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Questione
31
La
beneficenza
Passiamo ora a parlare degli atti o degli effetti esteriori della
carità. Primo, della beneficenza; secondo, dell'elemosina, che rientra
nella beneficenza; terzo della correzione fraterna, la quale è
una specie di elemosina.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la beneficenza
sia un atto di carità; 2. Se si debba fare del bene a tutti;
3. Se si debbano beneficare di più coloro che sono a noi maggiormente
congiunti; 4. Se la beneficenza sia una virtù specificamente distinta.
ARTICOLO
1
Se la beneficenza sia un atto di carità
SEMBRA che la beneficenza non sia un atto di carità. Infatti:
1. La carità principalmente ha per oggetto Dio. Ma verso di lui
noi non possiamo essere benefici; poiché sta scritto: "Che cosa
potrai donargli? E che cosa prenderà dalle tue mani?". Dunque
la beneficenza non è un atto di carità.
2. La beneficenza consiste specialmente nel fare dei donativi.
Ma questo è proprio della liberalità. Quindi la beneficenza non è un
atto di carità, ma di liberalità.
3. Tutto quello che uno dà, lo dà, o come cosa dovuta, o come
cosa non dovuta. Ora, il beneficio che è dovuto appartiene alla giustizia;
mentre quello non dovuto è dato gratuitamente, e quindi
appartiene alla misericordia. Dunque qualsiasi beneficenza, o è un
atto di giustizia, o è un atto di misericordia. Perciò non è un atto
di carità.
IN CONTRARIO: La carità è un'amicizia, come abbiamo spiegato.
Ma il Filosofo tra gli altri atti dell'amicizia mette anche quello di "far del bene agli
amici", cioè di beneficarli. Dunque la beneficenza è
un atto di carità.
RISPONDO: Dire beneficenza è come dire fare del bene a qualcuno.
Ma questo bene si può considerare sotto due punti di vista. Prima
di tutto sotto l'aspetto generico di bene. E da questo lato appartiene
alla beneficenza in generale. E allora è un atto di amicizia, e
quindi di carità. Infatti ogni atto di amore, come sopra abbiamo
detto, include la benevolenza, con la quale uno vuole del bene all'amico.
Ma la volontà tende a compiere ciò che vuole, se ne ha la
possibilità. Perciò dall'atto di amore segue logicamente la beneficenza
verso l'amico. Ecco perché la beneficenza, nel suo aspetto
generico è un atto di amicizia, o di carità. - Se invece il bene che
uno fa ad altri si considera sotto un aspetto speciale di bene, allora
la beneficenza riveste una speciale natura, e appartiene a una speciale virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come scrive Dionigi,
"l'amore
muove gli esseri che ne sono legati in modo da volgere gli inferiori
verso i superiori per esserne nobilitati, e da spingere gli esseri superiori
a provvedere agli inferiori". E in tal modo la beneficenza
è un effetto dell'amore. Ecco perché non tocca a noi beneficare Dio,
ma onorarlo sottomettendoci a lui: mentre è compito suo beneficare
noi in conseguenza del suo amore.
2. Nel conferimento dei doni dobbiamo considerare due cose: la
cosa offerta, e l'affetto interiore che uno ha per le ricchezze. Ebbene,
alla liberalità spetta moderare la passione interiore, in modo
che uno non esageri nel desiderio e nell'amore delle ricchezze:
e questo rende l'uomo pronto a dare con facilità. Perciò se uno dà
anche molto, ma con un certo desiderio di ritenere ciò che dona,
il suo dare non è liberale. Invece da parte della cosa donata l'offerta
di un beneficio appartiene in genere all'amicizia o alla carità.
Perciò non infirma l'amicizia il fatto che uno dà per amore
quello che desidera di ritenere; ma da ciò si dimostra la perfezione
della sua amicizia.
3. Come l'amicizia, o la carità, considera nel beneficio prestato
la comune ragione di bene, così la giustizia considera in esso la
ragione di cosa dovuta. Invece la misericordia considera in esso
l'aspetto di rimedio a una menomazione o a una miseria.
ARTICOLO
2
Se si debba far del bene a tutti
SEMBRA che non si debba fare del bene a tutti. Infatti:
1. S. Agostino scrive, che
"non possiamo giovare a tutti". Ma
la virtù non inclina verso ciò che è impossibile. Dunque non è necessario
fare del bene a tutti.
2. Sta scritto:
"Da' all'uomo dabbene e non ti curare del peccatore".
Ora, molti uomini sono peccatori. Dunque non siamo tenuti
a fare del bene a tutti.
3. Come dice S. Paolo,
"la carità non agisce malamente". Ma
fare del bene ad alcuni significa agire malamente: se uno, p. es.,
fa del bene ai nemici della patria; oppure se fa del bene a uno scomunicato,
comunicando così con lui. Perciò, pur essendo la beneficenza
un atto di carità, non si deve fare del bene a tutti.
IN
CONTRARIO: L'Apostolo ammonisce: "Quando l'occasione si presenta,
facciamo del bene a tutti".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, la beneficenza è un effetto dell'amore
in quanto muove gli esseri superiori a provvedere a quelli
inferiori. Ma tra gli uomini la superiorità non è assoluta come tra
gli angeli: perché gli uomini possono subire molteplici manchevolezze;
e quindi chi è superiore sotto un aspetto, è o può essere inferiore
sotto un'altro. Perciò, siccome l'amore di carità si estende
a tutti, deve estendersi a tutti anche la beneficenza, sia pure secondo
i tempi e i luoghi: infatti tutte le azioni virtuose devono essere
limitate secondo le circostanze.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. Assolutamente parlando noi non
possiamo far del bene a tutti in particolare: però non c'è nessuno
che non possa trovarsi in condizione di esigere da noi un particolare
beneficio. Perciò la carità richiede che l'uomo anche se non
fa realmente del bene a determinate persone, tuttavia sia disposto
a beneficare chiunque, se l'opportunità capitasse. - Tuttavia ci
sono dei benefici che possiamo prestare a tutti in generale, anche
se non in particolare: p. es., quando preghiamo per tutti, fedeli o
infedeli che siano.
2. Nel peccatore abbiamo due cose, cioè la natura e la colpa. Perciò
si deve soccorrere il peccatore sostenendone la natura; mentre
non si deve sostenere per incoraggiarlo alla colpa. Poiché questo
non sarebbe fargli del bene, bensì del male.
3. Agli scomunicati e ai nemici della patria si devono negare i
soccorsi, per stornarli dalla colpa. Tuttavia, se ci fosse una necessità
urgente da compromettere la natura, bisognerebbe soccorrerli,
però nella debita misura: e cioè per non farli morire di fame o di
sete, o per altri malanni del genere, a meno che non siano così
puniti per giustizia.
ARTICOLO
3
Se siamo tenuti a beneficare maggiormente i congiunti più prossimi
SEMBRA che non siamo tenuti a beneficare maggiormente i
congiunti più prossimi. Infatti:
1. Sta scritto nel Vangelo:
"Quando fai un pranzo o una cena,
non invitare i tuoi amici o i tuoi fratelli, né i tuoi parenti". Ma
questi sono i congiunti più prossimi. Dunque nel bisogno non si devono beneficare di più i congiunti, ma piuttosto gli estranei; infatti
il Vangelo continua: "Ma quando fai un convito, chiama poveri, storpi, ecc.".
2. Il beneficio più grande è quello di aiutare uno nella guerra.
Ma in guerra un soldato deve aiutare di più un commilitone estraneo
che un consanguineo nemico. Perciò i benefici non si devono impartire
di preferenza ai congiunti più stretti.
3. È più doveroso restituire un debito, che elargire un beneficio
gratuito. Ora, è cosa debita che uno presti un beneficio a colui
dal quale è stato beneficato. Dunque si devono beneficare più i
benefattori che i congiunti.
4. Come sopra abbiamo visto, si devono amare più i genitori che
i figli. Eppure si devono beneficare più i figli che i genitori; poiché,
a detta di S. Paolo, "non spetta ai figlioli tesoreggiare per i genitori".
Quindi non siamo tenuti a beneficare maggiormente i più
stretti congiunti.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Non essendo tu in grado di
giovare a tutti, devi provvedere soprattutto a coloro che quasi per
un destino sono a te più strettamente uniti secondo le varie circostanze di luogo e di
tempo".
RISPONDO: La grazia e la virtù imitano l'ordine della natura,
istituito dalla sapienza divina. Ora, secondo questo ordine ogni
agente naturale irradia maggiormente il suo influsso sulle cose
più vicine: il fuoco, p. es., riscalda di più le cose più vicine. E
Dio stesso, come nota Dionigi, diffonde in maniera primaria e più
copiosa i doni della sua bontà sugli esseri a lui più prossimi. Ora,
la prestazione dei benefici è un effetto della carità sugli altri. Perciò è
necessario che verso i congiunti più stretti si sia più benefici.
Ma i legami di un uomo con un altro si possono considerare secondo
i vari beni in cui gli uomini possono comunicare tra loro:
tra i consanguinei, p. es., c'è la parentela, tra i concittadini la vita
civile, tra i fedeli ci sono i beni spirituali, ecc. E secondo i vari
legami si devono impartire diversamente i vari benefici: infatti a
ciascuno si deve impartire maggiormente, parlando in senso assoluto,
quel beneficio che si riferisce alla cosa su cui è basato il nostro
legame con lui. Però questo può variare secondo le diversità
di luogo, di tempo e d'interessi: infatti in certi casi si deve aiutare
più un estraneo, quando si trovasse in estrema necessità, che il
proprio padre il quale non si trovi in tanto bisogno.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore non proibisce in modo
assoluto d'invitare a pranzo gli amici e i parenti; ma d'invitarli
con l'intenzione "di essere da loro rinvitati", poiché questo non
è dettato dalla carità, ma dalla cupidigia. Tuttavia può capitare
talora che gli estranei si debbano preferire per una maggiore indigenza.
Infatti va bene inteso che i congiunti più stretti si devono
beneficare di più, a parità di condizioni. Se invece di due persone
una è più prossima, e l'altra più indigente, non si può determinare
con una norma generale chi si debba maggiormente soccorrere,
poiché molti sono i gradi dell'indigenza e della prossimità: nel
caso si richiede il giudizio di una persona prudente.
2. Il bene comune di molti è un bene più divino di quello di un
solo individuo. Ecco perché è un atto virtuoso esporre al pericolo
anche la propria vita per il bene comune, spirituale o temporale,
della patria. Perciò, siccome i vincoli della milizia sono ordinati
alla tutela della patria, il soldato che presta in guerra il suo aiuto
a un commilitone non l'offre a una persona privata, ma a soccorso
di tutto lo stato. E quindi non c'è da meravigliarsi, se in questo un
estraneo va preferito a un proprio consanguineo.
3. Il debito è di due specie. Il primo è da enumerarsi non tra i
beni di colui che deve, ma tra quelli di colui a cui esso è dovuto.
Se uno, p. es., ha nelle mani il danaro, o la roba di un altro, perché
l'ha rubata, o l'ha avuta in prestito, o in deposito, o in altro modo,
in tal caso è tenuto di più a rendere il debito che a fare del bene
ai congiunti. A meno che questi non fossero in tale necessità, da
rendere lecito impossessarsi della roba altrui per soccorrere un
indigente. Purché chi ha diritto a quella restituzione non si trovi
in una simile necessità. Tuttavia in codesti casi bisogna valutare
col giudizio di una persona prudente la condizione dell'uno e dell'altro individuo in base alle varie circostanze: poiché in simili
congiunture non si può dare una regola generale, per la varietà
dei singoli casi, come scrive il Filosofo.
C'è poi un altro debito, da computarsi tra i beni di colui che
deve, e non tra quelli di chi attende di riceverlo: e cioè quando
esso è dovuto non a rigore di giustizia, ma per una certa equità
morale, come avviene nei benefici ricevuti gratuitamente. Ora, il
beneficio di nessun benefattore è così grande come quello dei genitori:
perciò nella riconoscenza i genitori vanno preferiti a tutti
gli altri; a meno che dall'altra parte non ci sia il peso di una
grave necessità, o di qualche altra condizione: il comune vantaggio, p. es.,
della Chiesa o dello stato. In tutti gli altri casi si deve
misurare il legame di affinità e la grandezza del beneficio ricevuto.
E anche qui non è possibile determinare con una norma universale.
4. I genitori sono come i superiori: perciò l'amore dei genitori
tende a beneficare, mentre l'amore dei figli tende a onorare i genitori.
Tuttavia in caso di estrema necessità sarebbe più tollerabile
abbandonare i figli che i genitori; non essendo lecito abbandonare
questi ultimi in nessuna maniera, a motivo dei benefici da
essi ricevuti, come nota il Filosofo.
ARTICOLO 4
Se la beneficenza sia una virtù speciale
SEMBRA che la beneficenza sia una speciale virtù. Infatti:
1. I precetti sono ordinati alle virtù: poiché, a detta del Filosofo,
"i legislatori tendono a rendere gli uomini virtuosi". Ma i precetti
dell'amore e della beneficenza sono dati come distinti nel Vangelo: "Amate
i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano".
Dunque la beneficenza è una virtù distinta dalla carità.
2. I vizi si contrappongono alle virtù. Ma alla beneficenza si contrappongono
alcuni vizi speciali, che importano un danno del prossimo, e cioè: la rapina,
il furto e altri vizi del genere. Perciò la beneficenza è una
speciale virtù.
3. La carità non si distingue in più specie. Invece la beneficenza
sembra che si distingua in molte specie, secondo le diverse
specie di benefici. Dunque la beneficenza è una virtù distinta dalla
carità.
IN CONTRARIO: La distinzione tra atti interni ed esterni non implica
una diversità di virtù. Ora, beneficenza e benevolenza si distinguono
soltanto come atto esterno e atto interno: perché la beneficenza è l'esecuzione
della benevolenza. Quindi, come non si distingue dalla carità la benevolenza, così non se ne distingue la beneficenza.
RISPONDO: Le virtù non si distinguono tra loro che in base alle
diverse ragioni dell'oggetto. Ora, la ragione formale della carità e
della beneficenza è identica; infatti l'una e l'altra considerano
l'universale ragione di bene, come abbiamo già notato. Perciò la
beneficenza non è una virtù distinta dalla carità, ma indica un
atto di essa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I precetti hanno per oggetto non
gli abiti delle virtù, ma i loro atti. E quindi la diversità dei precetti
non indica una diversità di virtù, ma di atti.
2. Come tutti i benefici prestati al prossimo, considerati sotto
l'aspetto di bene, si riducono all'amore; così tutti i danni, considerati
sotto l'aspetto generico di male si riducono all'odio. Invece
considerati sotto aspetti o ragioni speciali, sia di bene che di
male, si riducono a speciali virtù, o a speciali vizi. E in tal senso
abbiamo anche diverse specie di beneficenze.
3. È così risolta anche la terza difficoltà.
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