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Questione
32
L'elemosina
Veniamo così a trattare dell'elemosina.
Su questo tema studieremo dieci argomenti: 1. Se l'elargizione
di elemosine sia un atto di carità; 2. La distinzione delle elemosine; 3. Se siano più importanti le elemosine spirituali, o quelle
corporali; 4. Se le elemosine corporali abbiano un effetto spirituale; 5. Se sia di precetto fare l'elemosina; 6. Se si debba fare
l'elemosina materiale togliendola dal necessario; 7. Se si debba
fare con i beni male acquistati; 8. A chi spetti fare l'elemosina;
9. A chi si debba fare; 10. Il modo di fare l'elemosina.
ARTICOLO
1
Se dare l'elemosina sia un atto di carità
SEMBRA che dare l'elemosina non sia un atto di carità. Infatti:
1. Un atto di carità non può sussistere senza la carità. Ora, l'elargizione
dell'elemosina può esserci anche senza la carità, come dice
S. Paolo: "Se anche distribuissi ai poveri tutto quel che ho,
e non avessi la carità...". Dunque fare l'elemosina non è un atto
di carità.
2. L'elemosina viene enumerata tra le opere riparatrici,
secondo
le parole di Daniele: "Riscattati con le elemosine dai tuoi peccati".
Ma la riparazione è un atto di giustizia. Perciò fare l'elemosina
non è un atto di carità, ma di giustizia.
3. Offrire un sacrificio a Dio è un atto di latria. Ebbene, stando
alle parole di S. Paolo, fare l'elemosina è offrire un sacrificio a
Dio: "Non vi dimenticate di far del bene e di comunicarne ad
altri; poiché di tali sacrifici Dio si compiace". Dunque fare l'elemosina
non è un atto di carità, ma piuttosto di latria.
4. Il Filosofo insegna che dare qualche cosa per il bene è un atto
di liberalità. Ma questo avviene specialmente nell'elargizione delle
elemosine. Perciò fare l'elemosina non è un atto di carità.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Se uno avrà dei beni di questo mondo,
e vedendo il suo fratello nella necessità, gli chiuderà il proprio
cuore, come la carità di Dio dimora in lui?".
RISPONDO: Gli atti esterni vanno riferiti a quella virtù cui appartiene
il movente che spinge a compiere codesti atti. Ora, il movente
che spinge a fare l'elemosina è l'intenzione di soccorrere chi
è in necessità: infatti alcuni, nel definire l'elemosina, affermano
che essa è "un'azione con la quale si dà per compassione qualche
cosa a un indigente, per amor di Dio". Ora, questo movente appartiene
alla misericordia, come abbiamo visto. È chiaro infatti,
che fare l'elemosina è propriamente un atto di misericordia. E ciò
risulta dal termine stesso: infatti in greco esso deriva da misericordia,
come il latino miseratio. E poiché la misericordia, come abbiamo visto,
è un effetto della carità, ne segue che fare elemosina
è un atto di carità dettato dalla misericordia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Un atto può appartenere a una
virtù in due maniere. Primo, materialmente: come è un atto di
giustizia far cose giuste. E codesto atto può essere senza la virtù:
molti infatti, spinti dalla ragione naturale, dal timore o dalla
speranza di acquistare qualche cosa, compiono cose giuste, senza
avere l'abito della giustizia. Secondo, un fatto può essere un'azione
virtuosa formalmente: un atto di giustizia, p. es., è in questo senso
l'azione giusta compiuta come la compie il giusto, cioè con prontezza
e con gioia. E in questo senso un atto di virtù non può sussistere
senza la virtù. - Perciò dare l'elemosina materialmente può
sussistere senza la carità: ma fare l'elemosina formalmente, cioè
per amor di Dio, con prontezza e con tutte le altre doti necessarie,
non può concepirsi senza la carità.
2. Niente impedisce che un atto, il quale appartiene formalmente
a una data virtù, si possa attribuire a un'altra virtù che lo comanda
e l'ordina al proprio fine. Ecco come l'elemosina viene enumerata
tra le opere riparatrici: in quanto la compassione per chi
soffre è ordinata a riparare una colpa. - In quanto poi viene ordinata
a placare Dio ha l'aspetto di sacrificio, e così viene comandata
dalla virtù di latria.
3. È così risolta anche la terza difficoltà.
4. Il fare elemosina appartiene alla liberalità, in quanto la liberalità
elimina gli ostacoli di codesto atto, i quali potrebbero derivare
da un amore eccessivo per le ricchezze, che rende alcuni
troppo attaccati al danaro.
ARTICOLO
2
Se siano ben elencati i vari generi di elemosina
SEMBRA che i vari generi di
elemosina non siano bene enumerati.
Infatti:
1. Vengono enumerati sette tipi di elemosina corporale, e cioè:
dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire
gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, riscattare i
prigionieri e seppellire i morti; opere che sono racchiuse in questo
verso: "Visito, poto, cibo, redimo, tego, colligo, condo". Inoltre
vengono enumerati sette tipi di elemosina spirituale, e cioè: insegnare
agli ignoranti, consigliare i dubbiosi, consolare gli afflitti,
correggere i peccatori, perdonare le offese, sopportare le persone
moleste e pregare per tutti; le quali opere sono racchiuse nel verso: "Consule, castiga, solare, remitte, fer,
ora", abbinando però il
consiglio all'insegnamento. Ora, sembra che questa enumerazione
non sia giusta. Infatti l'elemosina è ordinata a soccorrere il prossimo.
Ma per il fatto che il prossimo viene seppellito non gli si
presta nessun soccorso: altrimenti non sarebbe vero quello che
dice il Signore nel Vangelo: "Non temete coloro che uccidono il
corpo, e dopo di questo non possono fare altro". Ecco perché il
Signore nel ricordare le opere di misericordia non fa menzione del
seppellimento dei morti. Dunque i vari generi di elemosina non
sono bene enumerati.
2. L'elemosina, come abbiamo visto, viene data per sovvenire
alle necessità del prossimo. Ma ci sono molte altre necessità della
vita umana oltre a quelle indicate: il cieco, p. es., ha bisogno di
guida, lo zoppo ha bisogno di sostegno, e il povero di ricchezza.
Perciò i predetti generi di elemosina non sono ben elencati.
3. Fare elemosina è un atto di misericordia. Ma correggere chi
sbaglia appartiene più alla severità che alla misericordia. Dunque
quest'atto non si deve enumerare tra le elemosine spirituali.
4. L'elemosina è ordinata a soccorrere un difetto. Ora, non c'è
nessuno che per qualche cosa non abbia il difetto dell'ignoranza.
Ognuno quindi dovrebbe insegnare agli altri quel che sa lui.
IN CONTRARIO: Scrive S. Gregorio:
"Chi ha intelligenza cerchi in
tutti i modi di non tacere; chi ha abbondanza di beni stia attento
a non arrestarsi nella misericordiosa elargizione; chi ha
l'arte di governare cerchi con impegno di farne partecipi gli altri,
assicurandone i vantaggi e l'utilità a favore del prossimo; chi ha
l'opportunità di parlare ai ricchi tema di essere condannato per
non aver trafficato i talenti, se, potendolo, non intercede a favore
dei poveri". Perciò le predette specie di elemosina sono bene enumerate,
essendo basate sui vari beni di cui gli uomini possono
mancare, o abbondare.
RISPONDO: La ricordata enumerazione dei vari tipi di elemosina
è desunta ben a ragione dai vari difetti del nostro prossimo. Difetti
che in parte interessano l'anima, e ad essi sono ordinate le
elemosine spirituali; e in parte interessano il corpo, e ad essi sono
ordinate le elemosine corporali. Infatti le miserie corporali, o capitano
durante la vita, o dopo di essa. Se durante la vita, o
consistono nella mancanza di cose di cui tutti hanno bisogno; oppure
consistono in eventuali particolari bisogni. Nel primo caso,
il bisogno è, o interno, o esterno. I bisogni interni sono due: uno
che viene soddisfatto col cibo solido, cioè la fame, e ad esso si
riferisce il dar da mangiare agli affamati; il secondo invece viene
soddisfatto col cibo umido, cioè la sete, e ad esso si riferisce il
dar da bere agli assetati. - I bisogni ordinari poi e comuni sono
due: uno riguarda il vestito, e ad esso si riferisce il vestire gli
ignudi; l'altro riguarda l'alloggio, e ad esso si riferisce l'alloggiare
i pellegrini. - Parimente, i bisogni speciali, o dipendono da
una causa intrinseca, come la malattia, e qui abbiamo il visitare gli infermi, oppure da una causa estrinseca, e ad esso si riferisce
il riscattare i prigionieri. - Dopo la vita poi ai morti si dà la sepoltura.
Analogamente, ai bisogni spirituali si soccorre con atti spirituali
in due maniere. Primo, chiedendo l'aiuto di Dio: e per questo
abbiamo la preghiera, con la quale si prega per gli altri. - Secondo,
offrendo l'aiuto fraterno: e questo in tre modi. Primo, contro
le deficienze dell'intelletto: contro quelle dell'intelletto speculativo,
offrendo il rimedio dell'insegnamento; e contro quelle dell'intelletto
pratico offrendo il rimedio del consiglio. - Secondo,
abbiamo le deficienze dovute alle passioni delle potenze appetitive,
la più grave delle quali è l'afflizione o tristezza; e ad essa si rimedia
con la consolazione. - Terzo, ci sono le deficienze dovute al
disordine di certi atti: e queste si possono considerare sotto tre
aspetti. In primo luogo dal lato di chi pecca, cioè in quanto dipendono
dal suo volere disordinato: e allora abbiamo un rimedio
nella correzione. In secondo luogo dal lato di chi subisce la colpa:
e allora, se gli offesi siamo noi, possiamo rimediare perdonando
l'offesa; se invece gli offesi sono Dio e il prossimo, allora "non
dipende da noi perdonare", come dice S. Girolamo. In terzo luogo
ci sono le tristi conseguenze dell'atto disordinato, che gravano su
quelli che convivono col peccatore, anche contro la sua volontà:
e ad esse si rimedia sopportando; specialmente nei riguardi di coloro
che peccano per fragilità, secondo le parole di S. Paolo: "E
dobbiamo noi forti sopportare le debolezze dei deboli". E questo
bisogna farlo non solo sopportando dei deboli gli atti disordinati,
ma qualsiasi altro loro peso, secondo l'espressione dell'Apostolo: "Portate i pesi gli uni degli
altri".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il seppellimento dei morti non
giova loro rispetto alla sensibilità, che il corpo ha perduto dopo
la morte. E in questo senso il Signore afferma che chi uccide il
corpo, dopo non può fare altro. E il Signore non menziona il seppellimento
tra le altre opere di misericordia, perché si limita a
quelle che sono di più evidente necessità. Tuttavia il defunto è
interessato a ciò che si fa del suo corpo, sia per il ricordo che di
lui si conserva nella memoria degli uomini, e che invece è compromesso
qualora rimanga insepolto; sia per l'affetto che egli
aveva per il suo corpo mentre era in vita, al quale affetto deve
conformarsi quello dei buoni dopo la sua morte. Ecco perché, a
detta di S. Agostino, alcuni vengono elogiati per avere seppellito
i morti, come Tobia e coloro che seppellirono il Signore.
2. Tutte le altre necessità si riducono a quelle indicate. Infatti
la cecità e lo zoppicare non sono che malattie: perciò guidare i ciechi
e sorreggere gli zoppi si riducono all'assistenza degli infermi.
Parimente aiutare un uomo contro qualsiasi oppressione dall'esterno,
si riduce al riscatto dei prigionieri. E le ricchezze, con cui si
fa fronte alla povertà, non sono cercate che per far fronte alle necessità ricordate; e quindi era inutile farne una menzione speciale.
3. La correzione dei peccatori, considerata nella sua esecuzione,
sembra contenere la severità della giustizia. Ma vista nell'intenzione
di chi corregge, per liberare un uomo dalla colpa, appartiene
alla misericordia e all'affetto dell'amore, secondo le parole della
Scrittura: "Meglio le percosse di chi ti vuol bene, che i falsi baci
di chi ti odia".
4. Non qualsiasi mancanza di scienza costituisce un difetto per
un uomo, ma solo quella di ciò che uno dovrebbe sapere: e sovvenire
con l'insegnamento a questo difetto costituisce un'elemosina.
Tuttavia in questo si devono osservare le debite circostanze di persona,
di luogo e di tempo, come nelle altre azioni virtuose.
ARTICOLO
3
Se l'elemosina corporale sia superiore a quella spirituale
SEMBRA che l'elemosina corporale sia superiore a quella spirituale. Infatti:
1. È
cosa più lodevole fare elemosina a chi ha maggior bisogno:
poiché l'elemosina merita lode in quanto soccorre gli indigenti.
Ma il corpo, che viene soccorso con l'elemosina materiale, è di
una natura più indigente che lo spirito, il quale viene soccorso con
l'elemosina spirituale. Dunque l'elemosina corporale ha maggior
valore.
2. La ricompensa diminuisce la lode e il merito dell'elemosina;
ecco perché il Signore diceva: "Quando fai un pranzo o una cena,
non invitare i tuoi vicini ricchi, perché non ti abbiano a rinvitare".
Ma nelle elemosine spirituali c'è sempre una ricompensa:
poiché chi prega per gli altri giova a se stesso, secondo le parole
del Salmo: "La mia orazione ricadeva nel mio seno"; e chi insegna
agli altri, progredisce egli stesso nel sapere. Questo invece
non capita nell'elemosina materiale. Dunque l'elemosina materiale è superiore
a quella spirituale.
3. La consolazione del povero è tra gli elementi che nobilitano
l'elemosina. In Giobbe infatti si legge: "(caschi l'omero mio) se
non mi hanno benedetto i fianchi del povero"; e nella lettera A
Filemone: "Le viscere dei santi per l'opera tua ebbero un grande
sollievo, o fratello". Ma talora al povero è più gradita l'elemosina
corporale che quella spirituale. Perciò l'elemosina corporale ha
più valore di quella spirituale.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Devi dare in modo che non
nuoccia né a te né agli altri: e quando rifiuti di dare devi indicare
i giusti motivi che ti muovono, per non rimandare quella persona
del tutto vuota. E così talora le darai qualche cosa di meglio,
correggendola dalle sue richieste non giuste". Ora, la correzione è
un'elemosina spirituale. Dunque le elemosine spirituali sono da
preferirsi a quelle materiali.
RISPONDO: Il confronto di due tipi di elemosine si può fare in
due modi. Primo, in senso assoluto: e allora le elemosine spirituali
valgono di più per tre ragioni. Innanzi tutto perché ciò che si offre
è di maggior valore: si tratta, cioè di un bene spirituale, che è
superiore al bene materiale, come si rileva dal detto dei Proverbi: "Voglio darvi un bel regalo: non abbandonate il mio
insegnamento". - In secondo
luogo per la superiorità di ciò che si soccorre:
poiché lo spirito è più nobile del corpo. Perciò un uomo, come deve
provvedere a se stesso più nello spirituale che nel materiale, così
deve fare col prossimo, che egli è tenuto ad amare come se stesso. -
In terzo luogo per la superiorità degli atti con i quali si soccorre
il prossimo: poiché le azioni spirituali sono più nobili di quelle
corporali, che in qualche modo sono servili.
Secondo, queste elemosine si possono confrontare in rapporto a
casi particolari, nei quali certe elemosine materiali per alcuni sono
da preferirsi. Per chi muore di fame, p. es., il cibo è da preferirsi
all'insegnamento: "per l'indigente", a detta del Filosofo, "è meglio
guadagnare che filosofare", sebbene in senso assoluto questo
sia una cosa migliore.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È meglio dare a chi ha maggior
bisogno, a parità di condizioni. Ma se chi ha meno bisogno è migliore,
e richiede cose più buone, allora anche l'offerta a lui fatta
è migliore. Ed è questo precisamente il caso nostro.
2. La ricompensa, se non è cercata, non diminuisce il merito e
la lode dell'elemosina: come la gloria umana non diminuisce il
valore della virtù, quando non è desiderata; come Sallustio dice
di Catone, che "quanto più fuggiva la gloria, tanto più la gloria
lo accompagnava". Così avviene nelle elemosine spirituali. - E
tuttavia la ricerca dei beni spirituali non sminuisce il merito, come
la ricerca di quelli materiali.
3. Il merito di chi fa l'elemosina va misurato su quanto deve ragionevolmente
soddisfare la volontà di chi la riceve: non su quanto
può soddisfare una volontà disordinata.
ARTICOLO 4
Se l'elemosina corporale possa avere un effetto spirituale
SEMBRA che l'elemosina corporale non possa avere un effetto spirituale.
Infatti:
1. L'effetto non può essere superiore alla sua causa. Ma i beni
spirituali sono superiori a quelli corporali. Dunque un'elemosina
corporale non può avere effetti spirituali.
2. Offrire cose materiali per quelle spirituali è peccato di simonia.
Ma questo peccato è assolutamente da evitarsi. Perciò non
si devono fare delle elemosine, per acquistare dei beni spirituali.
3. Accrescendo la causa, si accresce l'effetto. Perciò se l'elemosina
corporale causasse un effetto spirituale, una più grande elemosina
dovrebbe produrre un maggior vantaggio spirituale. Il che
è contro ciò che dice il Vangelo a proposito della vedova, che mise
due spiccioli nel gazofilacio, e che, a detta del Signore, "mise più
di tutti". Dunque l'elemosina corporale non ha un effetto spirituale.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Dell'elemosina e del favore prestato
(Dio) terrà conto come della pupilla dei suoi occhi".
RISPONDO: L'elemosina corporale si può considerare sotto tre
aspetti. Primo, nella sua materialità. E da questo lato essa non ha
che un effetto corporale, cioè essa solleva le miserie corporali del
prossimo. - Secondo, si può considerare nelle sue cause: cioè in
quanto uno fa l'elemosina per amore di Dio e del prossimo. E da
questo lato essa porta un frutto spirituale, secondo le parole
dell'Ecclesiastico: "Perdi pure il danaro per il tuo fratello. Disponi
del tuo tesoro secondo i comandamenti dell'Altissimo, e ti gioverà
più che l'oro". - Terzo, (si può considerare l'elemosina) nei suoi
effetti. E da questo lato ha un frutto spirituale: in quanto il prossimo
soccorso dall'elemosina corporale si sente spinto a pregare
per i benefattori. Ecco perché nel medesimo libro si legge: "Chiudi
l'elemosina nel cuore del povero, ed essa t'impetrerà la liberazione
da ogni male".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento è valido per
l'elemosina corporale, considerata nella sua materialità.
2. Chi fa l'elemosina non intende di comprare beni spirituali
con quelli materiali, ben sapendo che i primi trascendono i secondi
all'infinito: ma intende meritare dei frutti spirituali con l'affetto
della carità.
3. La vedova che diede di meno per quantità, diede di più in
proporzione alle sue sostanze; e da ciò si arguisce in essa un maggior
affetto di carità, affetto dal quale dipende l'efficacia dell'elemosina
corporale.
ARTICOLO 5
Se fare l'elemosina sia di precetto
SEMBRA che
fare l'elemosina non sia di precetto. Infatti:
1. I precetti sono distinti dai consigli. Ora, fare elemosina è un
consiglio, come si rileva dalle parole di Daniele: "Ti sia accetto,
o re, il mio consiglio: riscattati con elemosine dai tuoi peccati".
Perciò fare elemosina non è di precetto.
2. Ognuno ha la facoltà di usare e di ritenere la roba propria.
Ma ritenendo la propria roba uno non farà l'elemosina. Dunque
è lecito non dare l'elemosina. E quindi fare l'elemosina non è di
precetto.
3. Tutto ciò che è di precetto a un certo momento obbliga i trasgressori
sotto peccato mortale: poiché i precetti affermativi obbligano
in tempi determinati. Perciò, se dare l'elemosina fosse di
precetto, si potrebbe determinare un tempo in cui uno peccherebbe
mortalmente non dando l'elemosina. Ma questo non avviene: poiché
si può sempre ritenere probabile che si possa provvedere al
povero diversamente; e che quanto si dovrebbe erogare in elemosine
possa essere necessario a chi deve dare, o al presente, o in
futuro. Dunque fare elemosina non è di precetto.
4. Tutti i precetti si riducono ai precetti del decalogo. Ora, in
nessuno di questi si parla dell'elemosina. Dunque fare elemosina
non è di precetto.
IN CONTRARIO: Nessuno viene punito con la pena eterna per l'omissione
di cose che non sono di precetto. Ma alcuni, come dice il
Vangelo, sono puniti con la pena eterna, per aver trascurato l'elemosina.
Dunque fare elemosina è di precetto.
RISPONDO: Essendo di precetto l'amore del prossimo, è necessario
che siano di precetto tutte quelle azioni, senza le quali non
è possibile salvare codesto amore. Ora, all'amore del prossimo non
appartiene solo la benevolenza, ma anche la beneficenza, secondo
l'espressione di S. Giovanni: "Non amiamo a parole e con la lingua,
ma con l'opera e con la verità". E perché noi si voglia e si
faccia il bene di una persona, si richiede che si provveda alle sue
necessità, e ciò si compie mediante l'elemosina. Perciò fare l'elemosina è
di precetto.
Siccome però i precetti hanno per oggetto gli atti delle virtù, è
necessario che l'elemosina ricada sotto il precetto, in quanto i suoi
atti sono indispensabili per la virtù, cioè in quanto sono richiesti
dalla retta ragione. E questa esige che si abbiano presenti le circostanze,
sia da parte di chi deve dare, come da parte di chi deve ricevere
l'elemosina. Da parte di chi dà si deve badare che quanto
va erogato in elemosina sia il suo superfluo, secondo le parole
evangeliche: "Quello che avanza datelo ai poveri". E chiamo superfluo
non solo ciò che è tale in rapporto a lui stesso, cioè che
eccede le sue necessità individuali; ma anche in rapporto alle
persone affidate alle sue cure: poiché è necessario che uno prima
provveda a se stesso e alle persone a lui affidate (rispetto alle quali
si parla di necessità personali, in quanto persona indica anche
stato e dignità), e con quello che avanza soccorra ai bisogni degli
altri. Così del resto fa anche l'organismo, il quale prima provvede
a se stesso, cioè al sostentamento del proprio corpo, che è l'elemento
necessario, mediante la facoltà mutativa; e poi dà il superfluo
per la generazione di altri, mediante la facoltà generativa.
Per parte poi di chi riceve si richiede che egli sia in necessità:
ché altrimenti non avrebbe ragione di esigere l'elemosina. Ma
poiché nessuno può da solo provvedere a tutti gli indigenti, non
obbliga sotto precetto una qualsiasi indigenza, ma soltanto quella
che se non si soddisfa lascia l'indigente in condizione di non potersi
sostentare. Infatti in tal caso si avverano le parole di S. Ambrogio: "Dai
da mangiare a chi muore di fame. Se non lo nutri, tu l'uccidi".
Ecco quindi che è di precetto fare elemosina quando si ha del
superfluo; e quando si tratta di aiutare chi si trova in estrema necessità.
Invece fare altre elemosine è di consiglio, come è di consiglio
qualsiasi altro bene più perfetto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Daniele parlava a un re che non
era soggetto alla legge di Dio. Ecco perché bisognava proporre a
lui sotto forma di consiglio, anche cose che rientravano nei precetti
di una legge che egli non accettava. - Oppure si può pensare
che si trattasse di uno di quei casi in cui fare elemosina non è di precetto.
2. I beni temporali che uno riceve da Dio appartengono a ciascuno
quanto alla proprietà; ma quanto all'uso non devono essere
soltanto suoi, bensì anche degli altri, che possono essere sostentati
da ciò che egli ha in sovrappiù. Scrive infatti S. Basilio: "Se
tu dici che questi beni temporali ti son venuti da Dio, pensi forse
che Dio sia uno che distribuisce a noi le cose senza uguaglianza?
Perché tu abbondi, e quegli va mendicando, se non perché tu possa
conseguire il merito dell'elargizione, e quegli sia arricchito col
premio della pazienza? È dell'affamato il pane che tu conservi, è
del nudo la veste che tieni sotto chiave, sono dello scalzo le scarpe
che marciscono presso di te, è dell'indigente l'argento che tu possiedi
sepolto. Insomma tu commetti tante ingiustizie quante sono
le cose che potresti dare". Lo stesso ripete S. Ambrogio, riferito
dal Decreto (di Graziano).
3. Si può determinare il tempo in cui pecca mortalmente uno
che ometta di fare elemosina: da parte di chi deve ricevere, quando
appare evidente e urgente il bisogno, e non c'è altri che possa
immediatamente soccorrere; da parte di chi deve dare, quando
uno ha il superfluo, che secondo ogni probabilità non gli è necessario
nello stato presente. E non è necessario badare a tutti i
casi che potrebbero capitare in seguito: perché questo sarebbe un "preoccuparsi del
domani", cosa che il Signore proibisce. Ma si
deve determinare il necessario e il superfluo in base alle cose probabili
e che capitano ordinariamente.
4. Tutti i soccorsi prestati al prossimo si riducono al precetto di
onorare i genitori. Infatti questa è l'interpretazione dell'Apostolo,
là dove dice: "La pietà è utile a tutto; avendo promessa di vita, sì dalla vita presente,
sì dalla futura"; il che si spiega, perché al
precetto di onorare i genitori è aggiunta la promessa: "affinché
tu viva lungamente sulla terra". E quindi nel termine pietà è inclusa
l'elargizione di qualsiasi elemosina.
ARTICOLO 6
Se uno sia tenuto a fare l'elemosina con il suo necessario
SEMBRA che uno non sia tenuto a fare l'elemosina con il suo necessario. Infatti:
1. L'ordine della carità non va rispettato meno nel campo della
beneficenza che in quello dell'affetto interiore. Ora chi nell'agire
inverte l'ordine della carità commette peccato: perché l'ordine
della carità è di precetto. Ora, siccome ciascuno è tenuto ad amare
se stesso più del prossimo, è chiaro che pecca se toglie a se stesso
il necessario per darlo ad altri.
2. Chi regala cose che a lui sono necessarie è un dissipatore
delle sue sostanze: il che è proprio del prodigo, come insegna Aristotele.
Ma nessun'opera viziosa è da compiersi. Dunque non si
deve fare l'elemosina col proprio necessario.
3. L'Apostolo insegna:
"Se qualcuno non pensa ai suoi, massime
a quei di casa, costui ha rinnegato la fede, ed è peggio d'un infedele".
Ma dando via quello che è necessario a se stessi, o alla
propria gente uno compromette la cura che deve avere di se stesso
e dei suoi. Perciò chiunque fa l'elemosina con ciò che gli è necessario
pecca gravemente.
IN CONTRARIO: Il Signore ha detto:
"Se vuoi essere perfetto, va',
vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri". Ora, chi dà ai poveri
tutto ciò che possiede, non solo dà il superfluo, ma anche il
necessario. Dunque uno può fare l'elemosina anche col necessario.
RISPONDO: Il necessario può essere di due specie. Primo, può
trattarsi di un bene, senza il quale un dato essere non può sussistere.
Ebbene, dare l'elemosina con tale necessario è assolutamente
proibito: e cioè, nel caso che uno, trovandosi in necessità, avesse
appena di che sostentare se stesso e i propri figli, o altre persone
a lui affidate. Infatti dare l'elemosina con questo necessario equivale
a togliere la vita a se stesso e alla propria gente. - A meno
che non si trattasse di un caso in cui, togliendolo a se stesso,
l'offrisse per una persona qualificata, che è di sostegno per la Chiesa
o per la patria: poiché per la salvezza di una tale persona uno
esporrebbe virtuosamente se stesso e i suoi al pericolo di morte,
essendo il bene comune da preferirsi al proprio bene.
Secondo, un bene può essere necessario nel senso che senza di
esso non è possibile vivere secondo la condizione o lo stato della
propria persona, o delle persone affidate alle proprie cure. Però
i limiti di questo necessario non sono qualche cosa di rigidamente
definito: ché con l'aggiunta di molti beni non si può giudicare senz'altro di essere al di là di tale necessario; e con la sottrazione
di molte cose rimane ancora possibile vivere secondo il proprio
stato. Ebbene, fare elemosina con codesti beni è cosa buona: ma
non è di precetto, bensì di consiglio. Sarebbe un disordine invece
se uno elargisse tanto dei suoi beni, da non poter vivere con ciò
che rimane secondo il proprio stato, o da non poter compiere i
propri doveri: infatti nessuno deve vivere in maniera indecorosa.
Però in questo si devono fare tre eccezioni. La prima si avvera
quando uno muta il proprio stato, entrando in religione. Infatti
allora, dando via tutto per amore di Cristo, uno compie un'opera
(di consiglio) di perfezione, passando a un altro stato. - Secondo,
quando i beni di cui si priva, sebbene necessari alla sua condizione
di vita, si possono facilmente risarcire, senza gravi inconvenienti. -
Terzo, quando capitasse l'estrema necessità di una persona privata,
o nelle grandi calamità della patria. In questi casi uno farà
bene a trascurare le esigenze del proprio stato, per far fronte a
una più grave necessità.
È facile così rispondere anche alle obiezioni.
ARTICOLO
7
Se si possa fare elemosina con i beni male
acquistati
SEMBRA che si possa fare elemosina con i beni male acquistati.
Infatti:
1. Sta scritto:
"Fatevi degli amici col mammona d'iniquità".
Ora, mammona sta a indicare le ricchezze. Dunque uno può farsi
degli amici spirituali con le ricchezze male acquistate, dandole in
elemosina.
2. Qualsiasi guadagno turpe è male acquistato. Ma il guadagno
del meretricio è turpe; tanto è vero che vien proibito di offrire con
esso un sacrificio a Dio: "Non darai per offerta nella casa del
tuo Dio la paga d'una meretrice". Così pure è un acquisto turpe
ciò che si vince nel gioco: poiché, come dice il Filosofo, "questi
tali (i giocatori) si arricchiscono alle spalle degli amici, ai quali
bisognerebbe dare". Così pure è turpissimo ciò che si acquista per
simonia, con la quale si fa ingiuria allo Spirito Santo. E tuttavia
con questi beni si può fare l'elemosina. Perciò si può fare l'elemosina
con i beni male acquistati.
3. Son più da evitarsi i mali più gravi che quelli meno gravi.
Ora, è un peccato meno grave il possesso della roba altrui che
l'omicidio; peccato questo che uno incorre, come dice S. Ambrogio,
se non soccorre chi si trova in estrema necessità: "Sfama chi
muore di fame; perché se non lo sfami l'uccidi". Dunque in certi
casi si può fare elemosina coi beni male acquistati.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Fate elemosina con l'onesto
lavoro. Poiché non potrete corrompere Cristo giudice, ed evitare
di comparire al suo cospetto con i poveri che avrete spogliato. Non
fate l'elemosina con le estorsioni e le usure. Io parlo ai fedeli, a
coloro ai quali viene distribuito il corpo di Cristo".
RISPONDO: Una cosa può essere male acquistata in tre maniere.
Primo, in modo che la cosa sia dovuta a colui dal quale fu acquistata,
e chi l'ha non ha il diritto di ritenerla: e questo avviene
nei casi di rapina, di furto e di usura. E siccome di questi beni
uno è tenuto a fare la restituzione, non può fare con essi l'elemosina.
Secondo, una cosa può essere così malamente acquistata, che
chi l'ha avuta non può ritenerla, e tuttavia non è dovuta a chi
l'ha concessa, perché l'uno l'ha ricevuta e l'altro l'ha data contro
giustizia: e questo avviene nella simonia, in cui chi dà e chi riceve
agisce contro la giustizia della legge divina. Perciò questi beni non
vanno restituiti a chi li ha dati, ma devono andare in elemosine.
Lo stesso si dica di casi analoghi, in cui il dare e il ricevere sono
contro la legge.
Terzo, un bene può essere male acquistato non perché
l'acquisto
medesimo è illecito, ma perché la cosa da cui si ricava è disonesta:
ciò è evidente, p. es., nel guadagno che fa una donna col meretricio.
E questo propriamente si chiama turpe guadagno. La donna
infatti che fa la meretrice esercita un mestiere turpe contro la
legge di Dio: ma nel ricevere il compenso non agisce ingiustamente,
né contro la legge. Perciò essa può ritenere quello che fu
così malamente acquistato, e può con esso fare elemosina.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come scrive S. Agostino,
"alcuni,
male interpretando quelle parole del Signore, rubano la roba altrui,
e facendo con essa anche delle elemosine ai poveri, pensano così di adempiere ciò che è comandato. Ma questa interpretazione
dev'essere corretta". E altrove spiega: "Tutte le ricchezze sono
dette inique, perché non sono ricchezze che per gli iniqui, i quali
mettono in esse la loro speranza". - Oppure, come dice S. Ambrogio,
il Signore "chiamò iniquo il mammona, perché esso tenta i
nostri affetti con le molteplici attrattive delle ricchezze". - Oppure
come spiega S. Basilio, perché "tra i molti predecessori, che
godettero il tuo patrimonio, c'è sempre qualcuno che ha usurpato
i beni altrui, anche se tu non lo sai". - Oppure tutte le ricchezze
sono dette di iniquità, nel senso di inegualità; poiché non sono
distribuite con uguaglianza, ma uno è nella miseria e l'altro nell'abbondanza.
2. Del guadagno fatto col meretricio abbiamo spiegato come si
possa fare elemosina. Con esso non si può fare invece un'offerta,
o un sacrificio all'altare, sia per lo scandalo, sia per il rispetto
dovuto alle cose sacre. - E anche con i beni acquistati per
simonia si può fare l'elemosina; poiché essi non sono dovuti a chi
li ha dati, avendo egli meritato di perderli. - Quelli invece acquistati
nel gioco sono illeciti per legge divina: è proibito, cioè, di
fare un guadagno su chi non può alienare i propri averi, cioè sui
minorenni, sui pazzi e su altre persone del genere; è proibito attirare
altri al gioco col desiderio di guadagnare, e quindi di guadagnare
con inganno. In questi casi uno è tenuto alla restituzione:
e quindi non può con questi beni fare l'elemosina. Inoltre questi
guadagni sono illeciti per diritto positivo civile, il quale proibisce
comunemente questo guadagno. Siccome però il diritto civile non
obbliga tutti, ma quelli soltanto che sono soggetti a queste leggi, e
può essere abrogato dalla consuetudine contraria, quelli che sono
soggetti a codeste leggi son tenuti comunemente a restituire simili
guadagni, a meno che non sia prevalsa la consuetudine contraria,
o nel caso che uno abbia guadagnato su chi lo aveva sollecitato
a giocare. In questo caso uno non è tenuto a restituire, poiché
chi ha perso non ha diritto alla restituzione; d'altra parte non è
lecito ritenere la vincita, finché dura la legge positiva suddetta; e
quindi allora uno è tenuto a darla in elemosina.
3. In caso di estrema necessità tutto è comune. Perciò a chi si
trova in tale necessità è lecito prendere la roba altrui per sostentarsi,
se non trova nessuno disposto a dargliela. Per lo stesso motivo
è lecito ritenere qualche cosa dei beni altrui per farne elemosina:
anzi è lecito prenderli, se non è possibile provvedere diversamente
a chi si trova in necessità. Però, se si può fare senza pericoli,
si deve provvedere al povero che si trova in estrema necessità
dopo avere richiesto il consenso del proprietario.
ARTICOLO
8
Se possa fare l'elemosina chi è soggetto all'altrui potere
SEMBRA che chi è soggetto all'altrui potere possa fare l'elemosina.
Infatti:
1. I religiosi sono sotto il potere di coloro ai quali hanno fatto
il voto di obbedienza. Ora, se ad essi non fosse lecito fare l'elemosina,
riceverebbero un danno dallo stato religioso: poiché, a
detta di S. Ambrogio, "la perfezione della religione cristiana sta
nella pietà", la quale viene lodata specialmente per l'elargizione
delle elemosine. Perciò quelli che sono soggetti all'altrui potere
possono fare elemosine.
2. La moglie, come dice S. Paolo, è
"sotto il potere del marito".
Ma la moglie, essendo data all'uomo come compagna, può fare
l'elemosina: infatti si legge di S. Lucia che faceva elemosine all'insaputa
dello sposo. Quindi, per il fatto che uno è soggetto all'altrui
potere, non perde la facoltà di fare l'elemosina.
3. I figli per natura sono soggetti al potere dei genitori; di qui
l'esortazione dell'Apostolo: "Figlioli, obbedite ai vostri genitori
nel Signore". Ora, i figlioli, come sembra, possono fare elemosine
con le sostanze paterne: perché in qualche modo esse loro
appartengono, essendo gli eredi; e siccome ne possono usare a vantaggio
del corpo, molto più ne possono usare a vantaggio dell'anima,
dandole in elemosina. Dunque chi è soggetto all'altrui
potere può fare l'elemosina.
4. Gli schiavi sono soggetti al potere dei loro padroni; come appare
dalle parole di S. Paolo: "Gli schiavi siano soggetti ai loro
padroni". Ma essi hanno la facoltà di compiere certe cose a vantaggio
dei loro padroni: e questo lo fanno specialmente elargendo
elemosine per essi. Dunque quelli che sono soggetti all'altrui potere
possono fare l'elemosina.
IN CONTRARIO: Come ricorda S. Agostino, le elemosine vanno fatte
col proprio onesto guadagno e non con la roba altrui. Ora, se i
sottoposti facessero l'elemosina, lo farebbero con la roba degli altri.
Essi perciò non possono farla.
RISPONDO: Chi è soggetto all'altrui potere deve regolarsi, in
quanto tale, secondo gli ordini del suo superiore: infatti l'ordine
naturale esige che gli inferiori siano regolati mediante i superiori.
Perciò uno, nelle cose in cui è soggetto al suo superiore, deve
comportarsi non altrimenti che uniformandosi alle disposizioni ricevute
da lui. Perciò chi non è padrone di se stesso non può fare
elemosine delle sostanze per le quali dipende da un superiore, se
non nella misura in cui gli è permesso dal superiore. - Se invece
avesse qualche cosa in cui non è soggetto al suo superiore, in
questo non sarebbe sotto il di lui potere, ma padrone di sé. E con
questi beni egli ha facoltà di fare l'elemosina.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il monaco, se ne ha l'incombenza
dal suo prelato, può fare l'elemosina con i beni del monastero, secondo
gli ordini ricevuti. Se invece non ha questa incombenza,
non avendo più niente di proprio, non può fare l'elemosina senza
il permesso, espresso o presunto, del proprio abate: meno che nel
caso di estrema necessità, in cui gli sarebbe lecito persino rubare
per fare l'elemosina. E per questo non si dica che i monaci sono in
una condizione peggiore: poiché come si legge nel De Ecclesiasticis
Dogmatibus, "è cosa buona distribuire le proprie sostanze ai poveri
con parsimonia, ma è cosa migliore dare via tutto in una
volta, con l'intenzione di seguire il Signore, e liberi da ogni sollecitudine
accettare la povertà con Cristo".
2. Se la moglie, oltre la dote, possiede altri beni ordinati a sostenere
i pesi del matrimonio, o del proprio guadagno o in qualsiasi
altro modo lecito, può con essi fare elemosine, anche senza
il permesso del marito: però moderatamente, per non depauperare
con degli eccessi il marito. Invece essa non può fare altre elemosine,
senza il permesso, espresso o presunto, del suo marito, all'infuori
dei casi di necessità, come abbiamo detto per il monaco.
Infatti sebbene la moglie sia uguale al marito per quanto riguarda
l'atto del matrimonio, nelle cose riguardanti l'economia domestica "l'uomo è capo della donna", come dice l'Apostolo. - S. Lucia poi
aveva non il marito, ma lo sposo, o fidanzato. Perciò col solo permesso
di sua madre poteva fare l'elemosina.
3. Gli averi di un figlio di famiglia appartengono al padre. Perciò
egli non può fare dell'elemosina (altro che quella poca che
egli può presumere che sia gradita a suo padre): a meno che il
padre non gli abbia dato questa incombenza. - Lo stesso si dica degli
schiavi, o servi.
4. È così risolta anche la quarta difficoltà.
ARTICOLO
9
Se nel fare l'elemosina si debbano preferire i nostri congiunti
SEMBRA che nel fare l'elemosina non si debbano preferire i nostri
congiunti. Infatti:
1. Sta scritto:
"Da' all'uomo pio e non ti curare del peccatore;
fa' del bene all'umile e non dare all'empio". Ma talora capita che
i nostri congiunti sono peccatori ed empi. Perciò nel fare l'elemosina
non dobbiamo preferirli.
2. Le elemosine vanno fatte per la ricompensa della vita eterna,
secondo le parole evangeliche: "E il Padre tuo, che vede nel segreto,
ti darà la ricompensa". Ma questa ricompensa si acquista
specialmente con le elemosine fatte ai santi: "Fatevi degli amici
col mammona d'iniquità, affinché quando voi venite a mancare,
vi accolgano nei tabernacoli eterni"; parole del Signore queste
che S. Agostino spiega così: "Chi sono coloro che possederanno gli
eterni tabernacoli, se non i santi di Dio? E chi sono coloro che
da essi devono essere ricevuti in questi tabernacoli, se non coloro
che soccorrono alla loro indigenza?". Dunque le elemosine si devono
dare di preferenza ai più santi e non ai nostri congiunti più stretti.
3. Ognuno è sommamente congiunto a se stesso. Ora, nessuno
non può fare l'elemosina a se stesso. Quindi non sembra che di
preferenza si debba fare l'elemosina ai congiunti più stretti.
IN CONTRARIO: L'Apostolo ammonisce:
"Se qualcuno non pensa
ai suoi, massime a quei di casa, costui ha rinnegato la fede ed
è peggio di un infedele".
RISPONDO: Come insegna S. Agostino, i nostri congiunti più stretti
sono toccati a noi come in sorte, perché noi ad essi provvediamo
maggiormente. Tuttavia in questo si deve procedere con discrezione,
badando ai vari gradi di parentela, di santità e di utilità.
Infatti a chi è molto più santo, o a chi è in maggior bisogno, oppure è
più utile al bene comune si deve dare l'elemosina più che
a una persona della nostra parentela; specialmente poi se la parentela
non è molto stretta, e non abbiamo speciali doveri d'assistenza
verso tale persona, e non si trovi in particolari necessità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il peccatore non si deve soccorrere
in quanto peccatore, cioè in modo da sostenerlo nel peccato: ma
in quanto è un uomo, cioè per sostentarne la natura.
2. L'elemosina giova alla retribuzione della vita eterna in due
maniere. Primo, in quanto è radicata nella carità. E da questo lato
l'elemosina è meritoria in quanto in essa si osserva l'ordine della
carità, il quale esige che noi si provveda maggiormente ai nostri
congiunti più stretti, a parità di condizioni. Perciò S. Ambrogio
ha scritto: "Questa è la liberalità degna di lode, che tu non trascuri
i tuoi consanguinei, se li sai nell'indigenza: è preferibile
infatti che tu stesso provveda ai tuoi, i quali sentono vergogna a
domandare aiuto agli estranei". - Secondo, l'elemosina giova alla
retribuzione della vita eterna per il merito di colui al quale essa
si fa, e che prega per il suo benefattore. Di questo appunto parla
S. Agostino nel passo citato.
3. Essendo l'elemosina un'opera di misericordia, come la misericordia
non ha per oggetto noi stessi in senso proprio, ma solo in
senso metaforico, secondo le spiegazioni date; così a tutto rigore
nessuno può fare l'elemosina a se stesso, e non a nome di altri.
Se uno, p. es., è posto a distribuire l'elemosina, trovandosi nell'indigenza,
può prenderne lui stesso, con la stessa misura con la
quale la distribuisce agli altri.
ARTICOLO
10
Se l'elemosina si debba fare con larghezza
SEMBRA che l'elemosina non si debba fare con larghezza. Infatti:
1. L'elemosina si deve fare specialmente ai propri congiunti. Ma
a costoro, come spiega S. Ambrogio non si deve dare "in modo da
farli arricchire". Dunque neppure agli altri si deve dare con larghezza.
2. Il medesimo S. Ambrogio ha scritto:
"Le ricchezze non si
devono effondere tutte insieme, ma dispensarle". Ora, largheggiare
equivale a effondere. Dunque l'elemosina non va fatta con larghezza.
3. L'Apostolo ammonisce:
"Non si tratta di dare sollievo ad altri",
cioè di fare in modo che gli altri vivano oziosamente coi nostri
beni, "e afflizione a voi", cioè miseria. Ma succederebbe proprio
questo, se le elemosine si dessero con larghezza. Dunque l'elemosina
non si deve dare in abbondanza.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Se avrai molto, darai in abbondanza".
RISPONDO: La larghezza dell'elemosina si può considerare e da
parte di chi dà, e da parte di chi riceve. Da parte di chi dà, quando
uno dà molto in proporzione delle sue facoltà. E dare così con
larghezza è cosa lodevole; infatti il Signore lodò per questo la
vedova, la quale "nella sua povertà aveva offerto tutto quanto
aveva per vivere": - purché si osservi quanto sopra abbiamo detto
sul modo di fare l'elemosina col necessario.
Invece da parte di chi riceve l'elemosina può essere abbondante
in due maniere. Primo, in modo da soddisfare efficacemente alla
sua indigenza. Ebbene, dare con larghezza l'elemosina in questo
modo è cosa lodevole. - Secondo, in modo da avanzarne del superfluo.
E questo non è lodevole, ma è meglio allora dare a un
numero maggiore di bisognosi. Ecco perché l'Apostolo scriveva: "Se anche distribuissi ai
poveri..."; parole che la Glossa così
spiega: "Così viene insegnato un accorgimento dell'elemosina, cioè
che non va data a uno solo, ma a molti, perché a molti possa giovare".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento vale per quella
larghezza che sorpassa il bisogno di chi riceve l'elemosina.
2. Quel testo parla della larghezza dell'elemosina da parte di
chi dà. - Ma esso va inteso nel senso che Dio non vuole l'effusione
di tutte le ricchezze, se non nel mutamento del proprio stato. Infatti
S. Ambrogio continua: "A meno che uno non faccia come
Eliseo, il quale uccise i buoi, e sfamò i poveri con quanto aveva,
per non essere più trattenuto da nessuna cura domestica".
3. Il testo citato con l'espressione:
"Non si tratta di dar sollievo
ad altri", accenna alla larghezza dell'elemosina che supera il
bisogno di chi la riceve, al quale va fatta l'elemosina non per farne
un ricco, ma per sostentarlo. In questo però ci vuole una certa
discrezione per le diverse condizioni degli uomini, alcuni dei quali
educati nell'agiatezza han bisogno di cibi e di vestiti più delicati.
Di qui l'ammonimento di S. Ambrogio: "Nel dare va tenuta presente
l'età e la debolezza (di ciascuno). Talora anche la vergogna,
che tradisce la nobiltà dei natali... E si osservi se uno è decaduto
dalla ricchezza nella miseria, senza sua colpa". - Invece con
l'espressione: "e afflizione a voi", (il testo paolino) parla dell'abbondanza
da parte di chi dona. Però, come nota la Glossa, "così
dicendo, non esclude che ciò sarebbe una cosa migliore", cioè
dare con larghezza. "Ma ha timore dei deboli (scrupolosi), ai
quali raccomanda di dare in modo da non dover soffrire essi la povertà".
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