO
3
Se la correzione fraterna spetti solo ai prelati
SEMBRA che la correzione fraterna non spetti che ai prelati. Infatti:
1. S. Girolamo scrive:
"I sacerdoti cerchino di osservare quelle
parole evangeliche: "Se il tuo fratello pecca contro di te, ecc."".
Ora, col termine sacerdoti si usava indicare i prelati, che hanno
la cura spirituale degli altri. Perciò ai soli prelati spetta la correzione
fraterna.
2. La correzione fraterna è un'elemosina spirituale. Ma fare l'elemosina
materiale spetta a quelli che sono superiori nelle cose temporali,
cioè ai più ricchi. Quindi anche la correzione fraterna spetta
a coloro che sono superiori nelle cose spirituali, cioè ai prelati.
3. Chi corregge, smuove un altro con la sua ammonizione. Ora,
tra gli esseri fisici, o naturali, i corpi inferiori sono mossi da
quelli superiori. Dunque anche nell'ordine della virtù, il quale segue
l'ordine della natura, soltanto ai prelati spetta correggere gli inferiori.
IN CONTRARIO: Nel Decreto di Graziano si legge:
"Tanto i sacerdoti
che tutti gli altri fedeli devono avere somma cura di coloro
che si perdono, in modo che con i loro rimproveri, o li correggano
dei peccati, oppure, se si mostrano incorreggibili, vengano separati
dalla Chiesa".
RISPONDO: Come abbiamo
già visto, ci sono due tipi di correzione.
La prima, che è un atto di carità, e che tende principalmente
ad emendare il fratello colpevole mediante la semplice ammonizione.
E tale correzione spetta a chiunque abbia la carità, sia
egli suddito o prelato. - C'è poi una seconda correzione che è un
atto di giustizia, nella quale si ha di mira il bene comune, che
viene procurato non soltanto mediante l'ammonizione, ma talora
anche con la punizione, perché gli altri dal timore siano distolti
dalla colpa. E questa correzione spetta ai soli prelati, i quali hanno
il compito non soltanto di ammonire, ma anche di correggere con
la punizione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche nella correzione fraterna,
che interessa tutti, il dovere dei prelati è più grave, come nota
S. Agostino. Infatti come uno è tenuto di più a beneficare materialmente
coloro che sono affidati alle sue cure temporali, così è
tenuto di più a beneficare spiritualmente, con la correzione, con
l'insegnamento, ecc., quelli che sono affidati alle sue cure spirituali.
Perciò S. Girolamo non intende dire che il precetto della
correzione fraterna interessa soltanto i sacerdoti; ma che li interessa
in maniera speciale.
2. Come chi è in grado di soccorrere materialmente è relativamente
ricco, così chi conserva sano il giudizio della ragione, in
modo da poter correggere l'altrui peccato, in questo è da considerarsi
superiore.
3. Anche tra gli esseri fisici, o naturali, alcuni esercitano influssi
reciproci, in forza di una superiorità scambievole: cioè per
il fatto che ciascuno di essi in qualche modo è in atto, e in qualche
modo in potenza rispetto all'altro. Parimente, una persona, in
quanto ha conservato sano il giudizio della ragione rispetto alla
cosa in cui un altro sbaglia, è in grado di correggerlo, sebbene non
sia superiore a lui in modo assoluto.
ARTICOLO 4
Se un suddito sia tenuto a correggere il suo prelato
SEMBRA che un suddito non sia tenuto a correggere il suo prelato.
Infatti:
1. Sta scritto:
"L'animale che toccherà il monte sarà lapidato";
e nel libro dei Re si legge che Oza fu percosso dal Signore, perché
aveva toccato l'arca. Ora, il monte e l'arca raffigurano i prelati.
Dunque i prelati non devono essere corretti dai sudditi.
2. All'affermazione di S. Paolo:
"Gli resistei in faccia", la Glossa
aggiunge: "come pari". Perciò, siccome un suddito non è pari
al suo prelato, non deve correggerlo.
3. S. Gregorio afferma:
"Non presuma di correggere la vita dei
santi se non chi si stima migliore di essi". Ma nessuno deve stimarsi
migliore del proprio prelato. Dunque i prelati non vanno mai corretti.
IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto nella Regola:
"Non di voi
soltanto, ma anche di lui", cioè del prelato, "abbiate misericordia,
che quanto si trova in un posto più alto, tanto si trova in maggiore
pericolo". Ora, la correzione fraterna è un'opera di misericordia.
Quindi vanno corretti anche i prelati.
RISPONDO: Non spetta ai sudditi nei riguardi del loro prelato la
correzione che è, mediante la coercizione della pena, un atto di
giustizia. Ma la correzione fraterna che è un atto di carità spetta
a tutti nei riguardi di qualunque persona, verso la quale siamo
tenuti ad avere la carità, quando in essa troviamo qualche cosa
da correggere. Infatti l'atto che deriva da un abito o da una facoltà
abbraccia tutte le cose che sono contenute sotto l'oggetto di
codesto abito o potenza: la percezione visiva, p. es., abbraccia tutte
le cose colorate contenute sotto l'oggetto della vista.
Siccome però l'atto virtuoso deve essere moderato dalle debite
circostanze, nelle correzioni che i sudditi fanno ai loro superiori
si deve rispettare il debito modo: essa cioè non va fatta con insolenza né
con durezza, ma con mansuetudine e con rispetto. Ecco
perché l'Apostolo ammonisce: "Non rimproverare l'uomo anziano,
ma rivolgigli la tua esortazione come a un padre"; e Dionigi rimprovera
il monaco Demofilo, perché aveva corretto senza rispetto
un sacerdote, percuotendolo e cacciandolo dalla chiesa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si tocca colpevolmente il prelato
quando si rimprovera senza rispetto, oppure quando si sparla di
lui. E ciò viene raffigurato dal contatto del monte e dell'arca riprovato
da Dio.
2.
"Resistere in faccia davanti a tutti" passa la misura della
correzione fraterna: perciò S. Paolo non avrebbe così ripreso S. Pietro,
se in qualche modo non fosse stato suo pari rispetto alla
difesa della fede. Ma ammonire in segreto e con rispetto può farlo
anche chi non è pari. Perciò l'Apostolo scriveva ai Colossesi di
ammonire il loro prelato, dicendo: "Dite ad Archippo: Adempi il
tuo ministero".
Si noti però che quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi
sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente.
Perciò S. Paolo, che pure era suddito di S. Pietro, per
il pericolo di scandalo nella fede, lo rimproverò pubblicamente. E
S. Agostino commenta: "Pietro stesso diede l'esempio ai superiori,
di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capita
di allontanarsi dalla giusta via".
3. Presumere di essere in modo assoluto migliore del proprio
prelato è un atto di presuntuosa superbia. Ma stimarsi migliore
in qualche cosa non è presunzione: poiché nessuno in questa vita
è senza qualche difetto. - Si deve anche notare che quando un
suddito ammonisce con carità il suo prelato, non per questo si
stima da più di lui: ma offre un aiuto a colui che, a detta di
S. Agostino, "quanto si trova più in alto, tanto si trova in più
grave pericolo".
ARTICOLO 5
Se un peccatore sia tenuto a correggere i colpevoli
SEMBRA che un peccatore sia tenuto a correggere i colpevoli. Infatti:
1. Nessuno è dispensato dall'osservanza di un precetto, per il
fatto che ha commesso un peccato. Ma la correzione fraterna, come
abbiamo visto, è di precetto. Quindi per il peccato che uno ha commesso
non deve trascurare questa correzione.
2. L'elemosina spirituale vale più dell'elemosina materiale. Ora,
chi è in peccato non si deve astenere dal fare l'elemosina materiale.
Molto meno, dunque, deve astenersi dal correggere i colpevoli
per un peccato commesso in precedenza.
3. Sta scritto:
"Se diremo di essere senza peccato, inganniamo
noi stessi". Perciò se il peccato impedisse di fare la correzione
fraterna, nessuno sarebbe in grado di correggere i peccatori. Il
che è inammissibile.
IN CONTRARIO: S. Isidoro afferma:
"Non deve correggere i vizi
altrui chi è signoreggiato dal vizio". E S. Paolo osserva: "In
quella che giudichi gli altri, condanni te stesso, giacché tu che
giudichi fai le stesse cose".
RISPONDO: Come già abbiamo detto, la correzione del peccatore
spetta a una persona in quanto vige in essa il retto giudizio della
ragione. Ora il peccato, come abbiamo visto, non elimina il bene
di natura totalmente, così da non lasciare nel peccatore nulla del
retto giudizio della ragione. E in forza di codesta rettitudine egli
è tuttora in grado di rimproverare il peccato di un altro.
Tuttavia col peccato precedente si mette un ostacolo a questa
correzione, per tre motivi. Primo, perché col peccato uno si rende
indegno di correggere gli altri. Specialmente se egli ha commesso
un peccato più grave, non è in grado di correggere un altro di
un peccato più piccolo. Perciò a commento delle parole evangeliche: "Perché
vedi la pagliuzza, ecc.", S. Girolamo afferma: "Il
Signore qui parla di coloro i quali, essendo colpevoli di peccati
mortali, non compatiscono nei loro fratelli peccati più piccoli".
Secondo, la correzione è resa inopportuna per lo scandalo che
l'accompagna, se il peccato di chi vuol correggere è conosciuto:
perché così egli mostra di correggere non per carità, ma per ostentazione.
Perciò il Crisostomo così commenta le parole evangeliche, "Come puoi dire al tuo fratello,
ecc.": "Con quale intenzione?
Lo fai forse per carità, per salvare il tuo fratello? No: perché
prima salveresti te stesso. Perciò tu non vuoi salvare gli altri, ma
vuoi nascondere con la bontà dell'insegnamento la cattiva condotta,
e cercare presso gli uomini la lode della scienza".
Terzo, per la superbia di chi fa la correzione: perché così uno
minimizza i propri peccati, e in cuor suo preferisce se stesso al
prossimo, giudicandone con severità le colpe, come se lui fosse onesto.
Ecco perché S. Agostino afferma: "Accusare i vizi è compito
dei buoni: e quando lo fanno i cattivi, ne usurpano le parti".
Perciò, come il Santo ammonisce, "quando siamo costretti a riprendere
qualcuno, pensiamo se si tratta di un vizio che noi non
abbiamo mai avuto: e allora riflettiamo che siamo uomini, e
avremmo potuto averlo. E se si tratta di un vizio che abbiamo
avuto nel passato e non abbiamo più, allora ricordiamoci della
comune fragilità, affinché quella correzione non sia preceduta dall'odio,
ma dalla misericordia. Se poi ci accorgiamo di essere nel
medesimo difetto, non rimproveriamo, ma piangiamo insieme e
invitiamo gli altri a pentirsene con noi".
Dalle quali parole risulta che se il peccatore corregge con umiltà
non pecca, e non merita una nuova condanna; sebbene allora
egli possa apparire degno di condanna, per il peccato commesso,
o di fronte alla coscienza del proprio fratello, o almeno a quella
propria.
Sono così risolte anche le difficoltà.
ARTICOLO 6
Se uno debba astenersi dalla correzione per paura
che il colpevole diventi peggiore
SEMBRA che uno non debba astenersi dalla correzione per paura
che il colpevole diventi peggiore. Infatti:
1. Il peccato è un'infermità dell'anima, secondo l'espressione del
Salmo: "Pietà di me, o Signore, perché sono infermo". Ma chi
ha la cura di un infermo non deve abbandonarlo per la sua ribellione
e il suo disprezzo: poiché allora è in più grave pericolo,
com'è evidente per i pazzi furiosi. Molto più, dunque, uno deve
correggere il colpevole, per quanto questi ne sia esasperato.
2. Secondo S. Girolamo,
"la verità della vita non va abbandonata
per lo scandalo". Ora, i precetti di Dio appartengono alla verità
della vita. Perciò, siccome la correzione fraterna è di precetto, è chiaro
che non si deve omettere per lo scandalo di chi la riceve.
3. A detta dell'Apostolo,
"non si deve fare il male perché ne
venga un bene". Quindi, per lo stesso motivo, non si deve trascurare
il bene perché non ne venga del male. Ma la correzione fraterna è un bene.
Dunque essa non si deve tralasciare per paura che colui
che la subisce diventi peggiore.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Non riprendere il beffardo affinché
non ti odi". E la Glossa commenta: "Non devi temere che il beffardo,
quando è ripreso, ti copra d'ingiurie: ma devi piuttosto
evitare che, spinto all'odio, diventi peggiore". Perciò si deve
lasciare la correzione fraterna quando si teme che il colpevole diventi peggiore.
RISPONDO: Esistono due tipi di correzione dei colpevoli. La prima,
riservata ai prelati, è ordinata al bene comune, ed ha forza coattiva.
Tale correzione non va trascurata per il turbamento di colui
che la subisce. Sia perché, nel caso che non voglia emendarsi
spontaneamente, va costretto con i castighi a smettere il peccato.
Sia perché, nel caso d'incorreggibilità, si provveda al bene comune, col difendere l'ordine della giustizia, e spaventando gli
altri con l'esemplare punizione di un individuo. Ecco perché un
giudice non lascia di proferire la sentenza di condanna contro il
colpevole per paura del turbamento di lui, o dei suoi amici.
La seconda invece è una correzione fraterna del colpevole, la
quale non si esercita con la coazione, ma con la semplice ammonizione.
Perciò quando si giudica probabile che il peccatore non
accetterà l'ammonizione, ma farà peggio, si deve desistere dal
correggerlo: perché le cose che sono mezzi ordinati al fine devono
essere regolate secondo l'esigenza del fine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il medico usa verso il pazzo furioso,
che non vuole le sue cure, una certa coazione. Il suo trattamento è
simile alla correzione dei prelati, che ha forza coattiva:
non già alla correzione fraterna.
2. La correzione fraterna viene comandata in quanto è un atto
di virtù. Ma un atto è tale in quanto è proporzionato al fine. Perciò
quando essa dovesse impedire il fine, come nel caso che il
colpevole divenisse peggiore, allora non appartiene più alla verità
della vita, e non è di precetto.
3. Le cose ordinate al fine hanno natura di bene in ordine al
fine. Perciò la correzione fraterna, quando viene a impedire il
fine, cioè l'emenda del proprio fratello, non ha più natura di bene.
E quindi tralasciando codesta correzione non si tralascia il bene
perché non ne venga un male.
ARTICOLO
7
Se nella correzione fraterna sia
obbligatorio
far precedere l'ammonizione alla denunzia
SEMBRA che nella correzione fraterna non sia obbligatorio far
precedere l'ammonizione segreta alla denunzia. Infatti:
1. Specialmente nelle opere di carità siamo tenuti ad imitare
Dio, secondo l'ammonizione di S. Paolo: "Fatevi imitatori di Dio
come figli carissimi, e camminate nella carità". Ora, Dio talora
punisce pubblicamente l'uomo per il peccato, senza nessuna segreta
ammonizione precedente. Dunque non è necessario che l'ammonizione
segreta preceda la denunzia.
2. Come dice S. Agostino,
"dalle gesta dei Santi si può capire
come siano da intendersi i precetti della Sacra Scrittura". Ma
nelle gesta dei Santi troviamo pubbliche denunzie dei peccati occulti,
senza ammonizione segreta precedente: così si legge nella
Genesi che Giuseppe "accusò i fratelli presso suo padre di un
gravissimo delitto"; e negli Atti si racconta che S. Pietro denunziò
pubblicamente Anania e Saffira, che di nascosto avevano ingannato
sul prezzo del campo, senza premettere un'ammonizione
segreta. Del resto anche il Signore non risulta che abbia ammonito
segretamente Giuda, prima di denunziarlo. Perciò non è di
precetto che l'ammonizione segreta preceda la pubblica denunzia.
3. L'accusa è più grave della denunzia. Eppure uno può procedere
all'accusa senza una previa ammonizione segreta: infatti
nelle Decretali viene stabilito che "all'accusa deve precedere l'iscrizione". Dunque non pare sia di precetto che la denunzia
pubblica sia preceduta da un'ammonizione segreta.
4. Non è ammissibile che quanto è entrato nella consuetudine di
tutti i religiosi sia contro i precetti di Cristo. Ora, in tutte le
famiglie religiose è consuetudine che si facciano le proclamazioni
delle colpe, senza premettere nessuna ammonizione segreta. Perciò
questa non è di precetto.
5. I religiosi sono tenuti a ubbidire ai loro superiori. Ma questi
talora comandano, o a tutti o ad alcuni in particolare, di dir loro
le cose riprensibili che conoscono. Perciò i religiosi sono tenuti
a parlare anche prima dell'ammonizione segreta. Quindi non è
di precetto che l'ammonizione segreta preceda la pubblica denunzia.
IN CONTRARIO: S. Agostino nel commentare le parole evangeliche,
"Correggilo tra te e lui solo", ammonisce:
"Mira alla sua correzione,
risparmiandogli la vergogna. Perché allora per vergogna comincerebbe
a difendere il suo peccato, e così renderesti peggiore
chi avresti voluto rendere migliore". Ora, il precetto della carità
ci obbliga a evitare che i nostri fratelli diventino peggiori. Dunque
l'ordine della correzione fraterna è di precetto.
RISPONDO: Per la pubblica denunzia dei peccati dobbiamo distinguere.
Infatti i peccati sono o pubblici, od occulti. Se sono pubblici
non si deve provvedere soltanto al colpevole perché diventi
più onesto, ma anche agli altri che sono a conoscenza del peccato,
perché non ne siano scandalizzati. Perciò questi peccati devono
essere rimproverati pubblicamente, stando all'esortazione
dell'Apostolo: "Quelli che sbagliano riprendili in faccia a tutti, perché
anche gli altri abbiano paura"; parole queste che, a detta di
S. Agostino, si riferiscono ai peccati pubblici.
Se invece si tratta di peccati occulti, allora valgono le parole
del Signore: "Se il tuo fratello ha peccato contro di te...": poiché
quando uno offendesse te pubblicamente davanti agli altri,
allora non peccherebbe solo contro di te, ma anche contro gli
altri, che ne rimangono turbati. Siccome però anche con i peccati
occulti si può predisporre l'offesa di altri, dobbiamo qui suddistinguere.
Infatti ci sono dei peccati occulti che sono di danno corporale
o spirituale per il prossimo: quando uno, p. es., tratta segretamente
la consegna della città al nemico; oppure quando un
eretico privatamente distoglie i credenti dalla fede. E poiché in
tal caso chi pecca segretamente non pecca solo contro di te, ma
anche contro gli altri, bisogna subito procedere alla denunzia, per
impedire codesto danno: a meno che uno non fosse fermamente
persuaso di poterlo impedire con un'ammonizione segreta.
Ci sono invece delle colpe che fanno del male solo a chi pecca e
a te, contro cui si pecca, o perché sei danneggiato dall'atto peccaminoso,
o almeno dalla conoscenza di esso. In tal caso si deve badare
soltanto a soccorrere il fratello colpevole. E, come il medico
del corpo, se può, dà la guarigione senza il taglio di nessun membro;
e se non può, taglia quello meno necessario, per conservare
la vita di tutto l'organismo; così chi cerca l'emenda del proprio
fratello è tenuto a emendarne la coscienza, senza comprometterme
la fama. La quale è utile innanzi tutto allo stesso colpevole: non
soltanto nell'ordine temporale, in cui uno viene molto danneggiato
con la perdita di essa; ma anche nell'ordine spirituale, poiché il
timore dell'infamia trattiene molti dal peccato; e quindi se vedono
di essere infamati, peccano senza ritegno. Ecco perché S. Girolamo
scriveva: "Il fratello va corretto in disparte; perché non si ostini
nel peccato una volta perduto il pudore, o la vergogna". In secondo
luogo si deve salvare la fama del fratello colpevole, perché
l'infamia dell'uno ricade sugli altri, secondo quelle parole di
S. Agostino: "Quando si denunzia falsamente, oppure realmente
si scopre un delitto di qualche cristiano, gli avversari incalzano,
si agitano, brigano perché si creda lo stesso di tutti". E anche
perché divulgando il peccato di uno, gli altri vengono sollecitati
a peccare. - Ma poiché la coscienza va preferita alla fama, il Signore
ha voluto che la coscienza del fratello venga liberata dal
peccato con una pubblica denunzia, almeno con la perdita della fama.
Perciò è evidente che è cosa obbligatoria di precetto far precedere
alla pubblica denunzia un'ammonizione segreta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le cose occulte a Dio sono tutte
palesi. Perciò i peccati occulti stanno di fronte al giudizio di Dio
come quelli pubblici rispetto a quello umano. - Tuttavia spesso
Dio rimprovera a suo modo i peccatori con ammonizioni segrete,
ispirandoli interiormente, o nella veglia, o nel sonno, secondo le
parole della Scrittura: "Per mezzo del sogno nella visione notturna,
quando il sopore si riversa sugli uomini, allora apre loro
gli orecchi, e li erudisce istruendoli nella disciplina, al fine di
ritrarre l'uomo da ciò che sta operando".
2. Come Dio il Signore poteva considerare pubblico il peccato di
Giuda. E quindi poteva procedere subito alla sua denunzia. Tuttavia
egli non lo fece, ma lo ammonì del suo peccato con parole
oscure. - S. Pietro poi denunziò pubblicamente il peccato occulto
di Anania e Saffira come esecutore della giustizia di Dio, per la
cui rivelazione lo aveva conosciuto. - Di Giuseppe invece dobbiamo
pensare che qualche volta abbia ammonito i suoi fratelli, sebbene
la Scrittura non lo dica. Oppure si può ritenere che il peccato fosse
pubblico tra i fratelli; infatti se ne parla al plurale: "Accusò i
suoi fratelli".
3. Quando incombe un pericolo pubblico, non sono da applicarsi
le ricordate parole del Signore: perché allora il fratello che sbaglia
non pecca contro di te soltanto.
4. Queste proclamazioni che si fanno nei capitoli dei religiosi
riguardano colpe leggere, che non compromettono la fama. Perciò
esse sono come segnalazioni di colpe dimenticate più che accuse
o denunzie. Se invece si trattasse di cose che possono infamare,
agirebbe contro il precetto del Signore chi pubblicasse in questo
modo il peccato di un fratello.
5. Non si deve ubbidire al superiore contro il precetto di Dio:
"Bisogna ubbidire a Dio più che agli uomini". Perciò quando il
superiore comanda che gli si dica quello che si conosce come degno
di correzione, va inteso rettamente il suo precetto, cioè salvo l'ordine
della correzione fraterna: sia che il precetto venga rivolto a
tutti, sia che venga indirizzato a uno solo. Se poi il superiore
comandasse espressamente contro quest'ordine stabilito dal Signore,
allora peccherebbe sia lui, che chi gli ubbidisse, agendo essi
contro il precetto del Signore: e quindi non si dovrebbe ubbidire.
Poiché non il superiore, ma Dio soltanto è giudice delle cose occulte: e
quindi il superiore non ha alcun potere di comandare sulle
cose occulte, se non in quanto sono manifestate da alcuni indizi,
cioè dalla cattiva fama o dai sospetti; nei quali casi il prelato può
comandare alla stessa maniera che il giudice secolare o ecclesiastico
può esigere il giuramento di dire la verità.
ARTICOLO
8
Se alla pubblica denunzia debba precedere il ricorso ai testimoni
SEMBRA che alla pubblica denunzia non debba precedere il ricorso
ai testimoni. Infatti:
1. I peccati occulti non si devono manifestare agli altri: perché
così, a detta di S. Agostino, uno sarebbe più "propalatore" della
colpa, che "correttore" del proprio fratello. Ora, chi ricorre ai
testimoni manifesta ad altri la colpa del suo fratello. Dunque nei
peccati occulti prima della denunzia pubblica non si deve ricorrere
ai testimoni.
2. Un uomo è tenuto ad amare il prossimo come se stesso. Ma
per il proprio peccato occulto nessuno ricorre ai testimoni. Quindi
non ci si deve ricorrere neppure per i peccati occulti del proprio
fratello.
3. Si portano i testimoni per provare un fatto. Ma nei peccati
occulti non si può avere una prova dai testimoni. Perciò questo
ricorso ai testimoni è inutile.
4. Nella Regola S. Agostino insegna che il peccato
"prima si deve
manifestare al superiore che ai testimoni". Ora, mostrarlo al superiore
significa dirlo alla Chiesa. Dunque il ricorso ai testimoni
non deve precedere la pubblica denunzia.
IN CONTRARIO: Stanno le affermazioni del Signore.
RISPONDO: È giusto che da un estremo all'altro si passi attraverso
un punto intermedio. Ora, nella correzione fraterna il Signore
volle che il principio fosse occulto, in modo che un fratello
correggesse l'altro tra loro due soli; mentre volle che la fine fosse
pubblica, con la denunzia fatta alla Chiesa. Perciò è conveniente
che in mezzo si metta il ricorso ai testimoni, in modo che da principio
si dica la colpa del fratello a pochi, che possono essere di giovamento
e non di ostacolo, per emendarlo almeno così, senza infamia
di fronte a tutti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alcuni ritengono che nella carità
fraterna si debba osservare quest'ordine: dapprima si deve correggere
il fratello in segreto; e se dà retta, va bene. Se invece non
dà ascolto, e il peccato è rigorosamente occulto, allora essi dicono
che non si devono fare altri passi. Se invece comincia a essere conosciuto
da certi indizi, si deve procedere oltre, come il Signore comanda. - Ma questo è
contro ciò che insegna S. Agostino nella Regola,
e cioè che non si deve nascondere il peccato del proprio fratello, "perché
non marcisca nel cuore".
Perciò si deve rispondere diversamente, e cioè che dopo l'ammonizione
segreta fatta una o più volte, finché c'è una speranza di
emenda, si devono fare altri passi con l'ammonizione segreta. E
quando si può arguire che l'ammonizione segreta non basta, si
deve procedere ricorrendo ai testimoni, per quanto occulta possa
essere la colpa. A meno che uno non sia persuaso che questo non
gioverebbe ad emendare il fratello, ma a renderlo peggiore: perché
allora bisognerebbe desistere del tutto dalla correzione, come
sopra abbiamo detto.
2. Per emendarsi dei propri peccati uno non ha bisogno di testimoni: cosa
che invece può essere necessaria per l'emenda delle
colpe commesse dai nostri fratelli. Perciò l'argomento non regge.
3. Si possono portare i testimoni per tre
motivi. Primo, per dimostrare,
come nota S. Girolamo, che l'atto di cui uno è rimproverato
è peccaminoso. Secondo, per rinfacciare la colpa, se venisse ripetuta,
come accenna S. Agostino nella Regola. Terzo, "per dimostrare
che il fratello che corregge ha fatto quanto stava in lui",
come nota il Crisostomo.
4. S. Agostino vuole che la colpa si dica prima al superiore che
ai testimoni, in quanto il superiore è una persona privata che può
giovare più delle altre: non già che si dica a lui per dirlo alla
Chiesa, cioè nelle sue funzioni di giudice.
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